IO TI GUARDO MA TU NON MI VEDI. Peripezie dello sguardo nella “Principessa di Clèves” di Madame de La Fayette

“Il giorno seguente la principessa, cercando delle occupazioni adatte al suo la-princesse--de-cl_vesstato, si recò presso un uomo, vicino a casa sua, che eseguiva lavori in seta di un tipo particolare; ci andò con l’intenzione di farne anch’essa di simili. Quando glieli ebbero mostrati, vide la porta di una stanza e, credendo che ve ne fossero altri, chiese che gliela aprissero. Il padrone rispose che non aveva la chiave e che la stanza era occupata da un uomo che veniva qualche volta, di giorno, per disegnare le belle case e i giardini che si vedevano dalle finestre. «È l’uomo di mondo più avvenente che si possa immaginare – aggiunse – e non ha l’aria di essere ridotto a guadagnarsi da vivere. Ogni volta che viene, lo vedo sempre guardare le case e i giardini; ma non lo vedo mai lavorare». Madame de Clèves ascoltava queste parole con grande attenzione. Ciò che le aveva detto Madame de Martigues, che Monsieur de Nemours si trovava qualche volta a Parigi, si legò nella sua fantasia a quest’uomo avvenente che veniva nelle vicinanze di casa sua, e vi suscitò un’immagine di Monsieur de Nemours, e di Monsieur de Nemours intento a vederla, che le procurò un turbamento confuso di cui non avrebbe saputo dire il motivo. Andò verso le finestre per vedere dove davano; scoprì che comandavano tutto il suo giardino e la facciata dell’appartamento. E, quando fu nella sua camera, non le fu difficile individuare la finestra a cui le avevano detto che veniva a mettersi quell’uomo. L’idea che potesse essere Monsieur de Nemours cambiò completamente il suo stato d’animo; quella sorta di mesta quiete che cominciava a gustare la abbandonò, si sentì inquieta e agitata. Finalmente, non potendo resistere oltre, uscì a prender l’aria nel giardino fuori dai sobborghi, dove pensava che sarebbe stata sola. Giungendovi credette di non essersi sbagliata; nulla lasciava supporre che ci fosse qualcuno e la principessa passeggiò a lungo. Dopo aver attraversato un boschetto scorse in fondo a un viale, nell’angolo più remoto del giardino, una specie di chiosco aperto su tutti i lati verso il quale si diresse. Quando fu più vicina vide un uomo sdraiato su una panchina che pareva immerso in una fantasticheria profonda, e vide che era Monsieur de Nemours. Questa vista la arrestò di colpo. Ma quelli del suo seguito fecero del rumore, che trasse Monsieur de Nemours dalla sua fantasticheria. Senza guardare chi l’avesse causato, si alzò per evitare la compagnia che veniva verso di lui e svoltò in un altro viale, facendo una riverenza molto profonda che gli impedì perfino di vedere chi salutava. Se avesse saputo cosa evitava, con quale ardore sarebbe tornato sui suoi passi; continuò invece lungo il viale e Madame de Clèves lo vide uscire da una porta secondaria dove lo aspettava la sua carrozza.”

(Madame de La Fayette, La Principessa di Clèves, 1678)

Nemours
Nemours in preda alla malinconia d’amore nel film di Delannoy del 1961

La principessa di Clèves, la volontà più pura che la letteratura conosca, è famosa per non aver ceduto alla passione per il duca di Nemours. Di non avervi ceduto non soltanto mentre il marito era in vita, ma altresì dopo la sua morte, e non per un tautologico parossismo di virtù ma per un motivo più interessante da indagare.

Per rendere più plausibile la scelta (ascetica) della sua eroina, Madame de La Fayette le inventa addirittura due motivi, ma, come viene suggerito o apertamente detto, il più importante, il vero ostacolo insormontabile, è il secondo.

Il primo è abbastanza banale: all’origine della malattia e della morte del principe marito c’è la gelosia, esasperata da una “sventatezza” di Nemours il quale, non resistendo al desiderio di vedere Madame de Clèves, crea una situazione in cui, nonostante l’assoluta innocenza della principessa, le apparenze sono contro di lei. Sposando Nemours, Madame de Clèves sposerebbe dunque, in un certo senso, l'”assassino” del marito, un assassino del quale si sente oltretutto complice perché lo ha amato e lo ama tuttora. Al netto dell’intrigo romanzesco non c’è in ciò, in fondo, che il senso di colpa dei vivi nei confronti dei morti; un senso di colpa radicato nel fatto che i morti sono morti mentre i vivi sono (ancora) vivi, e destinato a sfumare nel tempo. L’ostacolo serio è un altro. In due parole: Madame de Clèves non accetta che la sua felicità – o infelicità – dipenda da un’altra persona: che un altro sia padrone del suo destino. Cedendo alla passione (sia pure sotto le apparenze onorevoli del matrimonio) Madame de Clèves si metterebbe nelle mani di Nemours, si affiderebbe alla costanza di un sentimento. Ora, tutto intorno a lei, alla corte di Enrico II che non è diversa dalla corte di Luigi XIV che non è diversa dai più umili teatri della nostra esperienza, testimonia precisamente dell’incostanza dei sentimenti. Il rischio di perdersi è troppo alto. Quale che sia il prezzo da pagare, Madame de Clèves vuole rimanere padrona di se stessa.

