LA QUESTIONE DELLA LINGUA 2. Un’anchilosi mortuaria

 

L’Espresso dello scorso 7 ottobre offriva “un decalogo di parole-chiave per uscire dal buio” proposte e commentate da alcune sue firme. La parola-chiave di Giuseppe Genna è “popolo”, e il suo contributo (che potete leggere qui) comincia così: “Il popolo è il tutto nel tutto”. Affermazione difficile da contraddire – più che altro perché non vuole dire niente. “Definisce”, continua Genna, e si suppone che il soggetto sia il popolo, “una comunità di lingua, di immaginario e di urgenti bisogni.” Anche qui, mah, può darsi, niente da dire, tranne forse che gli “urgenti bisogni” fanno pensare alle singolari edicole per cui l’imperatore Vespasiano istituì una tassa. Ma la frase su cui vorrei soffermarmi è la seguente: “È la parte vivente dello Stato, che senza il popolo appare la macchina celibe di un’anchilosi mortuaria”.

Quindi: senza il popolo lo Stato è “macchina celibe”. Si potrebbe supporre che, in virtù di un ardito balzo analogico, “celibe” in questo contesto voglia dire “orbato, privo”, pensa il lettore che non conosce la mariée mise à nu. A questo punto però integrando “di un’anchilosi mortuaria” avremmo una macchina priva di anchilosi (e lasciamo pur stare quel “mortuaria”): cioè lo Stato senza il popolo sarebbe una macchina che funziona bene.

No, Genna non può aver voluto dire questo, pensa il volonteroso lettore. Ricominciamo da capo. È evidente che la “macchina celibe” non tollera specificazioni: lo Stato senza il popolo è qualcosa di monco punto e basta. Ma allora qual è il rapporto fra la macchina celibe e l’anchilosi mortuaria? La preposizione “di” potrebbe indicare appartenenza: nel caso di uno Stato senza popolo siamo in presenza di un’anchilosi mortuaria che dispone di una macchina celibe. Insomma con l’aiuto di un mezzo meccanico, per quanto incompleto, l’anchilosi in qualche modo va. O no?

No, mi sa di no. Ricominciamo da capo. Cominciamo dal fondo, cioè dall’aggettivo “mortuaria”. Mortuaria non vuol dire mortale; cioè non stiamo parlando di un’anchilosi con prognosi letale, ma piuttosto di qualcosa di cupo, di funereo, di vagamente gotico, ceri accesi, drappi neri. Cioè, c’è un’anchilosi funerea, che non vuol saperne di muoversi, e una macchina che, pur essendo celibe, un po’ ce la fa a farla muovere; oppure che, essendo celibe, non ce la fa a farla muovere.

Sì va be’, ma celibe di che? Celibe del popolo, no? Come dire lo Stato è vedovo del popolo. Ma è vedovo o è celibe? Celibe, lì c’è scritto celibe. Una macchina però, a rigor di logica, dovrebbe essere nubile. Nubile o vedova? Vedova, il senso è vedova. Il marito è morto di una malattia degenerativa delle articolazioni. Ah, allora anchilosato era il marito! Sì, cioè il popolo. Il popolo? Be’, sì, direi di sì. O no?

“Un segno di luce”, dice L’Espresso, “per uscire dal buio”. Buio tutt’intorno, buio al governo, un buio da far spavento; ma il buio più buio la prosa di Giuseppe Genna.

 

 

5 pensieri riguardo “LA QUESTIONE DELLA LINGUA 2. Un’anchilosi mortuaria”

  1. io penso che bisognerebbe piuttosto tornare al vero significato delle parole, alla loro etimologia, queste cose qui. Le parole oggi si usano a vanvera, fuori dal loro contesto, cambiando il significato: le prime vittime, “biologico” ed “ecologico” (il marchio “bio” mi dà un gran fastidio, così come l’auto ecologica), poi si potrebbe proseguire ma la lista sarebbe lunghina (vintage, vinile…). So già che non se ne farà niente, questi sono solo giochini che lasciano il tempo che trovano e purtroppo il tempo (non quello atmosferico) non è mica tanto bello.

    Piace a 1 persona

    1. Quanto hai ragione, Giuliano. “Le parole oggi si usano a vanvera”, ma nella vanvera c’è una logica: creare un effetto, che per essere potente deve essere confuso. E la gente è talmente desiderosa di sensazioni a buon mercato che è grata e riconoscente per ogni effetto pseudo-portentoso. L’importante è che non le venga chiesto di riflettere.
      Grazie della visita e del commento e buona serata! 🙂

      Piace a 1 persona

    1. Eh, penso anch’io che ci sia da piangere; ma intanto il Genna, con la sua prosa delirante, è saldamente impiantato nell’establishment e fa danni fra gli applausi degli addetti ai lavori.
      L’amico chiude il suo intervento auspicando che si possa “giungere a vivere la felicità, vincendo l’attrito del mondo.” Non ha idea che l’attrito del mondo, di cui tutti facciamo esperienza, è qualcosa di tutto sommato gradevole e positivo, se paragonato all’attrito della sua prosa.
      Grazie della visita e buona serata!

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...