LA QUESTIONE DELLA LINGUA. A proposito del romanzo di Helena Janeczek “La ragazza con la leica”

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“Eppure, ricorda Ruth, c’era stato veramente quel libro di Dos Passos che Gerda si era portata nella piscina del circolo Bar Kochba per un’estate, era un regalo di compleanno e lei lo macinava tra un tuffo e l’altro. A volte perdeva il filo, tornava indietro, sbuffava che, tranne Berlin Alexanderplatz, non aveva mai letto un romanzo moderno così impervio. Però coglieva il bello che le era stato promesso nella dedica:

Alla più grande ballerina del pianeta / questo grande romanzo americano /dove l’orchestra della rivoluzione / suona al ritmo dell’hot jazz più scatenato. / Il tuo felice compagno (di ogni danza) / Georg /Lipsia, 1° agosto 1932

Per evitare di bagnarla, Gerda aveva tolto la copertina e il libro sembrava un’edizione delle opere di Lenin disegnata da un costruttivista: una bibbia rossa con tre ravvicinate strisce nere, al centro il titolo severo, Auf den Trümmern. Quelle rovine della Grande Guerra non annunciavano nulla di hot o di jazz o di scatenato, ma Gerda era affascinata da quel mattone e bruciava sotto il sole per finirlo. Bruciava per ogni cosa le arrivasse da Georg, prima che lui ripartisse per Berlino. Era al culmine dell’innamoramento. Si godeva quei momenti conscia che stavano volgendo al termine, o il godimento si intensificava proprio in vista della fine? No, a Gerda non piacevano le cose che finivano. Non aveva mai lasciato che nessuno dei suoi uomini uscisse dal suo raggio. Neanche nel caso della loro acciaccata amicizia aveva mai mostrato il tatto di ricalibrare le distanze, cosa che mandava così in fumo Ruth da farle cambiare marciapiede, l’unico a degnarla di un’occhiata mesta era il Bassotto. No, Gerda non concepiva che qualcosa potesse rompersi per sempre: solo transizioni, fasi, capitoli, dove il punto finale, messo da lei stessa, anticipava l’urgenza di voltare pagina. Perché a Gerda piacevano le cose che cambiavano.”

(Helena Janeczek, La ragazza con la leica, Guanda 2017, p. 156ss.)

Il libro di Dos Passos emerge come un frammento – uno dei tanti – da una rocambolesca suite di ricordi – una delle tante – intorno a Gerda Taro, giovane reporter morta durante la guerra civile spagnola la cui vicenda è ricostruita da Helena Janeczek nel romanzo che ha vinto quest’anno lo Strega.

Quella Gerda che, come si legge qualche riga prima, “sapeva rivolgersi a quasi tutti gli interbrigatisti nella loro lingua, con qualche frase conquistava battaglioni e generali, incantava commissari politici e censori.” Un talento impagabile. E spiattellato così: papale papale, chiaro chiaro, diretto diretto – così chiaro e diretto che ci si chiede perché Janaczek senta poi il bisogno di infilarsi in continue circonvoluzioni linguistiche (si fa fatica a definirle circonvoluzioni di pensiero, rimangono troppo in superficie, come se il livello del significante avesse perso da tempo ogni reale connessione col significato) che fanno di un libro letterariamente nullo anche un libro francamente illeggibile.

Ma torniamo a Dos Passos. Gerda è morta; a Parigi Ruth, l’amica dell’adolescenza, ascolta Csiki, un compagno, che le parla di Gerda e di Capa, di quanto siano stati felici in Spagna. Dentro di sé, Ruth integra e completa i ricordi di Csiki con quello che le ha raccontato Capa. E qui salta fuori Dos Passos:

“«E poi, Ruth, non so descriverti lo sguardo di John Dos Passos quando una sera all’Hotel Florida gli ha recitato alcuni passi di un suo romanzo. Hemingway l’ha odiata sin da quel momento, ma si sarebbe ricreduto se solo avesse avuto qualche altra occasione di incontrarla…»”

