TIZIANO SCARPA E IL SALTO DI SPECIE

monolito

 

In un recente articolo su Il primo amore, dal titolo Il moderno che avrebbe dovuto salvarci, Tiziano Scarpa offre un’interessante interpretazione di 2001 Odissea nello spazio.

Il film di Kubrick, volutamente enigmatico e le cui possibili interpretazioni variano dalla fantascientifica alla filosofica alla mistico-esoterica, inserisce quattro volte, in corrispondenza dei quattro segmenti della narrazione, il famoso monolito: un parallelepipedo scuro, liscio e perfetto, di cui (vorrei sottolineare) si intuisce l’origine aliena, nel senso anche banale di estranea, perché ogni volta non c’entra niente con ciò che lo circonda e che è, comunque, il nostro mondo.

Alla comparsa/intervento del monolite corrisponde un salto di specie. Questo è particolarmente evidente nella prima e nella quarta sezione, rispettivamente quando l’ominide intuisce che un osso può essere usato come strumento (come clava), cioè quando gli inizi della tecnica corrispondono agli inizi della differenziazione della specie umana dai primati,

Kubrick

e nel finale del film quando, su Giove, l’astronauta Bowman, dopo aver percorso la sua intera esistenza in uno spazio-tempo incommensurabile al nostro, rinasce come “bambino delle stelle” (Star Child), emblema della nuova umanità che abiterà il cosmo senza bisogno di dispositivi tecnici.

 star child.jpg

La seconda e la terza apparizione del monolito sono in un certo senso propedeutiche alla quarta: alla fine del XX secolo americani e sovietici hanno stabilito basi sulla Luna. In una base americana viene scoperto, sepolto a una certa profondità, un oggetto misterioso. Si tratta del nostro monolito, del quale non si sa e non si capisce nulla se non che non appartiene alla natura dell’universo a noi conosciuto e che con ogni probabilità è stato intenzionalmente sepolto lì quattro milioni di anni prima. Il monolito invia un segnale potentissimo in direzione di Giove, dunque viene deciso, nel più grande segreto, di inviare una missione su questo pianeta, mai ancora raggiunto, per indagare la destinazione del segnale. L’astronave Discovery one ha sì personale umano a bordo, ma non è possibile non notare che questo personale, quando non è direttamente ibernato, si limita più che altro a fare jogging, giocare a scacchi, o rilassarsi sotto una lampada solare. Il controllo totale dell’astronave e della missione è nelle mani (si fa per dire) di Hal 9000, l’intelligenza artificiale perfetta che non può commettere errori: lo strumento si è progressivamente ampliato fino ad occupare totalmente lo spazio dell’utilizzatore e a sostituirsi a lui. Il seguito della storia è troppo noto per perdere tempo a riassumerlo; vorrei solo evidenziare che l’uso dello strumento perfetto, che non compare nei viaggi di routine Terra-Luna, diventa invece imprescindibile nella missione su Giove; è quindi come se la scoperta del monolito sulla Luna lo avesse reso necessario, come se il monolito giudicasse venuto il momento di andare oltre l’homo sapiens (la specie che usa gli strumenti) e “spingesse” verso la conclusione aporetica della tappa evolutiva: lo strumento perfetto che uccide l’utilizzatore per sostituirsi a lui.

David Bowman, l’astronauta superstite della strage operata da Hal, giunto nello spazio di Giove vede il monolito che orbita attorno al pianeta e nel tentativo di raggiungerlo viene “risucchiato” in una lunghissima sequenza attraverso uno spazio psichedelico, un corridoio trans-specifico al termine del quale si ritrova nella famosa suite di neoclassico nitore, per una possibile interpretazione della quale si rimanda a più sotto. In questa suite egli compie un percorso accelerato dalla gioventù alla maturità alla decrepitudine alla morte, per poi rinascere (presumibilmente) come “Star Child”, come ipotetica nuova specie. Negli istanti che precedono la morte di Bowman, ai piedi del suo letto compare per l’ultima volta il monolito; Bowman, decrepito e disteso nel letto, alza lentamente un braccio e tende la mano verso il monolito in un gesto che, come è stato notato, ricorda la creazione di Adamo della Cappella Sistina. Questo potrebbe voler dire che il monolito è Dio e che un nuovo Adamo sta per essere creato, ma anche (poiché è Bowman che indica, con l’indice alzato, il monolito) che l’uomo è Dio e il monolito, che ogni volta lo spinge verso un salto di specie, una sua creazione. Il punto è ambiguo come ambiguo e enigmatico è tutto il film. Per il momento lo lasciamo irrisolto e passiamo all’interpretazione di Scarpa che sarà, invece, univoca.

