PHILIP ROTH E L’EUROPA: il caso di Delphine Roux

Michel Foucault

 

Concludendo il post precedente a proposito della Macchia umana, mi ripromettevo di esaminare più da vicino un personaggio su cui il narratore si sofferma con un interesse che mi pare vada oltre la sua funzione nel romanzo.

Non sarebbe l’unico caso. Sempre nella Macchia umana, Les Farley, l’ex marito di Faunia, e i suoi compagni reduci del Vietnam sono titolari di una storia che è quasi un romanzo indipendente: il romanzo di Les Farley che a un certo punto incrocia il romanzo di Coleman Silk – e l’incrociarsi, naturalmente, non rimane privo di conseguenze. È chiaro che Farley gioca un ruolo nella storia di Silk, tuttavia anche qui l’interesse del narratore per lui, per il suo passato e per il suo presente, va al di là dell’aspetto funzionale – al di là anche di quello che servirebbe a rendere semplicemente plausibile il suo ruolo. La stessa cosa, seppure in proporzioni più ridotte, vale per Lisa, la figlia di Silk: in questo caso il legame è piuttosto di carattere tematico (la mancata acquisizione del linguaggio scritto, nei bambini di cui si occupa Lisa, come figura della mancata acquisizione della dimensione sociale), tuttavia anche qui si osserva come l’aspetto funzionale al “romanzo principale” tenda a essere messo in ombra da un autonomo interesse per il personaggio e per i suoi problemi. In sé è uno degli aspetti attraverso i quali Roth si sgancia dal romanzo tradizionale, al quale rimane per molti versi legato, e mira a un effetto di intrusione diretta della realtà – la quale, come è noto, non obbedisce a principi di architettura romanzesca.

Ora però non voglio parlare né di Les Farley né di Lisa, bensì di Delphine Roux, giovane accademica di belle speranze, non estranea alla “persecuzione” di Coleman da parte delle istituzioni del college; anzi è lei che, pur senza che la si possa accusare di machiavellismo, di fatto ha messo in moto il meccanismo persecutorio. Ed è la stessa Delphine Roux che due anni dopo il primo “scandalo” Coleman, venuta a conoscenza della sua relazione segreta con Faunia, spedisce all’ex professore una lettera anonima e velenosa che lo manda su tutte le furie e lo ferisce profondamente. Insomma un legame con la trama c’è, ma non imprescindibile, e di sicuro non tale da richiedere lo “scavo” del personaggio messo in opera dal narratore (oltretutto: in questo romanzo abbiamo un narratore interno, Nathan Zuckerman; e qualche volta verrebbe da chiedersi come fa, lui, a sapere certe cose).

L’interesse per Delphine Roux mi pare motivato dal fatto che qui la professoressa Roux diventa la rappresentante di una certa cultura europea e in particolare francese, dominante nella seconda metà del Novecento, e della sua inconciliabilità con la cultura americana. Per sua sfortuna Delphine Roux si trova a essere il campo in cui si materializza il conflitto e Coleman Silk ne è in un certo senso una vittima collaterale.

I problemi di Delphine, giovane e brillante intellettuale francese di ottima famiglia, partita alla conquista dell’America sulla scorta di un invidiabile curriculum di studi, sono di ordine intellettuale e sentimentale: benché la sua formazione europea di altissimo livello faccia l’impressione che deve fare su un certo numero di giovani colleghi, Delphine si scontra in ultima analisi, all’interno dell’ateneo, contro lo zoccolo duro della diffidenza e dello scetticismo. Inoltre la bella e raffinata professoressa in America non trova un uomo. Si intende, naturalmente, un uomo che le vada bene, e che si precisa sempre più come un rappresentante autorevole della cultura umanistica americana deciso e anzi desideroso di attuare con lei un connubio alla pari. È con vero spavento che, in un momento clou, Delphine si rende conto che il suo uomo ideale, l’uomo che desidera, è precisamente Coleman Silk, l’ex preside di facoltà, colui che l’ha assunta controvoglia e che lei non è mai riuscita a conquistare né intellettualmente (Coleman non nasconde la sufficienza nei suoi confronti e nei confronti di ciò che lei rappresenta), né eroticamente (egli la considera attraente sì, ma emotivamente immatura e troppo piena di contraddizioni irrisolte); colui che perciò, con una certa soddisfazione, ha contribuito a distruggere.

