UN SOGNO

Se mi guardo indietro devo constatare che la mia vita sentimentale è stata piuttosto piatta. Nondimeno ho avuto le mie storie, i miei amori.

Fa strano, a pensarci, vedere quante figure maschili siano cadute nell’indifferenza, abbiano perso ogni malinconica tridimensionalità.

Non tutte però: ce n’è una che resiste. Incistata in un angolo dell’incoscienza notturna si prende la sua rivincita poco prima dell’alba, nell’ultimo sonno, quando i sogni dicono facili verità e noi, per interposta persona, ci vendichiamo su noi stessi del modo in cui siamo.

Non so perché sia sempre lui che si presenta, a distanza di mesi o di anni. Cioè: non so perché sia sempre lui che il mio disappunto, a distanza di mesi e di anni, sceglie per notificarmi che ho fallito.

Non è la sua persona. Lo so perché quando mi capita di incontrarlo alla luce del giorno l’impossibilità fugace che fu è la stessa, immutata. Eppure.

Eppure, nel sogno, mi umilia. Nel sogno il mio desiderio più autentico è dichiarare il tempo trascorso, con tutto ciò che contiene, nullo e non avvenuto. Cioè no: lasciare che sia avvenuto poiché il tempo, nei fatti, è trascorso; ma dichiararlo un errore e riprendere come da un’interruzione.

Non so perché. Lo struggimento onirico dell’alba non dura, si disfa alla luce. Credo che sia come il frutto di una stanchezza, un desiderio di riposo.

L’altra notte è comparso di nuovo. Come spesso nei sogni c’erano edifici comunicanti e teorie di stanze bianche in cui non si è sicuri di abitare. Finalmente ce ne districavamo lasciando indietro, nelle stanze, legami più recenti. Andavamo con sicurezza verso la dimora eletta per noi.

Pensa, dicevo, dopo trentacinque anni…

Il conto era preciso. Facendolo, mi sono resa conto di quanto ero vecchia e mi sono svegliata.

UNE ODEUR DE FOSSE AU PRINTEMPS. Gaspard de la nuit in primavera

Gaspard 2

Nelle giornate fredde di alta pressione, quali ce ne sono state ultimamente, in pianura e in collina sale l’odore di fogna. Si diffonde dappertutto, come se i condotti si destassero al tempo fine e asciutto e rimestassero la materia che ristagna, giudicando sconveniente che rimanga celata.

Dev’essere un rito antico e primaverile, una rivincita del rimosso fecale indipendente dalle moderne canalizzazioni, se è vero che Aloysius Bertrand ne parla già nel 1836 nel suo Gaspard de la nuit.

Aloysius Bertrand – poetizzazione del più comune Louis Bertrand – nacque nel 1807 a Ceva, in Piemonte, da padre ufficiale della gendarmeria napoleonica e madre piemontese. Al crollo dell’Impero la famiglia si trasferì a Digione, antica capitale decaduta dei Duchi di Borgogna, dove Aloysius poté alimentare a piacere il gusto romantico per le memorie gotiche. Fu l’autore di un unico libro, Gaspard de la nuit, una raccolta di poesie in prosa finemente e maniacalmente cesellate il cui manoscritto, se crediamo a quel che ne dice Aloysius nella lunga introduzione, gli fu consegnato da un povero diavolo in abiti lisi, artista girovago o poeta in cerca di editore, che si rivelerà essere il Diavolo con la maiuscola (ma un Diavolo sui generis, dal momento che spera di poter un giorno sedere sotto lo sguardo di Dio di fianco alla fanciulla, ovviamente deceduta, che ha amato). Gaspard de la nuit non è infatti, propriamente, il titolo, bensì l’autore di queste Fantasie alla maniera di Rembrandt e di Callot, di cui Bertrand si presenta ironicamente come il semplice curatore.