Fin dall’inizio del suo articolo, Scarpa insiste sul carattere messianico del monolito: ” Il monolito potrebbe essere Dio, o un suo angelo, o un alieno: una specie di messo divino, un messia extraterrestre, che si immischia nelle vicende umane.” E più sotto: “È un film cristiano: Dio esiste e non è un’entità separata in un universo teista: è Grazia, è Provvidenza coinvolta nelle vicende umane. Il monolito scoperto sulla Luna, si dice nel film, stava sepolto lì «da quattromila anni», l’età del creato secondo la Bibbia.” (Piccola parentesi: nel film il monolito sta sepolto sulla Luna non da quattromila, ma da quattro milioni di anni – in sé una svista di nessuna importanza, non fosse che a questo punto la Bibbia non c’entra nulla.)

Una volta stabilito che il film, almeno apparentemente, racconta “una storia antidarwinistica”, che è, almeno apparentemente “un film anti-illuminista”, e che in esso il monolito svolge il ruolo di Divina Provvidenza, Scarpa passa a sottolineare le analogie, già notate all’inizio degli anni ’70, fra il monolito e la scultura minimalista dell’epoca e enuncia la sua interpretazione:

“L’intervento messianico, nel mondo reale degli anni Sessanta, lo fanno le opere d’arte: in altre parole, è il progetto moderno il messia che fa fare un salto di specie all’umanità.”

(Noto, en passant, che Scarpa usa “salto di specie” e “salto culturale” come espressioni grosso modo sinonime; o meglio: secondo Scarpa Kubrick rappresenterebbe come “salto di specie”, con tanto di “potenziamento genetico” dall’homo sapiens al Bambino delle Stelle, il “salto culturale” che vede realizzato nell’“irruzione del moderno”. A me sembra che le due cose andrebbero tenute almeno concettualmente distinte e che l’uso disinvolto che nell’entourage di Moresco si fa del termine “salto di specie”  possa essere fonte di grossi equivoci.)

A questo punto l’argomentazione di Scarpa si fa più confusa. Essa corre, a quel che posso capire, su due linee.

La prima è la caratterizzazione dell’arte minimalista come arte che mira alla rappresentazione non più dell’oggetto ma dell’idea dell’oggetto, un’arte che convoglia lo spettatore alla contemplazione dell’idea (in senso platonico) o alla contemplazione dell’essenza, alla Wesensschau fenomenologica. I riferimenti sono “in particolare le sculture di John McCracken, Tony Smith e Ronald Bladen”:

John Mc Cracken
John McCracken, Six columns

In altre parole l’arte minimalista, che secondo Scarpa trionfa nel secondo Novecento e pone il suo vittorioso cachet sul moderno, rappresenterebbe un “salto” nel senso che se prima lo spettatore, per giungere alla visione dell’idea, doveva attraversare la tappa del godimento estetico, ora non deve più fare il giro lungo ma si trova direttamente in presenza dell’idea: “Fine del godimento sensoriale delle opere d’arte; fine dell’estetica del mondo. Si vive direttamente nell’iperuranio, nel modo platonico delle idee”. 

A sostegno della tesi di Scarpa si può tentare un’interpretazione della decorazione settecentesca della suite in cui si svolgono le ultime scene del film: nella seconda metà del Settecento trionfa l’idea di un’estetica basata sul gusto, l’idea che la fruizione della bellezza non passi per il concetto; un’estetica principalmente della sensazione che fa riferimento a una concezione naturalistica del bello che sarà progressivamente sconfessata. In questa scenografia settecentesca il monolito minimalista compare ai piedi del letto di Bowman morente ed egli alza faticosamente il braccio e l’indice verso di esso per indicare che lì è la “salvezza” (vedi sotto).

suite neoclassica.jpg

Per quel che mi riguarda, non sono competente nelle cose dell’arte figurativa, spero di aver riportato correttamente il pensiero di Scarpa e mi permetto solo una considerazione privata: mi pare che i prodotti dell’arte minimalista – in particolare le “grandi forme geometriche tridimensionali, semplici, lisce, quasi archetipiche” – emanino per il non-specialista un senso di sconsolatezza, se non proprio di angoscia (Scarpa stesso per caratterizzare le “forme archetipiche” usa l’aggettivo “inumane”). Richiedono uno spettatore forte, robusto, un eroe che tiene botta; stranamente l’uomo del Novecento, quale si delinea ad esempio in letteratura, è piuttosto di un altro tipo: è debole, inconsistente, spesso sul punto di sfaldarsi. Si è dunque autorizzati a chiedersi se il salto minimalista, seppure in un certo senso necessario, per una specie che non è in grado di compierlo non si risolva in ultima analisi in un tonfo.

L’altra linea dell’argomentazione di Scarpa è il carattere salvifico dell’arte. Su questo Scarpa non ha dubbi: l’arte salva, l’opera d’arte è “degna di venerazione”. La scelta del termine mi pare significativa: per quanto un gradino sotto rispetto all’adorazione (Dio si adora, i Santi e la Madonna si venerano), esso appartiene al campo semantico del religioso e in effetti nell’articolo di Scarpa è in una relazione con il “Messia”: noi credevamo che il monolito fosse “Dio, o un suo angelo, o un alieno: una specie di messo divino, un messia extraterrestre”, in realtà non è così: il monolito è una scultura minimalista e “Kubrick racconta questa storiella messianica per farsi una ragione del salto culturale in corso nella sua epoca: l’irruzione del moderno”. Del moderno, dobbiamo però aggiungere, che salva, perché il monolito, qualunque cosa sia, per due volte salva l’uomo grazie a un salto evoluzionistico: “Kubrick […] ha preso la fascinazione della scultura minimalista […], il suo essere impronta materiale di un’entità immateriale, e l’ha narrativizzata, l’ha distesa in una storia per svelarne il potenziale evoluzionistico: non un progresso lineare, ma un salto.” 

