SPIN OFF: Peter Handke, LA DONNA MANCINA

Die linkshaendige Frau

A proposito di Handke, nei commenti allo scorso post si è parlato di La donna mancina, del 1976, forse uno dei suoi testi più noti, e di cui lo stesso Handke ha fornito una trasposizione cinematografica. Dai commenti (compresi i miei) emergeva una sostanziale perplessità nei confronti di quest’opera, sentita, credo, come eccessivamente descrittiva: “Più che un romanzo mi parve sì e no una sceneggiatura” nota Giacinta, sottolineando così il carattere “esterno” del testo che quasi mai, o pochissimo, entra nell’interiorità dei personaggi, soprattutto della protagonista. Come se al posto dell’anima ci fosse un vuoto la cui forma è intuibile soltanto a partire da oggetti della realtà esterna che ne delimitano i contorni. “Il lettore – continua Giacinta – [è] messo di fronte alla mancanza di senso di molto di ciò che si compie”, con una “sorta di autocompiacimento dell’autore” che ha trovato irritante. In effetti (come già nell’Ora del vero sentire) sia per l’evento scatenante – cioè la decisione di spedire via il marito, di essere lasciata sola, lei e il figlio – che per la maggior parte delle minime scene quotidiane rappresentate, non viene fornita alcuna chiave di interpretazione psicologica, come se il legame di causa-effetto fra l’interiorità della protagonista (intenzioni, volizioni anche minime) e il suo interagire col mondo fosse interrotto. Questa mi pare una caratteristica sia di Handke che di una certa letteratura e di un certo cinema del periodo, che nella realtà deve fare i conti con la mancanza di un’immediatezza di senso difficile da ignorare; però è vero che nella Donna mancina questo aspetto è estremizzato:

“Il quartiere residenziale era immerso nel grigiore dell’alba; i lampioni si spegnevano in quel momento. La donna sedeva immobile alla scrivania.

Con gli occhi chiusi camminò in diagonale attraverso la stanza; poi su e giù, ogni volta girando sui tacchi. Si mosse all’indietro, molto in fretta, svoltando, di nuovo svoltando. In cucina stette in piedi davanti al lavello pieno di piatti sporchi. Mise le stoviglie nella lavastoviglie, accese la radiolina sulla credenza da cui esplose immediatamente musica da sveglia e allegre voci di annunciatori. Spense l’apparecchio, si piegò e aprì la lavatrice; ne trasse a fatica groppi di lenzuola umide avviluppate le une nelle altre, le lasciò per terra sul pavimento della cucina. Si grattò energicamente l’attaccatura dei capelli, con tutta la mano, finché non sanguinò leggermente.”

Come dicevo, alla prima lettura questo racconto non mi aveva lasciato gran che, anzi diciamo pure quasi niente; ma i ricordi erano vaghi e lontani. Ho voluto vedere se rileggendolo dopo più di trent’anni cambiava qualcosa. Effettivamente è cambiato moltissimo. Il libro è breve, di non difficile lettura, pur meditandolo come si conviene non prende più di un giorno. Non rientra nella letteratura “gratificante” ma secondo me dice una cosa importante, e la dice magistralmente.

Diversamente da L’ora del vero sentire (e da altre opere dello stesso periodo, come Breve lettera del lungo addio o Lento ritorno a casa), il racconto si apre su una situazione di felicità coniugale: “«Questa sera ho una sensazione come se si realizzasse tutto ciò che ho mai potuto desiderare. Come se potessi trasportarmi magicamente da un luogo di felicità all’altro; senza percorsi intermedi. In questo momento mi sento una forza magica, Marianne. E ho bisogno di te. E sono felice. Tutto in me vibra di pura felicità.»” Chi parla è Bruno, il marito; tuttavia, benché Marianne sia meno loquace e meno portata all’espressione di sentimenti debordanti, nulla lascia supporre che per lei le cose stiano sostanzialmente in modo diverso. Si può ragionevolmente supporre che abbia dal suo matrimonio tutto ciò che da un matrimonio si può desiderare; di sicuro quello che (forse) le manca non è un “più” di passione.

