I VIZI CAPITALI 3. L’INVIDIA

Invidia.jpg
Giotto, L’invidia, Padova, Cappella degli Scrovegni

L’invidia è considerata un vizio particolarmente brutto. L’accidia, la gola, perfino l’ira – il vizio degli eroi – non hanno tratti così ributtanti.

Questo perché l’invidia palesa una mancanza che si vorrebbe nascondere, un’amputazione talmente inestetica che c’è da vergognarsi a farla vedere. Stiamo parlando della mancata realizzazione, dell’infelicità.

Chi è infelice – radicalmente infelice – o diventa un pessimista cosmico, oppure ammette di essere un frustrato, uno che non ha avuto il suo, che quando hanno distribuito la roba buona non è stato capace di farsi avanti, che è stato spinto indietro dal branco, che gli sono toccati i resti. Il pessimista cosmico non può essere invidioso: che cosa invidierebbe ad altri se non c’è nulla di invidiabile al mondo? Ma l’invidioso ammette di essere un frustrato e uno sfigato, perché c’è qualcosa di invidiabile nel mondo e lui non ce l’ha. Anzi è più di un frustrato: è un frustrato confesso, la variante tragica.

Laida qual è, l’invidia è pur sempre all’inizio di tutto, come ci ricorda la favola biblica di Caino e Abele; che val la pena di andarsi a rileggere nell’originale non contraffatto dalle superfetazioni paoline. Dunque nell’originale questi due, Caino e Abele, offrono in sacrificio al Signore i frutti del loro lavoro. Il Signore, senza motivo e quindi senza giustificazione, gradisce il sacrificio di Abele ma non quello di Caino (il che significa presumibilmente che le cose di Abele prosperano e quelle di Caino no):

“Caino offrì i frutti del suolo in sacrificio al Signore; anche Abele offrì i primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta. Caino ne fu molto irritato e il suo volto era abbattuto.” (Genesi 4, 3-5)

A ragione, direi. Ripeto: sui motivi del gradimento e non gradimento il testo non dice nulla, quindi non possono che apparire del tutto arbitrari. La storia che, mentre Abele sacrifica gli agnelli grassi, Caino butterebbe lì quattro spighe rinsecchite (come da illustrazione nel mio catechismo delle elementari) non è scritta da nessuna parte ed è un tentativo tardo e goffo (Lettera agli Ebrei 11, 4) di fornire una giustificazione all’ingiustificata discriminazione operata dal Signore.

Dunque siamo rimasti che Caino è molto irritato e ha perfettamente ragione di esserlo; poi naturalmente fa un errore: invece di ammazzare il Signore, come sarebbe corretto, ammazza il fratello, che sarà pure un noioso leccapalle però obiettivamente non è responsabile; così si mette dalla parte del torto.

Ma il torto originario, il vero Ur-torto, il torto che grida vendetta, è stato fatto a lui. Perché suo fratello ha avuto e lui no, e non si capisce perché.

 

[Piccola divagazione a proposito di Caino e Abele. Nell’Antico Testamento sono numerosi i casi in cui fra due fratelli, il maggiore e il minore, quello preferito a scapito dell’altro è il minore. Oltre a Caino e Abele possiamo citare Esaù e Giacobbe, Manasse e Efraim, Aronne e Mosè, Davide e i suoi fratelli ecc. Un esegeta biblico mi diceva che questo accade perché Dio sceglie i minori, i piccoli, quelli tradizionalmente meno considerati. Molto bene, dico io, però gli altri non l’hanno scelto loro di essere i maggiori; non è giusto che siano sistematicamente pregiudicati. A questo non mi pare che l’esegeta abbia risposto; era rapito di fronte al destino dei piccoli, quello dei grandi gli era indifferente. In ogni caso immagino che la risposta possa essere una sola: cazzi loro.]

 

15 pensieri riguardo “I VIZI CAPITALI 3. L’INVIDIA”

  1. Bellissima lettura. ma sull’opposizione Caino/Abele credo che si possa avanzare un’interpretazione, letta non ricordo più dove. Caino è lo stanziamento, l’agricoltura e quindi il possesso della terra e il possesso tout court; Abele è il nomadismo, l’andare per il mondo leggeri, in avventura e affidamento, la libertà dai legami con le cose e il possesso. Dio ama chi si mantiene libero dal possesso.
    E quest’interpretazione mi piace molto, non solo perchè ha il sapore della vera libertà, ma anche perchè credo che quando l’uomo era nomade, nel Paleolitico, sapeva molte, molte cose che sono dimenticate per sempre. Grazie Elena.

    Piace a 1 persona

    1. Grazie a te della lettura e del commento, Mocaiana (?). Così insomma, povero Caino, pestato anche perché faceva il contadino. Però sull’andare per il mondo leggeri hai perfettamente ragione. Dopo aver passato una ventina d’anni a riempirmi la casa di oggetti (per stordirmi, credo), adesso mi capita di girare per le stanze – e la soffitta! – e di accorgermi che in testa mi gira ossessivamente una frase: gettare la zavorra – gettare la zavorra…

      Piace a 1 persona

      1. Io procedo ogni sei mesi con l’Operazione Tabula Rasa e sto benissimo. Leggi Marie Kondo: perle di saggezza! Il mio ideale è ormai la cella di un monaco: un pagliericcio, una ciotola di legno, un saio e basta. Vuoi mettere che libertà paragonata all’abbinare la borsa, al mattino quando sono in ritardo :)?