Con ogni evidenza, “salvezza” significa per Scarpa “salto evoluzionistico”, uscita dall’impasse paludosa di uno stadio giunto a una fase di inadeguatezza; per questa salvezza nessun bisogno di Provvidenza o Messia che giungano da fuori, l’arte basta e avanza: “Il regista e il suo pubblico lo sanno che quelle opere d’arte […] sono state ideate e realizzate da esseri umani: sono metafisica terrestre. 2001: Odissea nello spazio crede che l’umanità sia in grado di fare un salto di specie e salvarsi da sé.”

Rimane da capire il senso di quel titolo antifrastico: Il moderno che avrebbe dovuto salvarci.

Ci ha salvati o non ci ha salvati?

 

 

 

19 pensieri riguardo “TIZIANO SCARPA E IL SALTO DI SPECIE”

  1. mah, il film (e il libro di Ray Bradbury: ne parla Scarpa?) lasciano liberi di far correre i nostri pensieri, quindi ci può stare anche questa lettura, però lascio il mio mah. Il finale sta a indicare (secondo me) che c’è qualcosa di talmente grande che non siamo in grado di comprendere; e in questo senso ci può stare il richiamo al Vangelo, dove Gesù dice proprio queste parole, che non ci sono misteri ma che nel nostro stato attuale molte cose non si possono comprendere. Al film, e alle sue interpretazioni, avevo dedicato una serie di post in giulianocinema.blogspot.it una decina d’anni fa (quello sulla musica è uno dei miei post più letti, ancora oggi)

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    1. No, Scarpa non parla del libro (di Clarke, giusto?), ma parla della musica di Ligeti (solo di quella, perché è moderna; i due Strauss e l’altro dal nome impossibile da ricordare non entrerebbero nell’interpretazione). Dell’articolo di Scarpa mi interessava soprattutto il discorso del salto di specie e del ruolo che avrebbe in esso l’arte. L’ho trovato interessante, al di là della tesi sul film (e comunque più plausibile di quelli che vedono nel monolito uno schermo cinematografico e nel film un’allegoria del cinema e della sua storia).

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  2. «Su questo Scarpa non ha dubbi: l’arte salva, l’opera d’arte è “degna di venerazione”.»
    Veramente no. Il passo del mio articolo dice così:
    «…l’irruzione del moderno, la svolta con cui, in pochi anni, l’umanità [*nota: l’umanità in generale, non Tiziano Scarpa in particolare*] ha cominciato a considerare degni di venerazione – a considerare opere d’arte – oggetti che mettono in atto un diverso modo di rappresentare, di riferirsi a qualcosa, di proporre dei significati: le cose hanno cominciato a essere presenti in un modo completamente nuovo», eccetera.
    E ci sarebbero altri passaggi e rilievi con cui non sono d’accordo. Voglio dire che non mi ritrovo in alcuni snodi di questo riassunto del mio articolo e con il punto di vista che mi si attribuisce.
    Ho cercato di mettere in evidenza come Kubrick abbia raccontato una storia messianica (il che mi sembra abbastanza evidente); ma il punto cruciale è che invece si potrebbe interpretare questo “messia” non come un’entità metafisica, ma come l’evoluzione e il salto culturale (messi in scena fantascientificamente da Kubrick come “salti di specie”) intrapresi dall’umanità con il modernismo, di cui l’arte contemporanea, e in particolare la scultura minimalista, nel film è uno degli emblemi. Secondo me è interessante che Kubrick abbia scelto proprio quell’emblema, quella sineddoche: scultura minimalista = evoluzione culturale dell’umanità / possibile “salto di specie”: in questo caso ho cercato di capire che cosa ha affermato Kubrick con questo suo film, non di dire quel che penso io della eventuale funzione salvifica dell’arte.
    Ma ho già scritto troppo, e mi scuso. Aggiungo solo che «salto di specie» mi sembra appropriato a come il percorso evoluzionistico viene presentato nel film: mutazioni irrelate, oltre alle ellissi narrative, fanno apparire come “salti” i vari passaggi. Ma rileggerò con più attenzione il mio articolo, può darsi che io abbia usato questa espressione con non sufficiente rigore.
    Grazie di aver colto e segnalato il mio svarione sui «quattromila anni».