Il problema con i racconti di Capa è che non si sa mai quanto siano “abbelliti”, quanto ci sia di vero e quanto di affabulato, ed è per saggiare la veridicità del racconto di Capa che Ruth riesuma dai propri ricordi “quel libro di Dos Passos che Gerda si era portata nella piscina del circolo Bar Kochba per un’estate”. Lo schema sarebbe dunque: ricordi di Csiki → ricordi di Capa → ricordi di Ruth. Queste tre diverse fonti sono però perfettamente allineate e intercambiabili. Il senso di attribuire i ricordi a fonti diverse non ha, in questo romanzo, lo scopo di sfumare un personaggio, di dargli rilievo attraverso il chiaroscuro, ma unicamente il senso che può avere un puzzle: ricostruire un quadro omogeneo a partire dai frammenti di quello stesso quadro, pensato omogeneo fin dall’inizio e frammentato al solo scopo di tenere occupati gli amanti del passatempo. A me i puzzle non interessano, e non mi risulta che siano un genere letterario.

Quello che vorrei fare adesso è però esaminare un po’ più da vicino il brano riportato in apertura. Se Gerda Taro abbia veramente letto in traduzione tedesca Nineteen Nineteen di Dos Passos, se Janeczek abbia veramente avuto fra le mani la sua copia del libro con tanto di dedica di Georg, o abbia solo visto la foto della prima edizione tedesca su google immagini; se, in altre parole, il ricordo di Ruth riporti un fatto documentato o sia semplicemente frutto dell’immaginazione di Janeczek – quell’immaginazione che nei propositi dell’autrice completa la documentazione e dovrebbe far risorgere il corpo vivo della storia, sempre che non produca invece cadaveri imbellettati da un eccesso di tanato-estetica – questo non lo so. Ma non è il punto. Nulla di tutto questo, dedica compresa, è rilevante per la qualità letteraria del testo. Rilevante potrebbe essere la frase “lei lo macinava fra un tuffo e l’altro”, ma per il momento lasciamo lì anche il macinare tra i tuffi e ci concentriamo invece sulle informazioni contenute nella prima parte del brano, quella relativa al libro. L’unica informazione rilevante è che, poiché Gerda ha effettivamente letto anni prima almeno un libro di Dos Passos, può avergliene recitato dei passi a memoria, il che confermerebbe il racconto di Capa. Quanto alla rilevanza di quest’ultimo fatto, lascio la valutazione al lettore.

Le altre informazioni sono nulle: 1) la bibbia costruttivista ha l’unico scopo di suggerire che l’autrice ha visto il libro che Gerda legge nel suo romanzo e infatti ce lo descrive; divertente, al limite del ridicolo, il particolare che Gerda ha tolto la copertina (sic) per evitare di bagnarla, il che significa semplicemente che poiché la sovraccoperta del volume è andata perduta, Janeczek non ha potuto vederla, né su google né altrove; 2) l’interesse di Gerda per il romanzo è affermato ma non motivato, se non, alla fine, con qualcosa che non ha nulla a che fare col libro in sé: “Gerda era affascinata da quel mattone e bruciava sotto il sole per finirlo. Bruciava per ogni cosa le arrivasse da Georg”. Gerda era affascinata dal romanzo e bruciava sotto il sole per finirlo (immagino che avrebbe potuto mettersi all’ombra, ma a Janeczek serviva che bruciasse) perché il libro veniva da Georg: l’unico motivo esplicitato dell’interesse per il libro è l’amore per Georg. Poiché stiamo lavorando di fino, noto, en passant, che la prossimità di “quel mattone” e “bruciava sotto il sole” crea un cortocircuito rossiccio in cui il lettore si chiede per un attimo cosa ci faccia un mattone in questa scena di piscina.

