DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

Rabelais, Gargantua / Illust. v. G. Doré - - Rabelais, François

Dal Gargantua (1534) di François Rabelais:

DI COME GARGANTUA MANGIÒ SEI PELLEGRINI IN INSALATA

La storia richiede che si narri cosa accadde a sei pellegrini che venivano da San Sebastiano, vicino a Nantes, e per ripararsi quella notte, per paura dei nemici, si erano nascosti nell’orto sotto i bastoni dei piselli, fra cavoli e lattughe. Gargantua si sentiva un po’ di arsura e chiese se ci fossero delle lattughe da mettere in insalata, e sentendo che proprio lì se ne trovavano delle più belle e più grandi del paese (avevano infatti le dimensioni di pruni o noci), volle andare lui stesso a raccoglierle e tornò recandone in mano quante gli sembrò buono. Raccolse, assieme alle lattughe, i sei pellegrini, i quali avevano una tale paura che non osavano né parlare né tossire.

Lavandole lui dunque per prima cosa alla fontana, i pellegrini si dicevano l’un l’altro a voce bassa: “Che dobbiamo fare? Finirà che anneghiamo, fra queste lattughe. Non è meglio parlare? Ma, se parliamo, ci ucciderà come spie.”. E mentre così si consultavano Gargantua li mise con le lattughe in un piatto della casa, grande come la botte dell’abbazia di Cîteaux, e con olio sale e aceto le mangiava per rinfrescarsi prima di cena, e aveva già infilato in bocca cinque dei sei pellegrini. Il sesto era nel piatto, nascosto sotto una foglia di lattuga tranne per il bordone che spuntava. Vedendolo, Grandgousier disse a Gargantua:

“Mi pare che ci sia là un corno di lumaca; non mangiatela.

– Perché? (disse Gargantua). Sono buone tutto questo mese.”

E, afferrato il bordone, sollevò insieme a quello il pellegrino e lo mangiava di buon appetito; poi bevve un sorso orrendo di vino pineau, e aspettarono che si apparecchiasse la cena.

I pellegrini così divorati scansarono meglio che poterono le mole dei denti, e pensavano di essere stati gettati in qualche segreta di prigione; e quando Gargantua bevve il gran sorso credettero di annegare in quella bocca, e il torrente di vino quasi li trascinò al gorgo dello stomaco; tuttavia, saltando con i bordoni come fanno i pellegrini del Mont-Saint-Michel, raggiunsero la zona franca al margine dei denti. Sfortunatamente però uno di loro, tastando il terreno col bordone per vedere se erano al sicuro, beccò l’incavo di un dente cariato e colpì malamente il nervo della mandibola causando grande dolore a Gargantua, che infatti cominciò a urlare per il male che sentiva. Per alleviare il dolore si fece portare lo stuzzicadenti, e uscito fuori dove c’era il noce ghiandaio[1], a uno a uno vi snidava i signori pellegrini. Ne acchiappava uno per gambe, l’altro per le spalle, l’altro per la bisaccia, l’altro per la borsa, l’altro per la sciarpa, e il povero diavolo che gli aveva ficcato il bordone nel dente cariato lo agganciò per la patta; fu però per lui una gran fortuna, perché gli forò un ascesso che lo tormentava da quando avevano passato Ancenis.

Così i pellegrini snidati fuggirono di buon trotto attraverso la vigna nuova, e a lui si calmò il mal di denti.

In quel momento fu chiamato a cena da Eudemon poiché tutto era pronto:

“Me ne andrò dunque (disse) a pisciare la mia disgrazia.”

