IL CIPIGLIO DEL GUFO – Tiziano Scarpa e la spontaneità cervellotica

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A un certo punto del suo secondo romanzo animalier[1] Tiziano Scarpa ci introduce nell’ufficio di un direttore editoriale che ancora ospita il longevo pappagallo del predecessore; il pappagallo ripete le frasi che ha sentito più spesso: Il nostro piano editoriale è già completo, Ci vuole una storia d’amore, In ogni pagina deve succedere qualcosa, Le lettrici hanno sempre ragione, Più azioni meno spiegazioni. L’effetto è gustoso e la satira al mondo dell’editoria innocua e gradevole. Non si può tuttavia fare a meno di osservare che se Tiziano Scarpa, da un lato, dileggia con garbo i vezzi editoriali che decidono la sorte di un inedito, dall’altro si adegua di buon grado alla logica che li detta e che è in sostanza quella del romanzo d’appendice: Il cipiglio del gufo è composto da 125 capitoletti brevi, in ognuno dei quali succede qualcosa e che si interrompono sul culmine della Spannung, lasciando il lettore con la curiosità di sapere come va a finire poiché è probabile che senza questa curiosità mollerebbe lì la lettura. Mi hanno fatto venire in mente certe serie televisive di una ventina di anni fa in cui il minimo acme era interrotto da una breve dissolvenza dopo la quale la narrazione riprendeva precisamente allo stesso punto.

Con questo non si vuole dire che Tiziano Scarpa abbia scritto un romanzo d’appendice. Al limite ne ha scritti tre. Ci racconta infatti, per capitoletti sfalsati, un breve periodo nella vita di tre personaggi (più un quarto che compare verso la fine) che non si conoscono né si incrociano. Sono storie parallele il cui solo punto comune è che si svolgono in parte o in toto a Venezia; presentate, come si diceva, per capitoletti rigorosamente alternati – immagino perché infilate di seguito risulterebbero eccessivamente noiose.

Ognuna di queste storie potrebbe avere il suo antenato nobile in un grande romanzo dell’Ottocento: la parabola di Adriano Cazzavillan, insegnante frustrato che spera di ottenere ricchezza e prestigio grazie alla produzione letteraria, può essere vista come un pallido riflesso di Illusioni perdute; Carletto Zen, giovane inetto che decide di usare il suo unico asso – un coso enorme – per sfruttare vecchie signore danarose, e che dice di una ipotetica preda: “È una ricca vecchiaccia schifosa che non sa dove mettere i soldi, io sono povero, ho diritto a un risarcimento”, si inserisce nella progenie di Raskolnikov; più difficile trovare un antecedente prestigioso al terzo personaggio, Nereo Rossi, che il denaro e il successo li ha raggiunti da un pezzo ma ora si avvicina al fine corsa. Poiché però la sua (esilissima) vicenda è mossa dal desiderio di vendetta, possiamo porlo sotto l’egida del Conte di Montecristo.

Queste osservazioni sono meno peregrine di quanto sembri. Dalle angosce notturne di Cazzavillan davanti allo schermo vuoto del computer alle radiocronache calcistiche di Nereo Rossi, dalle discutibili performance narrative di un biografo ufficiale alla mania di Carletto Zen di schizzare veloci ritratti a pennarello degli sconosciuti che incrocia nei bar, dall’invenzione attraverso videoscrittura alle possibilità di modificazione offerte dai videogiochi più sofisticati, la narrazione e la rappresentazione costituiscono, nella marea di temi toccati e abbandonati da queste volubili 379 pagine, il tema più diffuso e costante. Il romanzo, instancabilmente e sempre da capo, tematizza se stesso; l’autore si produce in un funambolismo del meta-: dai conati di esistenza, sulla pagina bianca, di un personaggio in cerca d’autore, all’elegante ricciolo ammiccate della frase finale. Insomma non soltanto il romanzo ambisce a essere letteratura, ma, come un corpo translucido, è attraversato da correnti di letteratura che lo rendono trasparente a se stesso e lasciano intravedere, attraverso l’inconsistenza, tutto un mondo di rimandi.

