GIUSEPPE GENNA LOMBROSIANO?

cropped-img_3230mod-1

In calce a un estratto dall’ultimo romanzo di Giuseppe Genna, History, pubblicato su Minima&Moralia, un lettore commenta laconicamente: “Linguaggio post-lombrosiano”. Commento illuminante. Per chi non voglia sobbarcarsi più di tanto la prosa ipnotica e visionaria di Genna, ho estrapolato un estratto dell’estratto che dovrebbe permettere di cogliere il punto:

“Diffidiamo dei biondi. La loro solarità è caucasica, e ciò lo si è sperimentato una volta per tutte, è anche in qualche modo nazista. I biondi nazisti tuttavia sono cupi, ghiaccei, cinerini. Soprattutto sono sempre lisci. Anche se portano barbe, sono lisci, non si tratta di barbe vichinghe e disordinate o folte, sono azzimate e rade. I loro volti bambini o ragazzini esprimono una cifra che non ha nulla a che vedere col complotto, con il sottopotere muschivo a cui siamo abituati noi, gli eterni levantini italiani, gli eternamente cauti. La nostra perennità si nutre di cospirazione. Di uno sterminato esercito di cospirazioni, microfaghe, una legione romana che bisbiglia urlando, popolana anche quando insediatasi nei palazzi e nei salotti e nelle anticamere, travasandosi dalle piazze popolane, quel popolo di mangiatori di acciughe sotto sale sa bene cospirare e garantirsi una perennità, due soldi che sfamano e quanto è sufficiente a stare nel futuro che li interessa: di qui alla loro morte. Dopo la loro morte continuerà tutto come prima, le acciughe a morire, i figli dei figli a masticarle sotto sale. I biondi nazisti emettono le molecole di una morte tagliente, squadrata, algebrica, precisa. L’organizzazione sta ai biondi nazisti quanto il sotterfugio preterorganizzato sta ai biondi italiani, queste eccezioni con un gene svevo, che non imbiancano se non alle basette e ostentano un candore falso come la moneta corrente, l’oro finto della granaglia che inflaziona e deflaziona il pane, i circensi.”

L’arsi del paragrafo, quel “Diffidiamo dei biondi” così perentorio, così luminosamente icastico, non poteva non ricordarmi la sapienza popolare che mia nonna (classe 1893) citava talvolta: “al più bon di ross l’a butè so ped’r in-t-un foss”: il più buono dei rossi (di capelli) ha gettato suo padre in un fosso.

Di nonna in nonno e un po’ preoccupata, non so ancora perché, da quell’accenno alle “barbe azzimate e rade”, mi precipito a osservare da vicino la foto di mio nonno dal lato paterno, socialista della prima ora, mai avuto la tessera del PNF, che nella foto sfoggia i baffetti che portò tutta la vita e che sono… e che sono… ma porca miseria, sono baffetti hitleriani! Avevo un nonno criptonazista e non lo sapevo neanche! Adesso che ci penso aveva pure gli occhi azzurri, gli stessi che ho ereditato; è il gene longobardo, non c’è scampo.

Famiglia M.

Mi vedo già zolianamente predeterminata a organizzare campi di sterminio, quando mi dico: No ma ferma tutto, ma non erano gli altri che ragionavano così? O piuttosto che sragionavano secondo gli stessi stilemi, e intanto andavano in giro con strumenti di misurazione e tabelle di riferimento? Ma non sarà che ‘sto Giuseppe Genna è razzista e non lo sa? Che ha un gene che gli sfugge, un gene che gli sguscia fra le dita, lui non vorrebbe ma lo spinge a scrivere delle cose razziste? Non sarà mica che ha un gene che magari ce l’aveva anche Julius Evola, lo stesso identico? Non ci sarebbe niente di strano, sono siciliani tutti e due, no?

Perplessa come sono digito Giugenna e eccomi sul blog di Giuseppe Genna – scrittore in Milano, Mondo. E sotto il titolo “Memorie da quel tempo berlingueriano” trovo questo:

“Questa posa, questa capigliatura, i capelli brizzolati, questa complessione fisica, questa cifosi tenera, queste grisaglie, queste cravatte, questa soppesata nonchalance nei confronti della realtà, questa responsabile facilità dell’assumersi la responsabilità, questi colori, questo simbolo, questo microfono, questa fede al dito, questa calma in pubblico che sfiora la riottosità ed è pudica […]”

Segue, naturalmente, una caratterizzazione più prettamente morale; ma, appunto, segue. E allora mi domando: E se Berlinguer avesse avuto la pancia? E se non avesse avuto la fede al dito? O i capelli tutti bianchi invece che brizzolati? Magari di quel bianco un po’ giallino che fa un pochetto schifo? Perché questa insistenza sul fisico, come se da esso dovesse necessariamente e univocamente trasparire il morale, come se dato un certo fisico se ne potesse dedurre il morale, e viceversa?

