I nuovi visionari: LA FESTA NERA di Violetta Bellocchio

visionario

 

Innanzitutto due parole per giustificare il titolo: sembra che in questi ultimi anni (dieci, quindici?) l’aggettivo “visionario” attribuito a un’opera sia sufficiente a certificarne il carattere letterario e la qualità rimarchevole. Ho aggiunto “nuovi” perché tutto questo parlare di visioni e visionari non poteva non ricordarmi il romanzo di Anna Maria Ortese Alonso e i visionari, di qualità incommensurabile con quello che ci viene proposto oggi come visione; ma va be’, quello è un romanzo del 1996, di una grandissima scrittrice che all’epoca aveva ottantadue anni, non si può pretendere.

La festa nera (2018) della quarantunenne Violetta Bellocchio è la seconda uscita della serie “Altrove” (Chiarelettere), per la quale le è stato appositamente commissionato. A proposito della collana dice Giorgio Vasta in una recensione al romanzo che potete trovare qui: “Il dopo è adesso, il futuro è nel presente e, se pure può apparire paradossale, somiglia tantissimo al passato più arcaico, a una specie di preistoria, al grado zero delle cose: questi i presupposti da cui muove Altrove”. Non ho letto il primo romanzo della serie (Il grido di Luciano Funetta), ma per questo di Bellocchio posso certificare che, sebbene vi si parli vagamente di un’avvenuta fine del mondo (ma pare piuttosto una fine del mondo “soggettiva”, una catastrofe privata che ha sconvolto la vita dei protagonisti), il futuro prossimo (il romanzo si svolge nel 2026) è di fatto un presente in cui certi aspetti del degrado sono certamente enfatizzati (e isolati), ma in cui tutto il resto funziona più o meno come prima (fa un po’ ridere, in un contesto che si vuole apocalittico, che la narratrice-coprotagonista, prima di avventurarsi nell’ultima avventura, telefoni a un amico e gli dica, testuale, “Cinque giorni e chiama la polizia”). È un po’ lo stesso problema, o se vogliamo esprimerci in termini più neutri la stessa caratteristica, di XXI secolo (2015), romanzo distopico di Paolo Zardi in cui il distopico è tutto ai margini, mentre il centro della narrazione è in fondo un libro per bambini. N’est pas visionnaire qui veut.

Nel romanzo di Bellocchio la situazione è in un certo senso rovesciata: il mondo in generale sembra andare secondo la sua consueta follia, magari aggiornata agli ultimi standard dell’up to date, mentre epidemie di morbillo e altri disastri economico-sanitari hanno lasciato materialmente spazio a enclavi di follie particolari, ghiotte pietanze da offrire al pubblico nelle loro dinamiche sottilmente prevaricatorie o apertamente sado-maso. Si tratta di sette, comunità autonome e autogestite impiantatesi in una Val Trebbia abbandonata dall’esodo di massa. Il grosso del romanzo racconta la visita a quattro di queste comunità da parte di una piccola troupe di documentaristi (o di quel che ne resta, dopo che un’oscillazione virale del pubblico li ha precipitati dalle stelle alle stalle); più una quinta e ultima tappa con apoteosi sacrificale che sconfina in un ambiguo aldilà.

Sul romanzo in sé non mi sento di dire nulla. Gli ipertesti, gli ammiccamenti, le allusioni, i rimandi di cui, a detta dei recensori, è infarcito mi sfuggono quasi completamente. Stesso discorso per il tema, centrale, del mondo come mondo filmato, ripreso, tagliato, montato. Per come la cosa viene presentata, non mi veicola nessuna evidenza. Della scrittura di Bellocchio posso dire che è professionale, di più non mi azzardo. Vorrei invece richiamare l’attenzione su un aspetto che salta all’occhio e che non è particolare di questo romanzo ma sta diventando una caratteristica generale della letteratura “giovane”, complice un’editoria che spinge in questo senso: la pressoché totale assenza di riflessione.