Bene, abbiamo stabilito che ventiquattro righe (nell’edizione originale) in cui si parla di un libro servono soltanto a veicolare l’informazione che Gerda era innamorata di Georg, cosa che il lettore sapeva già al più tardi da p. 26. Occupiamoci ora dell’innamoramento e spostiamo l’attenzione dalle informazioni alla loro materializzazione linguistica. “Era al culmine dell’innamoramento. Si godeva quei momenti conscia che stavano volgendo al termine, o il godimento si intensificava proprio in vista della fine?” Confesso che la disgiuntiva mi ha mandato in confusione: non mi sembrava che disgiungesse proprio nulla. Ci ho riflettuto a lungo e non sono giunta a una conclusione soddisfacente. Prima parte della disgiuntiva: Gerda sa che l’innamoramento sta per finire e, sapendolo, si gode gli ultimi momenti; oppure, seconda parte: il godimento si intensifica autonomamente perché qualcuno o qualcosa è consapevole dell’imminenza della fine. Sì, ma chi è consapevole dell’imminenza della fine? Gerda? In questo caso la seconda parte non sarebbe che una ripetizione della prima. Il godimento? Questo presuppone l’autonomia di un’affezione che non può essere semplicemente piazzata lì così, come cosa evidente. Conclusione: boh.

In ogni caso nessuna delle alternative è quella giusta perché “a Gerda non piacevano le cose che finivano”. Ci siamo rotti la testa per niente. O no? Perché poi questa, a cui non piacciono le cose che finiscono, è mossa dall’urgenza di voltare pagina perché le piacciono le cose che cambiano. Nell’impossibilità di capire, ci limitiamo a prendere atto.

Ma il bello viene adesso: “Neanche nel caso della loro acciaccata amicizia aveva mai mostrato il tatto di ricalibrare le distanze, cosa che mandava così in fumo Ruth da farle cambiare marciapiede”.

Lasciamo anche da parte il fatto che l’espressione idiomatica “mandare in fumo” non ha in italiano il significato che sembra attribuirle Janeczek (dico “sembra” perché nel casino semantico-sintattico di questo libro non si può mai essere sicuri di niente); credo che la frase citata sia di quelle, numerose, che fanno sorgere in alcuni lettori il dubbio che Janeczek, trasferitasi in Italia a diciannove anni, abbia dell’italiano una conoscenza corretta. Dubbio che scatena le ire di Janeczek e di un certo numero di scrittori o scrittrici in lingua italiana ma di origine straniera che si pongono immediatamente come vittime di razzismo (così avremmo anche una nuova forma: razzismo linguistico).

Io non credo affatto che il problema sia lì. Sono sicura che, in un senso triviale, Janeczek sa benissimo l’italiano. In un senso non triviale invece, nel senso di una sensibilità per la lingua e le sue reali possibilità, che è condizione necessaria, se non sufficiente, per essere un bravo scrittore, lì ci vedo dei grossi problemi. E non perché Janeczek non è nata in Italia, questa è una grossa scemenza. Il motivo è molto più semplice e non ha nulla di razzista: perché Janeczek non è una brava scrittrice. Janezcek – della quale, ribadisco, non ho motivo di credere che non sappia perfettamente l’italiano – si muove nella lingua come la pallina impazzita di un flipper, perché, come la pallina di un flipper, non ha idea di dove andare. Non è l’unica naturalmente. Lo stesso vale per parecchi scrittori e scrittrici che possono vantare settanta volte sette generazioni di antenati italiani.

Quello che voglio dire, è che in un senso non triviale la conoscenza della lingua non è un fatto di lingua ma di letteratura; che non esistono cattivi libri scritti bene o libri buoni scritti male; che solo un’idea precisa di qualcosa – che sia un’esperienza, una fetta di mondo o l’intero universo – permette (cioè crea e presuppone allo stesso tempo) una lingua precisa. Che il resto è approssimazione. Spesso, come in questo caso, penosa.

 

 

 

 

9 pensieri riguardo “LA QUESTIONE DELLA LINGUA. A proposito del romanzo di Helena Janeczek “La ragazza con la leica””

  1. Concordo in toto. Inoltre se è vero che c’era “quel libro di Dos Passos che Gerda si era portata nella piscina del circolo Bar Kochba per un’estate”, vuol dire anche che gliene fregava niente (perdonami la forma colloquiale, ma ci sta). I libri che si amano non si portano in piscina per un’intera estate, si leggono d’un fiato. Grazie Elena, sei un genio.