Dev’essere, mi dico, una caratteristica degli scrittori ipnotici e visionari, e in effetti mi viene in mente un altro pezzo di bruttura, stavolta di Antonio Moresco:

“La faccia di Céline

Questa foto è stata scattata nel 1934. Céline ha quarant’anni esatti. Ha già scritto e pubblicato Viaggio al termine della notte e sta scrivendo Morte a credito. È un uomo maturo, già potentemente formato come scrittore. È Céline. Questo è proprio Céline. La sua foto della maturità, il suo baricentro somatico. Dopo le immagini giovanili in divisa da corazziere e prima di quelle finali, dove appare travestito da delirante clochard in mezzo ai suoi cani e gatti o mentre parla con il suo pappagallo. È una foto che fa problema: uno dei più grandi scrittori del Novecento: uno dei più grandi scrittori del Novecento ha questa faccia da uomo losco, corrotto, cattivo, da brutta persona, da malavitoso che è meglio tenere alla larga. Com’è possibile che uno dei maggiori scrittori del Novecento abbia una faccia simile? Eppure questa faccia appartiene proprio al più grande scrittore lirico del Novecento, al suo inventore più scatenato e più raffinato, al rabdomante del male, all’anima nera dell’Europa, della letteratura e del Novecento, alla cartina di tornasole delle sue abominevoli verità, appartiene a uno dei più grandi artisti della parola scritta che siano mai esistiti. Che faccia avevano gli altri grandi scrittori del Novecento? Vediamo. Kafka aveva quella faccia da angelo anoressico con le ali al posto delle orecchie. Proust da mondano un po’ debosciato da cui al massimo non ti potevi aspettare niente. Joyce aveva quella faccia da schiaffi da irlandese alcolista e un po’ dandy. Musil poteva sembrare al massimo un dentista, un direttore di banca austriaco un po’ testa di cazzo o il titolare di un negozio di articoli ortopedici. […] Nessuno, assolutamente nessun’altro grande scrittore del Novecento ha una simile faccia di merda, da alieno salito dagli strati intestinali e gastrici dell’Europa e del Novecento, da meteora piombata all’incontrario, dal basso, nel mondo della cosiddetta letteratura. Nessuno. Solo Céline.” (Testo pubblicato sul Primo Amore, poi raccolto nel volume La parete di luce, ed. Effigie 2011.)

Non ho intenzione di commentare (ma il baricentro somatico! fra il baricentro somatico e il baricentro somarico c’è una sola piccola lettera di differenza – questo dalla parte del significante, perché dalla parte del significato non c’è manco quella). Vorrei solo far riflettere sui pericoli dell’irrazionalismo (“i biondi”, “una faccia di merda”). Uno pensa che sia sufficiente delimitare l’acconcia aiuoletta in cui si desidera soggiornare per risultare ipso facto innocenti. Ma non è vero: tu cedi alle sirene dell’irrazionalismo e inaspettatamente ti trovi dove non volevi neanche andare – ti trovi dove neanche tu sai che sei. Nella fattispecie ti trovi gomito a gomito con quelli che guardano le foto degli inquisiti e commentano: ah be’, con una faccia così. Oppure, se l’immagine è normalissima, l’immagine di una persona normalissima come potrebbero essere loro stessi: però si vede che c’è qualcosa che tocca, si capisce che c’è del marcio.

