COSA LEGGONO I LICEALI

Osamu Dazai

Questo dovrebbe essere un post sul romanzo Lo squalificato (Tokyo 1948) del giapponese Osamu Dazai (1909-1948), uscito in Italia per Feltrinelli nel 1962 nella traduzione dall’americano di M. Bonsanti e tuttora in catalogo nella medesima fastidiosamente antiquata e mi chiedo quanto attendibile traduzione.

Ma come sono arrivata a questo romanzo – anzi a questa prima, malridotta edizione?

Lo squalificato

Io faccio l’insegnante. Del mio mestiere odio, fra le altre cose, le verifiche orali – le cosiddette interrogazioni. Sugli argomenti che tratto ci sto abbastanza a lungo – si può dire che li sviscero, oppure che mi ripeto, dipende dai punti di vista. In ogni caso la mia idea – in un certo senso quello che mi aspetto – è che il succo della cosa entri nei ragazzi per osmosi – che finisca per essere recepito attraverso la durevole esposizione ai raggi penetrativi della parola. Odio le interrogazioni perché in esse si toccano con mano i limiti della pervasività del logos.

Volendo paragonare, come è stato fatto, i tipi umani alle specie animali è indubbio che esistano fra gli insegnanti cani da punta, cani da riporto, mastini semplici e mastini da guerra. Io mi vedo come un cane da penna che ogni tanto si ricorda di inseguire le galline, ma più spesso si distrae a guardare le mosche che volano. Amo la divagazione. Predilezione antididattica: i ragazzi faticano a tenere il nord, figuriamoci se la bussola (s)balla. Consapevole del difetto avverto: “Questa è una divagazione, non prendete appunti”; oppure: “Posso divagare?” Poiché il permesso viene sempre accordato, la domanda finisce per essere retorica.

Non stupisce il mio disamore per i libri di testo. Non li posso vedere. In sala insegnanti faccio larghi giri per evitare i rappresentanti – tanto i testi che propongono sono tutti uguali. Mi sanguina il cuore quando nelle pause fra una lezione e l’altra i ragazzi estraggono il manuale di filosofia o l’antologia di italiano (cinque corposi volumazzi per tre anni di corso) e cercano di introiettarsi spasmodicamente un paio di paragrafi. La caratteristica principale dei manuali essendo di essere comprensibili (e qualche volta persino utili) soltanto a chi quelle cose le sa già.

Mi rallegro invece, ma accade di rado, se a essere estratto non è un manuale ma un libro vero. E ancora di più quando non è una lettura assegnata dall’insegnate di italiano ma una libera scelta – addirittura il frutto di una ricerca.  È come se nell’alterità irriducibile che ti sta di fronte balenasse qualcosa di umanamente comune.

Non fa quindi meraviglia se vedendo un libro che chiaramente non era un libro di scuola, oltretutto un libro vecchio, un vecchio libro rilegato attorno al quale si creava un certo fermento, mi sono precipitata. Ed eccolo qua, l’Osamu Dazai a me del tutto sconosciuto; non così alla mia alunna di quarta che se l’è fatto arrivare dal magazzino della biblioteca di un paesone – e di Osamu Dazai ha già letto, con lo stesso sistema, Il sole si spegne. Determinazione della gioventù e lodevole organizzazione delle biblioteche di provincia.

Osamu interno

Salta fuori che Chiara B. è un’appassionata di culture orientali. A Dazai è arrivata attraverso un anime in ventiquattro episodi, Bungo Stray Dogs, nel quale, se ho ben capito, lo scrittore veste i panni di un investigatore maledetto e romantico. Anche del romanzo Lo squalificato esiste almeno una versione anime e due versioni manga. Io ho ordinato l’album di Usamaru Furuya. Sarà il primo manga della mia vita, non nascondo di sentirmi emozionata. Ma veniamo al romanzo.

Veniamo innanzitutto al titolo, bruttissimo. Uno di quei titoli che si fatica a ricordare tanto sono brutti. La soluzione americana, No longer human, mi sembra meglio. Però nell’originale la parola “squalifica” compare: Ningen Shikkaku vorrebbe dire “squalifica, decadimento dall’essere umano”, o qualcosa del genere. E verso la fine del romanzo il protagonista, internato in manicomio senza il suo esplicito assenso, dice:

“E adesso ero diventato un pazzo. Anche se m’avessero dimesso, sarei rimasto perpetuamente bollato in fronte dalla parola “pazzo”, o magari “reietto.”