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    1. Sì, il parallelo con le inchieste e i documentari è azzeccato. L’intento didattico è innegabile, ma contemporaneamente l’autrice vuol fare alta letteratura e quel che ne esce è un discreto guazzabuglio, almeno secondo me 🙂

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  2. A proposito di quanto hai detto in chiusura del post ho trovata proprio oggi una considerazione di Verga che si interrogava sull’ insuccesso editoriale del suo romanzo oggi più famoso. Verga ha un’idea di romanzo precisa, un linguaggio che le si adatta e mostra di impiparsene delle tendenze in auge: “I Malavoglia hanno fatto fiasco, fiasco pieno e completo. Tranne Boito e Gualdo, che ne hanno detto bene, molti, Treves il primo, me ne hanno detto male, e quelli che non me l’hanno detto mi evitano come se avessi commesso una cattiva azione. Dei giornali, all’infuori del Sole, della Gazzetta d’Italia della domenica, della Rivista Europea o letteraria che sia e della Gazzetta di Parma, nessuno ne ha parlato, anche i meglio disposti verso di me, e ciò vuol dire chiaro che non vogliono spiattellarmi il deprofundis”. Ma “io non sono convinto del fiasco, e […] se dovessi tornare a scrivere quel libro lo farei come l’ho fatto. ( …) in Italia l’analisi più o meno esatta senza il pepe della scena drammatica non va e […] ci vuole tutta la tenacità della mia convinzione, per non ammannire i manicaretti che piacciono al pubblico per poter poi ridergli in faccia»

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    1. “Senza il pepe della scena drammatica”! Non per niente il genere nazionale è il melodramma, in tutti i sensi (e senza nulla togliere alla lirica, beninteso, non sia mai che due melomani come voi si adombrino :-)).
      Grazie della citazione, bella e rara, che fa riflettere: oggi come oggi, il romanzo di qualsiasi autore pubblicato da una casa editrice di un minimo rilievo è accolto da un coro di lodi. Naturalmente a prescindere, dal momento che le recensioni sono un frutto dei contatti dell’editore e del suo ufficio stampa. Mi chiedo se la situazione non è radicalmente cambiata anche nell’altro senso. Cioè: Verga riceve un sacco di critiche, e resta convinto di aver fatto bene, di aver scritto come bisogna scrivere; mi chiedo se gran parte degli gli autori odierni, che nuotano beati fra i consensi, non siano da qualche parte rosi dal sospetto che quello che fanno in realtà sia male, che non scrivano come bisognerebbe scrivere.
      Probabilmente no. La vanità – assieme al soggetto il gran prodotto dell’età moderna – non lo consente.
      Grazie del commento e buona giornata 🙂

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  3. Ciao Elena.
    Una volta mi accusasti di leggere per forza libri di mezze calzette, ma vedo che anche tu non ti fai mancare nulla!
    Ottime comunque queste tue polemiche sul linguaggio: Le parole sono importanti (cit.). Mi permetto però di dissentire da una delle tue ultime affermazioni: l’ultima mia lettura ha riguardato un libro (quasi) vuoto (almeno secondo me) scritto benissimo.
    A presto
    V.

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    1. Ciao Vittorio e grazie del commento!
      E’ vero, anch’io leggo ogni tanto mezze calzette (un quarto di calzette? niente calzette?), però rigorosamente attuali, perché cerco, nel mio piccolo, di fare un po’ di critica militante. Per te il problema non si porrebbe, visto che hai dichiarato nulla e non esistente le letteratura dopo il 1950 :-). Però è vero che tu militi in un altro senso.
      Le mie ultime affermazioni sono troppo generiche e andrebbero pesantemente approfondite, adesso vado a leggere il tuo più recente.
      Grazie e buona domenica solare con pioggia (finalmente!)

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