Philip Roth, LA MACCHIA UMANA – ovvero l’impossibile ecologia dell’individuo

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“[…] Les era già tornato a sedersi sul suo secchio; col gelido candore del lago tutt’intorno a quella macchiolina che era un uomo, l’unica traccia di una presenza umana in tutta la natura, come la croce di un analfabeta su un foglio di carta. Ecco, se non tutta la storia, tutto il quadro. Solo raramente, alla fine del nostro secolo, la vita offre una visione pura e pacifica come questa: un uomo solitario seduto sopra un secchio, che attraverso quaranta centimetri di ghiaccio pesca in un lago le cui acque si rinnovano continuamente in cima a un’arcadica montagna dell’America.”

Così si conclude La macchia umana (The Human Stain), uscito nel 2000 negli Stari Uniti e l’anno dopo da noi per Einaudi. Ma il quadro non inganni: se nell’immagine finale il pescatore solitario sul lago ghiacciato è una “macchiolina” insignificante che si perde nel “gelido candore” di “un’arcadica montagna dell’America”, e seppure il nome di Thoreau compaia alcune volte nel corso del romanzo, esso non tratta di un’impossibile conciliazione e nemmeno, strettamente, dell’opposizione uomo-natura, ma, come suggerisce il titolo, è tutto sul versante della macchia umana: della sozzura, della contaminazione che l’uomo rappresenta già in sé, prima e a prescindere dal contatto con un’intatta natura.

La protagonista femminile si chiama Faunia e anche in questo nome, non so quanto comune negli Stati Uniti, è impossibile non leggere un riferimento alla natura; tuttavia in Faunia la natura non ha nulla di arcadico e tantomeno di idillico. Essa rappresenta piuttosto, per lei, il limite che la attira, la zona affascinante in cui cessa la validità dell’umano, in cui l’umano non ha più corso – a cominciare dal linguaggio (interessante che Faunia sia, o finga di essere, analfabeta). Faunia ha una passione per le cornacchie, le piace il loro linguaggio. A un certo punto del romanzo va in un’oasi animalista a trovare la cornacchia Prince che vi è stata accolta perché, cresciuta in cattività, non è in grado di adattarsi alla vita selvatica. La ragazza dell’oasi racconta a Faunia che qualche giorno prima Prince, uscito dalla gabbia, è stato attaccato da altre cornacchie:

“ – Lo beccavano sul dorso. Strillavano. Lo sbatacchiavano di qua e di là. […] Prince non ha la voce giusta. Non conosce il linguaggio delle cornacchie. Non lo vogliono, là fuori. Alla fine è venuto da me, perché ero là. L’avrebbero ucciso. – È quello che succede quando crescono in cattività, – disse Faunia. – Ha passato tutta la vita con gente come noi, e questo è il risultato. La macchia umana, – disse, ma senza ripugnanza, né disprezzo, né disapprovazione. E senza tristezza. È così. Questo è tutto ciò che Faunia, nel suo tono freddo e distaccato, stava dicendo alla ragazza […]: noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione.”

In area culturale giudaico-cristiana si può essere tentati di vedere nella macchia di Roth la macula originalis, il peccato d’origine; non fosse che il narratore – l’alter ego di Roth Nathan Zuckerman – si è premurato di dirci che la macchia precede la disobbedienza. E a scanso di equivoci continua: “Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità? Della macchia Faunia diceva soltanto che era inevitabile.”

Colui però che è destinato a sperimentare su di sé l’ineluttabilità della macchia non è tanto Faunia – già da molto presto, dalle sue origini quasi, come scoprirà il lettore che questa recensione invogli alla lettura, compresa nella macchia e perciò capace a sua volta di un’istintiva e spontanea comprensione, quasi di un affetto, di una fascinazione per essa; no, chi sperimenterà l’ineluttabilità di un fato comunque ominoso per gli umani (non per niente l’esergo del romanzo è tratto dall’Edipo re) è Coleman Silk, il professore universitario dalla vita esemplare la cui carriera immacolata e brillante viene interrotta, poco prima della naturale e degna conclusione, dall’irrompere di una casualità irrazionale e devastante che costringerà lui, ma soprattutto il lettore, a fare i conti con la macchia: la colpa inevitabile, sepolta sotto strati di rispettabilità e successo, e tuttavia inevitabilmente attiva. Tutto questo – lo sconvolgimento, la presa di coscienza e la rovina – è scatenato da un accidente:

“Pensava gli stessi inutili pensieri, inutili per un uomo di non grande talento come lui, se non per Sofocle: la casualità con cui si forma un destino… E come tutto può sembrare accidentale, quando è inevitabile.”