(Guardiamolo, quindi, questo Giuseppe Genna: queste occhiaie, questa pappagorgia, i tratti segnati da ombre curiali, ombre di buia cancelleria di tribunale in cui si insabbiano le cause in rotoli ammucchiati dietro ante chiuse da esagonale rete metallica; guardiamole le labbra a ricciolo d’anatra di questo che sguazza nel Macero, Mondo, e spera di sfangarla, che dovrebbe proprio farcela a sfangarla, che non è del tutto sicuro ma intanto ostenta sicurezza con la sigaretta fra le dita grassocce e le unghie mangiate alla radice; guardiamola l’espressione che ha nella bocca, di quello che vuol fare il buono ma non si decide, non sa se riuscirà a persuadere, qualche volta ha come la percezione di esagerare nella recita, di esagerare col patetico; guardiamola la trepidazione che traspare, nonostante tutto. Ma soprattutto guardiamole, le guance cascanti, la glabra cotenna sottesa di soffice grasso, faccia e collo un rettangolo siculo remotamente approdato dal Vicino Oriente, gli antenati acciughe sotto sale mattina mezzogiorno e sera ma nutrito lui di troppe, oh troppe longobarde cotiche e cotechini e zamponi con fagioli bianchi o borlotti. In umido.

Ah! La chair que trop avons nourrie…

Visto? Non è poi mica difficile.)

 

 

 

RACCONTI AMERICANI: Amy Hempel, SING TO IT

Sing to it

Di Amy Hempel, raffinata e poco prolifica autrice di racconti, ho parlato qui. Dopo un silenzio più che decennale è uscita a marzo di quest’anno la nuova raccolta Sing to it. Ero curiosa di come sarebbe proseguito il percorso di questa scrittrice ora sessantottenne, etichettata minimalista, che una ammirevole capacità di sfrondare dal superfluo e di raccontare eludendo un (ormai scontato) centro narrativo e argomentativo, di circoscriverlo come il nucleo inespresso lasciato al lettore da percepire e intuire, ha portato a una rarefazione prope nihilum.

È anche salutare, di tanto in tanto, abbeverarsi a una fonte certificata e magistrale dello stile che da qualche decennio si compita nelle nostrane scuole di scrittura – e questo in un momento in cui l’ammirevole scrittura ha qualcosa dell’addio, in cui il minimalismo scompare verso il passato come un vascello risucchiato all’indietro nell’oceano del tempo, perché, come dice un recensore/ammiratore di Hempel,

“minimalist writing doesn’t tell a reader how to feel. It flat out refuses to do so. 

I think this is out of style at the moment. I think we’re in an era where many people want to consume media (books, movies, etc.) that they fully understand, and they want to feel that they fully understand that media’s creator as well. Many consumers want a clear message, and they want a clear moral stance. Ambiguity is not in style. Truly flawed characters are not well-received by wide audiences.” (qui)

Se questo è vero negli Stati Uniti, molto più lo è da noi, dove prima di essere percepiti come qualcuno, si è percepiti come qualcuno-che-sta-da-una-parte. Con effetti disastrosi.

Ma tornando all’ultima raccolta di Amy Hempel ero curiosa, così non ho aspettato la traduzione italiana ma l’ho letta in originale, performance di cui sono moderatamente orgogliosa nonostante l’esiguità dell’opera (non raggiunge le centocinquanta pagine e gli spazi bianchi abbondano). Delle circa centocinquanta pagine, le prime ottanta contengono quattordici racconti piuttosto brevi, alcuni di una o due pagine; le restanti (poco più di una sessantina) sono invece occupate da un unico racconto lungo, Cloudland. Questo crea un effetto di asimmetria, di scorretta distribuzione dei pesi che non è soltanto di superficie – come se la raccolta Sing to it fosse un contenitore di oggetti diversi, disomogenei. I racconti brevi e Cloudland devono essere considerati a parte. (Per Cloudland vedi qui)

Per i racconti brevi o brevissimi, come dice la recensente Evan Harris, “Ms. Hempel is making artifact-like texts that need fear no spoiler: They cannot be easily summarized […] and certainly not paraphrased. Their plots are tied to language so that it is impossible to comprehend them outside the thrall of Ms. Hempel’s meticulous choice of every single word.” (qui)

Che i racconti non si possano né riassumere né parafrasare dipende non da ultimo dal fatto che non presentano eventi, né singoli né in successione, ma situazioni, e che queste situazioni sono largamente da indovinare, come altrettanti enigmi in cui la figura intera sia pazientemente da ricomporre a partire da tracce distribuite con parsimonia. Lavoro da archeologo – non per niente Evan Harris parla di  “artifact-like texts”. A me fanno venire in mente i rametti di Salisburgo di cui parla Stendhal in tutt’altro contesto: rami spogli gettati nella profondità delle miniere di sale che, quando li si recupera dopo mesi, sono interamente ricoperti di cristalli baluginanti. Così, ma più lentamente, letteralmente attraverso il tempo, nei racconti di Hempel le parole si distendono, strato minerale sopra strato minerale, su una materia quotidiana e incerta, di cui si indovina la forma vaga soltanto a partire dalle sfaccettature dei poliedri.