Squalificato come essere umano.

Cessavo una volta per sempre d’esistere come essere umano.”

Si può dire, in effetti, che il tema del romanzo sia la distanza fra il protagonista e quella cosa misteriosa, incomprensibile, irraggiungibile che sono per lui gli esseri umani. Gli è impossibile dire perché, ma certo è che lui, Yōzō, è fatto di un’altra pasta. O forse bisognerebbe dire di nessuna pasta.

“[…] mangio moltissimo […], ma non serbo memoria, si può dire, d’averlo mai fatto per fame. […] Da bimbo, il momento più penoso della giornata era senza dubbio l’ora dei pasti, specialmente tra le pareti domestiche.

[…] Paventavo l’ora dei pasti ogni giorno di più. Me ne stavo in fondo alla tavola nella stanza scarsamente illuminata, e, tremendo da capo a piedi come se avessi freddo, mi portavo alla bocca piccoli pezzetti di cibo e li cacciavo giù. «Perché gli esseri umani debbono consumare tre pasti ogni giorno che passa? Che facce strane, solenni, fanno tutti quanti mentre mangiano! Sembra una specie di rito. Tre volte al giorno, all’ora fissata, la famiglia si raduna in questa malinconica stanza. I posti sono apparecchiati nell’ordine giusto e non conta che s’abbia o non s’abbia appetito, si mastica il cibo in silenzio, ad occhi bassi. Chissà mai? Potrebb’essere un atto di preghiera per propiziarsi gli spiriti che forse s’acquattano intorno alla casa…» A volte arrivavo al punto di formulare pensieri del genere.

In altre parole, si può dire che ancora non m’intendo per niente di come funzionano gli esseri umani. Quando scoprii che il mio concetto della felicità sembrava in pieno contrasto con quello d’ogni altra persona, fu tale l’angoscia che mi dibattei gemendo insonne nel mio letto per notti e notti di seguito. L’ansia mi spinse addirittura sull’orlo della pazzia.”

La consapevolezza di ignorare come funzionano gli esseri che gli stanno di fronte e con cui deve fare i conti – di non avere quindi idea di quali reazioni da parte sua sarebbero corrette – è per Yōzō fonte di un tale terrore che egli cerca una scappatoia nell’unico ambito che si sottrae alla logica della reazione corretta: sarà il buffone, il mattacchione, il comico – apprezzatissimo peraltro da tutti: amici e parenti, compagni e insegnanti, nessuno dei quali sospetta che egli indossi una maschera. (L’unico che senza intenzione e senza sforzo penetra il suo segreto è un compagno di classe innocente, tardo e emarginato – l’idiota per dirla con Dostoevskij, autore di cui si trovano nel romanzo anche altre tracce).

Ma dobbiamo tornare un attimo indietro: il racconto vero e proprio è costituito da tre taccuini, sorta di “storia della mia vita” di mano di Yōzō, che il curatore, nella breve cornice che li contiene, dice di aver pubblicato così come gli sono stati consegnati da una donna che lo aveva conosciuto. Il curatore – uno scrittore, Dazai stesso, che presta un gran numero di tratti anche allo stesso Yōzō – dapprima non vorrebbe accettarli, ma si lascia convincere incuriosito da tre fotografie che li accompagnano e che ritraggono Yōzō rispettivamente in un momento dell’infanzia, della prima giovinezza e, qualche anno dopo, della piena decadenza. 

Ciò che colpisce il curatore nelle tre fotografie (in particolare nelle prime due) è una strana discrepanza fra quello che l’espressione del viso vorrebbe suggerire e un’assenza, una specie di vacuum che c’è sotto:

[…] quanto più scruti la faccia sorridente del bambino, tanto più ti senti formicolare nell’ossa un indescrivibile, inenarrabile orrore. T’accorgi che in realtà non è affatto una faccia sorridente. Il ragazzo non ha l’ombra di un sorriso. Se ne vuoi la riprova, guarda i suoi pugni stretti e rigidi. Nessun essere umano può sorridere coi pugni serrati a quel modo. È una scimmia. Il ceffo sogghignate di una scimmia. E il sorriso non è che una crespa di rughe repellenti.”