La felicità coniugale di Bruno e Marianne è accettata e ben vista dalla società: la sera stessa del ritorno del marito da un viaggio di lavoro in Finlandia la coppia cena in un ristorante raffinato e semivuoto. Alla fine della cena Bruno fa segno al cameriere: “«Mi serve una stanza per stanotte. Sa, io e mia moglie vorremmo fare l’amore, subito.»” Il cameriere, sorridente e comprensivo, riesce a trovargli una stanza benché l’albergo sia quasi al completo per una fiera commerciale: “«Ecco, è la chiave della stanza nella torre. Ci hanno dormito uomini di stato; non la disturberà, spero?»” Mi pare interessante che la stanza deputata a accogliere l’incondizionata passione coniugale sia una stanza dove “hanno dormito uomini di stato”, il che crea una specie di collegamento fra il matrimonio e la politica – ognuno retto da una sua specifica ragion di stato, entrambi miranti a integrare l’individuo in una necessaria eteronomia.

Con questo inizio, Handke inverte l’ordine classico: normalmente, all’inizio stanno gli ostacoli, di varia natura, che impediscono o ritardano il formarsi della coppia, mentre alla fine abbiamo – ove non sia tragedia o disillusione – l’unione degli innamorati riconosciuta dalla società. Partire dalla felicità coniugale e farla a pezzi soltanto per spingere più in là i limiti, per arrivare a una situazione meno felice ma comprensiva di più cose e tendenzialmente di tutte, è senz’altro più raro e di più difficile esecuzione. A me viene in mente un unico precedente, ed è un racconto di Musil del 1911: Il compimento dell’amore (uscito, con un altro, in un volume dal titolo significativo: Unioni). Nel racconto di Musil (un’ottima analisi la trovate qui), una donna che vive nel proprio matrimonio una felicità perfetta tradisce il marito, durante un breve viaggio che è costretta a intraprendere senza di lui, cedendo alle avances di un volgare seduttore non perché costui le interessi (anzi, il personaggio la nausea), ma perché il viaggio, estraniandola, seppur occasionalmente, dal cerchio perfetto della sua felicità, gliene mostra il carattere inevitabilmente casuale. Nella felicità, pur reale, del suo ménage non c’è nulla di necessario: una qualsiasi diversa e possibile biforcazione nei casi della vita l’avrebbe portata a una realtà diversa. La donna si rende conto che una contingenza felice non legittima l’esclusione di altre possibilità che in quel cerchio non rientrano. Detto così può suonare paradossale e poco plausibile, e in effetti non si tratta tanto, per Musil, di ottenere un effetto di realismo psicologico quanto di necessità metafisica. A tradimento compiuto, l’ultima frase di questo racconto che si intitola, lo ricordo, Il compimento dell’amore, è la seguente: “E molto lontano, come i bambini dicono di Dio che è grande, ebbe un’idea del proprio amore.”

Per Marianne, la “donna mancina”, nella decisione di chiedere a Bruno di lasciarli soli, lei e il bambino, non c’è né un tradimento né un’idea di tradimento. Non ci sono seduttori, più o meno volgari; magari, più tardi, innamorati gentilmente respinti. Ma quando Franziska – l’amica femminista di cui parleremo fra poco – le chiede: “«Vuoi rimanere per tutta la vita così, da sola? Non senti la mancanza di qualcuno che sia il tuo amico con anima e corpo?»”, lei esclama: “«Oh sì, sì. Però non vorrei sapere chi è. Anche se fossi per sempre insieme a lui non vorrei mai conoscerlo.»” Non voler sapere chi è, non volerlo conoscere significa, secondo me, il rifiuto di aderire a una possibilità concreta che, necessariamente, limita. Limita in quanto “l’amico con anima e corpo” è necessariamente egli stesso limitato, ma anche in quanto egli finirà (ovviamente la cosa è reciproca) per far passare e mantenere o enfatizzare soltanto alcune delle possibilità della donna, magari, anche senza volere, distorcendole a misura delle proprie.