Più concretamente: una narratrice in prima persona (dodici racconti su quattordici) è presto individuata, ma tutto ciò che va al di là – altri personaggi, loro sesso, ruolo, età, rapporti con la protagonista, luogo dell’azione o più propriamente della situazione – è oggetto di ipotesi formulate a partire da un attento esame dei pronomi personali, degli aggettivi possessivi, degli avverbi di tempo e di luogo, e di quante altre tracce l’autrice abbia voluto disseminare nelle brevi righe del testo. Proverò a tradurre un racconto di trentatré righe, sperando che la violazione del copyright passi inosservata. Il racconto si chiama Fort Bedd – e già il titolo è un (ironico) programma: io lo leggo come un gioco di parole fra “Fort Bedd” – toponimo di fantasia costruito sul modello di località fortificate, in cui ci si può trincerare per difesa, (es. Fort Alamo) – e “bed” = letto. (Esiste peraltro in Texas la contea di Fort Bend, con capoluogo Richmond). Ma magari sono completamente fuori strada.

 

FORT BEDD

La seconda “d” è muta.

Su questo, se non su altro, eravamo d’accordo.

In un appartamento oscurato sul lato ovest del parco, quando le cose andavano male, pensavo agli alberi. Volevo lillà a castagni, un pero Onward. Corniolo e acero argentato. Un faggio rosso così vecchio che la panchina costruita attorno al suo tronco è grigia e scheggiata. Gli alberi mettono radici, e pensavo che anch’io avrei potuto – se avessi avuto abbastanza alberi da cui imparare.

“Mi avvertirai,” diceva, “se comincio a dire cose strane.

“Se faccio qualcosa di strano avvertimi”, diceva.

Era incurabile: la vecchiaia non può essere curata. Per la nostra salvezza ci stringevamo l’uno all’altra nell’unico posto sicuro che conoscevamo. Nella buia stanza da letto sul retro. Fort Bedd la temperatura di aria e pelle, ci tiravamo su appoggiati a cuscini di piuma, e i carri in cerchio; ma anche i carri erano cuscini, così i confini di Fort Bedd variavano a ogni nostro movimento.

Il buio appartamento frusciava nel buio, e faceva buio anche durante il giorno.

Ci sarebbe stata luce se qualcuno avesse aperto le tende. Ma erano le sue tende, toccava a lui decidere, e preferiva tenerle chiuse. Qualche volta, quando avevamo scalciato via i cuscini e lui dormiva, mi alzavo e andavo alla finestra; scostavo i tendaggi al modo di un subacqueo dilettante che riemerga troppo in fretta: bolle d’aria nel sangue, dolore alle giunture, poi la camera iperbarica di Fort Bedd.

Dovessimo uscirne, avrei bisogno di alberi. Il giorno dopo, o un giorno qualsiasi, potrei sgattaiolare via e guidare fino a un vivaio, scegliere un albero – bene imballato nella tela di sacco – e caricarlo in macchina fino al margine di un campo dove nessuno mi vedrebbe scavare con la pala che mi sarei portata. Potrei andare a trovare l’albero che ho piantato, portare acqua se avesse bisogno di acqua. Se quell’anno ci fosse la ruggine del corniolo, potrei piantare al suo posto un abete pendulo.

Piantare siepi frangivento, boschi, una foresta, una piccola valle.

 

FORT BEDD

The second “d” is silent.

We agreed on that, if not on much else.

In a darkened apartment on the west side of the park, when things went wrong, I thought about trees. I wanted lilacs and chestnuts, an Onward pear. Dogwood and silver maple. A copper beech so old that the bench built around it is splintered and gray. Trees take root, and I thought I could too – if I had enough trees to learn from.

“You’ll tell me, “he said, “if I start to talk crazy.

“If I do something crazy, you’ll tell me,” he said.

He was incurable: old age can’t be cured. We clung to each other for safety in the only safe place we knew. In the dark back bedroom. Fort Bedd the temperarure of skin and air, we propped ourselves up on feather-filled pillows, and the wagons circled, but the wagons were pillows too, so Fort Bedd changed its borders with every move we made.