È indubbio che Tiziano Scarpa ami il suo mestiere: questo maneggiare le parole, pasticciarci, spremerle, esserne spremuto, osservarle all’opera, inseguirle, contemplarle, ammirarle. Dal “noi parole” che introduceva, nel Brevetto del geco, il loro diretto comparire sulla scena al “Care parole”[2] con cui Nereo Rossi, minacciato di amnesia progressiva, inizia via via le pagine di un diario a esse dedicato, l’attenzione di Tiziano Scarpa per le parole, questa viva materia dello scrivere, è ben documentata. O almeno è ben documentata la frequenza con cui egli ne parla o si rivolge a loro. Purtroppo, come è stato fatto osservare, non chi dice “Signore Signore” entrerà nel Regno dei Cieli, e non chi costantemente ci fa sapere in quale considerazione tiene le parole può essere sicuro che esse lo ripagheranno di uguale moneta. Ad esempio, a pagina 207, “Ma l’emozione… Dov’è l’emozione?” chiede Nereo Rossi, poco soddisfatto, e a ragione, della prosa del suo biografo; ecco, questa mi pare una domanda che Tiziano Scarpa, attraverso il suo personaggio, potrebbe fare e forse fa a se stesso.

È impossibile non notare come il romanzo tematizzi con ostinazione le proprie aporie: “la sua spontaneità si esprimeva cervelloticamente” osserva Cazzavillan a proposito della sua scrittura, ma questo vale in primo luogo per l’autore. Val la pena di leggere il passaggio per intero:

“Scrisse il suo primo articolo. Si sorprese di quanto tempo ci mise: sbatté la testa contro dodici diversi inizi prima di trovare la porta d’ingresso del discorso, e anche il resto lo reimpostò cento volte; rivoltò le frasi come calzini, storcendo il naso quando odoravano troppo di ammorbidente perché aveva esagerato con gli aggettivi; evitò le citazioni; fece attenzione a non sovraccaricare la sintassi, ma non la disarticolò in una poltiglia di frasette, come un macellaio che tranci via i tendini dalle ossa: in qualche punto cercò di mantenere l’anatomia della prima stesura, che, si accorse, spesso gli veniva complessa e intorcinata: la sua spontaneità di esprimeva cervelloticamente; superò l’orrore scolastico per le ripetizioni; si prefisse un’eleganza sagace, chiara, senza vietarsi il piacere della precisione, chiedendo aiuto a qualche termine specifico, quando ce n’era bisogno; rilesse l’articolo in piedi; seduto; disteso sul divano a pancia in giù e a pancia in su, prono e supino; mentalmente; a voce alta; su schermo; stampato; impaginato con un carattere tipografico simile a quello del giornale, per collaudare l’effetto finale; ritoccò le scelte lessicali; distribuì diversamente la punteggiatura, come una tensostruttura da calibrare, allentando le viti da una parte, stringendo i bulloni dall’altra.”

Meglio una metafora in più che una in meno, deve essersi detto Tiziano Scarpa mentre redigeva questo pezzo di bravura sulla (sua) bravura. In venti righe c’è tutto l’autore: la spontaneità cervellotica – il che vuol dire nessuna spontaneità; il conseguente lavoro di ingegneria retorica a base di tiranti e spingenti che consegna un lavoro editorialmente accettabile e letterariamente nullo; la maniera – priva di grandezza ma commovente, per come si fa in quattro a camuffare l’assenza di natura; e con “natura” intendo anche la seconda natura, quella serie di artifici e automatismi che ha sostituito e sempre più sostituisce la perduta, mitica prima; nemmeno l’attuale seconda natura riesce a beccare Tiziano Scarpa, perché in essa ci sarebbe comunque verità e la verità, nella prosa di Scarpa, latita. Cosa rimane allora? Rimane l’intenzione: la fortissima intenzione di scrivere un romanzo. Un po’ poco per riuscirci.

Peccato, perché in questo romanzo dove si parla moltissimo di parole e di scrittura sembra che l’autore certe cose le sappia. Troviamo ad esempio la frase: “La realtà non è fatta di esempi, ma di infiniti controesempi.” Perché allora, se lo sa, Tiziano Scarpa continua ad ammannirci stereotipi: il professore sfigato, il nanerottolo col cazzo grosso, il Presidente del Consiglio (e figurati se mancava) che si fa fare da Nereo Rossi la cronaca in diretta di un incontro amoroso, il radiocronista che ha ottenuto il successo in un certo senso “svendendo” le parole, e suo fratello il poeta povero e oscuro, ma integro e profondo? Perché Tiziano Scarpa, pur sapendo che non si fa così, procede per stereotipi?