La scelta di Marianne – una scelta difficile che comporta molta sofferenza – è una scelta per la libertà. Non una libertà in senso assoluto e nemmeno concreto: la vita da sola è più difficile, il peso dell’esterno, cioè le costrizioni, aumentano, deve riprendere a lavorare e anche quello che faceva prima – occuparsi del bambino e della casa – sembra talvolta pesare su di lei come un macigno. Di questo Marianne è consapevole:

“Dopo un po’ Bruno chiese: «Hai idea adesso di come andrai avanti?»

La donna rispose: «No. Per un attimo ho avuto la mia vita futura chiara davanti agli occhi e ho sentito freddo fin nel più profondo.»”

Libertà è da intendersi qui non come uno sbrigativo scuotersi di dosso fastidiosi vincoli, ma come rifiuto di accettare limiti esterni – manomissioni, rifiniture, correzioni, instradamenti – alla propria identità. In questo senso “La donna mancina” è un racconto di emancipazione – non però nel senso ristretto del femminismo. Non per niente Handke sceglie come amica di Marianne Franziska, femminista dura e pura, militante, e nemmeno tanto discretamente la prende in giro. Vorrei citare alcuni passi da un dialogo fra Marianne e Franziska in cui si parla di felicità – felicità con altri:

“«Io non voglio essere felice – dice Marianne – tutt’al più soddisfatta. Ho paura della felicità. Credo che non la sopporterei, qui, in testa.»” Più tardi chiede di Bruno, che ha spedito a vivere a casa dell’amica:

“«Come vanno le cose con Bruno?»

Franziska: «Bruno è il genere di persona che sembra fatta per essere felice. Per questo adesso è così sconcertato. E così tragico! Mi dà ai nervi. Lo butterò fuori.»

La donna: «Ah Franziska. Lo dici di tutti. E sempre sei tu quella che viene abbandonata.»

Franziska tentò un paio di gesti di protesta; dopo un po’ rispose, sorpresa: «A dir la verità hai ragione!»”

La via di Marianne esige, almeno per un certo periodo, un ritrarsi dalla società e dal commercio con gli altri. Questo finché non si sia acquisita la forza sufficiente di impedire agli altri di determinarci e dominarci (nessuna determinazione senza dominazione, naturalmente). Il problema del femminismo è che si tratta di un’emancipazione parziale: emancipazione dal dominio del maschio (ma senza rinunciare al maschio, seppure con modalità meno radicali del mitico popolo delle Amazzoni). I gruppi di incontro tra donne, a cui Franziska invita ripetutamente quanto inutilmente Marianne, sostituiscono a un lasciarsi determinare genericamente il lasciarsi determinare dal genere: anziché risolverlo, si limitano a spostare il problema. D’altronde, l’indifferenza di Marianne nei confronti del femminismo si evince anche dalle sue reazioni istintive a certi passaggi del racconto femminile di vita vissuta che sta traducendo dal francese:

“Cominciò a leggere: «Au pays de l’idéal: J’attends d’un homme qu’il m’aime pour ce que je suis et pour ce que je deviendrai.» Cercò di tradurre: «Nel paese dell’ideale: Mi aspetto da un uomo che mi ami per quello che sono e per quello che diventerò.» Alzò le spalle.”

Più avanti:

“Durante la notte era in piedi davanti alla scrivania e si leggeva ad alta voce quello che aveva scritto: « ‹E nessuno la aiuta?› chiese il visitatore. – ‹No›, rispose lei. ‹L’uomo che sogno sarà quello che ama in me la donna che non dipende più da lui.› – ‹E Lei cosa amerà in lui?› – ‹Questo tipo di amore.› »  Alzò di nuovo le spalle; d’improvviso fece la linguaccia.”