Il caso che travolge e schiaccia il professor Silk non ha nulla di tragico, anzi sfiora il ridicolo: si tratta, banalmente, di un equivoco, opportunamente gonfiato e manipolato dai nemici che il brillante e deciso preside di facoltà non ha potuto evitare di farsi negli anni. Il professor Silk ha usato l’espressione “spooks”, spettri, per riferirsi a due studenti che, pur essendo iscritti al suo corso, non si sono mai fatti vedere. Ora si dà il caso che l’espressione “spook” sia anche talvolta utilizzata come termine dispregiativo per indicare i neri; e si dà il caso che questi due studenti siano precisamente neri – cosa che il professor Silk non poteva sapere, non avendoli mai visti. Tanto basta, nell’atmosfera politicamente ipercorretta del college, per montare un’accusa di razzismo e invischiare il professore, nonostante la palese assurdità della cosa, in una spirale di inchieste, chiarimenti, procedimenti disciplinari e altre follie che finiscono per distruggerlo psicologicamente (e, crede lui, per ammazzargli la moglie, che proprio nel periodo di massima “persecuzione” è vittima di un ictus).

È un Coleman Silk furioso, letteralmente pazzo di rabbia e di dolore, quello che all’indomani della morte della moglie piove a casa dello scrittore Nathan Zuckerman, che conosce appena, per chiedergli, o piuttosto per ingiungergli di scrivere – poiché Zuckerman questo fa: scrive – la storia dell’ingiustizia assassina che ha subito. Naturalmente Zuckerman, il narratore, non ha nessuna intenzione di farlo; tuttavia i due diventano amici e sarà quando tutto sarà finito, e Zuckerman avrà capito quello che c’è da capire e scoperto quello che c’è da scoprire, che scriverà la storia – non, o non soltanto, dell’ingiustizia subita da Coleman Silk, ma dell’ingiustizia che Coleman Silk, come qualsiasi individuo che voglia essere se stesso, non può fare a meno di perpetrare.

Perché, pur essendo una persona onesta e corretta quanto lo si può desiderare, Coleman Silk ha un segreto; anzi, come ci dice la quarta di copertina, “da cinquant’anni nasconde un segreto”. Non sarò io a svelarlo, tanto più che Philip Roth lo fa in modo così magistrale che sarebbe un peccato rovinargli l’effetto. Mi limiterò a dire che per essere ciò che vuole essere, il giovane Coleman Silk si è visto a un certo punto costretto (o ha creduto di essere costretto, che è la stessa cosa) a tradire il noi della sua appartenenza: famiglia, ascendenza, etnia e cultura di origine, e dunque anche infanzia, miti, ricordi; insomma tutto ciò che fa, spontaneamente, un’identità. Di tutto fa tabula rasa, costruisce ex novo, convinto che sia giusto e legittimo sacrificare il preesistente e dato (la filiazione biologica e culturale) al libero progetto di sé, all’edificazione paziente e consapevole delle condizioni ambientali nelle quali l’io individuale, indubitabile e irrinunciabile, può esplicarsi. Nel fare questo, comprensibilmente, egli causa dolore (da come ne parlo, sembrerebbe che Coleman Silk debba alfine ricredersi e ammettere che era meglio restarsene vicino a casa e a mamma sua, ma non è così semplice, e Roth non è Pascoli):

“Dalla sera alla mattina l’io nudo e crudo era venuto a far parte di un «noi» che aveva tutta l’arrogante solidità del «noi», anche se lui non voleva averci nulla a che fare, né con quel «noi», né con qualunque altro tirannico «noi» gli fosse capitato d’incontrare. […] No. No. Vide il destino che lo aspettava e non gli piacque. Ci arrivò intuitivamente e spontaneamente si ritrasse. […] No alla tirannia del «noi» e alla prima persona plurale con cui essa si esprime e a tutto ciò che il «noi» ti vuole ficcare nella testa. Non era per Coleman la tirannia del «noi» che muore dalla voglia di assimilarti, lo storico e inevitabile noi morale e coercitivo e assorbente col suo insidioso E pluribus unum. […] L’io nudo e crudo, invece, con tutta la sua agilità. Andare alla scoperta di se stessi: ecco il vero pugno alla labonza[1]. La singolarità. La lotta appassionata per la singolarità. Il singolo essere umano. La mobile relazione con ogni cosa. Non statica, ma mobile. Autocoscienza, ma dissimulata. Cosa c’è di altrettanto potente?”