È abbastanza noto, a chi segue un po’ l’ambiente, che gli editor di tendenza non vogliono “pensiero”. “Pensiero” è una cosa vecchia, puzza di Novecento; il Novecento ce lo siamo lasciati alle spalle, grazie a Dio. La riflessione è superata, è noiosa, è già stata fatta. È “individuale” – e si sa che l’individuo non interessa più. Gli editor vogliono le cose, le storie nude e crude. Dal momento però che le storie, per essere storie, necessiterebbero comunque di un minimo di riflessione, quello che gli editor chiedono in realtà non sono storie ma successioni di brevi scene rigorosamente scollegate fra loro; infatti legami del tipo prima-dopo, causa-effetto, intenzione-risultato contengono già potenti e intollerabili germi di riflessione; per lo stesso motivo le singole scene dovrebbero restare tendenzialmente al di sotto della soglia di comprensibilità.

Sul perché le cose stiano così si possono fare due ipotesi: 1) gli editor sono essi stessi incapaci di riflessione e stanno allargando questa piatta di testa a tutta la nazione, oppure: 2) gli editor sono essi stessi incapaci di riflessione, ma la loro incapacità corrisponde a un’incapacità generazionale e storica per cui essa rappresenta il metro a cui è necessario adeguarsi. In entrambi i casi le prospettive non sono rosee, e i risultati (quando va bene) sono questi:

“L’ultima volta che l’ho vista dal vivo è questa, con lei che scende in metropolitana, la testa che le scatta sul lato, le vertebre che si riallineano nella sua schiena. Qui io smetto di conoscere Diana, la mia collega Diana, per il poco che la conoscevo, e vado, col tempo, a conoscere la dea della distruzione che mi appare nei video con l’inquadratura tremolante fatta apposta. La regina degli scontri nei parcheggi dei supermercati, la guerriera in bomber rosa confetto con il doppio coltello a serramanico, e quando entra in campo, stateci attenti, lei sta sempre gridando, NO, NO, NO, se non avete visto la copia restaurata di Distretto 13 in una sala del Mifed che puzzava di traghetto siete VOI che non siete preparati e siete VOI che dovete soltanto STARE ZITTI, avete finito di fare i froci con il lavoro degli altri, e chiude gli incontri con quella che ormai è la sua mossa tradizionale, coltellata-coltellata-calcio-calcio-piroetta-sputo in faccia al nemico. Quaranta match, quaranta vittorie. Combatte scalza. È più pericoloso. Almeno così sostiene lei quando rilascia interviste alle teppiste adolescenti che la chiamano kitsune[…] Per un po’ ho preferito pensare che l’avesse scelto Diana, di buttarsi dentro la sua crepa. Ora non lo so.

Torniamo alla notte in questione. È importante.

C’è una maratona di documentari sulla cronaca nera con il titolo che comincia per C. Roba stravecchia, ma l’incasso lo versano a un’associazione per le vittime di stupro, qualcuno di noi ci deve andare e sembra un posto eccellente per tenere in mano una bottiglia e ammirare le ragazze degli altri, allora ci vado io. Hanno montato lo schermo sul tetto di un albergo in Porta Venezia. […] Il tetto è una spianata di catrame. L’audio è basso perché i vicini non avvisino la polizia, c’è il solito secchiello di ghiaccio con il Cuervo custodito dalla barista con gli anelli al naso, […] e sullo schermo sta passando un video amatoriale convertito in pellicola, il marrone e il rosso del vhs originale sembrano viscere rispetto ai colori come li percepiamo oggi – lo riconosco: questa è la parte del film dove il figlio impazzisce e comincia a filmare tutto quello che gli sta succedendo in casa, nel tentativo di esercitare il controllo su una dinamica assurda che distruggerà per sempre la sua famiglia. […] È un classico. Lo schermo, però, non lo guarda nessuno.

Stanno tutti guardando lei.

All’inizio non riesco a vederla bene. È una macchia, una fotografia in movimento con la pelle luminosa. Sta al centro della scena e nessuno ci va a parlare. Qualcuno fa la mossa della partenza, due passi nel vuoto, il braccio, poi si blocca e torna indietro: non la regge. Qualcun altro si sfrega il pollice sulla fronte e arriva fino a una parte di lei – gambe e ginocchia che spuntano da un salvagente, sandali di plastica azzurra che ciondolano da due piedi bianchi – e niente, torna indietro a testa bassa. La sua compagnia non è desiderata. La conversazione l’ha chiusa un colpo nell’aria con due dita. Vattene, non sei nessuno.