“Per ottenere il secondo posto, il posto che desidera[1], le serve prima questo posto ad Athena, ma per quasi un’ora il preside di facoltà la sente parlare in un modo che quasi lo convince a decidere di non assegnarglielo. Struttura narrativa e temporalità. Le intime contraddizioni dell’opera d’arte. Rousseau che si nasconde ed è tradito dalla sua retorica. […] La voce del critico legittimata come la voce di Erodoto. Narratologia. Il diegetico. La differenza fra diegesi e mimesi. L’esperienza parentetica. La qualità prolettica del testo. Coleman non ha bisogno di chiedere cosa significa tutto questo. Sa, nell’originario senso greco, cosa significano tutte le parole di Yale e dell’École Normale Supérieure. E lei? Poiché ci dà dentro da più di trent’anni, Coleman non ha tempo per queste cose. E pensa: perché una ragazza così bella vuole nascondersi dietro queste parole per sfuggire alla dimensione umana della sua esperienza?”

Benché Delphine creda di detestarlo (“cominciarono subito a non andare affatto d’accordo”), le perplessità di Coleman nei suoi confronti non sono molto diverse da un disagio che lei stessa avverte relativamente alle proprie scelte intellettuali, un disagio che si tinge di nostalgia per una dimensione perduta:

“Obbligata com’è, alle conferenze e nelle pubblicazioni, a scrivere e parlare come richiede la professione, l’umanista è la parte di se stessa che Delphine qualche volta sente di tradire, e per questo [gli Umanisti][2] l’attirano: perché sono quello che sono e sono sempre stati, e perché lei sa che la considerano una che ha tradito.”

Ma cosa, di preciso, avrebbe tradito? Qualcosa che c’era nella sua giovinezza e che prendeva forma, a Parigi, nelle lezioni di Milan Kundera:

“Kundera, per loro, era legittimato dal fatto di essere uno scrittore ceco perseguitato […]. L’allegria di Kundera non appariva per niente frivola. Amavano Il libro del riso e dell’oblio. C’era in lui qualcosa di fidato. La sua appartenenza all’Europa orientale. La natura inquieta dell’intellettuale. Che tutto, per lui, sembrasse difficile. Erano stati conquistati dalla modestia di Kundera, l’esatto contrario del comportamento della superstar, e credevano nel suo ethos della riflessione e della sofferenza.”

Kundera è per Delphine la figura di un approccio diretto alla letteratura e alla vita che la carriera intrapresa – noblesse oblige – la costringe a sconfessare, ma per il quale nutre un rimpianto e un rimorso:

“In certi momenti ha persino l’impressione di aver tradito Milan Kundera, e così, in silenzio, quando è sola, se lo rappresenta con la fantasia e gli parla e gli chiede perdono. L’intento di Kundera, nelle sue lezioni, era di liberare l’intelligenza dalla sofisticazione francese, di parlare del romanzo come di qualcosa che ha a che fare con gli esseri umani e la comédie humaine; il suo intento era di liberare gli studenti dalle trappole tentatrici dello strutturalismo e del formalismo e dall’ossessione per la modernità, di purgarli dalla teoria francese instillata in loro, e ascoltarlo era stato un enorme sollievo perché, nonostante le sue pubblicazioni e la crescente reputazione professionale, era sempre difficile per lei occuparsi di letteratura per mezzo della teoria letteraria. Tra ciò che le piaceva e ciò che avrebbe dovuto ammirare – tra come avrebbe dovuto parlare di ciò che avrebbe dovuto ammirare e come parlava a se stessa degli scrittori che amava – poteva esserci un abisso così profondo che la sua impressione di tradire Kundera, senza essere il problema più grave della sua vita, a volte assomigliava al rimorso cagionato dal tradimento di un amante lontano, dolce e fiducioso.”

Insomma Kundera vorrebbe che gli studenti francesi, addestrati, a suon di analyse de texte e commentaire dirigé, a smontare e rimontare i meccanismi dei testi, recuperassero la letteratura come qualcosa di legato alla “dimensione umana dell’esperienza”, di legato cioè precisamente a ciò a cui Delphine, secondo Coleman, si sente professionalmente tenuta a sfuggire.

Philip Roth ha conosciuto e frequentato Milan Kundera a Praga, e successivamente a Londra e negli Stati Uniti. Dopo la pubblicazione del Libro del riso e dell’oblio (1978) Roth condensa due conversazioni con lo scrittore cecoslovacco in un’intervista nella quale Kundera dice fra le altre cose:

“On the other side, France: For centuries it was the center of the world and nowadays it is suffering from the lack of great historic events. This is why it revels in radical ideologic postures. It is the lyrical, neurotic expectation of some great deed of its own which however is not coming, and will never come.”

