Letizia Muratori, SPIFFERI

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Letizia Muratori, Spifferi, La nave di Teseo 2018, € 15

 

Di Letizia Muratori e del suo più recente romanzo Animali domestici (Adelphi 2015) ho parlato qui. Con Spifferi (La nave di Teseo 2018) la scrittrice torna alla forma del racconto che, come notavo allora, pare esserle più congeniale. Lo smilzo volumetto (110 pagine in tutto) contiene sei storie un po’ speciali: storie di fantasmi (benché nelle ultime due, Miss Mucca e Ghost Crab, i fantasmi siano più che altro nominali). Durante la lettura continuava a ronzarmi in testa una frase dell’umorista francese Pierre Daninos, che parlando di una scultura moderna inserita in un complesso residenziale scrive: “qualcosa di metallico – freccia, obelisco, fallo modificato 2000 – un oggetto non identificato in inox o duralluminio che fa moderno e mostra il progresso, dal momento che non siamo più lì a chiederci, come le generazioni precedenti, che cosa rappresenti.” Ecco, leggendo questi racconti dovevo ripetermi continuamente che non siamo più lì a chiederci, come le generazioni precedenti, che cosa vuol dire. (D’altra parte proprio questa domanda me la facevo, anni fa, a proposito dell’unica cosa che ho letto di Amos Oz: una raccolta di racconti intitolata Scene dalla vita di un villaggio. Da questo punto di vista Muratori sarebbe, ci assicurano, in buona compagnia.)

Lasciamo stare che io vivo la cosa come un problema. Dobbiamo aver sfiorato una caratteristica di Muratori, se in un’intervista alla scrittrice, il suo estimatore Alcide Pierantozzi scrive: “come ogni volta che Letizia ci racconta una storia – che sia di bambole cabbage o di animali domestici – vediamo tutto nitidamente, anche se è quasi impossibile capire cosa.”

Già, perché prima ancora di chiedersi che cosa vuol dire, il lettore si trova a dover ricostruire che cosa, dove e a chi succede. Se infatti questi racconti mantengono, della struttura tradizionale, una pointe spesso riuscita, su tutto il resto – in primis protagonisti e circostanze – l’autrice mette in opera un sottile e programmatico depistaggio che si avvale, non da ultimo, di un uso molto libero della lingua, delle similitudini, delle metafore e perfino del significato delle parole. Un esempio: parlando di una cena a base di pesce, che il padrone di casa vorrebbe servita agli invitati seduti a tavola, la narratrice del racconto Questa è la rosa bulgara dice: “Spazio in teoria ce n’era, ma non riuscivo a immaginare una tavolata dura di chele e fettuccine allestita in quello che era stato il salotto di mia nonna.” L’espressione “una tavolata dura di chele e fettuccine” mi risulta molto dura da capire, anzi non la capisco proprio, devo supporre che abbia un significato benché io non lo veda affatto, perché insomma, va be’ che sono fettuccine agli scampi, ma le fettuccine non sono affatto dure, e allora cosa c’entrano? È vero che la letteratura è lì per farti scoprire rapporti inusitati fra le cose, ma nemmeno l’arte può cambiare il fatto che le fettuccine sono molli, tanto che perfino Dalì, che ha fatto gli orologi molli, le fettuccine dure non si è azzardato a farle. Quindi, di nuovo: e allora? E allora le fettuccine sono lì per caso, e questo non va bene.

Altro esempio: nel racconto Lascialo finire la narratrice, che scrive per una rivista di viaggi, sta lavorando a un articolo sul tema: israeliti nel Chianti. A questo scopo si trasferisce per un breve periodo nella tenuta di Strigliano, di proprietà della famiglia Piazza, di cui conosce il figlio Alberto, l’erede amministratore[1]. In che senso precisamente Alberto amministri l’enorme tenuta, che oltre alla villa padronale comprende numerosi casali disseminati sulle colline del Chianti, lo si capisce pian piano, da indizi e allusioni disseminati lungo il racconto; e fin qui niente di male. Però, piuttosto all’inizio, troviamo il seguente passaggio:

“Il signor Guido – il padre di Alberto – d’estate risiedeva al Poggiolo. Niente di che rispetto agli altri casali di Strigliano, banale a partire dal nome, ma in quella scelta disinvolta che concedeva il meglio agli avventori occasionali, traspariva l’impronta vera del padrone.”

Un avventore, in italiano, è un individuo che frequenta un negozio o un locale pubblico. Che fa dunque il signor Guido a Strigliano? Gestisce un bar? Naturalmente no. Il figlio Alberto, l’erede amministratore, affitta la villa padronale nonché i casali sparsi a ricche famiglie che ci vengono in vacanza. La parola “avventore” crea un’ambiguità, un depistaggio.

Di questi esempi nella raccolta ce ne sono a dozzine, come se Muratori sfiorasse l’italiano con mano leggera e cogliesse qua e là, senza tanto badare alla congruità della scelta. Come quando, a proposito dello stile di guida di un personaggio, scrive: “Anche se l’avessero rinchiusa in una scatola, era impossibile fermarla. Solo se intercettavi il suo vero interesse, Elena inchiodava. Rischiando un frontale, ti osservava incredula come se aspettasse te e nessun altro da sempre.” Ora, io vorrei sapere come si fa a rischiare un frontale inchiodando. Ci ho pensato su a lungo ma non l’ho capito.