Perché, direi io, quando il novanta per cento dell’arte si esaurisce nell’attento equilibrio delle “tensostrutture” (il che peraltro non impedisce frequenti ruzzoloni nel ridicolo), quando il mirabile sforzo retorico deve coprire un’apprensione della realtà che si produce in assenza di ogni spontaneità, be’ in queste condizioni, effettivamente, non si può fare altro.

Perciò nemmeno io ho altro da dire[3].

Tiziano Scarpa, Il cipiglio del gufo, Einaudi 2018, € 21,00

[1] Il primo è stato Il brevetto del geco (2016).  Animalier non nel senso che il protagonista sia un animale, ma nel senso che l’animale, nella sua fugace apparizione, fa scattare una riflessione che dovrebbe riorientare la vita di un personaggio e/o fornire al lettore un’angolazione privilegiata di lettura.

[2] Mi chiedo se in certi scrittori il sensore del patetico non sia difettoso. Come si può, semplicemente, non sussultare di imbarazzo di fronte al ripetuto vocativo “care parole” – come si può addirittura ripetutamente scriverlo.

[3] Mi scuso se ho prodotto “uno sproloquio su un blog che non legge nessuno” (p.154): non tutti hanno la fortuna di sproloquiare per 379 pagine e che dopo gliele pubblica pure Einaudi.

 

13 pensieri riguardo “IL CIPIGLIO DEL GUFO – Tiziano Scarpa e la spontaneità cervellotica”

      1. Ciao Elena,
        visto che è primavera non ti annoio con un ”pippone” :-). Sicuramente avrai capito che a me piace in letteratura il realismo in un certo qual modo idealizzato, dove tutto ciò che succede veicola un senso, e la tecnica serve solo per orchestrare questo tutto, dove l’obiettivo principale è il significato e non il significante. Certe volte dispiace quando certi personaggi, certe storie della letteratura vengono resi insignificanti, quasi fumettistici da mestieranti della letteratura. In talune opere scorre il (supposto e ineffabile) segreto della vita, quel quid, quell’essenza che nemmeno noi vivendo, da svegli, riusciamo ad afferrare, almeno con le strutture mentali che siamo abituati a utilizzare.

        Tiro fuori due libri impolverati e ti copio due citazioni:

        ” Sì, siete altamente prolifici. Siete dappertutto. Uno passeggia in giardino e di colpo… che cos’è quella cosa sul cavolo? L’uomo medio. L’uomo medio che infetta il gregge. Influenzate anche la luna. La offuscate. Riuscite a ossidare e a rendere rispettabile persino la lama argentea (scusa l’espressione) della falce celeste. E chiedo ai gabbiani che strepitano sulle desolate sabbie marine e ai braccianti che tornano a casa dalle loro mogli: che ne sarà di noi, uccelli, uomini e donne, se l’uomo medio prenderà il sopravvento, e ci sarà soltanto un sesso medio, ma niente più amanti o amici?” Virgina Woolf

        ”Non di rado si incontrano copie di uomini importanti; come per i quadri i più preferiscono le copie agli originali” Nietzsche

        P.S.: magari poi mi dici il libro su cui hai scritto, così quando faccio un giro in libreria o in biblioteca do un’occhiata 🙂

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      2. Credo che siamo entrambi di indole e estrazione romantica. A me però va bene anche il realismo, quando risponde a un modo proprio e irrinunciabile di vedere le cose. Quello che non mi va bene è lo “scrivere a tema”: voglio fare lo scrittore, sono anche bravino con la lingua quindi scrivo. Cosa scrivo? Mah, vediamo un po’ lo stato delle cose in letteratura, magari anche un’occhiata alla filosofia e alla sociologia se vogliamo essere più raffinati e non fermarci proprio all’attualità, ai problemi dell’oggi che alle cinque del pomeriggio cominciano già a essere quelli dell’ieri. Ma niente, nella storia e nella lingua, che rifletta un’esperienza originale, un modo unico di vedere il mondo.
        Il libro è “Il cipiglio del gufo” di Tiziano Scarpa” – o ti riferivi a qualcos’altro? Grazie del commento e delle citazioni e a presto 🙂
        Elena

