RACCONTI AMERICANI: AMY HEMPEL

Hempel

Amy Hempel, Ragioni per vivere. Tutti i racconti, Mondadori 2009, attualmente non disponibile.

È per me una scrittrice difficile, tuttavia sono molto contenta di aver letto Amy Hempel perché mi pare che con lei uno almeno dei percorsi della short story americana, e forse il più interessante, sia giunto all’estremo sviluppo e al limite delle sue possibilità.

Dell’estremo, la prosa di Hempel ha la perfezione, la rarefazione, il gelo che oppone a chi cerca un’immediata evidenza di senso, la rielaborazione della realtà secondo un logos. Hempel pubblica i primi racconti qualche anno prima della prematura scomparsa di Raymond Carver, e di Gordon Lish, il famoso/famigerato editor di Carver, ha seguito i laboratori di scrittura a New York[1]. Con lei il cosiddetto minimalismo non si accontenta di sfrondare la retorica dei sentimenti – quei sentimenti che la gente crede di dover provare in determinate circostanze e dunque, per senso del dovere, si convince di provare, sostenuta in questo da una produzione di intrattenimento di massa, letteraria e non – ma avanza a eliminare la gran parte dei nessi logici: di quelle griglie di connessioni che per abitudine sovrapponiamo alla realtà in un malinteso (e malfunzionante) tentativo di spiegarla. La prosa di Hempel ha in un certo senso l’ambizione di fondersi direttamente con la realtà (il che è ben più difficile di quanto normalmente si immagini) per restituirla priva di filtri preconcetti. È un procedimento che, detto così, potrebbe apparire di matrice surrealista, senonché la realtà, negli ultimi trent’anni e negli Stati Uniti, non sembra intrattenere col soggetto i sotterranei e rassicuranti rapporti che intratteneva a Parigi negli anni Venti e che in fondo miravano a consolidarlo, traghettandolo sano e salvo oltre la crisi e l’affossamento della cultura borghese[2]. Parrebbe invece che la realtà di Hempel domandi una costante limatura, fin quasi all’eliminazione, delle istanze caratteristiche del soggetto (intenzionalità, progetti, volizioni, sentimenti), al quale, neanche fosse un camaleonte del racconto Spunta il giorno[3], si richiede di mimetizzarsi con le circostanze (situazioni, paesaggi, stanze, eventi minimi o massimi) e, in fondo, di scomparire in esse.

Amy Hempel (Chicago 1951) ha pubblicato dal 1985 al 2005 quattro raccolte di racconti: Ragioni per vivere, Alle porte del regno animale, Rientrata, Il cane del matrimonio, riunite nel 2006 nel volume The Collected Stories che ha così il pregio di presentare sotto un’unica copertina quella che al momento è la non abbondantissima opera omnia di questa scrittrice. In Italia The Collected Stories è stato pubblicato nel 2009 da Mondadori col titolo: Ragioni per vivere. Tutti i racconti. Il 10 gennaio 2019 la stessa raccolta uscirà per SEM, sempre nella traduzione di Silvia Pareschi[4]. Il 26 marzo prossimo uscirà negli Stati Uniti la nuova raccolta Sing to it.

Nel paragrafo conclusivo del racconto Il cane del matrimonio, inserito nella raccolta omonima, la narratrice parla di un videotape che rivede spesso, girato dall’ex marito quando il loro cane era piccolo:

“Vedo il mirino percorrere tutta la distesa del prato, una di quelle riprese panoramiche che si trovano sempre nei film, dove lo scopo è preparare il pubblico all’imminente rivelazione, ma solo se saranno tutti molto molto bravi, e molto molto pazienti, e aspetteranno, con assoluta speranza, gli sviluppi della storia inventata.”