Come ogni scrittore di belle speranze, Aloysius Bertrand lascia la provincia per Parigi, dove lo troviamo intorno al 1828 e dove, a sentire Sainte-Beuve, conduce la vita solitaria, anche perché povera, del poeta fantasioso e fantastico. Continua a lavorare alle poesie in prosa, desidera farne qualcosa di squisito. Nel 1836 finisce per trovare, cosa rara, un editore che compra il manoscritto del Gaspard. Lo compra ma, per vari motivi, non lo stampa. Bertrand morirà nel 1841 di tubercolosi all’ospizio Necker senza avere visto un’edizione della sua opera, che sarà pubblicata postuma l’anno seguente soltanto grazie all’interessamento di un amico e ai buoni uffici di Sainte-Beuve. Il quale peraltro, nella lunga Nota introduttiva, dice un sacco di cose carine su Bertrand ma lo relega nel secondo o terzo piano dei romantici minori che avrebbero voluto essere Victor Hugo e non ci sono riusciti. Baudelaire avrà grande stima di lui e confesserà che l’idea dei suoi propri poèmes en prose (Le Spleen de Paris) gli è venuta leggendo Bertrand. Ma più in generale bisognerà attendere il Novecento perché il poeta abbia il riconoscimento che gli spetta.

Poiché, da che ho memoria, la grandezza insopportabilmente francese (cioè insopportabilmente retorica) di Victor Hugo mi scatena reazioni allergiche, è al Gaspard de la Nuit e non a Victor Hugo che penso più spesso; e in quest’inizio fognario di primavera vi offro la traduzione della

PARTENZA PER IL SABBA

Si alzò di notte, e accendendo un po’ di candela prese un  intruglio e si unse, poi, con qualche parola, fu trasportata al sabba.

Jean Bodin. – Della Demonomania delle streghe.

Erano lì in una dozzina a mangiare la zuppa di birra, e ciascuno di loro aveva per cucchiaio l’osso dell’avambraccio di un morto.

Il camino era rosso di bragia, gli stoppini delle candele si ispessivano nel fumo e dai piatti saliva un odore di fogna in primavera.

E ogni volta che Maribas rideva o piangeva si sentiva come gemere un archetto sulle tre corde di un violino sfasciato.

In tutto ciò il mercenario aprì diabolicamente sul tavolo, alla luce del sego, un libro di magia su cui venne a dibattersi pazzamente una mosca strinata.

La mosca ronzava ancora quando, col suo ventre enorme e peloso, un ragno scalò la costa del volume magico.

Ma già streghe e stregoni erano volati via attraverso il camino, a cavalcioni chi di una scopa, chi delle molle, e Maribas del manico della padella.

 

“dai piatti saliva un odore di fogna in primavera”. Degna di streghe e stregoni questa commistione dell’alto e del basso, degli alimenti e delle feci, della bocca e dell’ano. Ma io ci trovo qualcos’altro. Ci trovo un’allusione a un mondo simile al nostro ma un po’ diverso, un mondo in qualche modo diminuito, un mondo dopo la morte. Dove le cose sembrano più o meno le stesse ma la zuppa nei piatti, se la assaggi, ha un sapore amaro, immangiabile, come il fegato dei conigli che bisognava buttare via se per caso, mentre li pulivi, si rompeva la cistifellea.

 

maribas

P.S.: Non chiedetemi chi è Maribas. Non ho mai potuto appurarlo. Il disegno è dello stesso Bertrand, che ne aveva approntati diversi come indicazioni per un futuro illustratore della sua raccolta.

 

 

 

 

 

 

 

LA QUESTIONE DELLA LINGUA 3. Pleonasmi.

Questo sarà un articolo breve ma noiosissimo. Un articolo su una questione di grammatica. Servirà soprattutto a chiarirmi le idee e a spiegarmi perché certe espressioni mi fanno letteralmente saltare sulla sedia ma, a quanto pare, hanno questo effetto soltanto su di me. Esagerazione (mia) o decadenza (dei costumi)? È quello che vorrei cercare di stabilire.