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  1. “Ma l’emozione… Dov’è l’emozione?” . E’ sicuramente la domanda che ci si fa di solito dopo aver letto scritti di autori della nostra generazione, una generazione che ha parlato di letteratura forse un po’ troppo finendo per costruire scritti che forse potrei definire metaletterari; probabilmente per questo, trovare sangue e vita nei personaggi e nelle storie raccontate appare impresa persa in partenza…

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    1. Sono d’accordo. Oltretutto gli europei (il materiale) sono sempre più esangui e nulladicenti, e da parte loro i nostri scrittori non sono in grado di vedere nulla senza l’occhiale di una qualche ideologia a priori (il che è in parte responsabile dell’esanguificazione della gente). Ma oltre a questi mali diffusi e comuni, Scarpa difetta straordinariamente di potenza, credo perché non può fare riferimento a un’esperienza, nemmeno immaginata (le parti migliori sono quelle in cui si sente il “vissuto”). Anche il suo registro è debole e ambiguo: troppo stereotipato per essere realista e troppo di corto respiro per arrivare al simbolico, per avere la forza della grande metafora. Sembra più il tema di un liceale dotato…

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  2. un problema grosso, che sento ormai da molti anni, è che non esiste più la critica letteraria e nemmeno quella musicale e cinematografica. Esistono gli uffici stampa e i talk show in tv, mica tanto affidabili. Perciò, scusa la domanda importuna e maleducata, il libro lo hai comperato? 🙂
    adesso spingono per comperare on line, così non si può nemmeno più sfogliare il libro…

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    1. La scomparsa della critica letteraria è davvero un problema grosso, ed è legato a mio parere all’altro: che nessuno sa, o si attenta a dire, o anche solo a cercare di perimetrare cosa sia letteratura e cosa no. Capisco che non sia facile, che le posizioni siano sempre discutibili e implichino un’assunzione di responsabilità, ma trovo avvilente che nessuno sia disposto a mettersi in gioco e a farlo. La tendenza, mi par di capire, è di considerare letteratura ciò che viene pubblicato, cioè, come fai notare tu quando parli di uffici stampa, di demandare all’editore anche il compito del critico. Poiché però la critica (quella vera) dovrebbe anche influenzare le scelte editoriali, si ha il paradosso che sarà pubblicato ciò che viene pubblicato – una tautologia e un circolo vizioso che in una spirale concentrica abbassano vertiginosamente e progressivamente la qualità di ciò che è effettivamente pubblicato e prodotto in Italia (ma temo che anche in Francia, ad esempio, la cosa non sia molto diversa).
      Ma per venire alla tua domanda: difficilmente compro libri usciti da poco, in genere lascio decantare quella decina d’anni; ho comprato Il cipiglio del gufo perché non c’era ancora in biblioteca e ero curiosa di leggerlo. Leggendo Stabat mater e Il brevetto del geco mi ero irritata che il loro autore godesse della fama, a mio parere immeritata, di autore raffinato, in un certo senso d’élite, uno che la letteratura la fa davvero. Mi ero fatta di lui una certa idea e volevo vedere, liberandomi il più possibile da pregiudizi, se era o non era corretta. E poi insomma, mi sono detta che proprio una porcheria non poteva essere; infatti non lo è, per certi versi è un prodotto raffinato; però è privo di necessità, e con questo intendo privo di un’esperienza forte, qualcosa che l’autore non potrebbe perdere senza perdere se stesso o una grossa parte di sé. Questa assenza di una base “esperienziale” forte si nota in tutte le pagine e mi verrebbe da dire in tutte le righe, e ha come conseguenza più massiccia e non infrequente dei veri e propri tonfi nel ridicolo.
      Naturalmente l’unica cosa che si può dire a questo punto è che la mia idea di letteratura è diversissima e perfino opposta a quella di Tiziano Scarpa. Magari quella buona è la sua e sono io che non sono al passo con i tempi. Possibile. Ma quello che mi interessa, quello che per me è importante, è esprimere un giudizio, prendere una posizione.
      Un’ultima cosa: non sono tanto d’accordo con la demonizzazione dell’acquisto di libri on line. E’ vero che non li puoi sfogliare – e questo è uno svantaggio; ma ha il vantaggio che puoi andare deciso per la tua strada, cioè seguire il tuo percorso di lettura influenzato da persone di fiducia (amici, blogger che si stimano), senza sentirti schiacciato dalla marea di titoli – dalla marea di prodotti per il 99% sommamente inutili e idioti – che affollano i tavoli e gli scaffali delle librerie fisiche e che ti spingono – almeno spingono me – a cercare precipitosamente l’uscita.
      Scusa il pistolotto 🙂 e a presto!