Il pubblico di Amy Hempel deve esercitarsi a essere molto bravo e molto paziente, deve coltivare l’assoluta speranza con l’intensità di una virtù teologale, e rischierà comunque di vederla delusa e di aspettare inutilmente “gli sviluppi futuri della storia inventata”. Nel racconto citato, la narratrice ha smarrito il suo cane. Per recuperarlo interpella ben tre sensitive specializzate nel reperimento tracce animali smarriti, ma il lettore non saprà mai se il cane sarà o no ritrovato, né se il marito ugualmente smarrito ritroverà la via di casa e, in caso non la ritrovi, se e in che modo la narratrice se ne farà una ragione. Sembra che Hempel abbia un problema sia con gli “sviluppi futuri” che con la “storia inventata”. In un altro punto del medesimo racconto la narratrice (la stessa? un’altra?), che lavora in un centro di allevamento e addestramento di cani per ciechi, dice:

“Tutti vogliono sapere come fai, come riesci ad allevare un cane e addestrarlo per un anno e mezzo per poi cederlo. Perché i cani non è solo che li ami: ti innamori di loro. Una storia d’amore comincia con un’illusione. Per esempio, che l’amato sarà sempre con te. Queste storie d’amore, invece, cominciano con lo struggimento per un futuro che non sarà condiviso. Ottimo addestramento. Questo è un lavoro un po’ zen, perché richiede di trovare soddisfazione nel presente e cedere l’oggetto del tuo amore a chi ne ha più bisogno di te.”

Il partito preso narrativo di Hempel è un po’ zen: è un partito preso per il presente – su cui riverberano, come per un’illuminazione obliqua, fasci di luce dal passato. Ma gli sviluppi futuri, cioè il convergere dell’ordito verso una conclusione, rimangono fuori dal suo orizzonte.

Una rinuncia programmatica che ha qualcosa a che fare con la “storia inventata”. Dallo stesso racconto: “Claire, la mia ex vicina, disse che avrebbe scritto a Lynne se le avessi dato il suo nuovo indirizzo. Mi chiese: «Come sta?». E io risposi: «È la sua storia, adesso».” In altre parole: il personaggio di un racconto, richiesto da un altro personaggio di fornirgli informazioni su un terzo, indica uno spazio fuori dal racconto, cioè fuori dalla finzione narrativa, come l’unico spazio in cui un ulteriore sviluppo del racconto è pensabile.

I racconti di Hempel non hanno (non vogliono avere) l’aria di storie inventate. Non semplicemente nel senso del tacito accordo fra autore e lettore, in base al quale il secondo fa finta di credere che quello che legge sia reale, pur sapendo che non lo è – accordo che era alla base della finzione classica e che il postmodernismo ha minato tematizzandone precisamente le strategie. Hempel, a mio parere, va più in là del postmodernismo, potremmo dire che lo sorpassa a destra: la qualità letteraria dei suoi racconti consiste nell’impressione, ovviamente errata, che non vi sia letteratura. Un obiettivo del genere richiede come prima cosa la disarticolazione del senso. Se si assume che il compito della letteratura è dare un senso qualunque all’esperienza, questo obiettivo viene raggiunto da Hempel passando attraverso la constatazione primaria e nemmeno discussa che l’esperienza in sé non ne evidenzia alcuno. Non a caso Rick Moody avvicina la voce di Hempel a quella di Kleist o di Čechov. Siamo invece molto lontani (sia in termini di anni che di chilometri) dalla famosa radice di castagno di sartriana memoria, con il suo seguito di nausee redente da impalcatura filosofica, che nel frattempo ha perso i puntelli. Nessuna nausea in Hempel, anzi spesso, perché no, il contrario – il che equivale a dire: nessun partito preso – ma soprattutto nessun puntello a sostenerlo.

Creare nel e attraverso il racconto un qualche tipo di senso (vale a dire un qualche tipo di soddisfazione nel lettore) senza ricorrere, apparentemente almeno, alla letteratura, è una sfida ardua che si gioca tutta sul margine: sul margine della realtà e sul margine dello stile. Hempel non prende mai le cose di petto. Il procedimento narrativo è tangenziale: quello che dovrebbe essere il punto del racconto viene sfiorato, magari ripetutamente, ma soltanto sfiorato. Tutta l’attenzione si concentra sulle circostanze, nel senso di ciò che sta intorno, e che il più delle volte è un dettaglio banale, in sé tutto fuorché significativo, irritante a forza di essere indifferente:

“Sul New Jersey Turnpike, nell’area di sosta Walt Whitman una scatola di cracker a forma di animale costa quasi due dollari.