Per tutta la prima e più lunga parte della sua vita Coleman riesce nel progetto. Sostituisce al contesto di origine, con i suoi automatismi, il contesto che è frutto di una libera scelta e di ben ponderate strategie. Ottiene ciò che si era proposto di ottenere: il posto nella società che corrisponde al suo talento e ai suoi desideri, la moglie che ha scelto, i figli che di meglio non poteva sperare[2]. Finché il nuovo contesto, per motivi apparentemente accidentali, senza sapere perché lo sta facendo, senza sapere che l’accidente è inevitabile perché affonda le sue radici nel segreto della macchia, senza nemmeno volerlo in fondo, lo espelle.

La morale non è però, come accennavo prima, di tipo verghiano o pascoliano. Assolutamente no. Il contesto di origine avrebbe schiacciato e soffocato Coleman tanto quanto il nuovo contesto finisce per distruggerlo. La morale, se proprio di morale vogliamo parlare, è che nella realtà, cosmica e umana, non c’è posto per l’individuo. Come già la natura, l’individuo e la sua libertà, entrambi istanze irrinunciabili, rappresentano per Roth un limite: un confine invivibile e pericoloso su cui si cammina come sul filo di una spada, sempre prossimi a rovinare nell’abisso. Il «noi», insomma, è il più forte – non solo in senso storico ma, soprattutto, in senso metafisico, cioè genuinamente tragico.

Nell’abisso che si spalanca – ma è veramente un abisso? non è soltanto un piccolo crepaccio, un fosso, fastidioso, certo, ma in fondo una quisquilia, una bazzecola? Basterebbe un po’ di pazienza, aspettare che si calmino le acque, far finta di aver torto e dire “mi dispiace”, e l’incidente sarebbe velocemente archiviato e dimenticato. È Coleman stesso, è la sua macchia che ne fa un abisso, e l’ex preside di facoltà vi si getta con furore cieco (di nuovo Edipo re) e autodistruttivo. Nell’abisso che, in ogni caso, si spalanca (Coleman è rigettato o si autorigetta dal contesto, si esclude via via dal consorzio umano), si spalanca anche, per lui, la vera possibilità del limite. Nell’isolamento quasi totale che è l’ultimo frutto della libertà individuale, e a settantadue anni, Coleman inizia una relazione con la molto più giovane Faunia Farley, colei che non da ora ma da sempre è il paria della società, colei della quale fino in fondo non si riesce a stabilire quanto sia vittima delle perversioni del mondo e quanto sia perversa di suo, e non si riesce a stabilirlo, presumo, perché non è questo il punto (stiamo leggendo Philip Roth, non Rousseau). Il nome che, in privato, Coleman dà a questa donna è: Voluptas.

La zona-limite in cui si muovono Coleman e Faunia è al confine dell’umano e, in primis, fuori dai confini dell’umanesimo. La voluptas – il sesso – non prevede sentimenti. Non prevede contatti umani di alcun tipo, tranne quelli che procurano piacere. E che contatti ci potranno mai essere fra una donna delle pulizie dalla spontaneità piuttosto volgare, che come secondo lavoro aiuta a mungere le vacche, e un professore di lettere classiche che ha passato la vita a leggere i poemi omerici e la tragedia greca del quinto secolo?[3] Roth sceglie accuratamente i suoi personaggi. È Faunia stessa che detta le regole: niente idealizzazioni – il che implica niente sentimenti; solo quello che si può toccare con mano e sentire con pelle:

“«Ti scoperò – le ho detto – solo per quello che sei». «Così va bene», fa lei.”

Naturalmente sarebbe inesatto dire che fra Coleman e Faunia non ci può essere nulla, o nulla di rilevante; infatti fra loro c’è la cosa enorme e irrinunciabile che è la voluptas; ed è proprio la voluptas, vissuta radicalmente e con sincerità totale, che li tiene costantemente su quella lama di rasoio dalla quale è facilissimo essere spinti giù e precipitare[4], perché, e questa mi sembra la conclusione, libertà individuale, voluttà e morte sono, alla fine, indissolubilmente legate.

La macchia umana è un romanzo complesso, ammirevolmente costruito e che, come spesso avviene nei grandi romanzi di Roth, tocca numerosi temi che legano la vicenda individuale alla storia americana (dallo scandalo Lewinsky ai problemi psichici dei reduci del Vietnam) – senza che tuttavia sia la storia a spiegare la vicenda, ma piuttosto nel senso che i fenomeni storici rappresentano quasi un’enfatizzazione, una realizzazione su scala gigantesca di quanto avviene concretamente e dolorosamente nella vicenda individuale – dei modi in cui l’essere si manifesta concretamente e dolorosamente nella vicenda individuale.