La seconda istantanea ritrae un giovane “d’una straordinaria bellezza”:

“Eppure anche qui, non si sa perché, il viso non riesce a dare l’impressione d’appartenere a un essere umano vivo. […] E sorride ancora, […] ma con un sorrisetto leggermente astuto. Eppure non è proprio il sorriso di un essere umano: difetta affatto di concretezza, di tutto ciò che si potrebbe chiamare ‘densità sanguigna’ o magari ‘solidità dell’esistenza umana’ – non ha neppure un peso da uccello. Non è che un foglio di carta bianca, leggero come una piuma – e sorride. Questo ritratto, insomma, dà il senso d’una artificiosità assoluta.”

Quanto all’ultima fotografia, “è la più mostruosa di tutte”:

[…] questa volta non sorride. È assente la pur minima espressione. […] la faccia non è soltanto priva d’espressione, ma perfino incapace di lasciare un ricordo. Non ha personalità. Basta soltanto ch’io chiuda gli occhi dopo averla guardata perché la dimentichi. […] Credo che perfino una maschera mortuaria serberebbe un po’ più d’espressione, lascerebbe un po’ più di ricordo. Quell’effigie richiama semmai un corpo umano al quale si sia attaccata la testa d’un cavallo.”

Se vogliamo parlare di squalifica dall’umano, direi che è raggiunta.

Del percorso di Yōzō dai terrori presaghi dell’infanzia alla perdita del carattere di persona – percorso che si snoda, come da manuale, attraverso le tappe della dissolutezza, dell’alcoolismo e della dipendenza da morfina – vorrei evidenziare alcuni momenti o caratteristiche. Prima di tutto i ritratti di spettri. Takeichi, l’amico “ipodotato” che ha indovinato la sua impostura, gli porta un giorno la riproduzione di un autoritratto di Van Gogh dicendo che quello è senza dubbio il ritratto di uno spettro. Per Yōzō, che pure conosce Van Gogh e, diversamente da Takeichi, è in grado di identificare il dipinto, è un’illuminazione:

“Ci sono degli individui il cui terrore degli esseri umani è talmente morboso, che arrivano addirittura ad anelare di vedere coi propri occhi dei mostri di forme sempre più orrende. […] Pittori che hanno avuto questa mentalità, dopo ripetute intimidazioni e ferite inferte dalle apparizioni chiamate esseri umani, finirono spesso per credere ai fantasmi: perché videro nitidamente mostri in pieno giorno, nel bel mezzo della natura. […] Aveva ragione Takeichi: quelli lì non si erano peritati di dipingere ritratti di diavoli. Ecco, pensai, questi saranno i miei amici futuri. Ero talmente eccitato che per poco non piansi.

«Anch’io dipingerò. Dipingerò ritratti di spettri e diavoli e cavalli usciti dall’inferno»”

Yōzō in effetti dipinge: dipinge una serie di autoritratti che sono autentici “ritratti di spettri”: dipinge non tanto le mostruosità che vede negli altri, o “nel bel mezzo della natura”, ma quelle che vede in sé. Custodisce gelosamente quei dipinti e non li mostra a nessuno tranne a Takeichi. 

È come se in Yōzō l’imprinting originario non fosse andato a buon fine: egli non si riconosce come affiliato al genere umano; infatti l’immagine di sé che restituisce negli autoritratti è l’immagine di uno spettro, di un essere con caratteristiche mostruose: “Quelle pitture erano talmente strazianti che ne sbalordivo io per primo. Ecco il mio vero io, che avevo disperatamente nascosto.”

Il secondo punto che vorrei toccare è la questione delle donne. “Ho sempre trovato la femmina del genere umano mille volte più difficile da comprendere del maschio” scrive Yōzō; e continua: “Credo che non sarebbe per nulla esagerato dire che dall’infanzia all’adolescenza ebbi unicamente delle ragazze per compagne di giuoco. Era nondimeno con un’impressione parecchio analoga a quella di camminare su una lastra sottile di ghiaccio, che frequentavo quelle ragazze.” Rimane il fatto che le donne, e non gli uomini, gli testimonieranno interesse, amore, attaccamento, abnegazione. Delle due predizioni che gli fa Takeichi – che sarà amato da molte donne e che diventerà un pittore famoso – soltanto la prima si realizza. 