Una cosa che non sapevo: tenendo i finestrini aperti si consuma più benzina che viaggiando con l’aria condizionata accesa.

La radio ha annunciato che Dorothy Love Coates è morta oggi. Ma io non sapevo nemmeno che fosse viva.”[5]

Il punto del racconto – il suo senso – deve emergere come la forma – in sé inespressa – delimitata e disegnata dalle circostanze. Lo stesso, a monte anche del senso, vale per la cosiddetta trama. Più che di trama sembrerebbe il caso di parlare di azione in senso quasi teatrale: una scena in cui si muovono alcuni personaggi, la registrazione di eventi per lo più minimi. L’evento significativo, che ha scatenato la crisi, è già avvenuto; il lettore lo ricostruisce approssimativamente da indizi disseminati con parsimonia senza riguardo all’ordine cronologico; il racconto si muove nella direzione di uno sbocco, eventualmente di una risoluzione, che però rimane fuori campo, oltre la conclusione del racconto.

È chiaro che molta, moltissima parte del successo di questo procedimento narrativo si gioca sullo stile, che ha quel carattere piano e apparentemente naturale che è il risultato del massimo dell’artificio, inteso come arte. Nella prosa di Amy Hempel il senso appare, e deve apparire, niente più che come una modulazione, un’increspatura dell’indifferente: “It’s all about the sentences. It’s about the way the sentences move in the paragraphs. It’s about rhythm. It’s about ambiguity. It’s about the way emotion, in difficult circumstances, gets captured in language.”, così comincia l’introduzione di Rick Moody all’edizione americana delle Collected Stories (che Mondadori si è ben guardato dall’inserire nell’edizione italiana). Stando così le cose, è parimenti chiaro che una parte, anche consistente, del fascino rischia di andare perduta nella traduzione. Purtroppo la mia insufficiente familiarità con l’inglese non mi permetteva di leggere la raccolta in originale (non in tempi ragionevoli), tuttavia – soprattutto dove la traduzione mi convinceva poco – ho consultato, anche per interi racconti, l’edizione americana; e benché non si possano imputare alla traduzione di Pareschi errori e forse nemmeno inesattezze, devo dire che il testo originale è incomparabilmente più incisivo[6]. Se il gap sia fisiologico o possa essere almeno in parte colmato da una nuova e migliore (?) traduzione, è questione che non sono in grado di risolvere.

Se il pregio maggiore dei racconti di Hempel mi appare, come ho detto, nel loro delimitare un nucleo di senso che rimane però inespresso, puramente intuibile, una forma vuota di cui le parole si limitano a disegnare i contorni, devo però aggiungere che talvolta, soprattutto nelle prime raccolte, l’autrice cede alla tentazione della conclusione esplicita, della frase quasi gnomica che rischia di rovinare tutto. Così ad esempio nel racconto, per altro notevole, Dove sei più donna (The Most Girl Part of You), dalla raccolta Alle porte del regno animale:

“E a questo punto la finiamo con gli scherzi; del tutto. Ci sdraiamo sul divano, dimenandoci come vermi nella cenere.

Non mi sento pronta, ma ecco cosa escogito: è un ragazzo senza madre.

Guardo oltre la mia esitazione, e trovo mia madre, il padre di Big Guy. Siamo su questo divano anche per i nostri genitori, vedovi da poco e per molto tempo.

[…]

Rivedo tutto ciò che mi è successo prima di questo momento. Voglio chiedere a Big Guy se è lo stesso anche per lui. Voglio che sappia quello che a me sembra chiaro: che, se è vero che tutta la vita ti passa velocemente davanti agli occhi quando stai per morire, è altrettanto vero che la tua vita comincia a correre quando sei pronta a sentirti veramente viva.”

Naturalmente la conclusione è legittimata dal fatto che nel resto del racconto i due adolescenti si muovono in un loro mondo apparentemente assurdo che ha il senso di una molteplice preparazione, un po’ a caso, a qualcosa che verrà e di cui essi ignorano tutto – il che indica una fine percezione dell’età adolescenziale. Tuttavia viene da pensare che qui Gordon Lish, mentre editava, si sia un po’  distratto[7].