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    1. Gentile Tiziano Scarpa,
      premetto che prima di scrivere il mio post ho letto e riletto numerose volte e con grande attenzione il suo articolo, proprio perché mi sembrava ambiguo rispetto ai punti in questione: salto di specie e azione salvifica dell’arte, che sono quelli che mi interessano. Se nonostante i miei sinceri sforzi ho capito male, mi dispiace. Ritengo tuttavia di avere qualche scusante:
      Nel passo da lei citato, è vero che è l’umanità a considerare “degni di venerazione” determinati oggetti, ma se lei (lei, non l’umanità) chiosa “oggetti degni di venerazione” con “opere d’arte” (come fa inserendo l’espressione fra i due trattini), credo che la conclusione che lei considera l’opera d’arte come degna di venerazione sia quantomeno possibile. E comunque, anche se il soggetto fosse sempre l’umanità – lei si pone fuori?
      Sul “messia”: l’inizio del suo articolo si condensa in effetti nell’affermazione “E’ un film cristiano”. Poi però il film cristiano viene da lei decristianizzato nel momento in cui il messia si rivela essere l’opera d’arte minimalista, prodotto dell’uomo (come la musica di Ligeti), da cui giustamente la conclusione: “2001: Odissea nello spazio crede che l’umanità sia in grado di fare un salto di specie e salvarsi da sé”. Nel suo articolo questa interpretazione non è messa di fianco all’altra (quella “cristiana”) come una possibilità “pari merito”, ma viene presentata come uno sviluppo alternativo con conclusione antitetica (e piuttosto perentoria) rispetto alla prima: l’uomo si salva da sé grazie all’opera d’arte. Lei mi dice che questa è la sua interpretazione di un film e non la sua convinzione personale rispetto all’opera d’arte e alla salvezza dell’uomo. Corretto, accetto la precisazione, ma preciso a mia volta che la sua interpretazione suona molto sentita.
      Il salto di specie: Io ho detto: “Noto, en passant, che Scarpa usa “salto di specie” e “salto culturale” come espressioni grosso modo sinonime; o meglio: secondo Scarpa Kubrick rappresenterebbe come “salto di specie”, con tanto di “potenziamento genetico” dall’homo sapiens al Bambino delle Stelle, il “salto culturale” che vede realizzato nell’“irruzione del moderno””. Ho precisato che lei usa, correttamente secondo me, l’espressione “salto di specie” in relazione al film. Tuttavia lei dice anche, a proposito della musica di Ligeti: “Anche ascoltare la sua musica equivale a fare un salto di qualità, un’evoluzione di specie”. Naturalmente chi ascolta la musica di Ligeti non sono quelli dentro al film, ma quelli fuori, cioè noi, quindi lei dice che la musica di Ligeti fa fare a noi “un salto di qualità, un’evoluzione di specie”, che può anche andar bene, per l’amor del cielo. Io volevo dire soltanto che con l’espressione “salto di specie” ci si dovrebbe andare un po’ più cauti di quello che talvolta accade.
      Ripeto: ho fatto alcune considerazioni sul suo articolo dopo avere onestamente cercato di capirlo al meglio. Se ho frainteso mi scuso.
      Però una cosa me la potrebbe spiegare: qual è il senso dell'”avrebbe dovuto” del titolo?
      Intanto grazie dell’attenzione e delle precisazioni.

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      1. Chiedo scusa, ho scritto una risposta lunghissima.

        Lo sviluppo argomentativo del mio articolo mi sembra questo:

        1. il film di Kubrick racconta un’evoluzione della specie umana che non avviene darwinisticamente, ma attraverso “salti” provocati da un’entità esterna, provvidenziale, messianica. *Natura non facit saltus*, e Kubrick sembra dirci che il “saltus”, all’umanità, l’ha fatto fare, e lo farà fare ancora, un intervento esterno all’autonoma evoluzione terrestre. Fin qui, tutto piuttosto evidente: è la trama del film così com’è.

        A questo punto mi avvalgo di una osservazione che, come dico nel mio articolo, venne fatta dai critici d’arte dopo l’uscita del film:

        2. ma guarda un po’: l’entità messianica è impersonata da un parallelepipedo di pietra liscia che coincide con la scultura minimalista del secondo dopoguerra.

        Ed ecco che ne traggo una proposta interpretativa:

        3. dunque, oltre a farci un racconto evoluzionistico alternativo a quello darwinistico, Kubrick ci sta mostrando che l’arte contemporanea è il segno di un passaggio evolutivo che (secondo lui; secondo quanto ci mostra nel film) può cambiare radicalmente la specie umana. Perciò definisco “2001: Odissea nello spazio” una specie di “recensione” filmica all’arte contemporanea (e più in generale al progetto culturale moderno), qui rappresentata per sineddoche dalle sculture minimaliste. Mi ricordo che mentre scrivevo l’articolo la cosa mi sembrava perfino umoristica: per Kubrick andare alle mostre di scultura minimalista e ascoltare la musica di Ligeti ti cambia il dna! Non è chiaro se per Kubrick questo sia positivo o negativo: se sia un elogio o una stroncatura dell’arte moderna. Se è una stroncatura, rientrerebbe nell’alveo della tradizione otto-novecentesca delle innumerevoli satire verso i movimenti artistici e poi verso le avanguardie (dal Romanticismo al Realismo di Courbet agli Impressionisti ecc. in avanti).