The dark apartment rustled in the dark, and it was dark in the day as well.

There would have been light if the curtains were opened. But they were his curtains to open, and he chose to keep them closed. Sometimes  when we had kicked off the pillows and he was asleep, I would walk to the window and yank back the drapes the way an amateur diver might surface too quickly: bubbles in the blood, pain in the joints, then the hyperbaric chamber of Fort Bedd.

If we were going to get through this, I would need trees. The next day, or any day, I could slip away and drive to a nursery, pick out a tree – balled and burlapped – and put it in my car and take it to the edge of a field where no one would see me dig with the shovel I brought along. I could visit the tree I planted, bring water if it needed water. If there was dogwood blight that season, I could plant Pendulum spruce instead. 

Plant windbreak, woods, a forest, a glen.

 

I personaggi sono un uomo e una donna. La donna ha la parola, racconta. Dal racconto emerge che l’uomo è anziano, insicuro, teme di dire o fare cose strane. Anche senza avanzare una diagnosi di incipiente demenza, si può ragionevolmente affermare che ha paura del mondo esterno, si ritira nell’appartamento oscurato da pesanti tendaggi, nella zona più lontana da ogni possibile scambio con l’esterno: la buia stanza da letto sul retro. Lì è salvo/sicuro.

L’allestimento della sensazione di sicurezza è teatrale e coreografico, il letto è il palcoscenico e i cuscini sono gli oggetti di scena. La luce naturale è esclusa, ma bandita è la naturalità in generale, tant’è vero che il sopravvenire di stati innaturali segna il passaggio alla situazione “Fort Bedd”: “Fort Bedd the temperarure of skin and air”. Fort Bedd è la rappresentazione fantastica di un’interiorità esasperata.

La donna non avrebbe bisogno di queste schermature. Lei non ha motivo di temere, non è esposta agli incalcolabili effetti dell’inadeguatezza: sa valutare quando una cosa è o non è strana. Tuttavia, per una specie di solidarietà, accetta di partecipare ai riti della paura: “We clung to each other for safety in the only safe place we knew. In the dark back bedroom”. Accetta di partecipare come si entrerebbe in una scena che non è la nostra. La donna non è a casa sua, deve accettare le regole dell’uomo, ad esempio riguardo alle tende che devono rimanere tirate.

La donna ha interiorizzato la solidarietà. Quando contravviene alle regole dell’uomo, ad esempio quando scosta velocemente le tende mentre l’uomo dorme, il modello è un’azione tumultuosa, precipitata, male organizzata; la cattiva coscienza la carica di ogni sorta di malessere che solo un rinnovato ritrarsi nell’atmosfera modificata di Fort Bedd può curare.

La donna ha nostalgia del fuori, della luce naturale. La naturalità le si rappresenta nella forma vivente più lontana dalla coscienza e dai suoi percorsi introvertiti, le si rappresenta come vita vegetale che si espande in rami e radici attorno (forse) a un nucleo blandissimo di autocoscienza, a una coscienza che si ignora e che per questo può mettere radici – mentre la donna non può farlo perché è catturata dall’ipertrofica e autoprotettiva coscienza dell’uomo. “If we were going to get through this,” dice la donna – se dovessimo uscirne, se (cosa improbabile) dovessimo superare questo stallo insostenibile -, “I would need trees”.

Se, rispetto all’opera complessiva di Hempel o anche più modestamente alla presente raccolta, siamo autorizzati a generalizzare e a vedere nella coscienza individuale un fenomeno in ultima analisi artificioso, per quanto abitudinario, e in definitiva destinato a sfociare in una situazione di aporia e di stallo nell’incontro-scontro con l’esterno, è una riflessione che lascerei al prossimo post, dopo che avrò cercato di analizzare il racconto lungo Cloudland. Quello che possiamo sottolineare già da adesso è l’arte con cui Hempel riesce a materializzare una situazione di angoscia – blandita perché quotidiana – apparentemente parlando d’altro, spostando negligentemente al margine, come accenni casuali e frammentari, quelle circostanze che uno scrittore meno abile e più prolisso si sarebbe affrettato a mettere al centro – senza sospettare che, così facendo, non avrebbe mostrato propriamente niente.