La stanno guardando tutti.”

Non dico affatto che non sia un bel pezzo: lo è, sembra americano. Per quanto “la regina degli scontri nei parcheggi dei supermercati” mi ricordi anche un polpettino francese ad uso delle scuole medie:

“Durante la colazione mi ha raccontato i suoi match contro Tetta Regale, una wrestler belga che ingurgitava tre chili di carne cruda al giorno innaffiandoli con un barile di birra; pare che il suo punto di forza, di Tetta Regale, fosse l’alito, per via della fermentazione carne-birra, e che bastasse da solo a mandare al tappeto le sue avversarie. Per batterla Nonna Rose aveva dovuto improvvisare una nuova tattica: mettersi un passamontagna impregnato di lavanda e farsi chiamare il Boia di Carpentras.” (Éric-Emmanuel Schmitt, Oscar e la dama in rosa)

Scherzi a parte, quello che voglio dire è che il brano citato è un testo largamente descrittivo, che l’intero romanzo è un testo largamente descrittivo il cui senso, ancor più che dai dialoghi generalmente ermetici, dovrebbe emergere dalla giustapposizione delle immagini, dalla loro composizione, o, per osare un termine cinematografico, da come sono montate. D’altra parte, nel corso delle riprese documentarie sulle comunità della Val Trebbia, la narratrice-coprotagonista, di fronte a testimonianze evasive, risposte reticenti (o niente risposte affatto), esprime più volte la speranza che le immagini filmate colmino i vuoti del logos.

Naturalmente bisogna essere molto bravi, e infatti di Misha, l’anima della troupe, si dice che sia “una leggenda” – il che non significa naturalmente che lo sia Bellocchio. Ma se anche in ogni scrittore si celasse un Tarkovskij, il procedere per giustapposizione di immagini non è proprio del romanzo e trova la sua giustificazione soltanto nella visionarietà, che però è un’arma a doppio taglio: perché se si danno, raramente, grandi visionari, nei quali la potenza della visione ovvia in certo modo all’incapacità di mettere in piedi il minimo ragionamento, si dà più spesso il caso di piccoli visionari, o addirittura di visionari ipovedenti, i quali, dal momento che una visioncina non si nega a nessuno, ad essa ricorrono per coprire il nulla che c’è sotto e che, per tornare al discorso sugli editor, appare oltretutto consonante al momento.

Ci si potrebbe chiedere – ed è una domanda interessante – come fanno visionari e assimilati a fare a meno del raziocinio. A bypassare una facoltà che con ogni evidenza gli fa difetto. A fare in modo che i lettori non solo non se ne accorgano, ma anzi plaudano agli effetti della zoppia.

La risposta è semplice: fanno, preliminarmente, una scelta di campo. Si mettono fin dall’inizio dalla parte giusta, così non ci pensano più. Infatti non ci pensano più. Non pensano proprio, non ce n’è bisogno. In realtà non hanno mai pensato e la scelta di campo preliminare è stata una mossa istintiva per dissimulare una debolezza: svelti svelti si sono legati un tutore e adesso vanno via più dritti degli altri.

Sono politicamente antagonisti e esteticamente sfascisti, nel senso che praticano l’estetica dello sfascio; vanno a cadere, per il principio del minimo sforzo, sulla linea che parte grosso modo da Rimbaud, passa per Henry Miller, Jack Kerouac, tutto il Greenwich Village, e via e via approda fin da noi, direi con Tondelli, un po’ acciaccata ma ancora fruibile, naturalizzabile, non sembra neanche roba importata, è robusta accidenti, eccola tale e quale all’inizio del XXI secolo, che aspetta fiduciosa la fine del mondo, lo sfascio definitivo e totale che le dia finalmente tutta la ragione che ha.