Sarà amato da molte donne ma lui stesso incapace di amore; e d’altronde la capacità di amare non è caratteristica degli spettri. La predilezione di cui è oggetto da parte delle donne – come se indovinassero, al di là della sua bellezza, i terrori nascosti e la passività che gliene deriva, ma proprio per questo anche una specie di innocenza, un’incapacità di nuocere veramente – è in opposizione alla soggezione e al disprezzo in cui lo tengono gli uomini. Dal padre (vera statua del Commendatore nella sua distanza e granitica inflessibilità), al tirapiedi Pescepiatto, al mefistofelico amico Horiki, tutte le figure maschili sono negative. È fin troppo facile vedere in esse le istanze di una società alla cui ipocrisia Yōzō non è in grado di adeguarsi. Tuttavia nemmeno la critica sociale può essere il suo punto: la breve militanza nel partito comunista clandestino scivola immediatamente nell’impostura che è la modalità di fondo dei rapporti di Yōzō col prossimo: “Quelle anime semplici si figuravano, chissà mai, ch’io fossi un’anima semplice al pari di loro – un compagno ottimista, ridanciano – ma se questo era il loro punto di vista, io li ingannavo completamente. Non ero un loro compagno.” E ancora: “Sono sicuro che se i veri credenti nel marxismo avessero scoperto a che cosa Horiki ed io c’interessavamo realmente, sarebbero montati su tutte le furie e ci avrebbero espulsi su due piedi come vili traditori.” L’esperienza “politica” assume fin dall’inizio un tono da operetta; d’altra parte il riscatto collettivo non può rappresentare una soluzione per qualcuno il cui problema esistenziale consiste precisamente nella separazione netta fra il proprio sé e tutti gli altri.  

Una possibilità di salvezza si spalanca invece a Yōzō, inaspettatamente, grazie alla donna che sposerà: Yoshiko, fanciulla il cui candore e la cui innocenza sconfinano in un’ingenuità perfino eccessiva, che ne fa la controparte femminile dell’ “idiota” Takeichi. Anche Yoshiko è, per quel che posso giudicare, un personaggio di stampo dostoevskijano:

“M’ero sempre immaginato che la bellezza della verginità fosse nient’altro che la dolce, la sentimentale illusione dei poeti stolti, mentre è davvero viva e vitale in questo mondo. Ci saremmo sposati. In primavera saremmo partiti insieme in bicicletta per veder le cascate entro cornici di foglie verdi”.

“Le cascate entro cornici di foglie verdi” è l’unico esempio nel romanzo di “cosa buona”, di fenomeno che sfugge alla distorsione e deformazione degli “spettri”, senza per questo cadere nello “stile convenzionale delle cosette ‘fini'” che Yōzō disprezza nella pittura accademica e che è il simbolo delle stucchevoli idées reçues su cui si fonda la civile convivenza.

La vita buona alla quale la bontà illimitata di Yoshiko quasi costringe Yōzō (non beve più, lavora seriamente, comincia a intravedere le cascate entro cornici di foglie verdi), è interrotta e vanificata dalla ricomparsa di Horiki, colui che invariabilmente trascina Yōzō verso l’alcool e l’autodistruzione, pur rimanendone egli stesso stranamente indenne:

“E poi, proprio quando cominciavo a carezzare in petto un barlume della dolce evenienza che forse un giorno mi sarei trasformato in un essere umano, e che mi verrebbe risparmiata la necessità d’una orribile morte, riecco saltar fuori Horiki.”