Questo genere di perplessità, che la maggioranza dei lettori giudicherà inconsistenti e pretestuose, mi aveva quasi fatto buttare il libro appena aperto. Prima frase del primo racconto: “Quando non lo brandiva desolata, mamma ispezionava il cordless rigirandoselo nello sterno come stesse facendo harakiri.” Superata anche la difficoltà di rigirarsi qualcosa nello sterno, rimane l’altra: ispezionare quella cosa mentre la si rigira nello sterno.

Queste particolarità dello stile di Muratori possono essere messe in conto a una conoscenza difettosa dell’italiano[2], oppure le si può presumere intenzionali e finalizzate all’effetto di straniamento cui allude Pierantozzi quando dice che nelle sue storie si vede tutto nitidamente, “anche se è quasi impossibile capire cosa”. Se e in che misura la lingua terremotata di Muratori sia voluta e costituisca uno stile, e soprattutto se questo stile sia buono o cattivo, è qualcosa che non mi sento di decidere.

Ma veniamo alla prima metà della frase di Pierantozzi: “vediamo tutto nitidamente”. Per le parti migliori dei racconti questo è vero, ed è già un buon motivo per leggerli. Rimane però anche vero – e a me pare un limite, ma magari è un pregio – ciò che notavo a proposito di Animali domestici: il tutto che vediamo nitidamente è un po’ quello che vedremmo girando intorno lo sguardo: tutto quello che c’è, senza interventi di esclusione o pretese di rilevanza. Questo è particolarmente evidente nei racconti con un certo numero di personaggi (ad esempio in Lascialo finire), ognuno dei quali è trattato dalla narratrice non come un personaggio ma come una persona: interessante in sé, a prescindere dal ruolo che ha o non ha – generalmente non ha – nella narrazione. Come dicevo, è possibile che questa caratteristica della scrittura di Muratori sia un pregio: poiché nel mondo che ci circonda cose, persone ed eventi hanno smesso da tempo di distinguersi gli uni dagli altri per un qualsiasi genere di rilevanza, è giusto e auspicabile che la letteratura si adegui. Anzi se consideriamo che al mondo siamo attualmente sette miliardi di cui non frega niente a nessuno, l’amorevolezza con cui la narratrice di Muratori si occupa delle sue personae è commovente.

Personalmente però preferisco i testi in cui la dispersione a pioggia dell’eros rappresentativo è meno evidente, quelli cioè in cui l’antagonista è unico e per ciò stesso necessariamente significativo. In questo senso il migliore in assoluto dei sei racconti è secondo me Alla deriva in Antartide: in esso la figura di Pietro, unico antagonista, acquista gran parte del suo rilievo dall’opposizione strutturale alla narratrice. Questo malinconico nerd già un po’ avanti con gli anni che si adopera per vivere nel mondo a impatto zero – fino a quando vivere e impatto zero non si dimostrano mutualmente esclusivi – è un personaggio riuscito e reale proprio nella misura in cui poco di lui esonda dai limiti del personaggio nell’indefinito della persona. Cercherò di spiegarmi meglio con una citazione:

“Pietro era seduto in poltrona, strizzato in una vestaglia a scacchi. Ciondolava il piede infilato in una ciabatta di pelle affusolata che pareva rubata a un notaio morto.”

La descrizione è perfetta, vediamo tutto nitidamente; non si capisce perché Muratori senta il bisogno di continuare:

“Un notaio morto e sciacallato era un’immagine di comica tristezza che solo Pietro poteva evocare. Per la comica tristezza aveva un talento innato.”

Queste (inutili) precisazioni, che sbiadiscono l’effetto di una trovata fulminante, hanno l’unico senso di tirare Pietro fuori dal racconto, di farne qualcuno di realmente esistente  (o esistito) – come se l’esistenza fosse un nuovo genere di narratologico asso nella manica. Di gente realmente esistente, però, se ne incontra tutti i giorni. Dalla letteratura ci si aspetterebbe qualcosa in più – o almeno io mi aspetterei qualcosa in più.

Al di là delle mie osservazioni da disadattata pedante, credo però che valga la pena di leggere questi racconti. Mi spingo addirittura a consigliarli – oltretutto sono brevi, non portano via troppo tempo, e sicuramente Muratori è una scrittrice onesta. Questo al giorno d’oggi è già qualcosa.

Mi piacerebbe che qualcuno li leggesse e mi dicesse cosa ne pensa. Troverei interessante un confronto.

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[1] “Ci conoscevamo un po’, Alberto era stato un compagno di scuola di mio fratello. Un tempo, indirettamente, sapevamo tutto l’uno dell’altra. Intimità remota ma assodata, che bastava ancora a darmi fiducia: potevo scrivere l’articolo, e fare interviste.” In quattro racconti su sei la narratrice pesca nel passato suo o della famiglia. Muratori, che gioca con l’autofiction, rappresenta la narratrice come una persona che attualmente deve un po’ lottare con la vita, come tutti, e che si mostra declassata per incassare la solidarietà del lettore, ma è a suo agio con i ceti abbienti.

[2] Come quando scrive: “In compenso ai tappi di cera, che usava abitualmente, aggiunse i paraorecchie di peluche fucsia che io avevo lasciato lì alla fine degli anni Novanta”. Ovviamente “in compenso” qui non c’entra niente.

IL CASTELLO DI RHEINSBERG. UN IDILLIO?