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  3. Ho finito da poco “L’iguana” della Ortese e leggendo questo tuo commento a “Il cipiglio del gufo” di Tiziano Scarpa ho notato delle singolari analogie per la presenza di alcuni elementi che ricorrono in entrambi i libri.
    Ma, al tempo stesso, ho percepito una profonda ed estrema distanza che li separa determinata proprio dal come quegli elementi comuni prendono forma e sono sviluppati. Distanza che ho ravvisato proprio in quella che tu chiami, rispondendo a Giacinta, “potenza” – aggiungo io narrativa – quindi sul terreno stesso del farsi della letteratura.
    La prima di tali analogie quella, forse, a prima vista, più “facile”, è nella presenza, in entrambi i titoli dei due libri, di un animale: l’ iguana, che dà il titolo al libro della Ortese, e il gufo che compare nel titolo del libro di Scarpa. Peraltro la presenza di animali nei titoli dei libri di questi due autori ricorre anche in un’altra coppia di libri: il cardillo ne “Il cardillo addolorato” della Ortese e il geco ne “Il brevetto del geco” di Scarpa. Saremmo quindi di fronte a due autori che hanno in comune la predisposizione alla creazione di romanzi “animalier”, usando il termine da te applicato per definire i due romanzi di Scarpa da te letti e commentati.
    Laddove, come spieghi ed espliciti nella nota (1) del tuo commento, “animalier” va inteso “non nel senso che il protagonista sia un animale, ma nel senso che l’animale, nella sua fugace apparizione, fa scattare una riflessione che dovrebbe riorientare la vita di un personaggio e/o fornire al lettore un’angolazione privilegiata di lettura.”
    Ora leggendo il tuo commento a “Il cipiglio del gufo”, questa duplice funzione del gufo, all’interno del libro di Scarpa, sembra, in realtà, latitare perché non se ne intuisce alcuna ricaduta all’interno del romanzo. Non a caso tu stessa utilizzi nel testo della nota un bel condizionale dicendo che l’animale, nell’economia di un romanzo di questo tipo, “dovrebbe” fare quelle due cose, sottintendendo, mi è parso di capire, – non so quanto implicitamente o esplicitamente – che qui, cioè nel libro di Scarpa, queste funzioni in realtà l’animale non le assolve.
    Invece, proprio queste due funzioni, così come da te definite vengono svolte dall’ iguana ne “L’iguana” della Ortese. E svolte con una forza e una ricaduta tale da rendere l’iguana una figura assolutamente chiave all’interno del romanzo pur non essendone il protagonista vero e proprio.
    Essa infatti riorienta la vita di Daddo, il personaggio principale de “L’iguana” e altresì fornisce non una ma ben più di una angolazione di lettura a noi lettori.
    Basti pensare che l’iguana assume dentro il romanzo varie identità: è vecchina, giovinetta, domestica, amante, aguzzino, pur restando al tempo stesso sempre animale.
    Essa cioè esiste e vive in un confine dove l’appartenenza all’umano e all’animale diventa labile e confusa, persino secondaria, e quindi costringe il lettore a resettare continuamente il suo punto di vista e a ridefinire con se stesso il significante che il personaggio-iguana sta, in quel momento, esprimendo e, con esso, il romanzo nel suo insieme.
    Siamo in quel terreno tra essere e non essere, tra conoscenza e non conoscenza rispecchiato perfettamente da questa definizione datane da Giorgio Agamben: “Lasciar essere l’animale significherà allora: lasciarlo fuori dall’essere. La zona di non-conoscenza che è qui in questione è al di là tanto del conoscere che del non conoscere, tanto dello svelare che del velare, tanto dell’essere che del nulla. Ma ciò che è così lasciato essere fuori dall’essere non è, per questo, negato o rimosso, non è, per questo, inesistente. Esso è un esistente, un reale, che è andato al di là della differenza tra essere e ente”. ( A. Colasanti, C. Mcgilvray, B. Roberti, C. Susani, E. Trevi – “L’iguana che visse due volte. Omaggio ad Anna Maria Ortese” – Elliot – 2014 – p.56)
    Il che ci porta nel cuore dell’opera e della poetica della Ortese e cioè in quella compresenza di “realtà” e di “irrealtà” tale da costituire un binomio indissolubile e inscindibile che rende unica ed esclusiva l’Ortese e che costituisce la cifra, il segno inequivocabile della sua arte.
    Avremmo quindi già a questo livello una distanza “abissale” tra il romanzo “animalier” della Ortese e quello di Scarpa, laddove per “abissale” intendo non un giudizio di valore ma una differenza estetica e concettuale tale da rendere l’animalità della Ortese una vera e propria istanza letteraria, un modo per tematizzare il mondo, il suo mondo.