        Riguardo a questo film, certe volte mi viene da pensare che l’astrattismo, il design funzionalista e tutto quanto il progetto moderno abbia messo (fruttuosamente!) in crisi Kubrick, che è un artista figurativo, un regista narrativo, non astratto, un artista che trasmette le sue intuizioni attraverso storie, drammaturgie, personaggi, immagini realistiche, esperienze estetiche che coinvolgono intensamente i sensi. Avrà provato il timore di sentirsi superato da una tendenza artistica e culturale che andava in tutt’altra direzione? (Ma queste mie sono fantasie, congetture che valgono quel che valgono). Tramite “2001: Odissea nello spazio” Kubrick fa i conti con il progetto moderno, ma non può che farlo alla sua maniera: lo narrativizza, lo dispiega in una storia: prende la scultura minimalista, cioè la cosa più enigmatica, più astrattamente totemica che abbia prodotto la sua epoca e *la rende personaggio*: la destituisce di astrattezza, la tira giù dall’Iperuranio e la immischia nelle faccende umane; prende le figurazioni astratte e le usa scenograficamente per raffigurare il viaggio nell’iperspazio; prende la musica di Ligeti e narrativizza anch’essa, la usa per trasportare un essere umano “da Giove all’Infinito” (non è che ho trascurato Strauss e Khachaturian perché “non rientravano nell’interpretazione”, ma perché, se ricordo bene, quelle musiche non compaiono nei momenti critici, di passaggio, di “salto” da una dimensione a un’altra – come avviene quando risuona Ligeti –, ma in quelli di assestamento, di “trionfo”, di affermazione di uno stato evolutivo. Certo, avrei potuto riflettere più dettagliatamente anche sull’uso di queste musiche, e ne sarebbe venuto fuori un articolo lunghissimo – quasi come questo commento…: ma soprattutto, il punto che mi interessava mettere in evidenza era quello del rapporto con l’arte contemporanea astratta minimalista ecc.).

        Si potrebbe addirittura aggiungere, con una certa malizia, che Kubrick “punisca” l’astrattezza dell’arte e della musica moderna narrativizzandole, funzionalizzandole, costringendole a far parte di una storia, a fare il “lavoro sporco” di un ruolo narrativo: il parallelepipedo non è un oggetto irrelato, astratto, assoluto, iperuranico: è l’entità messianica; la musica di Ligeti non è un suono inaudito che non corrisponde a nulla né vuole significare alcunché: è il suono che si sente quando si fa un viaggio iperdimensionale dal sistema solare all’infinito…

        Ora, dopo questa lunga premessa, passo a rispondere alle obiezioni del suo commento.

        Lei dice:
        «Nel passo da lei citato, è vero che è l’umanità a considerare “degni di venerazione” determinati oggetti, ma se lei (lei, non l’umanità) chiosa “oggetti degni di venerazione” con “opere d’arte” (come fa inserendo l’espressione fra i due trattini), credo che la conclusione che lei considera l’opera d’arte come degna di venerazione sia quantomeno possibile.»

        Non sono d’accordo. Ciò che dico in quel passaggio del mio articolo è chiaro. Kubrick si ritrova a fare i conti con un’epoca che considera degni di venerazione i parallelepipedi astratti e la musica post-dodecafonica. È assolutamente fuori luogo scrivere, come ha fatto lei: «Su questo Scarpa non ha dubbi: l’arte salva, l’opera d’arte è *“degna di venerazione”*.» Attribuisce a me quel che io attribuisco alla situazione epocale a cui (secondo la mia interpretazione) il film di Kubrick reagisce. È Kubrick che ha scritturato una scultura minimalista nel ruolo dell’entità messianica (ecco, potremmo immaginare, scherzando, che, nel momento di fare il casting, Kubrick abbia detto: “bene, l’astronauta Bowman ce l’abbiamo, lo fa Keir Dullea. E per il messia chi prendiamo? Una scultura di John McCracken!”): da qui la mia precisazione “opere d’arte” inserita fra due trattini: quel passo è coerente con la logica fondante del mio intervento. Ho tentato di interpretare che cosa di fatto ci ha mostrato Kubrick.

        Poi lei dice:
        «E comunque, anche se il soggetto fosse sempre l’umanità – lei si pone fuori?»

        Questa domanda è cavillosa. Il paragrafo è chiarissimo. A questo punto lo riporto:
        «Kubrick racconta questa storiella messianica per farsi una ragione del salto culturale in corso nella sua epoca: l’irruzione del moderno, la svolta con cui, in pochi anni, l’umanità ha cominciato a considerare degni di venerazione – a considerare *opere d’arte* – oggetti che mettono in atto un diverso modo di *rappresentare*, di *riferirsi a qualcosa*, di *proporre dei significati*: le cose hanno cominciato a essere presenti in un modo completamente nuovo.»