Rheinsberg 1

 

Idillio n° 1

federico ii
Antoine Pesne, Ritratto di Federico II di Prussia (particolare)

A Rheinsberg, cittadina di 8.000 abitanti sull’omonimo lago, molte cose – la birra, i negozi di souvenir, la Deputazione di Storia Patria – sono all’insegna del Kronprinz, il principe ereditario. Il quale altri non è che il grande Federico prima che, alla morte del tremendissimo padre, si avviasse a diventare il grande Federico. Non crediamo di fargli torto affermando che il decesso di Federico Guglielmo I, nel 1740, debba essere stato per lui motivo di sollievo, se è vero che una decina di anni prima, nel 1730, i sistemi educativi feroci e dispotici del padre lo avevano spinto a pianificare la fuga dal regno, con meta l’Inghilterra (ci si renda conto, prego: un principe ereditario che fugge dal regno e cerca rifugio – oggi diremmo asilo – in un’altra nazione). Il piano era stato scoperto, il migliore amico del Kronprinz, Hans Hermann von Katte, ci aveva lasciato la testa, altri amici e amiche, colpevoli solo di aver condiviso la passione, necessariamente clandestina, del giovane Federico per la musica e la letteratura erano stati arrestati, indagati, imprigionati. La sedicenne Dorothea Ritter, figlia di un pastore protestante e colpevole di incontri musicali e passeggiate col principe, fu arrestata, frustata pubblicamente in sei punti diversi della città e rinchiusa per tre anni in uno Spinnhaus – sorta di manicomio-prigione femminile in cui finivano indistintamente malate mentali, mendicanti e soprattutto prostitute (di queste istituzioni parla diffusamente Foucault nella sua Storia della follia). Nel corso dell’inchiesta fu sottoposta a visita ginecologica per accertare se il principe avesse o no avuto con lei rapporti sessuali: non li aveva avuti, Dorothea era vergine.

Federico stesso fu arrestato con l’accusa di alto tradimento, imprigionato, gli schiacciarono la faccia contro l’inferriata della cella perché assistesse alla decapitazione di Katte (ma svenne prima), il tremendissimo padre era dell’idea di decapitare anche lui, fu salvato dall’intervento diplomatico di diverse corti europee.

Un’interessante atmosfera di famiglia. In ogni caso il tentativo fallito di fuga e la conseguente durissima repressione spezzarono la resistenza del principe. Capitolò, passò per tutti i gradi della punizione (detenzione nella fortezza di Küstrin, bassa manovalanza nell’esercito e nell’amministrazione, che gli vennero buone in seguito). Nel 1732 accettò senza mormorare il matrimonio con Elisabeth Christine von Braunschweig-Bevern e fu riabilitato. Il tremendissimo padre assegnò agli sposi il castello di Rheinsberg e qui il Kronprinz, affrancato dalla tutela paterna e non ancora oppresso dalle cure del governo, passò dal 1736 al 1740 gli anni più belli della sua vita.

Detto così si potrebbe equivocare. Non si allude, infatti, a un idillio con la giovane sposa di cui non gli importò mai molto (anzi, si potrebbe dire che non gliene importò mai nulla che andasse al di là dell’etichetta), ma alla libertà, finalmente conquistata, di occuparsi di ciò che veramente gli stava a cuore: musica, filosofia, letteratura, teoria politica. Nel castello ampliato e abbellito secondo le sue direttive si circondò di begli spiriti e, ove non poté direttamente circondarsene, curò vaste corrispondenze con l’intellighenzia di mezza Europa. La bellezza dei luoghi, il parco, il lago, le sale eleganti senza sfarzo, le dotte conversazioni, tutto contribuiva alla sensazione di aver realizzato un ideale privato: Rheinsberg, luogo dell’idillio.

Friedrich-der-Grosse-Rheinsberg
Si noti il Kronprinz, in piedi al centro della scena, con l’amato flauto stretto al petto. (Precisazione: le donne ci sono per bellezza)

 

Idillio n° 2

Il secondo nome legato a Rheinsberg è di parecchio posteriore. Siamo agli inizi del Novecento, per la precisione nel 1912, gli ultimissimi anni dell’età guglielmina. Il berlinese Kurt Tucholsky, studente ventiduenne già relativamente noto in campo pubblicistico, dà alle stampe il racconto Rheinsberg. Un libro illustrato per innamorati[1] – illustrato in effetti dall’amico Kurt Szafransky – che avrà un successo di pubblico strepitoso e durevole.

Prima e dopo la Grande Guerra Tucholsky, pacifista e antimilitarista, democratico di sinistra, sarà, sul modello di Heine, il critico lucido e instancabile della società e della politica tedesca – del nazionalismo e militarismo guglielmino come delle speranze tradite e della politica sempre più autoritaria e conservatrice della Repubblica di Weimar, del nazionalsocialismo che si affermava come della sostanziale acquiescenza sia da parte di una larga maggioranza della popolazione che da parte delle potenze europee. Stabilitosi a Parigi nel 1924 come corrispondente del settimanale Die Weltbühne, di fatto non fece più ritorno in patria, nemmeno quando la sua presenza sarebbe stata necessaria a sostenere i compagni di lotta (l’impressione è che non fosse precisamente un cuor di leone). Nel 1929 si stabilì in Svezia. Nel 1933 i nazionalsocialisti soppressero la Weltbühne, bruciarono i libri di Tucholsky e gli tolsero la cittadinanza tedesca. I suoi incessanti avvertimenti non erano stati ascoltati, quello che aveva temuto si era verificato (e si sarebbe verificato: la guerra gli sembrava la conseguenza necessaria della politica nazista), Tucholsky soffriva di depressione e aveva problemi di salute: lui che in passato aveva avuto bisogno di quattro o cinque pseudonimi per coprire la sua intensissima e brillante attività giornalistica smise di scrivere, ammutolì. Il 21 dicembre 1935 morì nella sua casa di Hindås, in Svezia, dopo aver assunto, intenzionalmente o per errore, una dose eccessiva di barbiturici.