    Ma vi sono altre analogie interessanti tra i due romanzi.
    Vi è quella relativa al mondo editoriale. A fronte del “direttore editoriale” nel cui “ufficio”, “a un certo punto”, si viene introdotti nel romanzo di Scarpa – come tu scrivi – e a fronte di quel “…dileggia(re) con garbo i vezzi editoriali che decidono la sorte di un inedito”, anche la Ortese introduce ne “L’iguana” un riferimento non velato e fortemente già consapevole rispetto al mercato editoriale, ma anche rispetto ai lettori.
    La Ortese fa discorrere Daddo e l’altro coprotagonista, il marchese Ilario, su due poemetti scritti da quest’ultimo e così ella scrive: “…i due si misero a parlare di Milano, e della possibilità che operette simili…avevano d’incontrare il favore del grosso pubblico, avido di novità, forse non troppo esigente…Forse vi era anche del buono, e chissà che dopotutto non si trattasse di simbolismo…Tutto era possibile. Comunque…i due poemi, così com’erano, assolutamente incomprensibili, sembravano fatti apposta per provocare quella perplessità e quella noia che sono sicura garanzia di vendita”. La visione del meccanismo editoriale interessato solo al profitto e del pubblico assetato della novità per la novità e di opere che alla fine sono solo eccentriche e inconsistenti era già chiara all’Ortese e in tali parole echeggiano perfettamente tutte le perplessità sul contemporaneo letterario di cui proprio il libro di Scarpa, come tu riferisci, finisce per essere esso stesso vittima. Laddove impietosamente elenchi: “…la spontaneità cervellotica – il che vuol dire nessuna spontaneità; il conseguente lavoro di ingegneria retorica a base di tiranti e spingenti che consegna un lavoro editorialmente accettabile e letterariamente nullo”, fino a sancire che “…la verità, nella prosa di Scarpa, latita”. Insomma quello che mancherebbe sono i due pilastri fondamentali di ogni creazione artistica degna di questo nome: l’autenticità e la necessità.
    Di cui invece ne “L’iguana” se ne sente fortissima la presenza e di cui la stessa Ortese ce ne dà una sintesi e una visione quando scrive: “…si, vi è del vero…sull’inesistenza di un vero tratto di demarcazione tra reale e irreale…Ciò che ci abbisogna, ecco ciò che è reale…” Se la scrittura diventa mestiere e non risponde più a un bisogno essenziale finendo per riprodurre il reale così com’è, senza andare oltre quel reale, trasformandolo e reinventandolo, la letteratura stessa finisce il suo scopo. E ne “L’iguana” è proprio questa trasformazione agita dalla letteratura tramite la sua manifestazione più peculiare e cioè per il tramite della parola che si verifica, come è stato acutamente osservato in questo bel testo reperibile in rete: “La parola trasformante nel romanzo “L’iguana” di Anna Maria Ortese” di Elisabetta Pichetti (Università di Macerata) , la quale, tra le varie considerazioni che fa su questo tema osserva altresì come ne “L’iguana”, “Lo sviluppo della parola…è in linea con quanto l’autrice pensa a proposito della scrittura: “Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. E’ tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. E’ un povero, e rende la vita più povera”. (D. Bellezza (1977), “Intervista ad Anna Maria Ortese”, in A.M. Ortese “L’iguana” Rizzoli 1978) ”
    Evidenziando queste parole tutto lo scavo e la ricerca interiore che scrivere e trovare le parole comportava per la Ortese. Ben diversamente, leggendoti, da ciò che succede nella resa che il rapporto con le parole ha in Scarpa, quando dici: “E’ indubbio che Tiziano Scarpa ami il suo mestiere: questo maneggiare le parole, pasticciarci, spremerle, esserne spremuto, osservarle all’opera, inseguirle, contemplarle, ammirarle….Purtroppo…però non chi dice “Signore Signore” entrerà nel Regno dei Cieli, e non chi costantemente ci fa sapere in quale considerazione tiene le parole può essere sicuro che esse lo ripagheranno di uguale moneta. Ad esempio, a pagina 207, “Ma l’emozione… Dov’è l’emozione?”chiede Nereo Rossi, poco soddisfatto, e a ragione, della prosa del suo biografo; ecco, questa mi pare una domanda che Tiziano Scarpa, attraverso il suo personaggio, potrebbe fare e forse fa a se stesso.”
    Insomma un confronto fra analogie con esiti però molto diversi ma, forse, un confronto impossibile quando uno dei termini del confronto è “L’iguana” “…per il quale unica parola accessibile agli umani è: capolavoro” (D. Bellezza, cit., quarta di copertina)
    Scusami Elena per lo spazio che mi sono preso ma è stato inevitabile leggendo quello che hai scritto e avendo io letto quello che ho letto. Un carissimo saluto
    Raffaele