Questo personaggio, cui sembra quasi impossibile non attribuire un ruolo diabolico, è il mio terzo punto. Horiki, se è colui che travia Yōzō, se alla fine lo cerca appositamente per distruggere il seme di umanità che potrebbe germogliare e sconfiggere gli spettri della sofferenza nichilista, ha però buon gioco a insediarsi nel vuoto che la debolezza scava nell’anima di Yōzō. Una debolezza, direi, di un genere particolare: l’incapacità di determinare, per sé, una forma che sia umana e non “spettrale”; una debolezza che lo rende dipendente dal primo mascalzone un po’ deciso che incontra – Horiki appunto – purché abbia almeno l’aria di smarcarsi dallo “stile convenzionale delle cosette ‘fini'”. L’angoscia esistenziale di Yōzō in altre parole non conosce la chance difficile ma (dicono) costruttiva della libertà. Per lui, un qualsiasi tipo di umanesimo dev’essere qualcosa che si riceve. Di qui la dipendenza psicologica e emotiva da Horiki, il tipo umano almeno apparentemente “forte” – dipendenza che diventa evidente, in modo lancinante, in una delle ultime scene, quando Horiki “collabora” a far internare Yōzō:

“Horiki si mise a sedere di fronte a me, e con un mite sorriso di cui non gli avevo mai visto l’eguale sulla faccia, mi disse: «Son venuto a sapere che hai sputato sangue». Mi sentii così grato, così felice di quel mite sorriso, che girai a testa e piansi. Rimasi totalmente sconvolto e annientato da quell’unico mite sorriso.”

Parecchie altre cose rimarrebbero da dire: ad esempio il carattere autobiografico del romanzo: difficoltà con la famiglia, tentativi di suicidio (per Dazai l’ultimo, nel 1948, avrà successo), alcoolismo, tubercolosi. Oppure una certa predisposizione dell’opera stessa ad essere rielaborata come manga o come anime. O ancora la discrepanza fra il modo in cui Yōzō si vede e si dipinge nei tre taccuini e la frase finale del romanzo, in cui la donna che l’ha conosciuto condensa il suo giudizio su di lui: “Era un angelo”. Lascio queste cose, ed altre, come suggestioni agli eventuali lettori, ai quali consiglio di cercare il libro in una biblioteca (ne hanno quasi tutte una copia, magari in magazzino), ma non di comprarlo, perché non bisogna sostenere una casa editrice che riempie le librerie di schifezze ma non ritiene necessario investire in nuove e più attendibili traduzioni di importanti opere straniere. 

8 pensieri riguardo “COSA LEGGONO I LICEALI”

  1. Un’analisi bella, interessante, impostata in modo originale e scritta meravigliosamente bene. Capace di scavare a fondo negli aspetti psicologici dei personaggi. L’autore non lo conosco, ma non è la prima volta che mi conduci per mano nei territori (per me inesplorati) della letteratura orientale, dandomi la possibilità di farmi almeno un’idea in proposito. Insomma, il tempo speso per leggerti è sempre speso bene, come sempre e più di sempre.

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    1. Grazie Alessandra, sei molto gentile. Apprezzo particolarmente le tue parole in un periodo di grande stanchezza e molti dubbi. Passerà. Intanto continuiamo a leggere e a leggerci. Grazie ancora e a presto.

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  2. Proverò a cercare il romanzo; hai, come al solito, mosso la mia curiosità. Dici di non essere una prof. da diporto ma , visto l’interesse che riesci a suscitare con le tue recensioni, sarai propensa a credere che le tue divagazioni in classe non siano affatto infruttose.

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    1. Il romanzo vale la pena. Vorrei anche rileggerlo perché di troppe cose mi è rimasta un’impressione solo superficiale, ma al solito: altre letture urgono, quindi probabilmente non lo farò. A meno che, più avanti, non mi dedichi unicamente alla letteratura giapponese e a cercare di definire lo “scarto” rispetto alla nostra…
      Per le divagazioni, non so. Difficile dire quanto i ragazzi autorizzino se stessi ad andare oltre la scuola in orario scolastico. Insomma a vedere nella scuola qualcosa che non sia unicamente la scuola. Mentre la divagazione deve fare per forza riferimento a un contesto più ampio.

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  3. Credo che sarai adorata dai tuoi alunni, tanta è la passione e il genio che profondi. Anche io insegno, ma per non rivelarmi, un po’ come Yozo, ho scelto di insegnare Storia dell’Arte. Non so cosa sono, forse un mastino da guerra, ma solo nelle spiegazioni, anch’io non amo interrogare. Oppure, la verifica ha molti modi di essere, il principe dei quali è l’interesse che attivi, come nel caso di questo post.

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