Nel 1912 però la serie di catastrofi che comincerà con la prima guerra mondiale è di là da venire, della stoccafissica società guglielmina ci si fanno beffe senza prenderla troppo sul serio, la Belle Époque è agli sgoccioli ma si può far finta che durerà in eterno – soprattutto due giovani borghesi colti e benestanti, e per colmo di misura innamorati, possono far finta che durerà in eterno.

Rheinsberg, il libro illustrato del ventiduenne Tucholsky questo è: il racconto di un fine settimana che i giovani berlinesi Claire e Wolfgang – all’insaputa dei genitori di lei che la credono in visita a un’amica – trascorrono a Rheinsberg, dove alloggiano alla locanda del paese spacciandosi per i coniugi Gambetta[2].

Ciò che, nella lettura, fin dall’inizio spiazza e taglia le gambe a ogni rischio di sentimentalismo è una lingua insolita, tutta a salti, a connessioni incerte e aeree, che rispecchia il modo dei protagonisti di porsi di fronte alla realtà; un modo che deve essere a tutti i costi nuovo, inusitato, obliquo; che deve assumere un taglio e una prospettiva diversi da quelli dei comuni sudditi e cittadini: di coloro che restano acriticamente immersi nel solito modo di vedere le cose. In loro il linguaggio tiene luogo di azione e, a ben guardare, anche di passione, di sentimento:

“Nel complesso il loro stile era uniformemente distorto. Spesso si dicevano cose che c’entravano poco una con l’altra soltanto per poter usare questo o quel modo di dire, per irritare l’altro, per scuotere il suo equilibrio…”

Il linguaggio è la vera, e unica, rivoluzione di Claire e Wolfgang.

A questo effetto di libertà individuale attraverso la lingua contribuisce potentemente l’idioletto di Claire, vera colonna portante del racconto. Claire parla un tedesco tutto e solo suo, apofonico, sgrammaticato, pieno di sghembe proliferazioni sintattiche e desinenze di fantasia[3]. È un linguaggio spesso infantile, bambinesco, fintamente ingenuo o implorante: Claire, studentessa di medicina e sicuramente “testa forte”, gioca a fare la bambina che ha bisogno di protezione, che vuol essere accontentata, ecc. Dopo dieci pagine vorresti soffocarla con un cuscino, invece l’effetto sul grande pubblico, a quanto pare, è (stato) un altro. Un esempio:

“«Wolfgang?»

«Claire?»

«Me lo lassi fare? Eh? Una volta sola! Pe favore! Pe favore!»

Gli si pigiava addosso, lo accarezzava, gli faceva le moine…

«Cosa, bambina, cosa devo lasciarti fare?» Si districò.

«Dai, lassamelo fare! Non mi lassi mamai fare nienne! Mi piacerebbe taanto…»

«Ma cosa insomma?»

Lei taceva. Dal ponte fissarono di nuovo l’acqua che scorreva pigramente.

«Wolfgang», disse Claire con voce sognate, «vorrei, una volta, sputare nell’acqua…» E nei toni più acuti: «Me lo lassi fare?» Pigolando: «Sì?»

Glielo lasciò fare.”

A volte, francamente, i giochi linguistici di Claire sfiorano la genialità, come quando, davanti alla vetrina di generi coloniali allestita in modo da suggerire un Paese di Cuccagna, sta a lungo in silenzio e recita infine, con sentimento:

«Und einen Ochsen, ganz bepackt,

Mit Fleischextrakt…»[4]

Spesso i loro dialoghi sono vere e proprie recite, sketch estemporanei il cui scopo è la satira dei cliché borghesi :

“«Wolfi, è vero che non hai mannimai amato un’altra prima di me?»

«Mai!»

Gli dava una sensazione spumeggiante farsi beffe così del romanticismo borghese, di quello che i borghesi chiamavano amore, di quella bramosia di essere sempre il primo… Loro non erano, nessuno dei due, alla prima esperienza.”

Ma quando si viene al serio e al sodo, cosa troviamo se non un romanticismo che assomiglia molto a quello dei borghesi?

“Durante la notte si svegliò. Scostò cautamente le pieghe della tenda bianca appena mossa dal vento. La luna vagava come un fantasma fra gli alberi, da una parte un obelisco minaccioso gettava un’ombra netta. Le foglie stormirono. Perché reagiamo a questi fenomeni come a qualcosa di bello, sentì che si chiedeva. Non è altro che un rumore propagato dalle onde sonore… E subito dopo si abbandonò senza resistenza al tranquillo stormire, che era un po’ triste ma suggeriva qualcosa di elevato e allargava il petto…”

A occhio e croce direi che siamo dalle parti di Eichendorff.

Alla fine, dopo tre giorni di passeggiate per campi e per boschi, gite in barca sul lago, visite del parco e del castello, e soprattutto raffinato dileggio linguistico di sé e degli altri, cosa rimane, qual è il succo del fine settimana degli innamorati?