E pisciò così abbondantemente che l’urina tagliò la strada ai pellegrini, i quali furono costretti ad attraversare il canale della Gran Beverata. Di là passando poi al margine del bosco della Touche, nel bel mezzo del sentiero caddero tutti, tranne Fournillier, in una trappola che era stata fatta per prendere i lupi nella rete, e se ne liberarono grazie all’abilità del detto Fournillier che ruppe tutti i lacci e le corde. Usciti dal mal passo, per il resto della notte si ripararono in una capanna di frasche vicino al castello di Couldray, e là furono confortati nella loro sventura dalle buone parole di uno della compagnia, di nome Passofiacco, il quale mostrò loro che quell’avventura era stata predetta da Davide nel Salmo:

Cum exurgerent homines in nos, forte vivos deglutissent nos, quando fummo mangiati in insalata al grano di sale; cum irasceretur furor eorum in nos, forsitan aqua absorbuisset nos, quando bevve il gran sorso; torrentem pertransivit anima nostra, quando passammo la Gran Beverata; forsitan pertransisset anima nostra aquam intolerabilem, della sua urina, con cui ci tagliò la strada. Benedictus Dominus qui non dedit nos in captionem dentibus eorum. Anima nostra, sicut passer erepta est de laquea venantium, quando cademmo nella trappola ; laqueus contritus est da Fournillier, et nos liberati sumus[2]. Adiutorium nostrum, ecc.”

François Rabelais, Gargantua, Cap. XXXVIII (traduzione mia)

[1] Le noyer grollier: il noce con le noci così dure che soltanto i corvi e le gazze (grolles) riescono a romperle.

[2] “Quando gli uomini si ersero contro di noi, forse ci avrebbero inghiottiti vivi… Quando il loro furore si infiammava contro di noi, forse l’acqua ci avrebbe sommerso… La nostra anima ha superato il torrente… Forse la nostra anima avrebbe attraversato l’acqua insopportabile… Benedetto sia il Signore che non ci ha dato come preda ai loro denti… La nostra anima come un passero è sfuggita alla rete dei cacciatori… La rete è stata lacerata [da Fournillier] e noi siamo stati liberati”. Si tratta del Salmo 123.

 

Questo capitolo del Gargantua, che mi ha sempre fatto ridere alle lacrime, mi è tornato in mente leggendo l’altro giorno un articolo di Alessandra, di Libri nella mente, a proposito del Vecchio e il mare di Hemingway. Naturalmente Hemingway non c’entra nulla con Rabelais, però mi ha fatto riflettere, nell’articolo, il passo seguente:

“[…] Hemingway non amava le interpretazioni simboliche del romanzo, il cui fascino suggestivo è dato a suo parere solo dall’azione che crea emozione e nulla più. Nel tentativo di zittire i critici, che all’epoca facevano a gara nell’individuare significati nascosti (anche i più assurdi) in quelle parti di testo dove non ve n’erano affatto, ecco come cercò di chiarire il suo punto di vista in una lettera inviata all’amico e critico d’arte Bernard Berenson, nel settembre 1952: «… non c’è alcun simbolismo. Il mare è il mare. Il vecchio è un vecchio. Il ragazzo è un ragazzo e il pesce è un pesce. Gli squali sono tutti gli squali né peggio né meglio. Tutti i simbolismi che la gente dice di vederci sono merda.»”

Mi è venuto in mente questo capitolo del Gargantua perché qui Rabelais si fa beffe degli interpreti ossessivi, degli ermeneuti impenitenti che devono trovare dappertutto significati nascosti. L’idea che ciò che accade abbia un senso, nella realtà come in letteratura, è un pio desiderio, non è nelle cose. Il senso delle cose è che le cose accadono. Non c’è altro.

 

Mitterrand taumaturgo

Mitterrand

Sto leggendo, per motivi di lavoro e con poco entusiasmo, Rien ne s’oppose à la nuit (it. Niente si oppone alla notte, Mondadori 2012), romanzo autobiografico di Delphine de Vigan uscito in Francia nel 2011.

In seguito al suicidio, nel 2008, della madre Lucile, avvenuto dopo quasi trent’anni di forte disagio psicologico e due ricoveri psichiatrici, l’autrice si sente in dovere di raccontarla. Per quattrocento pagine racconta la famiglia d’origine di Lucile, i suoi numerosi fratelli e sorelle, se stessa e la sorella Manon alle prese con questa donna “strana” sempre più assorbita dal suo male.