Questo è un esempio di come lo stile, quando è stile e non mal digerita copiatura, non sia altro che un modo unico di vedere (e mostrare) le cose. E, all’altro estremo, il non-stile (es., qui), o l’assenza affatto di stile, una più o meno sgargiante cecità.

 

 

 

 

 

IO TI GUARDO MA TU NON MI VEDI. Peripezie dello sguardo nella “Principessa di Clèves” di Madame de La Fayette

“Il giorno seguente la principessa, cercando delle occupazioni adatte al suo la-princesse--de-cl_vesstato, si recò presso un uomo, vicino a casa sua, che eseguiva lavori in seta di un tipo particolare; ci andò con l’intenzione di farne anch’essa di simili. Quando glieli ebbero mostrati, vide la porta di una stanza e, credendo che ve ne fossero altri, chiese che gliela aprissero. Il padrone rispose che non aveva la chiave e che la stanza era occupata da un uomo che veniva qualche volta, di giorno, per disegnare le belle case e i giardini che si vedevano dalle finestre. «È l’uomo di mondo più avvenente che si possa immaginare – aggiunse – e non ha l’aria di essere ridotto a guadagnarsi da vivere. Ogni volta che viene, lo vedo sempre guardare le case e i giardini; ma non lo vedo mai lavorare». Madame de Clèves ascoltava queste parole con grande attenzione. Ciò che le aveva detto Madame de Martigues, che Monsieur de Nemours si trovava qualche volta a Parigi, si legò nella sua fantasia a quest’uomo avvenente che veniva nelle vicinanze di casa sua, e vi suscitò un’immagine di Monsieur de Nemours, e di Monsieur de Nemours intento a vederla, che le procurò un turbamento confuso di cui non avrebbe saputo dire il motivo. Andò verso le finestre per vedere dove davano; scoprì che comandavano tutto il suo giardino e la facciata dell’appartamento. E, quando fu nella sua camera, non le fu difficile individuare la finestra a cui le avevano detto che veniva a mettersi quell’uomo. L’idea che potesse essere Monsieur de Nemours cambiò completamente il suo stato d’animo; quella sorta di mesta quiete che cominciava a gustare la abbandonò, si sentì inquieta e agitata. Finalmente, non potendo resistere oltre, uscì a prender l’aria nel giardino fuori dai sobborghi, dove pensava che sarebbe stata sola. Giungendovi credette di non essersi sbagliata; nulla lasciava supporre che ci fosse qualcuno e la principessa passeggiò a lungo. Dopo aver attraversato un boschetto scorse in fondo a un viale, nell’angolo più remoto del giardino, una specie di chiosco aperto su tutti i lati verso il quale si diresse. Quando fu più vicina vide un uomo sdraiato su una panchina che pareva immerso in una fantasticheria profonda, e vide che era Monsieur de Nemours. Questa vista la arrestò di colpo. Ma quelli del suo seguito fecero del rumore, che trasse Monsieur de Nemours dalla sua fantasticheria. Senza guardare chi l’avesse causato, si alzò per evitare la compagnia che veniva verso di lui e svoltò in un altro viale, facendo una riverenza molto profonda che gli impedì perfino di vedere chi salutava. Se avesse saputo cosa evitava, con quale ardore sarebbe tornato sui suoi passi; continuò invece lungo il viale e Madame de Clèves lo vide uscire da una porta secondaria dove lo aspettava la sua carrozza.”

(Madame de La Fayette, La Principessa di Clèves, 1678)

Nemours
Nemours in preda alla malinconia d’amore nel film di Delannoy del 1961

La principessa di Clèves, la volontà più pura che la letteratura conosca, è famosa per non aver ceduto alla passione per il duca di Nemours. Di non avervi ceduto non soltanto mentre il marito era in vita, ma altresì dopo la sua morte, e non per un tautologico parossismo di virtù ma per un motivo più interessante da indagare.

Per rendere più plausibile la scelta (ascetica) della sua eroina, Madame de La Fayette le inventa addirittura due motivi, ma, come viene suggerito o apertamente detto, il più importante, il vero ostacolo insormontabile, è il secondo.