“Desiderio inappagato del compimento! Qui, così sentiva, c’era tutto, c’era l’autunno, il chiaro, chiarificante autunno, c’era Claire, tutto, eppure qualcosa lo spingeva a proseguire, i piedi volevano muoversi in avanti, da qualche parte c’era una meta, impossibile da raggiungere! […] Cos’è che non ci dà pace dove siamo, che ci spinge a continuare, più avanti, più in alto? – Non è la primavera, perché è qualcosa che c’è in tutte le stagioni; non è la giovinezza, poiché è un impulso che avvertiamo a tutte le età; non è Claire, c’è anche senza di lei. […] Essere felici, ma mai soddisfatti. Non lasciare che il fuoco si spenga, mai, mai! […] Non c’è desiderio più profondo di questo: il desiderio di compimento. E non può essere appagato…”

Nel 1912, il ventiduenne protagonista (autobiografico) di questo racconto, a dispetto dei suoi gentili sarcasmi, non arriva più in là di un romanticismo stantio vagamente spruzzato di dopobarba nietzschiano. Immagino che il successo dell’opera sia in parte dovuto a questo: al pubblico fa piacere trovare nei libri quello che conosce già.

Nonostante il suo indubitabile impegno per la pace, la giustizia e le libertà democratiche, e benché quando i tempi si furono fatti decisamente bui in alcune delle sue numerosissime (brutte) poesie abbia individuato nella rivoluzione l’unica via d’uscita e abbia spronato i proletari a farla, Kurt Tucholsky rimane un borghese ben intenzionato, probabilmente onesto, e infinitamente deluso dal fatto che il prodotto finale della borghesia tedesca sia stato il nazismo.

 

Ein Bilderbuch

 

Considerazioni finali? Sì, una: i tedeschi amano l’idillio. Su questo si potrebbe riflettere.

 

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[1] Rheinsberg. Ein Bilderbuch für Verliebte. Ne esiste una traduzione italiana: Il castello di Rheinsberg. Libro illustrato per innamorati e altro, Il Nuovo Melangolo 2003, che io però non conosco.

[2] Il (falso) nome è da leggere, mi pare, come un omaggio di Tucholsky a un certo tipo di scelta politica, ma anche come manifestazione liminare dell’ironia venata di benevolo sarcasmo a cui si limita in questo racconto – forse anche per l’atmosfera naturistica e campestre che lo pervade – la presa di distanza dalla mentalità guglielmina.

[3] Mi dispiace di non avere sottomano l’edizione italiana: avrei visto volentieri come la traduttrice Palma Severi rende il modo di esprimersi di Claire.

[4] «E un bue, fino in cima caricato, / di brodo di dado…»

PRINZ FRIEDRICH VON HOMBURG

 

Warentin

 

Questo è il nostro albergo a Warenthin. Si chiama Gasthaus “Am Rheinsberger See”, non ci si può sbagliare perché c’è solo quello; è a conduzione famigliare, ha 11 camere e un Biergarten, volendo si cena molto bene. In generale in Brandenburg e Mecklenburg, le zone attualmente depresse della ex-DDR, abbiamo mangiato molto meglio che all’ovest, incomparabilmente meglio che nelle città turistiche della Baviera e della Sassonia. Warenthin è una piccolissima località a una delle estremità sud-occidentali del Rheinsberger See. Oltre al Gasthaus ci sono dieci o quindici case per le vacanze e questo è tutto. Dall’altra parte della strada, asfaltata per i primi venti metri, c’è il lago; l’albergo ha un piccolo molo, la gente viene a cena con la barca. La stradina costeggia per poco il lago e si inoltra nel bosco dalle cui profondità era emersa.

Arrivare a Warenthin è stata un’avventura. Un po’ meno un’avventura che, il giorno del nostro ingresso nel Brandeburgo, cercare sotto la pioggia Päwesin all’estremità nord-orientale del Beetzsee (va da sé che la macchinina non ha un navigatore), un posto che neanche quelli che stanno nella città di Brandenburg sanno dov’è; un po’ meno avventuroso che a Päwesin ma comunque un’avventura. Avevamo stampato tutte le mail di conferma degli alberghi, però siccome da Warenthin ci avevano risposto soltanto: OK, va bene, quella non l’avevamo stampata e adesso che eravamo a Rheinsberg, sul lago, non ci ricordavamo né il nome della piccola località né quello dell’albergo. Non saprei dire se è una questione di arretratezza ex-dedeerrica o un problema di laghi e di boschi, il fatto è che in questa zona di laghi e di boschi internet funziona malissimo; quindi nessun accesso alla posta elettronica, quindi non sapevamo che pesci pigliare, quindi ci sentivamo proprio cretini finché non so, un lampo di memoria o un lampo di rete, e ecco avevamo il nome: a Warenthin dev’essere.

Le strade nei centri urbani della ex DDR, a cominciare da Dresda, ti accolgono con un acciottolato rozzo e irregolare; molto vintage e bello da vedere, ma a percorrerlo hai l’impressione che la macchinina debba disfarsi da un momento all’altro. Qui, oltre alla chaussée tutto intorno al castello di Federico II, il suo amato castello di quando non era ancora Federico II ma soltanto der Kronprinz, oltre alla chaussée tutto intorno al castello sul lago, e proprio a partire da questa, per arrivare a Warenthin ci sono cinque chilometri di strettissimo e irregolarissimo acciottolato in mezzo a un bosco pieno di cervi, cinghiali e altri animali selvatici. I tedeschi che abbiamo incrociato sul percorso invece erano domestici.