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    1. Caro Raffaele,
      grazie innanzitutto per il lungo e importante commento. Senza dubbio un confronto con “L’iguana” è difficile da reggere per chiunque, tuttavia in questa coincidenza – che tu abbia da poco finito il romanzo di Ortese e che nei due titoli, come in altre opere degli stessi autori, compaia un animale – ci trovo qualcosa del caso oggettivo dei surrealisti: un aiuto a capire meglio le cose.
      In entrambi gli autori, come sottolinei molto bene, l’animale del titolo dovrebbe rappresentare uno strumento privilegiato per traghettare i “fatti” verso un piano simbolico che è quello della necessità letteraria. Questo avviene senza residui nei romanzi di Ortese, mentre rimane un’etichetta esterna, un principio esplicativo post rem o ante rem, ma di sicuro non in re in Scarpa (e anche, in lui, peregrino e zoppicante).
      “Ciò che ci abbisogna, ecco ciò che è reale”: trovo illuminante la frase di Ortese che citi. Se ci si limita, del reale, a rendere conto di ciò che è incontestabilmente reale – dei fatti, dei fenomeni diciamo intersoggettivi – si avrà del reale una visione non, come ci si potrebbe aspettare, corretta, ma diminuita, parziale, piatta. La sollecitazione che giunge da più parti agli aspiranti scrittori: “di raccontarlo, questo nostro tempo”, rischia di produrre una catastrofe letteraria, perché se l’obiettivo è “raccontare questo nostro tempo” il risultato non sarà categorialmente diverso da questo nostro tempo: sarà un fenomeno fra i fenomeni: senza causa, senza necessità, e che durerà tanto quanto “questo nostro tempo”: tri dì con ierd’là, come diceva mia madre. D’altra parte, tri dì con ierd’là è l’aspettativa di vita media di un romanzo pubblicato oggi: gli scrittori sono in competizione dura con i giornalisti, spesso sono giornalisti: specialisti nella produzione dell’effimero.
      [Faccio notare, en passant, che il modello del nuovo realismo, Zola (non il mio scrittore preferito), è in realtà uno scrittore in cui il cosiddetto reale viene costantemente e retoricamente gonfiato alle dimensioni del simbolo, viene metaforizzato e mitologizzato, i suoi romanzi sono pieni di animali mostruosi e mostruosità mitologiche, altro che realismo. Ma sto divagando.]
      “Ciò che ci abbisogna, ecco ciò che è reale”, e di quello che gli abbisogna, per concludere, nessuno dei tre personaggi di Scarpa ha la più pallida idea.
      Grazie ancora del tuo intervento e delle suggestioni che ne emanano e a risentirci presto
      Elena

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