Il 31 gennaio 1980, quando Delphine ha quattrordici anni e Manon nemmeno undici, Lucile ha la prima crisi caratterizzata da delirio, aggressività, violenza, pericolosità per sé e per gli altri. Viene internata, sedata, sottoposta a terapia farmacologica. I farmaci, che sarà costretta a assumere per anni, la riducono a un essere cupo, vacuo, assente; per dieci anni ne annientano l’identità, le intenzioni, i desideri.

Tuttavia nella primavera del 1981 il clima pre-elettorale sembra scuoterla dal torpore:

“La primavera seguente, l’effervescenza delle presidenziali del 1981 parve attirare Lucile fuori dal suo silenzio. Per la prima volta dopo molto tempo sembrò interessarsi a qualcosa che stava fuori da lei e non riguardava noi due. A tentoni espresse un desiderio, era così raro, cercò di spiegarmi perché. Da quei brevi scambi conclusi che François Mitterrand era con ogni evidenza l’uomo del futuro: il nostro salvatore. François Mitterrand incarnava il rinnovamento, il nuovo inizio, la parola così preziosa di Lucile, la sua speranza articolata, la prova tangibile che era ancora dei nostri. La forza tranquilla, ecco ciò di cui avevamo bisogno, e che senza fragore cadessero le mura del silenzio e della solitudine.”

La notizia della vittoria di Mitterrand è accolta, da una parte almeno della nazione, con entusiasmi quasi messianici. Essa raggiunge Delphine e Manon mentre tornano in treno a casa del padre, portata di vagone in vagone da un controllore che l’ha ricevuta sul telefono di servizio:

“La sera mi addormentai pensando a mia madre, la immaginai in piazza della Bastiglia benché sapessi che non era in grado di andarvi, la immaginai in mezzo alla letizia e alla folla che non cessava di aumentare, Lucile danzava, faceva roteare la gonna a fiori, era felice.”

L’entusiasmo è di breve durata:

“Lucile si era ritirata, lontano da noi, lontano da tutto. Ormai era soltanto una comparsa in un film il cui copione sembrava sfuggirle ogni giorno di più […].

François Mitterrand non poteva farci niente.”

Peccato, perché dopo i re per diritto divino che guarivano la scrofola col tocco, un presidente socialista in grado di vaporizzare il disturbo bipolare con la sola presenza ci sarebbe stato bene.

 

 

IL CIPIGLIO DEL GUFO – Tiziano Scarpa e la spontaneità cervellotica

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A un certo punto del suo secondo romanzo animalier[1] Tiziano Scarpa ci introduce nell’ufficio di un direttore editoriale che ancora ospita il longevo pappagallo del predecessore; il pappagallo ripete le frasi che ha sentito più spesso: Il nostro piano editoriale è già completo, Ci vuole una storia d’amore, In ogni pagina deve succedere qualcosa, Le lettrici hanno sempre ragione, Più azioni meno spiegazioni. L’effetto è gustoso e la satira al mondo dell’editoria innocua e gradevole. Non si può tuttavia fare a meno di osservare che se Tiziano Scarpa, da un lato, dileggia con garbo i vezzi editoriali che decidono la sorte di un inedito, dall’altro si adegua di buon grado alla logica che li detta e che è in sostanza quella del romanzo d’appendice: Il cipiglio del gufo è composto da 125 capitoletti brevi, in ognuno dei quali succede qualcosa e che si interrompono sul culmine della Spannung, lasciando il lettore con la curiosità di sapere come va a finire poiché è probabile che senza questa curiosità mollerebbe lì la lettura. Mi hanno fatto venire in mente certe serie televisive di una ventina di anni fa in cui il minimo acme era interrotto da una breve dissolvenza dopo la quale la narrazione riprendeva precisamente allo stesso punto.

Con questo non si vuole dire che Tiziano Scarpa abbia scritto un romanzo d’appendice. Al limite ne ha scritti tre. Ci racconta infatti, per capitoletti sfalsati, un breve periodo nella vita di tre personaggi (più un quarto che compare verso la fine) che non si conoscono né si incrociano. Sono storie parallele il cui solo punto comune è che si svolgono in parte o in toto a Venezia; presentate, come si diceva, per capitoletti rigorosamente alternati – immagino perché infilate di seguito risulterebbero eccessivamente noiose.