“[…] la mia stanza in Corvetto, un quartiere che da un mese all’altro forse non potevo permettermi, in un appartamento dove dormivano altre sette persone, le ore in corridoio prima che si liberasse la doccia, gli spaghetti incrostati dentro le pentole buttate nel lavandino, con il forchettone piantato nel mezzo, le coinquiline che cantilenavano tutto il giorno e tutta la notte, om shakra shanti om, l’ansia che mi rodeva la gola e lo stomaco quando aspettavo che arrivasse di meglio e il rumore della rassegnazione quando ho capito che quelli erano i miei amici, nel bene e nel male, […] “

Gli spaghetti incrostati dentro le pentole buttate nel lavandino con il forchettone piantato nel mezzo sono l’immagine vincente, la pars pro toto che fa saltare il banco,  l’assicurazione che ci troviamo dalla parte giusta, perché che cavolo vuoi dire a una (il personaggio) che ha fatto questo genere di esperienze, a una (l’autrice) che dispone di questo genere di immagini? Niente, non dici niente. Chini rispettosamente il capo e ti sorbisci il resto, compresa la pubblicità gratuita allo Xanax. Che ringrazia.

La festa nera

Violetta Bellocchio, La festa nera, Chiarelettere 2018, € 15

 

17 pensieri riguardo “I nuovi visionari: LA FESTA NERA di Violetta Bellocchio”

  1. Sottoscrivo in tutto e per tutto, anzi vorrei averlo scritto io. E quando si usano i simboli? ancor peggio! Ma perchè l’Ortese, la mia amatissima Ortese, non ha fatto scuola? Perchè non ha fatto scuola la Morante? Forse perchè nelle scuole si legge tutt’al più Moravia? E non per motivi politici, o non soltanto -semplicemente è più facile.

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  2. Perché, azzardo, questa generazione è stata cresciuta per non pensare – che si sa, è pericoloso – sprofondata in poltrone/letti disfatti a ingerire serie televisive una dopo l’altra, tutte uguali e tutte montate con un unico criterio. Effetti dell’omologazione verso il basso

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    1. Credo che tu abbia ragione e che il fenomeno possa considerarsi storico e globale. Mi chiedo se e quando si assisterà a una spinta contraria (stavo per scrivere “assisteremo”, ma temo che, come cantavano i Nomadi, noi non ci saremo 🙂 )

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  3. “È abbastanza noto, a chi segue un po’ l’ambiente, che gli editor di tendenza non vogliono “pensiero”. “Pensiero” è una cosa vecchia, puzza di Novecento; il Novecento ce lo siamo lasciati alle spalle, grazie a Dio. La riflessione è superata, è noiosa, è già stata fatta. È “individuale” – e si sa che l’individuo non interessa più. Gli editor vogliono le cose, le storie nude e crude. Dal momento però che le storie, per essere storie, necessiterebbero comunque di un minimo di riflessione, quello che gli editor chiedono in realtà non sono storie ma successioni di brevi scene rigorosamente scollegate fra loro…”

    E’ una tendenza che da anni si è propagata sui vari siti con il decantato “Show don’t tell”; tale concezione comporta un appiattimento della scrittura ( consigli come: “gli avverbi sono per gli scrittori pigri”, “niente aggettivi “) a favore di una agognata visione dove il lettore è immerso completamente nella storia e, citando uno di questi maestri, non deve rendersi conto di leggere un libro (dimenticandosi che i Classici… dicono e mostrano)
    Gli errori di questa concezione sono due:
    1) Credere che esista un solo stile – o estetica – di scrittura;
    2) Credere che un romanzo sia come un film: il primo usa le parole, il secondo le immagini. Una delle grande qualità della Letteratura è proprio, come hai fatto notare, la psicologia, il rimandare a cose lontane o da divenire, il rischiare di mettere nero su bianco un pensiero. Tutto questo va a perdersi per tentare di scimmiottare forme di intrattenimento che hanno innate certe caratteristiche (e non ne hanno di altre), come se un mimo volesse imitare un tenore. Se poi si vanno a leggere i romanzi degli “showisti” si nota come siano tutti uguali: “Bussano alla porta. Apro. C’è un uomo paffuto e ricciuto. Ha un canino di vetro e orecchini a forma di teschio. Poi.. ecc”, pagine e pagine di gente che guida, che stappa bottiglie di birra, che indossa tale vestito, che suda lì, e via, un andirivieni di gesti e descrizioni ambientali, il protagonista è come una cinepresa vivente che registra tutto e non prova nulla.
    Perché allora?
    Perché è una visione rassicurante dello scrivere: hai una formula preconfezionata che ti dice cosa fare, cosa non fare, che ti permette di dire “Non esprimo giudizi nelle mie opere, descrivo solo una realtà e lascio i giudizi al lettore”.
    Il paradiso.