L’emancipazione a cui mira Marianne non è un’emancipazione della donna ma della persona (des Menschen): Marianne è un passo (o diversi passi) più avanti di Franziska. Alla fine del percorso (o quanto meno alla fine del racconto) Marianne può senza pericolo circondarsi di persone: dopo quella sorta di happening che ha luogo a casa sua, l’ultima sera, nel quale compaiono e al quale partecipano tutti i personaggi, anche apparentemente secondari, del racconto (una lunghissima sequenza in cui, come è da aspettarsi quando si vira al positivo, le capacità letterarie di Handke toccano i loro limiti), si dice di Marianne:

“Stette in piedi davanti allo specchio e disse: «Non ti sei tradita. E nessuno più ti umilierà!»

Non si tratta naturalmente, come già per Musil, di un protocollo da seguire, ma di una riflessione sul valore dell’identità e sui suoi condizionamenti, oltre che sul significato e sui limiti della felicità.

Resterebbe qualcosa da dire sullo stile di questo racconto, su quel procedere per inquadrature che ne fa qualcosa di simile a una sceneggiatura nella quale poco o nulla ci viene detto sull’interiorità dei personaggi. Lo sguardo del narratore assomiglia a una telecamera che a volte sembra registrare sequenze casuali nella quotidianità della protagonista, a volte si mette come nel suo occhio e riprende gli oggetti nel suo campo visivo, a volte scorre in lunghi piani-sequenza sullo sfondo urbano sul quale, in proporzioni ridotte, si muovono i personaggi. Questo fa degli oggetti e del paesaggio, prevalentemente urbano, dei co-protagonisti del racconto nei confronti dei quali, e con la stessa fatica, la donna mancina deve affermare la sua identità. Se infatti da parte dei diversi “altri” (il marito, l’editore, l’attore, la stessa Franziska), il pericolo è la prevaricazione, magari con le migliori intenzioni, la minaccia che incombe dal lato degli oggetti e dell’architettura funzionale della città è la mancanza di senso. Una mancanza di senso però che non è assoluta (se così fosse, Handke sarebbe banale e falso), bensì relativa, storica, da superare; legata, più che alle cose, a una nostra abitudine e a una nostra pigrizia:

“La donna: «Sono stata in città oggi con Stefan [il figlio]. Non mi capisce: i grattacieli delle banche, i distributori di benzina, le stazioni della metropolitana sono tutte cose che trova meravigliose.»

L’editore: «Forse c’è davvero in questo una nuova bellezza, solo che noi non riusciamo ancora a vederla. Anche a me piace la città. Dalla terrazza all’ultimo piano della casa editrice riesco a vedere fino all’aeroporto, dove gli aerei, a quella distanza, atterrano e decollano senza che si senta nulla. Ne nasce un quadro dolce, che mi anima.»”

Il movimento va sempre oltre, anche oltre le conquiste della donna mancina, e questo lei lo sa.

 

Peter Handke ora…

Peter Handke 2

…e allora

Peter Handke

 

 

 

11 pensieri riguardo “SPIN OFF: Peter Handke, LA DONNA MANCINA”

  1. Bella recensione ricca di spunti di riflessione. Per ora l’ho letta tutta di un fiato. Dal punto di vista tematico ho trovato, tra gli altri, degli spunti che mi hanno ricollegato ad alcune letture di Kierkegaard, ad esempio sulle possibilità dell’esistenza, che nel caso del filosofo danese portano alla disperazione, che è un processo di conoscenza di se stessi, e dalla disperazione a una ben precisa scelta etica – almeno nel secondo stadio della riflessione di Kierkegaard – ,ad un ‘aut aut’ che fa uscire l’individuo dall’indeterminatezza, dall’esistenza come riflesso. Questo processo esistenziale è applicato dal filosofo anche alla vita coniugale e nel suo adempimento, anch’esso inteso appunto come rapporto etico uomo-donna, porta la coppia a superare la fase sensibile dell’amore, l’aspetto meramente romantico e momentaneo (unico) del sentimento, per concretizzarsi in un amore che si concretizza in una continua ‘ripresa’ ( intesa non come ripetizione) del cammino intrapreso insieme. Il bello è che poi questa scelta etica pare diventare ancora più romantica ihhhh,… mi fermo qui, sperando che si capisca qualcosa di quello che ho scritto.
    Hai letto per caso ‘Il matrimonio’ di K.?