In questo romanzo moderno, che alle avventure e ai peripli barocchi sostituisce gesti misurati in luoghi circoscritti, alla finta Persia di Mlle de Scudéry preferisce la Parigi storica di Enrico II, e sull’esempio del teatro classico iscrive l’azione in un tempo limitato e verosimile, lo sguardo occupa un posto di assoluta preminenza; tanto più che la passione, reciproca ma fin da subito, per Madame de Clèves, inammissibile, non ha altro canale che il cercare di cogliere – di spiare – l’altro quando questi non vede:

“Madame de Martigues venne a Coulommiers[1] come aveva promesso a Madame de Clèves. La trovò immersa in una vita assai solitaria. Anzi la principessa aveva cercato il modo di essere completamente sola e di passare la sera nei giardini senza il suo seguito. Se ne veniva nello stesso padiglione dove Monsieur de Nemours aveva spiato la sua conversazione[2]; entrava nella stanza aperta sul giardino. I domestici e le cameriere restavano nell’altra stanza o sotto il loggiato, e venivano soltanto se li chiamava. Madame de Martigues non aveva mai visto Coulommiers; fu sorpresa delle bellezze che vi trovò, e soprattutto della piacevolezza del padiglione. Lei e Madame de Clèves vi trascorrevano tutte le serate. La libertà di trovarsi sole, la notte, in un luogo così bello, prolungava all’infinito la conversazione fra le due giovani donne che ospitavano entrambe nel cuore delle passioni violente; e, benché non se le confidassero, provavano grande piacere a parlare l’una con l’altra. Madame de Martigues avrebbe lasciato malvolentieri Coulommiers se, lasciandolo, non avesse saputo che andava nel luogo dove si trovava il visdomino. Partì per Chambord dove era allora la corte.

[A Chambord Madame de Martigues celebra davanti alle dame e ai gentiluomini della corte le lodi di Coulommiers, in particolare del famoso padiglione.]

Monsieur de Nemours, che conosceva abbastanza i luoghi per capire quel che ne diceva Madame de Martigues, pensò che non sarebbe stato impossibile per lui vedervi Madame de Clèves senza essere visto da altri che da lei.

[Il duca esegue seduta stante il suo progetto, ovviamente all’insaputa dell’interessata.]

La recinzione era molto alta, e c’erano altre transenne dietro per impedire l’accesso, di modo che era abbastanza difficile riuscire a passare. Ciononostante Monsieur de Nemours ne venne a capo; non appena fu nel giardino, non gli fu difficile capire dove si trovava Madame de Clèves. Vide molte luci nella stanza del padiglione; tutte le finestre erano aperte e, scivolando lungo le recinzioni, egli si avvicinò in preda a un turbamento e a un’emozione facili da immaginare. Si pose di lato a una delle finestre, che servivano di porte, per vedere cosa facesse Madame de Clèves. Vide che era sola; ma la vide di così ammirevole bellezza che a stento poté contenere l’emozione che gli diede quella vista. Faceva caldo, e la principessa non aveva nient’altro sul capo e sul petto che i capelli negligentemente raccolti. Era su un canapè e aveva davanti a sé un tavolino su cui erano diversi cesti pieni di nastri; ne scelse alcuni, e Monsieur de Nemours notò che erano gli stessi colori che egli aveva portato al torneo. Vide che con i nastri faceva dei fiocchi attorno a un bastone da passeggio fatto con una canna d’India, un oggetto molto particolare che egli aveva portato qualche tempo e poi dato a sua sorella. E proprio dalla sorella Madame de Clèves se l’era fatto regalare, fingendo di non sapere che era stato di Monsieur de Nemours[3]. Quando ebbe finito di ornare il bastone da passeggio con una grazia e una dolcezza che le dispiegavano in viso i sentimenti che aveva nel cuore, prese un candeliere e si spostò vicino a un grande tavolo, davanti al quadro dell’assedio di Metz dov’era ritratto Monsieur de Nemours[4]; si sedette e si mise a guardare il ritratto con un’attenzione e una fantasticheria sognatrice che soltanto la passione può dare. È impossibile esprimere cosa sentì Monsieur de Nemours in quel momento. Vedere nel bel mezzo della notte, in un luogo meraviglioso, una persona che adorava, vederla senza che lei sapesse che la vedeva, e vederla tutta presa da cose che avevano a che fare con lui e con la passione che essa gli nascondeva, è cosa che non è mai stata provata o immaginata da nessun altro innamorato.”

Il duca vorrebbe approfittare di questa circostanza straordinaria per mostrarsi, ma quando dopo molte esitazioni e tentennamenti si decide ad avanzare di qualche passo, lo fa con una tale emozione che “una sciarpa che portava si impigliò nella finestra in modo tale che egli fece del rumore” e la principessa, intuendo più che vedendo l’identità dello straordinario visitatore, abbandona precipitosamente la stanza e si rifugia in quella vicina dove sono i domestici.