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    1. Purtroppo è così. Il fatto è che lo “Show don’t tell” diventa veramente efficace solo quando è accompagnato dalla capacità, da parte dello scrittore, di infondere elementi sensibili ed emotivi alla scena descritta/mostrata… (penso ad esempio al grande Hemingway, da cui molti avrebbero anche oggi da imparare, e tra quelli più recenti a Cormac McCarthy, anche lui un maestro in questo senso). E’ proprio “la presa emotiva” quella che, più che mai, spinge in genere a riflettere, a formulare pensieri, mentre si è catturati dalla scena di un romanzo… Altrimenti tutto diventa artificioso, confuso, noioso, e genera indifferenza.

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    2. Ciao RW, ben tornato e grazie del commento che amplia e completa la mia esperienza del problema.
      Concordo sull’analisi e sull’individuazione degli errori. In particolare, sul punto 1): la riluttanza, proprio da parte dell’editoria che si vuole di qualità o di avanguardia, a prendere in considerazione qualsiasi cosa si discosti da ciò che nelle aperi-presentazioni romane o milanesi viene proposto come di qualità o di avanguardia; l’appiattimento su un unico modello, importato, maldigerito (vedi commento di Alessandra che sottoscrivo in pieno) e comunque inadatto a una realtà e a una tradizione diversa; l’incoraggiamento ai riadattamenti locali, spesso ridicoli, di un modello americano; un eccesso di peso dell’editoria nelle scelte letterarie – voglio dire che gli editori non solo decidono cosa si pubblica, ma anche cosa si scrive: es. la collana ideata dall’editore che commissiona i testi che la comporranno; i quali, per poco che gli autori conoscano il mestiere, saranno positivamente o più spesso entusiasticamente recensiti dai contatti degli editori e dunque, anche se magari vendono meno di duemila copie (è un errore pensare che gli editori pubblicano quello che si vende, la cosa è molto più complessa), andranno a costituire dei modelli per principianti e esordienti. Così certe caratteristiche, che sono imitative e editoriali, non letterarie, si consolidano a spese di altre che potrebbero essere più autentiche.
      Con questo non voglio dire, sia chiaro, che ciò che viene pubblicato fa schifo e che i veri capolavori sono quelli che rimangono nel cassetto. Anzi, il numero esorbitante dei manoscritti nel cassetto è in parte all’origine del problema di un’editoria che non può più essere all’ascolto, ma al contrario si vede costretta a impartire direttive col megafono.
      Credo che ci vorrebbe, in questa frenesia all’avanti che ci prende tutti e in tutti i campi e che paradossalmente, proprio perché è una frenesia, ci impedisce di fare progetti degni di questo nome, credo che ci vorrebbe una pausa di riflessione: per quelli che scrivono cose abbastanza buone perché ne scrivano delle migliori, per quelli che scrivono cose inutili e scadenti perché lascino perdere, per gli editori perché smettano di dirigere (che non è il loro compito) e tendano l’orecchio.
      Sembra un discorso di Natale. D’altra parte siamo quasi in Avvento.