Il primo è abbastanza banale: all’origine della malattia e della morte del principe marito c’è la gelosia, esasperata da una “sventatezza” di Nemours il quale, non resistendo al desiderio di vedere Madame de Clèves, crea una situazione in cui, nonostante l’assoluta innocenza della principessa, le apparenze sono contro di lei. Sposando Nemours, Madame de Clèves sposerebbe dunque, in un certo senso, l'”assassino” del marito, un assassino del quale si sente oltretutto complice perché lo ha amato e lo ama tuttora. Al netto dell’intrigo romanzesco non c’è in ciò, in fondo, che il senso di colpa dei vivi nei confronti dei morti; un senso di colpa radicato nel fatto che i morti sono morti mentre i vivi sono (ancora) vivi, e destinato a sfumare nel tempo. L’ostacolo serio è un altro. In due parole: Madame de Clèves non accetta che la sua felicità – o infelicità – dipenda da un’altra persona: che un altro sia padrone del suo destino. Cedendo alla passione (sia pure sotto le apparenze onorevoli del matrimonio) Madame de Clèves si metterebbe nelle mani di Nemours, si affiderebbe alla costanza di un sentimento. Ora, tutto intorno a lei, alla corte di Enrico II che non è diversa dalla corte di Luigi XIV che non è diversa dai più umili teatri della nostra esperienza, testimonia precisamente dell’incostanza dei sentimenti. Il rischio di perdersi è troppo alto. Quale che sia il prezzo da pagare, Madame de Clèves vuole rimanere padrona di se stessa.

In questo romanzo moderno, che alle avventure e ai peripli barocchi sostituisce gesti misurati in luoghi circoscritti, alla finta Persia di Mlle de Scudéry preferisce la Parigi storica di Enrico II, e sull’esempio del teatro classico iscrive l’azione in un tempo limitato e verosimile, lo sguardo occupa un posto di assoluta preminenza; tanto più che la passione, reciproca ma fin da subito, per Madame de Clèves, inammissibile, non ha altro canale che il cercare di cogliere – di spiare – l’altro quando questi non vede:

“Madame de Martigues venne a Coulommiers[1] come aveva promesso a Madame de Clèves. La trovò immersa in una vita assai solitaria. Anzi la principessa aveva cercato il modo di essere completamente sola e di passare la sera nei giardini senza il suo seguito. Se ne veniva nello stesso padiglione dove Monsieur de Nemours aveva spiato la sua conversazione[2]; entrava nella stanza aperta sul giardino. I domestici e le cameriere restavano nell’altra stanza o sotto il loggiato, e venivano soltanto se li chiamava. Madame de Martigues non aveva mai visto Coulommiers; fu sorpresa delle bellezze che vi trovò, e soprattutto della piacevolezza del padiglione. Lei e Madame de Clèves vi trascorrevano tutte le serate. La libertà di trovarsi sole, la notte, in un luogo così bello, prolungava all’infinito la conversazione fra le due giovani donne che ospitavano entrambe nel cuore delle passioni violente; e, benché non se le confidassero, provavano grande piacere a parlare l’una con l’altra. Madame de Martigues avrebbe lasciato malvolentieri Coulommiers se, lasciandolo, non avesse saputo che andava nel luogo dove si trovava il visdomino. Partì per Chambord dove era allora la corte.

[A Chambord Madame de Martigues celebra davanti alle dame e ai gentiluomini della corte le lodi di Coulommiers, in particolare del famoso padiglione.]

Monsieur de Nemours, che conosceva abbastanza i luoghi per capire quel che ne diceva Madame de Martigues, pensò che non sarebbe stato impossibile per lui vedervi Madame de Clèves senza essere visto da altri che da lei.

[Il duca esegue seduta stante il suo progetto, ovviamente all’insaputa dell’interessata.]