Per fornire almeno un assaggio della Hempel migliore vorrei analizzare il racconto Il nuovo inquilino (The New Lodger) dalla raccolta Rientrata (1997)[8]. È un racconto molto breve, poco più di due pagine. Incontriamo la narratrice alla prima persona, sola, nell’unico, squallidino bar di una baia isolata e poco frequentata. La baia è in sé perfetta (“a perfect C”), ma – apprendiamo poco alla volta e con qualche difficoltà – impervia da raggiungere (la strada sulla scogliera, tutta curve, è spesso teatro di incidenti mortali) e nemmeno ideale per una vacanza marina: “It’s a moody beach, more often foggy than bright. It is rarely warm enough to take a swim.” La narratrice è terrorizzata dalla strada di accesso: all’andata, cioè quando è di mano dalla parte della montagna, trova il coraggio di guidare; ma per il ritorno, dalla parte dello strapiombo, deve pagare uno del posto perché guidi e organizzare un complicato e costoso sistema di taxi. “Heading home puts you in the outer lane where there is no guard rail, not that it would help.”

In passato la narratrice è già stata tre volte in questa località: la prima volta con un uomo a cui serviva un pubblico per sentirsi Gesù Cristo; la seconda, per un giorno, con un altro uomo che la paragona a una torta glassata prima di tornare a casa dalla moglie. La terza volta è quella in cui rischia di annegare.

Perché ce la ritroviamo ora? Cosa è venuta a fare? È masochista per caso? Vuole punirsi, farsi del male? Non credo. Questo luogo freddo, privo non solo di fronzoli ma di tutto ciò che potrebbe cullare in un’abitudine che anestetizza e distrae dall’essenziale, è il luogo ideale per l’affiorare di una solitudine incondizionata, è, letterariamente, questa solitudine, e l’incontro incondizionato con uno stato dell’io.

“I’ll stay for as long as it takes. I will not get in touch with anyone on my list. Not the friends of freinds who live nearby, whose gardens I must see, whose children I must meet. Nor will I visit the famed nature preserve, home of a vanishing tern. Why get aquainted with what will be left, or leaving?

Farther up the coast is where you have to go for stuffed plush whales and orange rubber crabs, for T-shirts and mugs, placemat maps. Postcards are what the store can manage. That’s okay with me. I don’t have to hunt up souvenirs. It is enough to feel the pull of the old home, pulling apart the new.”

Mi sembra un campione di splendida prosa (è per questo, non per snobismo, che lo cito in inglese), che ci permette anche qualche breve riflessione su una chiusa a mio avviso ben riuscita. Quello che il lettore sa fin qui della protagonista-narratrice è la solitudine, che emerge come la famosa forma vuota delineata dalle parole intorno a un luogo (a una circostanza). La solitudine del personaggio ci pare radicata in episodi del suo passato lontano e in armonia con essi. Del passato recente, della vita prima del ritorno in questo luogo, dove era stata per l’ultima volta “years before”, non sappiamo nulla. Ora, nella chiusa, troviamo un riferimento a una “new home” che ci è sconosciuta, che non si trova nel racconto ma fuori, e della quale soltanto ora ci viene rivelato, per contrasto con la solitudine, il carattere inautentico e provvisorio.

Hempel english

_________________________

 

[1] In calce al volume che raccoglie tutti i suoi racconti Hempel ringrazia Gordon Lish: “Con uno speciale ringraziamento a Gordon Lish, editor del mio primo e secondo libro, per la conversazione durata trent’anni.”

[2] Un’altra analogia col surrealismo potrebbe essere lo spazio che veggenti e sensitive, e più in generale il sovrannaturale, occupano nei racconti di Hempel.

[3] Daylight Come, nella raccolta At the Gates of the Animal Kingdom.

[4] Devo questa informazione, come pure l’invito a leggere Hempel, che non conoscevo, a RW che ha commentato in calce al mio post su Lucia Berlin, qui.

[5] Gesù sta aspettando, in: Il cane del matrimonio.