        Piace a 1 persona

  2. E se al Signore della Genesi fossero piaciuti maggiormente i doni ricchi e pregiati rispetto a quelli poveri della terra ???
    Elena, i tuoi commenti sono sempre meravigliosi!

    Mi piace

  3. Ahahah!! La chiusa della tua divagazione mi ha sorpresa! Troppo forte 😀 Comunque, a parte il dio dell’antico testamento, che a dispetto delle varie manipolazioni dottrinali si presenta, ancora oggi, come il non plus ultra di ogni depravazione umana, ovverosia possessivo, suscettibile, iroso e vendicativo, in certi episodi crudele all’inverosimile (e se è vero che ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, così come dicono, si capisce allora bene l’origine di tanta depravazione nel mondo 😉 ), credo che, parlando nello specifico di invidia, la più temibile sia quella subdola, non appariscente, quella che manovra dietro le quinte (e dietro falsi sorrisi di facciata) per poi mettere in atto sottili ripicche… La variante tragica, quella plateale e confessa, mi sembra invece meno rischiosa per gli altri, ma forse mi sbaglio…

    Piace a 2 people

    1. No, credo che tu abbia ragione, la variante tragica i danni li fa solo all’interno, in questo senso in effetti è perniciosa soltanto per l’invidioso. L’altra forma, quella attiva e subdola (l’invidia di Iago per intenderci), meriterebbe un trattamento a parte (e un genio per farlo come si deve) 🙂

      Mi piace

  4. La prima cosa che mi viene in mente, visto anche il rifiuto ingiustificato dell’offerta di Caino e l’essere Caino e Abele una coppia di fratelli, è che forse non ci sarebbe lotta, e dunque storia, senza un gap, una differenza; Caino e Abele sono non a caso due perchè uno sia il prescelto e l’altro il respinto. Bisognerebbe farsi una ragione di questa costitutiva duplicità e , se sfortunati primogeniti, evitare agone e invidia scegliendo magari l’atarassia

    Piace a 1 persona

    1. Sono d’accordo con te che senza differenza non ci sarebbe storia, infatti noi siamo nella storia mentre in Paradiso, per quel che ne sappiamo, non c’è storia. Potrei essere d’accordo anche sull’atarassia, ma è più facile a dirsi che a farsi. E poi- sarà forse opportuno, ma è giusto? Non equivale anche un po’ a rinunciare a se stessi? E la via consigliata dal Vangelo, ma non mi ha mai convinto fino in fondo.

      Piace a 1 persona

  5. Ho appena finito di leggere due brevi saggi del secolo scorso ( metà) di Aldous Huxley. Mi riferisco a Le porte della percezione e Paradiso e Inferno. Huxley sostiene che la nostra percezione è chimicamente strutturata per consentirci di non sottrarci alla lotta per la sopravvivenza. Sembra che qualcuno ci abbia programmati per ingaggiarla… Una percezione diversa della realtà ci porterebbe verso l’apatia, l’atarassia ( santi, asceti, visionari in effetti sono stati sempre considerati fuori dalla realtà ). Ho paura che i vizi capitali siano qualcosa di necessario per fare storia…

    Mi piace

    1. Credo anch’io che sia così e l’hai detto molto bene. Volendo riportarlo all’esistenza, è giusto essere consapevoli dei propri vizi e della loro bruttezza, cercare di correggerli (nella misura, scarsa, in cui ciò è possibile); ma poi, un pochino, bisogna anche amarli, perché è dalla loro esatta combinazione che risulta la nostra identità. O vado troppo in là? (Mi sono sempre chiesta come sia possibile, in Paradiso, mantenere la propria identità. Da questo punto di vista mi sembrano più coerenti gli Orientali – per quel che ne so, cioè poco.)
      Buona giornata! – io oggi sono in pausa…

      Piace a 3 people

  6. tanti anni fa avevo letto Il padrone son me, di Alfredo Panzini: il proprietario, un ingegnere se non ricordo male, chiede al suo fattore se prova invidia per qualcuno e si aspetta che risponda qualcosa su di lui, ma il contadino risponde che invidia i cantanti d’opera, quelli bravi. E poi spiega: se avessi potuto studiare, magari sarei ingegnere anch’io, ma la voce… Un dono di natura, come per i calciatori o per i ballerini. Di mio posso aggiungere che ho invidiato chi sa suonare bene (è un dono anche quello) ma se poi penso a Pollini, a Benedetti Michelangeli, beh qui l’invidia non può esistere, sono di un altro pianeta.
    Per Abele e Caino, c’è un film molto bello di Ermanno Olmi, La Genesi, che li colloca proprio in ambito contadino (uno coltiva, l’altro è pastore)

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...