La recinzione era molto alta, e c’erano altre transenne dietro per impedire l’accesso, di modo che era abbastanza difficile riuscire a passare. Ciononostante Monsieur de Nemours ne venne a capo; non appena fu nel giardino, non gli fu difficile capire dove si trovava Madame de Clèves. Vide molte luci nella stanza del padiglione; tutte le finestre erano aperte e, scivolando lungo le recinzioni, egli si avvicinò in preda a un turbamento e a un’emozione facili da immaginare. Si pose di lato a una delle finestre, che servivano di porte, per vedere cosa facesse Madame de Clèves. Vide che era sola; ma la vide di così ammirevole bellezza che a stento poté contenere l’emozione che gli diede quella vista. Faceva caldo, e la principessa non aveva nient’altro sul capo e sul petto che i capelli negligentemente raccolti. Era su un canapè e aveva davanti a sé un tavolino su cui erano diversi cesti pieni di nastri; ne scelse alcuni, e Monsieur de Nemours notò che erano gli stessi colori che egli aveva portato al torneo. Vide che con i nastri faceva dei fiocchi attorno a un bastone da passeggio fatto con una canna d’India, un oggetto molto particolare che egli aveva portato qualche tempo e poi dato a sua sorella. E proprio dalla sorella Madame de Clèves se l’era fatto regalare, fingendo di non sapere che era stato di Monsieur de Nemours[3]. Quando ebbe finito di ornare il bastone da passeggio con una grazia e una dolcezza che le dispiegavano in viso i sentimenti che aveva nel cuore, prese un candeliere e si spostò vicino a un grande tavolo, davanti al quadro dell’assedio di Metz dov’era ritratto Monsieur de Nemours[4]; si sedette e si mise a guardare il ritratto con un’attenzione e una fantasticheria sognatrice che soltanto la passione può dare. È impossibile esprimere cosa sentì Monsieur de Nemours in quel momento. Vedere nel bel mezzo della notte, in un luogo meraviglioso, una persona che adorava, vederla senza che lei sapesse che la vedeva, e vederla tutta presa da cose che avevano a che fare con lui e con la passione che essa gli nascondeva, è cosa che non è mai stata provata o immaginata da nessun altro innamorato.”

Il duca vorrebbe approfittare di questa circostanza straordinaria per mostrarsi, ma quando dopo molte esitazioni e tentennamenti si decide ad avanzare di qualche passo, lo fa con una tale emozione che “una sciarpa che portava si impigliò nella finestra in modo tale che egli fece del rumore” e la principessa, intuendo più che vedendo l’identità dello straordinario visitatore, abbandona precipitosamente la stanza e si rifugia in quella vicina dove sono i domestici.

Anche in questa scena come nella precedente (che però, nella cronologia del romanzo, viene dopo e precede di poco la conclusione) un rumore casuale dissolve l’incanto in cui, come per una lanterna magica, l’amato o l’amata sono offerti a un’apprensione diretta, priva di filtri intenzionali o comunicativi, e tanto poco di questo mondo che è affidata al senso più immateriale è più lontano dalla concretezza e concretizzazione: la contemplazione – che ne fa immagine, spettacolo, e fa dell’innamorato non un attore ma uno spettatore. Non appena una sensazione legata all’attualità e alla materia – un rumore, il rumore che, come è noto, sveglia dal sonno e dai sogni – risucchia l’immagine nel reale, l’incanto si spezza, quella che, senza esserlo, sembrava un’occasione svanisce, ed è dunque in piena assonanza con i presupposti impliciti del romanzo che Madame de Clèves, certamente con una parte di rammarico, non si concederà mai al duca di Nemours – né come amante né come moglie.

Tuttavia mi ha sempre fatto impressione, nella scena citata in apertura, quella “riverenza molto profonda che gli impedì perfino di vedere chi salutava”. Qui ciò che annienta un progetto di felicità non è nemmeno più l’opposizione reale vs immaginario o, più propriamente, realtà vs finzione scenica; qui ciò che vanifica una possibilità che ci appare d’un tratto ben concreta è il cieco caso. E rimaniamo a chiederci cosa sarebbe successo se quella volta, in quel giardino, il duca di Nemours avesse fatto una riverenza meno profonda.

 

 

[1] La residenza di campagna, fuori Parigi, del principe e della principessa di Clèves.

[2] Si tratta dell’episodio, famosissimo, in cui il duca di Nemours, metà per intenzione e metà per caso, si trova in questo padiglione e vi è sorpreso dall’arrivo del principe e della principessa. Si nasconde e diventa così testimone della conversazione in cui Madame de Clèves supplica il marito di permetterle di allontanarsi dalla corte per non essere esposta all’attrazione che sente per un altro uomo.

[3] Le interpretazioni freudiane del bastone da passeggio sono scontate ma, come l’oggetto stesso, di corta gittata.

[4] Vedendo, a casa di un’amica, una serie di quadri che rappresentano le battaglie della recente guerra, fra cui l’assedio di Metz, a cui ha partecipato il duca di Nemours che il pittore vi ha fedelmente ritratto, Madame de Clèves, fingendo ammirazione per i dipinti, ne fa fare delle copie e le sistema nel padiglione.