[6] A volte mi sembra che sia proprio una questione di lingua: italiano vs. inglese. L’italiano diluisce là dove l’inglese è molto sintetico; diluendo, aumenta la probabilità di mancare il bersaglio, di colpire un po’ di fianco, di scivolare proprio in quello che Hempel vorrebbe evitare: nel patetico. Si veda come esempio una breve frase dal brano citato più in basso: “I’m not ready for this” mantiene un certo carattere neutro, mentre la scelta della traduttrice: “Non mi sento pronta”, è frase da rotocalco femminile.

[7] Sempre che, ma mi sembra improbabile, non ci troviamo di fronte a una feroce ironia nei confronti della most girl part of you – non solo dell’espressione, ma della cosa.

[8] Rientrata, che traduce l’inglese Tumble Home (scritto però in un’unica parola), è un termine della costruzione navale che indica il restringimento dello scafo verso l’alto in prossimità della prua. Evoca però anche il ricadere nel luogo d’origine. La traduzione italiana, benché corretta, è infelice.

 

16 pensieri riguardo “RACCONTI AMERICANI: AMY HEMPEL”

  1. Buone feste.
    Attendevo con molta curiosità il tuo parere e non ne sono stato deluso: splendida recensione.

    “Il partito preso narrativo di Hempel è un po’ zen: è un partito preso per il presente – su cui riverberano, come per un’illuminazione obliqua, fasci di luce dal passato. Ma gli sviluppi futuri, cioè il convergere dell’ordito verso una conclusione, rimangono fuori dal suo orizzonte”.

    Di fatti è lei stessa a dire:
    “Per quel che riguarda la memoria, essa funziona in maniera frammentaria e non segue un andamento lineare; perciò, diversamente da quanto accade a molti altri scrittori, che trovano logico organizzare i ricordi, il pensiero, il comportamento e le azioni in una forma lineare, a me interessa riportarli a una scrittura frammentaria. Inoltre sono attratta da quegli scrittori che riescono a lavorare a un racconto, o anche a un romanzo, componendolo di frammenti numerati, o con diversi titoli o che, più semplicemente, montano spezzoni di testo separati tra loro, magari centinaia di frammenti: è un processo di composizione che si fa ancora più affascinante quando i ricordi o le idee arrivano mentre si sta scrivendo e non si sa ancora perché ci siano venuti in mente: ma proprio scrivendone se ne troverà la ragione e si imparerà qualcosa di nuovo”

    A me capita spesso di non ricordare i racconti della Hempel, cioè collego le frasi a certe immagini ma, molte volte, il titolo non mi dice nulla e ho scoperto che è capitato a molte persone. Forse il discostarsi da racconti “sceneggiaturali” (come il primo Cechov, cioè dove si mostra ogni gesto e tic del personaggio) e l’essere più un flusso di coscienza porta ciò.

    “I racconti di Hempel non hanno (non vogliono avere) l’aria di storie inventate”

    Uno dei suoi racconti più famosi (assieme al “Raccolto”) è “Nel cimitero dov’è sepolto Al Jolson”: lo scrisse nella classe di Gordon Lish, che assegnò come tema “Il tuo peggior segreto”. Il suo, disse poi, era quello di non essere stata un’amica degna di questo nome nei confronti di una persona che stava morendo. E forse anche l’infortunio alla gamba del “Raccolto” lo ha riportato sul serio.

    “La Hempel non prende mai le cose di petto. Il procedimento narrativo è tangenziale: quello che dovrebbe essere il punto del racconto viene sfiorato, magari ripetutamente, ma soltanto sfiorato. Tutta l’attenzione si concentra sulle circostanze, nel senso di ciò che sta intorno, e che il più delle volte è un dettaglio banale, in sé tutto fuorché significativo, irritante a forza di essere indifferente”
    Ti adovo:
    In “Questa notte è un favore a Holly” ne è l’emblema:

    A blind date is coming to pick me up, and unless my hair grows an inch by seven o’clock, I am not going to answer the door. The problem is the front. I cut the bangs myself; now I look like Mamie Eisenhower.
    Holly says no, I look like Claudette Colbert. But I know why she says that is so I will meet this guy. Tonight is a favor to Holly.

    Parte con la frangetta e poi inizia una lunghissima digressione su lei e Holly, sui vicini, sulla madre. Il tizio dell’appuntamento non compare più. Ammetto però che, pur essendo uno dei suoi migliori racconti, qui un po’ più di storia avrebbe giovato.