Nell’albergo di Warenthin a conduzione famigliare c’era un cameriere, o forse anche capocameriere, un ragazzo giovane, alto, snello, col grembiulone nero a metà polpaccio e un’aria molto compresa, che si materializzava a intervalli regolari fra i tavoli del Biergarten a chiederti se avevi bisogno di qualcosa. Non so se fosse uno studente che si guadagnava due soldi durante l’estate o un cameriere di professione; di sicuro aveva un’aria nobile, appariva conscio dei doveri connessi al ruolo ma ben deciso a non tollerare familiarità. Ci trattava con un filo di superiorità appena benevola. Il secondo giorno, al pomeriggio, ci chiese se eravamo già tornati dal giro in canoa. Lo sospetto di aver saputo benissimo che non eravamo tipi da giro in canoa. Questo misto di serietà e bonaria, appena percettibile presa per il culo non mi dispiaceva, lo trovavo interessante, interessante la formalità con sospetto di psicopatia, interessanti i tratti del viso aristocratici, per nulla smentiti dal modo inimitabile con cui appoggiava sul tavolo le due birre piccole. In breve: l’avevo soprannominato Prinz Friedrich von Homburg, ipotizzando in lui, oltre al gentile aspetto, il dissidio fra una felice, tramontata spontaneità, e una superiore coscienza della forma e delle regole.

E poiché del Principe di Homburg abbiamo parlato, vi traduco, passim, un altro capitolo dalle Wanderungen di Fontane: “La tomba di Kleist”[1].

“Un terzo e ultimo punto nelle vicinanze del casino di caccia Dreilinden è la tomba di Heinrich v. Kleist sulle rive del piccolo Wannsee[2]

[…]

Alla confluenza dei due sentieri mi unii a un gruppo, quattro persone e un pinscher, i quali tutti, pinscher compreso, compivano il pellegrinaggio col buon umore che da che mondo è mondo accompagna ogni visita a una tomba. Era gente di ceto modesto, sul cui marcato carattere di borghesi di sobborgo, per me che sentivo i loro discorsi, non potevano esserci dubbi.

La figlia camminava un passo avanti agli altri. «Pare che fosse così tremendamente povero», disse girandosi a metà e giocando con un grosso medaglione appeso a una catenina. «Un poeta così famoso! Non riesco neanche a immaginarlo.»

«Proprio così, Anna», disse il padre. «Ma a quei tempi eravamo tutti poveri. E naturalmente i nobili erano i più poveri di tutti. Però era colpa loro. Prima tutta quell’alterigia, poi il patatrac e la batosta[3]. Be’, grazie a Dio queste cose non succedono più. Adesso abbiamo Bismarck.»

«Ah, Herrmann» lo interruppe una signora piuttosto ben messa, alla quale il cammino, benché breve, cominciava a sembrare troppo lungo, «per favore, quello lascialo stare. Qui siamo da Kleist. E poi non è vero che fosse così povero, solo deve averla tremendamente amata.»

«Per l’amor del Cielo, Dio scampi» disse l’uomo come se si trattasse della cosa più incredibile del mondo.

Fra questi discorsi avevamo raggiunto un punto in cui la stradina attraverso il prato sembrava finire nel nulla. Solo guardando attentamente scorgemmo un sentiero che procedeva tortuoso fra erbacce e cespugli. Era questa la nostra strada? Almeno un tentativo bisognava farlo, ed ecco che dopo nemmeno cento passi avevamo raggiunto la meta e ci trovavamo davanti alla tomba che, discosta e solitaria, in un luogo ombroso, mostrava lo stesso carattere cupo della vita che qui si era conclusa. Nemmeno il restauro, dopo anni di abbandono, ha potuto modificare questa impressione. Una cancellata di ferro fra quattro pilastri di pietra delimita la tomba su cui si trovano due lapidi: un obelisco tronco di epoca più antica, e un blocco di marmo tagliato obliquamente a mo’ di leggio, di tempi più recenti. Sull’obelisco tronco trovammo un mucchietto di terra in cui una mano ingegnosa, forse nemmeno un’ora prima, aveva infilato un mazzo di fiori di campo raccolti durante il cammino. Ai piedi dell’obelisco, sul marmo obliquo, si leggeva:

Heinrich von Kleist

Nato il 10 ottobre 1776, morto il 21 settembre 1811[4].

Egli visse, cantò e soffrì  in tempi difficili e cupi,

cercò qui la morte e trovò immortalità.

La figlia lesse i versi a alta voce, e che fosse la prossimità della tomba, o anche soltanto l’imbarazzo in cui così tanti di noi cadono quando sentono recitare versi (un residuo di rispetto nei confronti degli antichi bardi e profeti), il fatto è che tutti ce ne stavamo in silenzio e il silenzio era come un omaggio e una preghiera.

[…]

Ora di fianco alla figlia camminava un giovanotto legato a lei dal doppio vincolo dell’amore e degli affari. Questi cercò di riprendere il discorso letterario interrotto all’andata, partì a parlare di Caterina di Heilbronn[5] e utilizzò l’espressione “angelica creatura”.

Scelta infelice, perché Anna, che con ogni evidenza aderiva al principio materno: «educarli fin dall’inizio», replicò piccata: «Non so proprio, signor Behm, cosa ci trovi di tanto angelico. A me sembra semplicemente innaturale, questo eterno correre dietro e farsi andar bene tutto. E ha come unico risultato di guastare gli uomini, che già non valgono nulla.»

Il giovanotto voleva protestare energicamente, ma la madre si inserì e affermò perentoria: “Ben detto, Annina… Sì, signor Behm, Anna ha ragione.»