Anche in questa scena come nella precedente (che però, nella cronologia del romanzo, viene dopo e precede di poco la conclusione) un rumore casuale dissolve l’incanto in cui, come per una lanterna magica, l’amato o l’amata sono offerti a un’apprensione diretta, priva di filtri intenzionali o comunicativi, e tanto poco di questo mondo che è affidata al senso più immateriale è più lontano dalla concretezza e concretizzazione: la contemplazione – che ne fa immagine, spettacolo, e fa dell’innamorato non un attore ma uno spettatore. Non appena una sensazione legata all’attualità e alla materia – un rumore, il rumore che, come è noto, sveglia dal sonno e dai sogni – risucchia l’immagine nel reale, l’incanto si spezza, quella che, senza esserlo, sembrava un’occasione svanisce, ed è dunque in piena assonanza con i presupposti impliciti del romanzo che Madame de Clèves, certamente con una parte di rammarico, non si concederà mai al duca di Nemours – né come amante né come moglie.

Tuttavia mi ha sempre fatto impressione, nella scena citata in apertura, quella “riverenza molto profonda che gli impedì perfino di vedere chi salutava”. Qui ciò che annienta un progetto di felicità non è nemmeno più l’opposizione reale vs immaginario o, più propriamente, realtà vs finzione scenica; qui ciò che vanifica una possibilità che ci appare d’un tratto ben concreta è il cieco caso. E rimaniamo a chiederci cosa sarebbe successo se quella volta, in quel giardino, il duca di Nemours avesse fatto una riverenza meno profonda.

 

 

[1] La residenza di campagna, fuori Parigi, del principe e della principessa di Clèves.

[2] Si tratta dell’episodio, famosissimo, in cui il duca di Nemours, metà per intenzione e metà per caso, si trova in questo padiglione e vi è sorpreso dall’arrivo del principe e della principessa. Si nasconde e diventa così testimone della conversazione in cui Madame de Clèves supplica il marito di permetterle di allontanarsi dalla corte per non essere esposta all’attrazione che sente per un altro uomo.

[3] Le interpretazioni freudiane del bastone da passeggio sono scontate ma, come l’oggetto stesso, di corta gittata.

[4] Vedendo, a casa di un’amica, una serie di quadri che rappresentano le battaglie della recente guerra, fra cui l’assedio di Metz, a cui ha partecipato il duca di Nemours che il pittore vi ha fedelmente ritratto, Madame de Clèves, fingendo ammirazione per i dipinti, ne fa fare delle copie e le sistema nel padiglione.

4 pensieri riguardo “IO TI GUARDO MA TU NON MI VEDI. Peripezie dello sguardo nella “Principessa di Clèves” di Madame de La Fayette”

  1. Non conosco il romanzo ma vedrò di procurarmelo; è da tempo che non mi concedo una piacevole lettura. Siamo abituati a confinare all’età romantica il sentimento della malinconia e la sua rappresentazione ma vedo che si tratta solo di un cliché. Mi chiedo perché tu abbia voluto concludere il tuo ragionamento, che non fa una grinza, introducendo un altro fattore, il caso. Mi è venuto naturale, considerando la riverenza molto profonda che impedisce al duca di vedere, pensare a un atto mancato .

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    1. Hai ragione, è molto più in linea col “fondo” del romanzo. Io non ci avevo pensato, forse perché il duca, soprattutto dopo la morte del principe di Clèves, cerca in tutti i modi di arrivare a una “realizzazione”, mentre chi si nega è la principessa. E poi non so, in questa scena mi sembrava di vedere qualcosa che andava oltre il romanzo, una specie di condanna che pesa a volte su alcuni, senza che si sappia perché.

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  2. Interessante…. Si potrebbe quindi collocarlo all’origine del romanzo psicologico? Senz’altro lo leggerò, e poi un giorno tornerò qui a rivedere le tue impressioni, così da poterle confrontare con le mie. Complimenti, come sempre, per la bella analisi.

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    1. Sì, senz’altro, è un romanzo psicologico, uno dei primi se non il primo in epoca moderna, e anche un romanzo storico, perché è stato scritto nella seconda metà del Seicento ma l’azione si svolge più di un secolo prima, alla corte di Enrico II. In una cornice storica abbastanza accurata e accanto a figure storiche vivacemente descritte (il re, la regina Caterina de’ Medici, l’amante Diane de Poitiers, la delfina Maria di Scozia che noi conosciamo meglio come Maria Stuarda ecc.), Madame de La Fayette pone e fa muovere i suoi personaggi di invenzione. La raffinata analisi psicologica dell’autrice deve qualcosa alla préciosité (movimento protofemminista di cui bisognerà prima o poi dire qualcosa), ma soprattutto deve molto ai cosiddetti “moralistes”, cioè a coloro, come l’amico La Rochefoucauld, che analizzavano i comportamenti umani e le cause, spesso nascoste anche agli interessati, che li originavano. Grazie dell’apprezzamento, e credimi, il romanzo vale la pena 🙂

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