    “A volte mi sembra che sia proprio una questione di lingua: italiano vs. inglese. L’italiano diluisce là dove l’inglese è molto sintetico; diluendo, aumenta la probabilità di mancare il bersaglio, di colpire un po’ di fianco, di scivolare proprio in quello che Hempel vorrebbe evitare: nel patetico. Si veda come esempio una breve frase dal brano citato più in basso: “I’m not ready for this” mantiene un certo carattere neutro, mentre la scelta della traduttrice: “Non mi sento pronta”, è frase da rotocalco femminile”.

    La prima a portare la Hempel in Italia fu Serra e Riva: tradusse le prime due raccolte (“Ragioni di Vivere” e “Alle porte del regno animale”) che ora sono trovabili solo (purtroppo, visto che come qualità danno cento piste alla traduzione Mondadori) su Ebay o su Maremagnum.
    “I’m not ready for this” è tradotta “Non sono ancora pronta per la cosa”.

    Sulla questione linguistica… Ammetto di trovare l’inglese una lingua gutturale, secca,perfetta per i manuali di elettrodomestici (non ricordo chi scrisse che qualsiasi romanzo in inglese si può tradurre, ma che tradurre qualcosa in inglese è fare violenza) e che però ha dalla sua una precisione chirurgica – come hai detto – che a noi manca.

    Grazie per il tuo tempo.

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  2. Ah, dimenticavo l’intervista di Paola Peroni (che non mi fa linkare): basta cercare su google “I ritmi di Amy Hempel” e uscirà il link a un altro blog wordpress.

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    1. Ciao, felice che il post ti sia piaciuto e grazie per il sostegno alle mie riflessioni, che sono più che altro impressioni e necessiterebbero di più tempo e lavoro per essere meglio fondate e precisate.
      Grazie anche per il link all’intervista di Paola Peroni: una bella occasione per sentire direttamente la voce dell’autrice.
      A proposito del suo fascino per il frammento e per la struttura “a composizione di frammenti”, mi sembra che un bell’esempio, e anche particolarmente ambizioso, sia il racconto Tumble Home(da qualche parte, non ricordo più dove, un sito americano lo distingue addirittura dagli altri chiamandolo “novella”). Un esempio di come la costruzione a frammenti, sulle prime irritante per il lettore, finisca per comporre – o forse un termine più calzante sarebbe orchestrare – una tonalità di insieme che è precisamente quella a cui mira l’autrice, e che un procedimento più “lineare” non avrebbe permesso di cogliere.
      Mi sarebbe piaciuto misurarmi con Tumble Home, ma ci voleva un post a parte. Chissà, magari più avanti. Devo anche dire che il “seguito” di Tumble Home, Offertorio, l’ultimo dell’ultima raccolta, mi ha lasciata un po’ perplessa. Sono contenta di aver letto l’intervista di Peroni, perché Hempel spiega un po’ qual è il senso (un senso che io non avevo proprio colto: è inutile, sono testi che bisogna leggere e rileggere), però preferisco i racconti in cui il sesso è lasciato fuori. Secondo me Hempel non ha la voce adatta. Vedremo cosa ci riserva Sing to it, sono curiosa.
      (E un’altra cosa mi lascia perplessa: quando Hempel parla di un eventuale intero romanzo fatto di frammenti, di come le piacerebbe. Mi sembra un’idea molto più europea che americana – ma forse fra i maestri di Hempel dobbiamo contare anche Flaubert.)
      Interessante anche il parallelo fra la poesia e il racconto: con la poesia europea dopo il 1950 ho perso il tram e non riuscirò più a recuperare, non ci provo neanche. L’ipotesi del racconto breve che “sostituisce” la poesia non mi dispiace.
      Credo che sia tutto per stasera. Grazie ancora per l’intervento e a presto.

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      1. Italiano vs inglese, hai ragione. Spesso ho pensato se ad esempio il rock avrebbe mai potuto svilupparsi in italiano e mi sono sempre risposta di no: Born to run non può essere tradotto con Nato per correre, oppure Stairway to heaven con Scalinata per il Paradiso, che sa di Divina Commedia. Non sta proprio. E forse la questione della lingua implica lo stile.