    Un’altra cosa. Mentre leggevo la tua recensione, le riflessioni sulla modalità dello sguardo mi hanno portato a certe riflessioni teoriche che hanno influenzato alcuni film della ‘Nouvelle Vague’ francese. Finito di leggere il tuo articolo vado su wikipedia per avere notizie di Handke, che fino ad ora non conoscevo, e scopro che è stato paragonato a Alain Robbe -Grillet, scrittore ed anche sceneggiatore che conosco avendo visto uno dei film fondamentali della Nouvelle Vague, cioè ‘L’anno scorso a Marienbad’. Quindi tutto torna :-). Altre riflessioni mi hanno riportato ad un altro analizzatore romantico, spietato, psicoanalitico, esistenziale ecc. della coppia e dell’esistenza tutta: Ingmar Bergman.

    Elena quindi non si può dire che la tua recensione sia priva di spunti 🙂

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    1. Ciao Renzo,
      grazie della visita e del ricco commento. Di Kierkegaard ho letto, ma molti anni fa, proprio da Aut-Aut il saggio sul Don Giovanni (che assieme al Don Giovanni stesso costituisce uno dei pilastri della mia formazione), “Il diario del seduttore”, che invece all’epoca mi ha detto molto meno (ma ero giovane, ora non so), e più tardi, diciamo in preparazione al mio di matrimoni, “Sulla validità estetica del matrimonio” (è quello che intendi tu?) Non ricordo se mi aveva convinto, in ogni caso mi sono sposata ma non è stata una gran idea.
      A me sembra che la decisione di Marianne vada in direzione opposta alla scelta etica in senso kierkegaardiano – pur non avendo nulla di estetico; però va senz’altro nel senso di una definizione dell’identità.
      Non ho visto “L’anno scorso a Marienbad” (gravissima lacuna, lo so), ma più di trent’anni fa mi sono letta, per il concorso, un discreto numero di romanzi di Robbe-Grillet, con un certo entusiasmo anche (le energie della gioventù!) Adesso come adesso non lo rifarei. In effetti un certo modo di descrivere gli oggetti nella Donna mancina e altrove può far pensare alle” Gommes” o alla “Jalousie”, ma Handke è, secondo me, meno formale e dice di più (però di R.-G. ho un ricordo lontano).
      A proposito di romanticismo (che c’entra sempre con tutto): la lunga frase di Bruno, che cito all’inizio, mi aveva risvegliato una reminiscenza dell’inizio dell’Enrico di Ofterdingen, come un’analogia di tono. Ho cercato per un po’ ma non ho trovato niente…
      A presto
      E.

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      1. Elena, effettivamente ti avevo citato quel testo di K. (questo https://www.ibs.it/matrimonio-libro-soren-kierkegaard/e/9788849305456, io ho l’ho trovato scontato in una vecchia libreria, così non facciamo pubblicità :-)) proprio per metterlo come controparte al modus vivendi del personaggio del tuo romanzo, e tu, infatti, hai colto ciò. Riguardo a K. le sue opere devono, a volte, essere contestualizzate: ad esempio il ”diario del seduttore” appare un’opera ingenua ma in realtà è concepito in quel modo perché come altre sue opere, aveva celatamente un intento discorsivo diretto alla sua fidanzata, Mi devo informare sull’opera di Ofterdingen :-).
        A presto,
        Renzo