Ognuna di queste storie potrebbe avere il suo antenato nobile in un grande romanzo dell’Ottocento: la parabola di Adriano Cazzavillan, insegnante frustrato che spera di ottenere ricchezza e prestigio grazie alla produzione letteraria, può essere vista come un pallido riflesso di Illusioni perdute; Carletto Zen, giovane inetto che decide di usare il suo unico asso – un coso enorme – per sfruttare vecchie signore danarose, e che dice di una ipotetica preda: “È una ricca vecchiaccia schifosa che non sa dove mettere i soldi, io sono povero, ho diritto a un risarcimento”, si inserisce nella progenie di Raskolnikov; più difficile trovare un antecedente prestigioso al terzo personaggio, Nereo Rossi, che il denaro e il successo li ha raggiunti da un pezzo ma ora si avvicina al fine corsa. Poiché però la sua (esilissima) vicenda è mossa dal desiderio di vendetta, possiamo porlo sotto l’egida del Conte di Montecristo.

Queste osservazioni sono meno peregrine di quanto sembri. Dalle angosce notturne di Cazzavillan davanti allo schermo vuoto del computer alle radiocronache calcistiche di Nereo Rossi, dalle discutibili performance narrative di un biografo ufficiale alla mania di Carletto Zen di schizzare veloci ritratti a pennarello degli sconosciuti che incrocia nei bar, dall’invenzione attraverso videoscrittura alle possibilità di modificazione offerte dai videogiochi più sofisticati, la narrazione e la rappresentazione costituiscono, nella marea di temi toccati e abbandonati da queste volubili 379 pagine, il tema più diffuso e costante. Il romanzo, instancabilmente e sempre da capo, tematizza se stesso; l’autore si produce in un funambolismo del meta-: dai conati di esistenza, sulla pagina bianca, di un personaggio in cerca d’autore, all’elegante ricciolo ammiccate della frase finale. Insomma non soltanto il romanzo ambisce a essere letteratura, ma, come un corpo translucido, è attraversato da correnti di letteratura che lo rendono trasparente a se stesso e lasciano intravedere, attraverso l’inconsistenza, tutto un mondo di rimandi.

È indubbio che Tiziano Scarpa ami il suo mestiere: questo maneggiare le parole, pasticciarci, spremerle, esserne spremuto, osservarle all’opera, inseguirle, contemplarle, ammirarle. Dal “noi parole” che introduceva, nel Brevetto del geco, il loro diretto comparire sulla scena al “Care parole”[2] con cui Nereo Rossi, minacciato di amnesia progressiva, inizia via via le pagine di un diario a esse dedicato, l’attenzione di Tiziano Scarpa per le parole, questa viva materia dello scrivere, è ben documentata. O almeno è ben documentata la frequenza con cui egli ne parla o si rivolge a loro. Purtroppo, come è stato fatto osservare, non chi dice “Signore Signore” entrerà nel Regno dei Cieli, e non chi costantemente ci fa sapere in quale considerazione tiene le parole può essere sicuro che esse lo ripagheranno di uguale moneta. Ad esempio, a pagina 207, “Ma l’emozione… Dov’è l’emozione?” chiede Nereo Rossi, poco soddisfatto, e a ragione, della prosa del suo biografo; ecco, questa mi pare una domanda che Tiziano Scarpa, attraverso il suo personaggio, potrebbe fare e forse fa a se stesso.

È impossibile non notare come il romanzo tematizzi con ostinazione le proprie aporie: “la sua spontaneità si esprimeva cervelloticamente” osserva Cazzavillan a proposito della sua scrittura, ma questo vale in primo luogo per l’autore. Val la pena di leggere il passaggio per intero:

“Scrisse il suo primo articolo. Si sorprese di quanto tempo ci mise: sbatté la testa contro dodici diversi inizi prima di trovare la porta d’ingresso del discorso, e anche il resto lo reimpostò cento volte; rivoltò le frasi come calzini, storcendo il naso quando odoravano troppo di ammorbidente perché aveva esagerato con gli aggettivi; evitò le citazioni; fece attenzione a non sovraccaricare la sintassi, ma non la disarticolò in una poltiglia di frasette, come un macellaio che tranci via i tendini dalle ossa: in qualche punto cercò di mantenere l’anatomia della prima stesura, che, si accorse, spesso gli veniva complessa e intorcinata: la sua spontaneità di esprimeva cervelloticamente; superò l’orrore scolastico per le ripetizioni; si prefisse un’eleganza sagace, chiara, senza vietarsi il piacere della precisione, chiedendo aiuto a qualche termine specifico, quando ce n’era bisogno; rilesse l’articolo in piedi; seduto; disteso sul divano a pancia in giù e a pancia in su, prono e supino; mentalmente; a voce alta; su schermo; stampato; impaginato con un carattere tipografico simile a quello del giornale, per collaudare l’effetto finale; ritoccò le scelte lessicali; distribuì diversamente la punteggiatura, come una tensostruttura da calibrare, allentando le viti da una parte, stringendo i bulloni dall’altra.”

Meglio una metafora in più che una in meno, deve essersi detto Tiziano Scarpa mentre redigeva questo pezzo di bravura sulla (sua) bravura. In venti righe c’è tutto l’autore: la spontaneità cervellotica – il che vuol dire nessuna spontaneità; il conseguente lavoro di ingegneria retorica a base di tiranti e spingenti che consegna un lavoro editorialmente accettabile e letterariamente nullo; la maniera – priva di grandezza ma commovente, per come si fa in quattro a camuffare l’assenza di natura; e con “natura” intendo anche la seconda natura, quella serie di artifici e automatismi che ha sostituito e sempre più sostituisce la perduta, mitica prima; nemmeno l’attuale seconda natura riesce a beccare Tiziano Scarpa, perché in essa ci sarebbe comunque verità e la verità, nella prosa di Scarpa, latita. Cosa rimane allora? Rimane l’intenzione: la fortissima intenzione di scrivere un romanzo. Un po’ poco per riuscirci.

Peccato, perché in questo romanzo dove si parla moltissimo di parole e di scrittura sembra che l’autore certe cose le sappia. Troviamo ad esempio la frase: “La realtà non è fatta di esempi, ma di infiniti controesempi.” Perché allora, se lo sa, Tiziano Scarpa continua ad ammannirci stereotipi: il professore sfigato, il nanerottolo col cazzo grosso, il Presidente del Consiglio (e figurati se mancava) che si fa fare da Nereo Rossi la cronaca in diretta di un incontro amoroso, il radiocronista che ha ottenuto il successo in un certo senso “svendendo” le parole, e suo fratello il poeta povero e oscuro, ma integro e profondo? Perché Tiziano Scarpa, pur sapendo che non si fa così, procede per stereotipi?

Perché, direi io, quando il novanta per cento dell’arte si esaurisce nell’attento equilibrio delle “tensostrutture” (il che peraltro non impedisce frequenti ruzzoloni nel ridicolo), quando il mirabile sforzo retorico deve coprire un’apprensione della realtà che si produce in assenza di ogni spontaneità, be’ in queste condizioni, effettivamente, non si può fare altro.

Perciò nemmeno io ho altro da dire[3].

Tiziano Scarpa, Il cipiglio del gufo, Einaudi 2018, € 21,00

[1] Il primo è stato Il brevetto del geco (2016).  Animalier non nel senso che il protagonista sia un animale, ma nel senso che l’animale, nella sua fugace apparizione, fa scattare una riflessione che dovrebbe riorientare la vita di un personaggio e/o fornire al lettore un’angolazione privilegiata di lettura.

[2] Mi chiedo se in certi scrittori il sensore del patetico non sia difettoso. Come si può, semplicemente, non sussultare di imbarazzo di fronte al ripetuto vocativo “care parole” – come si può addirittura ripetutamente scriverlo.

[3] Mi scuso se ho prodotto “uno sproloquio su un blog che non legge nessuno” (p.154): non tutti hanno la fortuna di sproloquiare per 379 pagine e che dopo gliele pubblica pure Einaudi.