E ora eravamo di nuovo al punto in cui le nostre strade si dividevano, ragion per cui sollevai il cappello e mi congedai nel modo più compito. Ciononostante non feci fatica a capire dagli sguardi e dai gesti che, per usare un’espressione blanda, mi stavano valutando molto criticamente, e che soltanto la madre era decisamente a mio favore. Il che peraltro mi tranquillizzò sul risultato finale della discussione.” 

 

GrabHvKleist

(La didascalia è di mano di Theodor Storm, altro celebre scrittore tedesco (1817-1888), e dice: “La tomba e il luogo della morte di Heinrich von Kleist non lontano da Potsdam. Disegnato per me dal vero a Potsdam da Hermann Schnee, all’epoca studente liceale, in seguito pittore paesaggista.” )

Alla tomba di Kleist non siamo stati. Abbiamo visto invece, nel parco del castello di Rheinsberg, la piramide tronca che è il monumento funerario di Enrico di Prussia, cui toccò la disgrazia di essere il fratello minore del grande Federico.

Ma di questo parlerò magari in un altro post.

 

[1] Il 21 novembre 1811 Kleist si suicidò assieme all’amata Henriette Vogel, malata di tumore. Qualche informazione sul suicidio e sulla tomba qui (ma i versetti di Matteo non c’entrano nulla, chissà come ci sono finiti).

[2] Lago alla periferia sud-occidentale di Berlino, fra Berlino e Potsdam.

[3] Il signore si riferisce alle guerre napoleoniche (in particolare alla battaglia di Jena, 1806) e all’occupazione della Germania (ca. 1804-1815) e specificamente della Prussia da parte dei francesi. Questa occupazione, che è all’origine del nazionalismo tedesco, uno non se la deve immaginare come se i soldati francesi andassero cortesemente di casa in casa a distribuire copie del Codice Civile. Fu un’occupazione dura, seguita a una guerra voluta da Napoleone, piena di soprusi e crudeltà come tutte le occupazioni, vissuta malissimo dalla popolazione, che in particolare in Prussia era esasperata dall’atteggiamento titubante e sostanzialmente imbelle del sovrano Friedrich Wilhelm III. Kleist stesso, durante l’anno che precedette il suicidio, era ossessionato dall’idea di assassinare Napoleone.

[4] Le date sono sbagliate – sia perché la lapide vista da Fontane recava una data di nascita erronea, sia perché Fontane stesso sbagliò a riportare il mese della morte. Le date corrette sono: 10. 10. 1777 – 21.11.1811

[5] Caterina di Heilbronn (Das Käthchen von Heilbronn) è un dramma cavalleresco e fiabesco di Kleist, la cui protagonista Caterina, figlia di un fabbro (quindi appartenente al popolo), quasi trascinata da una forza superiore o come se si trovasse in uno stato sonnambolico, effettivamente “corre dietro” a un conte – gli corre materialmente dietro incurante di ogni genere di ostacolo. Finché non si scopre che Caterina è figlia naturale dell’imperatore, il quale la integra nello stato nobiliare che le compete e il matrimonio può aver luogo.

NEL BRANDEBURGO

Beetzsee

Sono appena tornata da un giro in Germania. La mia meta era il Brandeburgo, uno dei cinque nuovi Länder, vale a dire di quelli che formavano l’ex DDR. Il Brandeburgo è la grande regione intorno a Berlino: la Marca governata dai Principi Elettori e nucleo del futuro regno di Prussia. Berlino però, la capitale della Repubblica Federale, non è la capitale del Brandeburgo. Lo è la più modesta Potsdam, vicinissima ma meno importante.

Tanto Berlino è grande, moderna, vivace, universitaria, culturale e internazionale, tanto il Brandeburgo è agricolo, scarsamente popolato e in odore di arretratezza. I tedeschi dell’ovest (e forse non solo quelli) dicono che la cosa più bella del Brandeburgo è l’autostrada che porta a Berlino. Questo però è assolutamente falso, intanto perché le autostrade tedesche sono piuttosto scadenti (ach, die deutschen Autobahnen sind marode, le autostrade tedesche stanno andando a puttana, ammette sospirando un amico), e poi perché quella autostrada è particolarmente brutta per le tonnellate e tonnellate di trasporto pesante che vi si riversano dai paesi dell’est.

Ma è assolutamente falso soprattutto perché il Brandeburgo è una regione di laghi, corsi d’acqua e boschi; boschi di pini così odorosi di resina che ti sembra di passare in mezzo a un aerosol; boschi di faggi dritti e altissimi; così alti che capisci il punto del gotico.

foresta

Però si vede subito che è una regione arretrata: è tanto arretrata che le strade che la percorrono sono bordate da alberi: da una parte e dall’altra, per chilometri, in mezzo alla campagna, grossi vecchi larghi alberi che fanno ombra! Non c’è niente che ti dia il senso dell’arretratezza come viaggiare su queste strade fra due file di alberi.

Questo non spiega ancora perché mi fossi messa in testa di andare con la mia macchinina fino in Brandeburgo, che non è proprio dietro l’angolo; soprattutto se si considera che di questa regione non avevo mai visto non dico un libro illustrato, ma nemmeno una cartolina.