        Il soggetto è Kubrick, che col suo film dà un’interpretazione profetica (forse anche un po’ umoristicamente profetica) delle conseguenze dell’arte moderna. Se però “venerazione” le sembra troppo, faccio notare che lo si usa comunemente per significare “profondo ossequio, ammirazione” (i dizionari fanno gli esempi di venerazione “verso un maestro, verso un cantante rock”), non necessariamente culto religioso. Qui potremmo metterci a discutere se il modo in cui l’umanità tratta le opere d’arte non sia un surrogato del culto religioso, delle reliquie ecc., ma onestamente non mi sembra con questo che si possa attribuire a me personalmente quello che lei mi fa dire, e che è una semplice constatazione di ciò che accade. Posso concedere che “l’umanità” è generico: ci sono tanti a cui le opere d’arte non dicono nulla, e per i quali è molto più importante il calcio; e molti che verso le opere d’arte provano sì considerazione e rispetto, ma non venerazione… Sta di fatto che a un certo punto, negli anni Sessanta, le istituzioni culturali dell’Occidente hanno cominciato a dedicare la stessa venerazione (lo stesso “profondo ossequio”) che dedicavano a Caravaggio e a Picasso, a Beethoven e Mahler, anche ai parallelepipedi minimalisti e alla musica post-dodecafonica…

        Poi lei dice:
        «Sul “messia”: l’inizio del suo articolo si condensa in effetti nell’affermazione “E’ un film cristiano”. Poi però il film cristiano viene da lei decristianizzato nel momento in cui il messia si rivela essere l’opera d’arte minimalista, prodotto dell’uomo (come la musica di Ligeti), da cui giustamente la conclusione: “ ‘2001: Odissea nello spazio’ crede che l’umanità sia in grado di fare un salto di specie e salvarsi da sé”. Nel suo articolo questa interpretazione non è messa di fianco all’altra (quella “cristiana”) come una possibilità “pari merito”, ma viene presentata come uno sviluppo alternativo con conclusione antitetica (e piuttosto perentoria) rispetto alla prima: l’uomo si salva da sé grazie all’opera d’arte. Lei mi dice che questa è la sua interpretazione di un film e non la sua convinzione personale rispetto all’opera d’arte e alla salvezza dell’uomo. Corretto, accetto la precisazione, ma preciso a mia volta che la sua interpretazione suona molto sentita.»

        Un attimo: come ho scritto nella premessa di questo commento, la mia interpretazione si articola in fasi. All’inizio descrivo quel che mostra il film (evoluzione per salti causata da un intervento messianico); poi faccio notare che l’intervento messianico è stato stranamente fatto impersonare da una scultura minimalista; poi ne ricavo che allora Kubrick, più che una storia religiosa, sta facendo, con i suoi mezzi narrativi, filmici, una specie di recensione del progetto artistico moderno; infine però faccio notare che, se le cose stanno così, allora (sempre stando al film di Kubrick, accettando le sue premesse e ciò che ci mostra) il messia è prodotto dall’umanità stessa che si salva attraverso l’arte.
        Sul fatto che la mia interpretazione “suona molto sentita”: be’, non posso ribattere a risonanze e “sentimenti” o “sentitismi”, che sono cose impalpabili… Forse suona “sentita” perché quando interpreto qualcosa cerco prima di tutto di aderire il più possibile alle ragioni (e invenzioni e intuizioni e forme e dettato e testo) dell’altro – dell’opera, dell’autore o autrice, ecc. –, per *poi* ricavarne delle considerazioni. Mi sembra anche questo il caso. Non pretendo certo di aver capito tutto. Ma, forse, se la interpretazione è parsa “sentita”, è perché il film di Kubrick è bello e suscita pensiero e scrittura e vale la pena immergersi nelle sue ragioni e invenzioni e intuizioni e forme e testo in maniera sentita.

        Lei dice:
        «Il salto di specie: Io ho detto: “Noto, en passant, che Scarpa usa “salto di specie” e “salto culturale” come espressioni grosso modo sinonime; o meglio: secondo Scarpa Kubrick rappresenterebbe come “salto di specie”, con tanto di “potenziamento genetico” dall’homo sapiens al Bambino delle Stelle, il “salto culturale” che vede realizzato nell’“irruzione del moderno””. Ho precisato che lei usa, correttamente secondo me, l’espressione “salto di specie” in relazione al film. Tuttavia lei dice anche, a proposito della musica di Ligeti: “Anche ascoltare la sua musica equivale a fare un salto di qualità, un’evoluzione di specie”. Naturalmente chi ascolta la musica di Ligeti non sono quelli dentro al film, ma quelli fuori, cioè noi, quindi lei dice che la musica di Ligeti fa fare a noi “un salto di qualità, un’evoluzione di specie”, che può anche andar bene, per l’amor del cielo. Io volevo dire soltanto che con l’espressione “salto di specie” ci si dovrebbe andare un po’ più cauti di quello che talvolta accade.»