      P.S.: dopo aver vagato a lungo nell’Atlantico è finalmente arrivata (con quasi due mesi di ritardo) la raccolta di Amy Hempel. Ti saprò dire… Grazie ancora del commento

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  4. Gli editor di tendenza non vogliono pensiero, riflessione? … sarà allora per questo che non mi sento attratta da tanta narrativa contemporanea? 😉
    Concordo con il tuo (con il vostro) punto di vista. Credo anch’io che alla base di una buona storia debba esserci non solo la capacità di creare e accostare immagini, ma anche quella di generare riflessioni, emozioni, “aspettativa”… Altrimenti tutto si riduce ad un mero tecnicismo che, nell’ansia di voler stupire, rischia poi di eccedere, di risultare confuso se non stridente, lasciando il tempo che trova.
    Anna Maria Ortese: grande, grandissima!! 🙂 Alonso e i visionari è qui, e da tempo mi lancia ammicchi provocanti dalla libreria… credo che presto mi farà capitolare.

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    1. La narrativa contemporanea. Per un sacco di tempo l’ho esclusa perché dividere il frumento dal loglio era un’impresa titanica e disperante. Sarebbe il compito della critica, che da tempo non lo assolve più. La soluzione mi sembrava lasciar decantare: in quello che resta dopo vent’anni si può investire il tempo (prezioso) delle lettura. Questo però non funziona più perché le cose che vengono prodotte non sono prodotte per la durata ma per l’immediato, hanno la data di scadenza come i latticini. In generale, entrare nelle megalibrerie (ormai ci sono soltanto quelle) è come entrare nei supermercati: un profluvio di roba da mangiare, un’abbondanza mai vista, ma anche fare la spesa necessita di riflessioni e precauzioni mai viste: qui ci sono i conservanti; chissà da dove vengono le uova che mettono in questi biscotti, e poi mi rifiuto di avallare il modo in cui sono allevate le galline; la carne non la compro perché gli animali sono esseri senzienti; questo pesce mi sembra che abbia viaggiato troppo prima di approdare qui; alla fine si esce col carrello quasi vuoto. Pane, pasta e un poco di verdura…
      Scusa, mi sono lasciata trascinare. Diffido enormemente dal contemporaneo ma ne sono anche attratta. Bisogna prendere posizione, esprimere giudizi (per ricollegarsi alla chiusa di RW). Sicuramente esagero la mia importanza, mi sento investita di una missione per la quale ho scarsi mezzi e mi rendo pure ridicola, ma per il momento non posso fare diversamente 🙂

      A parte questo, buon tempo prenatalizio, e cerchiamo di renderlo dolce…

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      1. No, anzi, hai fotografato la realtà per quella che è. E poi fa piacere leggere delle opinioni schiette, libere da condizionamenti. L’importante è motivarle, e tu questo lo fai benissimo. Credo sia importante avere il coraggio di avanzare giudizi personali, anche su testi e autori classici, se è per questo, e anche nel caso si discostino dalla critica ufficiale o dall’entusiasmo collettivo… Ciò non implica mancanza di rispetto per chi la pensa diversamente. Un abbraccio 🙂

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  5. Elena mission impossible la tua, e tuttavia solo tu puoi assumerla! La discussione è interessantissima: se ben capisco l’effimera realta’, ancora? Non ho bisogno di un doppione di ciò che vedo e vivo, ne’ in letteratura ne’ in pittura. Altrimenti preferisco il B giardino dei medicinali o la lista della spesa.

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    1. Sì, uno dei punti da discutere sarebbe la produzione di “doppioni della realtà”, con cui si crede di fare opera meritoria perché “la fanno conoscere”. In realtà non la fanno conoscere, si limitano a sdoganarla dall’incerto anonimato in cui (forse) vivacchia e a farne dei paradigmi di comportamento, positivi, negativi, più spesso neutri; in ogni caso nobilitati dal fatto di essere finiti fra una prima e una quarta di copertina, quindi fruibili come modelli. Quello che i “doppioni della realtà” non fanno – e che sarebbe necessario per maturare una conoscenza – è smontare i fenomeni, vedere come funzionano, poi rimontarli, ma non come “fatti”: come forme – funzioni, strutture, meccanismi. Così, secondo me, si produce conoscenza. Col sistema del “doppione” si ottiene soltanto, oltre la noia, l’effetto di identificazione da parte di adolescenti e assimilati.