Si tratta, come suggerito nel titolo, di certi pleonasmi. Di certi, non di tutti. Secondo la definizione del Vocabolario Treccani, un pleonasmo è una “espressione sovrabbondante, formata con l’aggiunta di una o più parole non necessarie dal punto di vista grammaticale o concettuale”. Il famoso “a me mi”, o “ma però”, o anche “uscire fuori” e simili. “Frequente nel linguaggio familiare”, continua il Vocabolario, “si può trovare anche nella lingua letteraria e non implica di per sé una violazione di regole grammaticali.”

Non implica di per sé una violazione di regole grammaticali. E però.

E però mi pare che convenga fare qualche distinzione. I pleonasmi di cui vorrei parlare riguardano l’uso sovrabbondante e non necessario di pronomi personali.

Prendiamo i casi più semplici: nella frase Mario l’ho visto ieri abbiamo uno stesso complemento oggetto espresso due volte, una volta dal nome Mario e una seconda volta dal pronome lo. Naturalmente questa frase è perfettamente corretta. La ripresa, attraverso il pronome, di un complemento oggetto già espresso dal nome è resa necessaria dal fatto che, per enfatizzare il complemento oggetto (è Mario che ho visto ieri, e non qualcun altro), lo metto in inizio di frase, dove normalmente non starebbe; quindi lo riprendo con un pronome che sta esattamente dove deve stare. Anche la frase L’ho visto ieri, Mario non crea problemi, poiché la ripetizione del complemento oggetto (prima come pronome poi come nome) obbedisce a una necessità di enfasi o di espressività.

Spostiamo ora l’attenzione dal complemento oggetto a un altro complemento; per esempio, ma è solo un esempio, il complemento di argomento: Di questo problema ne abbiamo già parlato è frase che si sente (e purtroppo si legge) senza che nessuno se ne adombri. È senz’altro poco elegante, il ne pleonastico è del tutto ingiustificato, dal momento che iniziare una frase con un complemento di argomento per creare un effetto di enfasi è perfettamente corretto e non necessita di ripresa attraverso un pronome (in altre parole io posso benissimo dire Di questo problema abbiamo già parlato senza che ci sia la sia pur minima variazione di senso); insomma la frase è brutta e fa ruspante, ma va be’, mettiamo il pleonasmo in conto all’espressività e passiamo oltre.

Guardiamo invece ora, se vi piace, cosa succede ai pronomi personali pleonastici nelle dipendenti relative. Prendiamo la frase: Questo è un ragazzo che conosco molto bene. In questa frase, che è pronome relativo complemento oggetto. Riprenderlo attraverso un pronome personale – quando non sia per produrre l’effetto stilistico di una frase sgrammaticata – è uso del tutto errato: Questo è un ragazzo che lo conosco molto bene non si dice, e, a maggior ragione, non si scrive. E non si dice e non si scrive perché, se aggiungo il pronome lo, il mio relativo che non si capisce più cosa sia (una congiunzione popolar-polivalente? Come il dove di mia suocera che per un periodo sostituì, da solo, tutte le congiunzioni subordinanti).

In effetti, una frase come Questo è un ragazzo che lo conosco molto bene normalmente non si trova in testi che, comunque, si vogliono di un certo livello. Capita invece spessissimo trovare frasi come la seguente, presa da un articolo recentemente pubblicato su un noto blog di approfondimento culturale:

“Sentimento percepito come qualcosa di altro dall’individuo, ma che l’individuo stesso genera e da cui ne è, in qualche modo, governato.”

A me quel da cui ne è mi fa saltare sulla sedia. Reazione sicuramente esagerata. E però.

Abbiamo davanti una relativa introdotta da un da cui complemento d’agente che viene immediatamente ripetuto da un pronome personale ne con identica funzione. È un ircocervo, un mostriciattolo sintattico formato dalla fusione di due frasi distinte e disomogenee: una subordinata, “che l’individuo stesso genera e da cui è in qualche modo governato”, e una principale, “che l’individuo stesso genera. Egli ne è, in qualche modo, governato”.

Quisquilie, bazzecole? Può darsi.