Alla preminenza radicale, nella french theory, dell’ideologia, cioè di una severa mediazione intellettuale e formale, sulla fruizione immediata della realtà e sulla libera riflessione su di essa, denunciata da Kundera, fa pendant nel romanzo di Roth la seguente osservazione di Coleman Silk sui giovani intellettuali francesi, che ha avuto modo di conoscere durante un anno passato a Parigi grazie a una borsa di studio Fulbright:

“Estremamente ben preparati, intellettualmente ben ammanigliati, questi giovani intelligentissimi e immaturi, dotati della più snobistica educazione francese, che si preparano instancabilmente a raggiungere una posizione tale da farli invidiare per tutta la vita, passano ogni sabato sera nel ristorante economico vietnamita di rue St. Jacques a parlare di grandi cose, senza la minima concessione alle chiacchiere o alle banalità: solo idee, politica, filosofia. Anche nel tempo libero, quando sono soli, pensano esclusivamente a come Hegel è stato recepito dalla società intellettuale francese del ventesimo secolo. L’intellettuale non deve essere frivolo. La vita deve essere dedicata solo al pensiero. Che il lavaggio del cervello li abbia fatti diventare aggressivamente marxisti o aggressivamente antimarxisti, hanno un orrore congenito per ogni cosa che sia americana.”

È inevitabile che con un background così cartesiano e formale Delphine Roux abbia i suoi problemi con l’America. Ma ciò che fa l’interesse del personaggio, il motivo per cui Roth si interessa tanto al suo personaggio, è che in Delphine il disprezzo di fondo per l’America, che non può non condividere con i connazionali (ad esempio nelle lettere che scrive agli amici in Francia), è accompagnato, come dall’altra faccia di un Giano bifronte, da un desiderio di appartenenza e di integrazione destinato a restare amaramente frustrato, non soltanto perché l’America avverte l’habitus di superiorità e non lo prende bene, ma soprattutto perché ne è, del desiderio di Delphine di essere accolta e accettata, come del desiderio di parlare degli scrittori che ama come ne parlerebbe a se stessa (come Milan Kundera vorrebbe che ne parlasse): desiderio impossibile perché per realizzarlo Delphine dovrebbe scavalcare e disconoscere la teoria.

È chiaro che attraverso questo personaggio, affettuosamente ma caricaturalmente delineato, Roth difende la sua causa e più in generale, nella misura in cui è possibile generalizzare, la causa del romanzo americano. Nel romanzo americano, e in particolare in quello di Roth, i personaggi e gli ambienti ci sono, sono dati – in un modo che a noi europei, in effetti, può apparire ingenuo. Le loro identità, azioni e sentimenti possono essere rappresentati, indagati, discussi; non hanno bisogno di essere fondati  – il che significa, come regolarmente accade nel romanzo europeo del Novecento, che nel tentativo di fondazione si sbriciolano e si polverizzano lasciando al massimo sagome cartacee, silhouette, ruoli, pedine o pedoni che si scambiano di casella. I personaggi del romanzo americano non hanno bisogno di analizzare le condizioni a priori del proprio essere dati, possono passare direttamente al punto due: essere, agire, sentire. Siamo noi che non riusciamo più a prendere sul serio i nostri. Scetticismo e nichilismo hanno fatto il loro lavoro, se proviamo a metterne in piedi uno viene fuori qualcosa di ridicolo, di assolutamente impresentabile. È una capacità che abbiamo perso, non riusciamo a lavorare fuori dalla teoria, e la teoria annichilisce.

Guarda lì invece, Coleman Silk, che personaggio. E Faunia. Gli americani sono ingenui, questo è vero. Però deve esserci qualcosa.

 

[1] Delphine, che ha appena concluso il dottorato a Yale, si ritiene matura per insegnare in un ateneo prestigioso; a malincuore si piega a candidarsi per un posto a Athena, la piccola università nel Massachusetts dove Silk è preside della facoltà umanistica.

[2] Nell’ambiente accademico Delphine chiama, spregiativamente, ‘Umanisti’ “i più vecchi, rustici e sorpassati”.

3 pensieri riguardo “PHILIP ROTH E L’EUROPA: il caso di Delphine Roux”

  1. Molto bella questa tua riflessione sulle ragioni della distanza tra romanzo europeo e romanzo americano. Inevitabile pensare al nostro Novecento letterario e al delinearsi dell’inetto”come condizione d’essere dell’intellettuale nella nascente società di massa. E la restituzione di tale stato è di solito accompagnata da un umorismo che sottende una riflessione sulle ” condizioni a priori” …

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