Intanto perché mi piaceva il nome: Brandenburg in tedesco, con una enne la cui caduta nella trasposizione italiana mi rattrista molto; poi perché uno dei suoi molti laghi è lo Stechlin, e Lo Stechlin è il titolo di un grande romanzo di Theodor Fontane. Ma dal 1862 al 1889 Fontane pubblica anche i cinque volumi delle Wanderungen durch die Mark Brandenburg, resoconti storico-naturalistici dei suoi viaggi attraverso la marca Brandeburgo – ed è questo, non i cinque volumi che non ho letto (ne posseggo una scelta in un unico volume parzialmente intonso), non i cinque volumi ma il titolo mi ha suscitato, dalla prima volta che l’ho sentito – ed è stato molti anni fa -, il desiderio di percorrere questi luoghi favolosi ancorché esistenti.

Come ogni esotismo che si rispetti, anche il mio era un esotismo non solo dello spazio ma molto più del tempo; oltre tutto un esotismo, per così dire, al quadrato, costruito sull’esotismo di un altro: nel Brandeburgo non solo non avrei trovato quello che già per Fontane non poteva essere più della traccia di un profumo: quattro o cinque secoli di storia della Marca; non potevo nemmeno sperare di vedere le cose che materialmente aveva visto Fontane. Poiché, anche al netto dei cataclismi storici, come osserva Proust “le case, le strade, i viali sono fuggitivi, ahimè, come gli anni”.

È stato un viaggio bellissimo e credo che ne dirò ancora qualcosa; magari susciterò qualche briciolo di esotismo alla terza. Intanto vi offro la traduzione, parziale, di un capitolo delle Wanderungen: “I cigni della Havel”.

“I cigni sono stanziali lungo tutto il corso mediano della Havel. I grandi specchi d’acqua di questa zona: il Tengler See, il Wannsee, lo Schwielow, la Schlänitz, la Wublitz, sono i loro luoghi di elezione. Il loro numero complessivo si aggira intorno ai 2000. […] Sbocciano sulla superficie azzurra come candidi fiori possenti; un’immagine di orgogliosa libertà.

Un’immagine della libertà. Eppure sono sotto controllo, in estate a vantaggio degli uomini, durante l’inverno per il loro stesso bene. D’estate vengono catturati per essere spiumati, d’inverno per essere nutriti. In questo modo la cultura ripara durante l’inverno al misfatto estivo.

[…]

Ci occuperemo qui di seguito della cattura estiva. Essa ha luogo due volte e ha un doppio scopo: tarpare le ali al cigno giovane e spiumare il cigno vecchio. Sul tarpare non c’è molto da dire: si taglia via un pezzo di remiganti ed è fatta. Molto più complicato è il procedimento della spiumatura. Si fa due volte (in maggio e in agosto) e in due diversi punti. I cigni della Havel superiore vengono spiumati sul Pichelswerder, quelli della Havel inferiore al “Depothof” presso Potsdam. Il procedimento è in entrambi i luoghi lo stesso. Lo riportiamo come l’abbiamo visto al Depothof.

Il “Capitano dei cigni”, signore indiscusso di tutto il popolo cygnus fra Tengel e Brandeburgo [si intende la città, n.d.t.], dà l’ordine: «Il 20 maggio (il giorno può variare) si spiuma.» Ora ha inizio la cattura. I pescatori dei diversi villaggi sulla Havel si mettono in moto, spingono in cigni che nuotano nella loro zona di pertinenza tutti insieme in un’insenatura o in un angolo, entrano nella massa dei cigni con un bastone uncinato lungo dieci piedi, passano abilmente l’uncino, che come in un bastone da pastore forma un occhiello semiaperto, intorno al collo del cigno, lo tirano a sé e lo caricano sulla barca. Tutto ciò avviene alla massima velocità, sicché in pochissimo tempo la barca si riempie di cigni acquattati uno di fianco all’altro, e precisamente in modo che i loro lunghi colli sporgano fuori dal bordo. Uno spettacolo molto particolare e che ha del grottesco.

Così conciate, le barche di almeno venti villaggi attraccano al Depothof e depositano il loro carico negli stabbi previsti a questo scopo, da dove i cigni vengono via via trasportati al tavolo della spiumatura.

È questo un lungo tavolo in una vasta rimessa. Su un lato del tavolo, occhio acuto e mano svelta, siedono le spiumatrici, per lo più mogli di pescatori dei piccoli villaggi intorno a Berlino. Un garzone porta dentro i cigni a uno a uno, li allunga sul tavolo, le donne acchiappano il collo e lo immobilizzano fra le gambe mentre il garzone tiene stretto il resto del cigno sul tavolo. Ora si attacca a spiumare con altrettanta cautela che virtuosismo. Prima la piuma, poi il piumino; da nessuna parte deve vedersi la carne. Alla fine della procedura il garzone riprende in braccio il cigno, lo porta indietro e lo lancia con forza nella Havel. Il cigno si immerge e veleggia a tutta birra verso l’altra sponda per sfuggire ai suoi tormentatori. Presto però sente freddo, dapprima cerca zone soleggiate lungo le rive o intorno alle isole, e soltanto dopo due o tre giorni si affretta a riparare nei luoghi natii sullo Schwielow o sulla Schlänitz.”

Quanti cigni ci siano adesso sulle acque del Brandeburgo non lo so. Sul Beetzsee non ne abbiamo visto neanche uno, ma è fuori zona. Il nostro albergo nella minuscola località di Warenthin, sul Rheinsberger See, ci ha accolto con gli asciugamani ripiegati sui letti a mo’ di cigno; ne abbiamo visti dei veri sull’acqua, da vicino e da lontano. A chi mi dice che per vedere un cigno non è necessario fare tutti quei chilometri, basta andare alla pozza chiamata laghetto del Parco Ducale di Parma, rispondo che non è la stessa cosa.

lago al tramonto