Ho cercato di mettere in rilievo il tema che mi è sembrato centrale: la connessione necessaria di libertà individuale e voluptas e il loro situarsi al limite dell’umano, in una zona di confine in cui è difficile, forse impossibile vivere – del loro essere contemporaneamente la massima realizzazione dell’uomo e la sua indelebile macchia – dell’impossibilità insomma, per l’individuo, di una reale ecologia. Fra gli altri numerosi temi toccati da Roth in questo romanzo ce n’è però uno di cui vorrei parlare più diffusamente, ed è quello che si sviluppa intorno al personaggio Delphine Roux. Di questo, dunque, nel prossimo post.

 

[1] Coleman si riferisce a un incontro di boxe che ha disputato e vinto

[2] Tutti tranne uno: il più piccolo, il ribelle, l’insopportabile, quello che odia sua padre a prescindere. E non lo odia, è evidente, per quello che sa di lui, ma per quello che non sa: per il segreto che in qualche modo intuisce. In una vita di successo, una singola, piccola o grande difformità nei figli, che suggerisce la macchia segreta in uno o entrambi i genitori, è un topos letterario.

[3] In realtà, volendo, un collegamento c’è (ci sono sempre collegamenti in Roth, ovunque collegamenti): la citazione in cui si riferiscono i pensieri  di Faunia intorno alla cornacchia Prince continua così “Della macchia Faunia diceva soltanto che era inevitabile. Questo era il suo punto di vista: siamo creature irrimediabilmente macchiate. Rassegnata all’orribile, elementare imperfezione. Faunia è come i greci, i greci di Coleman. Come i loro dei. Sono meschini. Litigano. Attaccano briga. Odiano. Assassinano. Fottono. Il loro Zeus non vuol far altro che fottere […]”.

[4] Mentre un altro personaggio, Smoky Hollenbeck, il sovrintendente alla manutenzione del college, intrattiene accortamente il suo harem di bidelle senza rinunciare a veleggiare tranquillo attraverso la vita e la società.

5 pensieri riguardo “Philip Roth, LA MACCHIA UMANA – ovvero l’impossibile ecologia dell’individuo”

  1. Quindi la macchia di origine è nel desiderare di essere ciò che si vuole essere. Mi viene in mente che tale pulsione ha trovato spazio e legittimazione a livello ideologico e poi sociale a partire dal Settecento . Sempre in questo periodo, le Rivoluzioni politiche e economiche hanno posto le premesse per il declino del vecchio modello, quello fondato su un’idea di comunità rigida, priva di mobilità sociale ma con un rapporto con l’ambiente meno aggressivo, meno compromesso. L’esergo però fa pensare che la critica di Roth non attenga solo alla società nata dalla Rivoluzione industriale ma a una sorta di vizio connaturato all’essere uomo.

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    1. Sì, credo che Roth lo intenda così; in ogni caso non storicizza la “macchia”. Però il tuo riferimento al Settecento mi sembra molto pertinente: mentre scrivevo il post mi veniva in mente il Werther e l’interpretazione che ne dà Lukacs (vado a memoria, letture di parecchio tempo fa), come del neonato individuo borghese che non può accettare limiti alla propria libertà e, nel momento in cui si scontra col limite, non potendo eliminarlo si distrugge. Ci sono senza dubbio delle analogie, ma in Roth è la libertà stessa, in quanto autodeterminazione, che è fonte di dolore per gli altri (ad esempio per la madre di Coleman) e dunque è già compresa nella macchia, è già una manifestazione della macchia. Benché Roth sia molto critico nei confronti dell’ebraismo, secondo me a una certa matrice ebraica non sfugge…
      Grazie della visita e della suggestione e buona serata! 🙂

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  2. Che bella recensione! Mi hai avvinta alle righe, coinvolta fino all’ultima parola. Mi piace come sei subito partita dal concetto base del romanzo, la famosa macchia del titolo, illustrandone a fondo il significato, prima di estendere l’analisi ad altri ambiti. Interessante anche il discorso sulla libertà individuale, sui limiti e i conflitti con la stessa. Rimane il desiderio di leggere il romanzo per scoprire il segreto di Coleman Silk 😉

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    1. Ciao Alessandra, grazie dell’apprezzamento che mi lusinga molto: invogliare alla lettura del libro è lo scopo del blogger letterario (poi, è chiaro che non si può leggere tutto, ma già che venga voglia di farlo è qualcosa di importante). Credo anche che questo romanzo di Roth, nonostante qualche lungaggine, valga la pena – e il disvelamento del segreto è fatto veramente da artista!
      Buona giornata (qui mica tanto: nevica di brutto) e a presto! 🙂

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