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  6. A riprova di ciò, metto il frammento di una recensione di Davide Brullo. Riguarda proprio gli editor:

    a) Scrivere tendenzialmente in prima persona, dando spago ai sentimenti superficiali del proprio fegato; altrimenti, optare per una terza persona non troppo ingombrante;

    b) Descrivere il più possibile, in ‘presa diretta’, senza alcuna profondità;

    c) Scrivere ciò che ‘si sente’, ciò che ‘si vede’, dimenticando che la scrittura è l’arte dell’allusione, dell’elusione, dell’analogia (non scrivo ciò che sento, ma il dolore che voglio far provare al lettore; non scrivo ciò che vedo, ma ciò che potresti vedere anche tra dieci secoli, indago l’imperituro);

    d) Dare, cioè, priorità alla trama più che alla forma, non conta come scrivi ma cosa scrivi, il come è accessorio, il cosa te lo dice l’editore;

    e) Usare frasi brevi (meglio) o lunghe (è uguale), purché siano insapori (cioè: assenza di una ‘urbanistica’ della frase, di una ‘topografia’ del capoverso; scrivere, lo sappiamo, non è un gesto ‘immediato’, ma strategico, non s’improvvisa la costruzione di una capitale né la disposizione di un esercito, pensate alla struttura grammaticale di Henry James: ma chi è in grado di leggerlo, oggi, James?);

    f) Usare concetti riconoscibili, affinché il lettore non si senta spaventato ma compreso – compreso nelle proprie attese più stupide;

    g) Stimolare l’empatia al posto dell’antipatia, essere simpatici e non repellenti (perché la repulsione è il metro della grande scrittura – leggere Thomas Mann o Dostoevskij provoca scatti d’ira e di rifiuto; leggere è una danza: prima si calpestano i piedi allo scrittore, poi se ne comprende il ritmo, la seduzione);

    h) Intavolare il ‘dialogo’, interpellare il lettore (al contrario, la grande scrittura è imperiale, impietosa, assoluta: pretende l’obbedienza del lettore, perché lo scrittore si offre al lettore, dandogli in pugno l’ascia)

    https://www.linkiesta.it/it/article/2018/11/16/wu-ming-e-la-terranova-scrivono-nella-stessa-lingua-i-loro-editor-impa/40154/

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    1. Molto interessante l’articolo, soprattutto nella parte in cui spiega che l’editor di oggi, rispetto a quello di una volta, tende appunto a “normalizzare” (quindi banalizzare) il linguaggio in favore del pubblico sovrano, invece di esaltare la sovrana e specifica qualità dello scrittore. C’è molto da riflettere, su questo e altri punti… Grazie per la condivisione.

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  7. “non conta come scrivi ma cosa scrivi, il come è accessorio, il cosa te lo dice l’editore“. Fra le numerose perle dell’articolo citato da RW (che val la pena leggere nella sua interezza), è quella che preferisco perché c’è veramente una concreta tendenza in quel senso; d’altra parte gli editor e/o editori lo dichiarano apertamente, come se la pratica non avesse niente di indecente.
    Dei Wu Ming (citati nell’articolo), quando ancora si chiamavano Luther Blisset, ho letto Q. Ne ho letto un bel po’, e mi ricordo che era stato un utile ripasso di storia. Però a un certo punto l’ho piantato lì perché cominciavo ad avere l’impressione che fosse costruito con moduli linguistici omogenei che si ripetevano sempre uguali, tipo mattoncini del lego. Per i Wu Ming però questo è un obiettivo dichiarato: eliminare il carattere individuale della letteratura in quanto insopportabilmente borghese e superato. Hanno decapitato la soggettività come la Convenzione ha decapitato il re. Io non sono d’accordo col programma e non apprezzo i risultati, ma almeno dietro c’è (o c’era, non so, non li ho più seguiti) un obiettivo e una consapevolezza. Molto peggio quando la banalità dello stile – naturale o educata dall’editor – è qualcosa di cui gli interessati non si rendono nemmeno conto: perché ammannire al “pubblico sovrano” esattamente quello che chiede e che è in grado di digerire immediatamente magari è considerato un atteggiamento democratico 🙂

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