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  2. Lettura piacevolissima ( come sempre ) ; Bella anche la scelta di chiudere con la doppia immagine di Handke. E’ passato del tempo dal ’76 e chissà cosa scriverebbe adesso Handke della scelta di Marianne, della sua paura della felicità e della sua insofferenza per i limiti dettati da una relazione, quella con il marito, o da qualsiasi altro rapporto. Sta di fatto che, a proposito di felicità, di ruoli e di limiti, in un’intervista che ho trovato in rete, Handke afferma:
    “Appartengo alla generazione del ’68, quella che per la prima volta incoraggiò i figli a chiamare i genitori per nome, invece che ‘papà’ e ‘mamma’. Ma mi sono accorto di essere felice che le mie figlie abbiano continuato a darmi del ‘papà’”…
    Indipendentemente da ogni considerazione sullo stile, derivante forse anche dalla difficoltà di rappresentare qualcosa che dovrebbe delinearsi per sottrazione, ovvero attraverso la rinuncia a relazioni considerate limitanti ( e quale relazione non lo è ? ), il problema posto da Handke è sicuramente nodale, hai ragione.
    Grazie, Elena, anche per aver ripreso in mano il libro sulla scorta del mio breve commento:-) ( non per questo sentirò di averti “dominata”e “determinata”:-)

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    1. Come no? Spingermi a rileggere un testo di Handke (seppur breve, d’accordo) non è dominarmi e determinarmi? C’è chi non lo farebbe nemmeno con una pistola puntata…
      Grazie (come sempre) della visita e del commento; sugli eventuali (e probabili) ripensamenti di Handke, non credo che nemmeno allora intendesse essere preso alla lettera (lui si è sposato un tot di volte), ma proporre un tema di riflessione – e creare una struttura: esteticamente valida, secondo me.
      Ciao e a presto! 🙂

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      1. Per mettermi in pari :-), ho riletto oggi pomeriggio “La donna mancina”. Non l’ho fatto stamattina perché ho tentato di prendere il libro dagli scaffali dei tedeschi ma loro sono in alto e io con la caviglia che sai non posso ancora far scalate. Ho dovuto aspettare qualcuno che potesse arrivare fin lassù. La tua analisi è perfetta e anch’io ritiro le mie riserve. E’ come se Marianne avesse voluto far il vuoto intorno a sé per accorgersi della propria consistenza, saggiarla ( la canzone della donna mancina lo dice ) e il modo che Handke ha adottato adesso l’ho apprezzato e capito.
        🙂

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  3. Handke ne ha tratto un film come regista, nel 1978. Non vedo questo film da decenni, e colgo l’occasione per chiedermi ancora una volta chi sono gli addetti alla programmazione dei film in tv (mi azzardo a dire “persone incompetenti” anche se so che non vale proprio per tutti e tutte). Mi ero sentito molto distante da Handke, che ha un suo stile ed è sicuramente un ottimo scrittore ma – per esempio – io mi sono sempre sentito lontanissimo anche da Proust. Rimanendo in ambito tedesco e in quegli anni, mi sono sempre sentito molto vicino a Heinrich Boell.
    Il film di Wenders da Handke è del 1971, Prima del calcio di rigore. Ne approfitto per mettere l’inizio di Il cielo sopra Berlino (sempre Handke): Quando il bambino era bambino…

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    1. Mm… molto distante da Handke (va be’) e lontanissimo da Proust (un dio!), e molto vicino invece a Böll – godibile, ma mi lascia freddina. Non sarà facile intendersi 🙂 , fortuna che ci sono animali e vegetali!
      Sulla programmazione dei film in tv non ti so dire: quando siamo passati al digitale terrestre non ho comprato il decoder e ho rottamato gli apparecchi tranne un gigantesco coso pre-schermo piatto che mi serve per i dvd. Però credo che finirò per capitolare e mettermi al passo.
      Bisognerà che lo riguardi anch’io il Cielo sopra Berlino (ma non era un po’ patetico?)
      Ciao e grazie per la visita e per il commento, e grazie ancora per i cuculi!

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