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      2. Sì, le lingue hanno un’identità propria che la traduzione rincorre ma non può acchiappare. La traducibilità perfetta è un’utopia come, credo, la fratellanza universale e l’armonia fra culture diverse.
        Il massimo che si può fare è cercar di guardare oltre i confini 🙂

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  3. Ciao.
    Scrivo qui per segnalarti due raccolte di racconti che, a mio avviso, potrebbero interessarti:
    – Il male naturale di Giulio Mozzi
    – Sleepwalking di Laura Pugno

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    1. Ciao, e grazie per le segnalazioni.
      Ho letto qualche anno fa Il male naturale, come anche le due raccolte precedenti. Non so. Mozzi è senza dubbio un autore “serio”; mi ha creato problema (almeno a quel che ricordo) la difficoltà a trovare qualcosa che caratterizzi la sua produzione diciamo complessiva, o almeno quelle tre raccolte. E’ come se non si arrivasse mai a un livello autentico che sia il suo. Forse il suo gioco con l’autofiction e relative menzogne è troppo virtuoso per me.
      Di Laura Pugno ho letto alcuni romanzi, ignoravo che avesse scritto anche racconti, magari me li procuro.
      Adesso sto leggendo (dopo un bel po’ che era in attesa) Meridiano di sangue, e dietro ci andrà Mentre morivo, per capire meglio. Voglio farmi un’idea di questo Sud.

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      1. Che bello, spero che la recensione di Meridiano sia bella lunga.
        Su Mozzi concordo: leggendo il suo blog e le sue analisi (se non sbaglio è stato anche giudice del Premio Strega) si legge che ne capisce a pacchi, poi boh, a volte sembra… “Didascalico”, come se i suoi scritti fossero degli esercizi di stile, cioè gli manca quel guizzo.
        Però ad avercene.

        Ciao ^^

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    1. Pure in anticipo sulla data prevista…
      Non so se me la sento di buttarmi nella lettura senza il supporto di una traduzione – anche se devo dire che sono molto curiosa.
      Ma dimmi: da dove ti viene questo interesse per il racconto americano? (un genere per noi non facile, secondo me)

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      1. Ciao.
        Più che il racconto americano (che a molte volte mi sembra una lista di gesti per come sono “inscenati”) mi interessa molto il racconto femminile: quelle poche scrittrici che ho letto hanno una voce e una eleganza stilistica che manca agli uomini. E noto che le donne tendono a essere più brevi dei colleghi, cosa – a mio avviso – decisiva per un racconto come si deve – che non dovrebbe superare le dieci pagine, ma è un tic mio questo; e proprio l’incisività manca a certi scrittori nostrani e alle loro raccolte (315 pagine con cinque racconti dentro, per esempio) a cui si aggiunge l’eccessiva barocaggine – intesa come ricchezza positiva – della lingua italiana: l’inglese quasi ti costringe a frasi brevi e a un vocabolo chirurgico, l’italiano invece è l’opposto, può fare tutto e ciò porta al non fare niente bene.
        Non ricordo chi scrisse che qualsiasi opera inglese è traducibile, ma che qualsiasi opera tradotta in inglese viene distrutta più che in altre lingue.

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      2. E’ vero che per essere la nazione che ha inventato il racconto moderno, attualmente siamo piuttosto scarsi – di idee soprattutto. Sulla vocazione barocca della lingua italiana sono d’accordo con te e sui pericoli che ne derivano pure. Credo che lo stato del racconto italiano (mi pare che dai lettori venga visto come qualcosa di non molto diverso da un romanzo, solo più breve e meno impegnativo in termini di tempi di lettura) dipenda anche dalla mancanza di quotidiani e riviste di discreta diffusione che ne pubblichino regolarmente – e naturalmente dalla mancanza di una platea interessata. Intendo quotidiani e riviste cartacei. Le pubblicazioni on line raggiungono solo pochi interessati e non contribuiscono secondo me a uno sviluppo del racconto come genere, ma al massimo all’autopromozione dell’autore – in vista del prodotto serio che sarà il suo primo romanzo.

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