        Ho riletto il mio articolo, e mi pare che non sia così. Non uso “salto di specie” e “salto culturale” come espressioni “grosso modo sinonime”. Ho usato «salto di specie» solo in riferimento ai “salti” che ci mostra il film. Non mi pare di fare confusione con “salto culturale”. Il perno del discorso è proprio questo: un “salto culturale” che Kubrick trasforma iperbolicamente in “salto di specie”. Ma si vede che il mio articolo non è riuscito a metterlo in evidenza con sufficiente chiarezza: a me pare che in “2001: Odissea nello spazio” Kubrick metta in scena allegoricamente un passaggio culturale (l’affermazione del moderno, da lui emblematizzata dall’arte) in forma di iperbole, e cioè la esageri (lui, non io) raffigurandolo come “salto di specie” (“la scultura minimalista, la musica di Ligeti e l’arte astratta faranno mutare l’umanità!”, questo, secondo me, sembra dire il film). Nel passo che cita, tra l’altro, non è scritto “salto di specie”, ma “un salto di qualità, un’evoluzione di specie”, che non è lo stesso che “salto di specie”.

        Ma tutto secondo me risulta chiarissimo dal contesto. Non si può scorporare mezza frase ritagliandola dal paragrafo a cui appartiene. Anche qui mi tocca riportare il passo del mio articolo:
        «Lo stesso ruolo – ma più che di ruolo bisognerebbe parlare di presenza, cioè di un elemento defunzionalizzato, che semplicemente *sta*, c’è – la stessa *presenza* nel film ce l’ha la musica di Ligeti. Anche ascoltare la sua musica equivale a fare un salto di qualità, un’evoluzione di specie. L’umanità non è in grado di sopportare il sibilo emesso dal monolito, che nel film stronca gli ispettori sulla Luna, ma può essere accompagnata dalla musica contemporanea in una nuova dimensione dell’essere, così come l’astronauta David Bowman sfocia nell’infinito addentrandosi nella colonna sonora di “Atmosphères”.

        Il mio testo lo dice chiaramente: “nel film”. Queste sono *cose che dice il film* (secondo la mia interpretazione), non che penso io: nel film ciò che si sente durante il viaggio che fa sfociare Bowman nell’infinito è la musica di Ligeti: *ergo* (mia interpretazione), la musica post-dodecafonica, secondo Kubrick, è una soglia che può portare l’umanità in un’altra dimensione, che può farla evolvere (è Kubrick che esagera; lo fa con ammirazione?, satiricamente?, umoristicamente?, con una parabola volutamente calcata? È opinabile). E, ripeto, non uso affatto “salto di specie” in maniera confusa o equivalente a “salto culturale”. Cerco sempre di essere preciso, non uso mai le espressioni genericamente o come “sinonimi ‘grosso modo’ “; certo, si può sempre sbagliare; ma in questo caso mi pare di no, “salto di specie” è sempre usato a proposito, perché è riferito a quel che mostra il film di Kubrick. Perciò io ritengo che la sua critica al mio uso di questa espressione sia infondata.

        Lei dice:
        «Ripeto: ho fatto alcune considerazioni sul suo articolo dopo avere onestamente cercato di capirlo al meglio. Se ho frainteso mi scuso.»

        Può darsi che il mio articolo non sia perfettamente chiaro. Dovessi riprenderlo e svilupparlo ne terrò conto per rimuovere il più possibile qualunque ambiguità; quindi accolgo con gratitudine questa sua lettura. A me pareva che fosse chiaro che stavo riferendo le idee di Kubrick per come ce le consegna attraverso la storia e le immagini del suo film, non le mie idee sull’eventuale potere salvifico delle opere d’arte. E d’altronde, non è che si può ripetere a ogni frase “secondo Kubrick; secondo quanto afferma il film; in questo film; ecc.”

        Lei dice:
        «Però una cosa me la potrebbe spiegare: qual è il senso dell’“avrebbe dovuto” del titolo?»

        Anche questo mi sembra chiaro: «Il moderno che, *secondo “2001: Odissea nello spazio” di Kubrick*, avrebbe dovuto salvarci». L’intervento salvifico del “messia/cultura moderna”, la logica messianica e salvifica, è il film a proporli.
        I titoli sono, giocoforza, ellittici. Anche il titolo di questo suo post lo è.

        [nota: in questo commento ho messo gli asterischi per evidenziare i corsivi; tranne quando ho citato titolo del film, che per praticità ho citato fra virgolette].

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      2. E così mi ha risposto. Non l’avrei giammai creduto, / ma farò quel che potrò! Façon de parler.
        La ringrazio innanzitutto per la spiegazione del titolo: non ci sarei mai arrivata.
        La ringrazio inoltre per le dettagliate e articolate delucidazioni, nonché per gli sviluppi dei suoi argomenti, che mettono in luce i miei fraintendimenti e permettono una più corretta comprensione del suo articolo: un’interpretazione di 2001 Odissea nello spazio che propone di vedere nell’agente messianico del salto di specie l’arte moderna secondonovecentesca, che si colloca in parte all’interno della narrazione (il monolito, che le scimmie e gli altri personaggi vedono), in parte all’esterno di essa (la musica di Ligeti che nessun personaggio può ovviamente udire). Mi dispiace molto di avere avuto l’impressione, assolutamente errata, che l’intero articolo stesse un po’ con un piede dentro e un piede fuori.
        Grazie ancora dell’attenzione e buona serata.

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  3. Elena, un post straordinario come sempre. Non sono all’altezza di dire altro se non che da quell’americanissima suite finto-neoclassica chiunque si sarebbe volto con gioia verso il minimalismo del monolite. Come a dire che il salto è vicinissimo, già quasi avvenuto, con buona pace del disattivato Hal 9000. E che quindi forse non tutto è perduto?

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  4. Sto pensando a questo film, al post e ai commenti da stamattina. Ancora non ho ben capito cosa penso a riguardo. E’ un film piuttosto noioso per me, che sono terra terra in quanto a film e musica; a tratti è senza dubbio geniale.
    Ho talvolta usato la sequenza iniziale per illustrare la teoria neo-positivista dell’aggressività innata nell’uomo, poi confutata dalle scoperte nelle grotte del Sud Africa. Se si tiene presente questa teoria dell’aggressività innata, il discorso dei salti di specie o culturali potrebbe acquistare una luce nuova? La storia umana, supportata dal monolite, procederebbe nella direzione di una spiritualizzazione o di una pacificazione armonica? E ancora: il bambino delle stelle è la diffusione della razza umana oltre la Terra, cosa che sembra piuttosto vicina ormai, come indicano le serie televisive sull’argomento ( le serie sono il mezzo più sicuro per convincere la gente )? Di certo, se tutte queste discussioni e interpretazioni sono possibili, ciò dimostra la grandezza di Kubrik.

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    1. Che il primo “salto di specie” coincida con l’imparare ad uccidere (altri ominidi, altri animali) è stato spesso sottolineato a proposito di questo film. D’altra parte lì gli inizi dell’uomo sono da subito nella storia e non nel giardino dell’Eden. L’ultima scena invece farebbe veramente pensare a una pacificazione armonica, almeno fra il genere umano e il cosmo (non più visto come magazzino di risorse da saccheggiare ma come fonte di meraviglia); in questa armonia potrebbe rientrare tranquillamente la diffusione della razza umana oltre la Terra, se si considera anche che molte scene sulle astronavi o nel vuoto cosmico (assenza di gravità) sono accompagnate dalla musica di valzer di Johan Strauss. E’ incredibile, anche, quanto sia bello nel film “Il bel Danubio blu”, che apprezzo meno nei concerti viennesi di Capodanno. Credo che le musiche abbiano una grossa parte in questo film – come la musica di Bach in Solaris di Tarkovskij (altro mattone grandioso).
      Le prime due volte che ho visto 2001 Odissea nello spazio non ci ho capito niente, ma vale la pena insistere.
      Non so nulla invece delle scoperte nelle grotte del Sud Africa. Un aiutino?

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  5. Delle scoperte ho letto in Chatwin. I rinvenimenti sono tali da far ipotizzare una speciazione allotropica, cioè che un gruppo ristretto di ominidi si sia ritrovato isolato e nelle grotte abbia un bel giorno combattutto il predatore che vi si acquattava e predava i più deboli del gruppo. Il pollice opponibile sarebbe nato dal desiderio di difendere i propri simili, quindi la nsascita dell’umanità si dovrebbe alla solidarietà, quella sì innata in noi. E il distacco dalle scimmie avrebbe riguardato un gruppo piccolissimo. Nella stratigrafia della grotta i crani di ominidi lrinvenuti a partire da un certo momento non mostrano più le lesioni alla nuca tipiche dell’aggressione del Dinofelis. Davvero se è così cambia tutto…vale la pena di rifletterci. Quanto alla musica hai perfettamente ragione, così come al rivedere il film. Buonissima giornata.

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  6. la musica di Ligeti è un requiem, “Lux aeterna”. Kubrick dopo il ’68 aveva in programma un Napoleone, da qui potrebbe venire l’arredo settecentesco (poi farà Barry Lyndon, dopo Arancia Meccanica). Il monolite ha per lati tre numeri primi, se non ricordo male (la memoria comincia a lasciarmi…).

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    1. Ho (ri)fatto un giro sul tuo blog (http://giulianocinema.blogspot.com/2009/12/la-musica-di-odissea-nello-spazio.html) per chiarirmi le idee sulla musica di Ligeti. Anch’io, sentendola nel film, avevo avuto l’impressione di una qualche affinità col gregoriano. Non so quale conclusione si possa trarre dal fatto che su quattro brani di Ligeti due siano pezzi da Requiem (e pure cattolico). Addio a un’umanità superata? Il salto di specie si compie solo nell’aldilà? Non saprei, mi sembra che il film sia da prendere e da godere così, col suo finale irritantemente enigmatico, il bicchiere di cristallo che si spezza e quel che segue. La suite neoclassica è senz’altro uno degli aspetti più disturbanti; non credo però che c’entri con Napoleone, stilisticamente secondo me Napoleone è dopo (impero, retour d’Egypte). E’ invece precisamente lo stile di Barry Lindon, secondo me uno dei film più belli che ci siano.
      Grazie dei contributi e a presto 🙂

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