Thomas Pynchon, L’INCANTO DEL LOTTO 49

Remedios Varo Bordando-El-manto-1960
Remedios Varo, Bordando el Manto terrestre

Il secondo romanzo di Thomas Pynchon (per il primo, V., vedi il post precedente), pubblicato nel 1966, è sorprendentemente breve: nell’edizione Einaudi Stile Libero (strana collocazione per un libro di questo autore, si vede che non sapevano nemmeno loro cosa pensarne) sono 174 pagine: un Pynchon scontato, l’occasione di penetrare un po’ più in là nel mondo di questo prolisso autore con un impegno per una volta modesto. In realtà L’incanto del lotto 49 è sì un romanzo breve, ma complicato e di ardua lettura.

Il titolo si riferisce alla vendita all’asta dei beni di un miliardario defunto, tale Pierce Inverarity, il quale ha indicato inaspettatamente come esecutrice testamentaria una sua ex, Oedipa Maas, giovane e simpatica casalinga californiana con una solida preparazione letteraria che sarà la nostra eroina. Il lotto 49 è una collezione di falsi filatelici che si distinguono dagli originali per qualche poco visibile ma significativo dettaglio. Tuttavia il lotto 49, che in un certo senso catalizza e materializza una lunga serie di stranezze, coincidenze, casi fortuiti che si inseriscono troppo bene in una para-logica generale per essere del tutto fortuiti, compare soltanto alla fine, e se da un lato esso sembra fornire il peso di realtà che rassicura Oedipa Maas nel suo timore di essere vittima di una paranoia, dall’altro il romanzo si chiude prima che Oedipa, alla casa d’aste, possa individuare il misterioso personaggio interessato all’acquisto del lotto, il quale sarebbe l’unico a possedere tutta la verità e la chiave dell’enigma.

Perché, come suggerisce il nome dell’eroina, di un enigma, o di una serie di enigmi, si tratta.

Della relazione fra Oedipa – la quale nel frattempo ha sposato Mucho Maas, giovane uomo che soffre di uno scollamento fra sé e le sue successive professioni – e Pierce Inverarity poco si sa, tranne che è finita con un clamoroso sbattimento di porte in un hotel di Mazatlàn. Ma prima che la porta fosse sbattuta e la relazione liquidata, Oedipa ha fatto in tempo a vedere, in una mostra a Città del Messico, un quadro dell’esule spagnola Remedios Varo:

“Nel pannello centrale di un trittico intitolato Bordando el Manto Terrestre c’erano alcune delicate fanciulle con i visi a cuore, gli occhi grandi e i capelli simili a fili d’oro, prigioniere nella stanza in cima a una torre circolare, che ricamavano una specie di arazzo traboccante dalle feritoie nel vuoto, cercando disperatamente di colmare quel vuoto: poiché in quell’arazzo erano contenute tutte le altre costruzioni e creature, tutte le onde, navi e foreste della terra, e l’arazzo era il mondo. Perversa, Oedipa si era fermata lì, davanti al quadro, e aveva pianto.”

Aveva pianto perché lei stessa si sente segregata in cima a una torre – una torre la cui serratura, in basso, era stata dischiusa da Pierce Inverarity “utilizzando come zeppa una delle sue numerose carte di credito”; con effetti, come si è detto, poco duraturi. Ma all’origine delle lacrime c’è anche l’immagine delle fanciulle prigioniere che ricamano “disperatamente” arazzi le cui narrazioni, dipanandosi dalle feritoie, riempiono il vuoto del mondo; o meglio ricoprono una superficie che sarebbe, altrimenti, vuota. La ragione delle lacrime appare duplice: la fatica di Sisifo delle fanciulle prigioniere impegnate a colmare un vuoto incolmabile (forse, più che di Sisifo, delle Danaidi), e la consapevolezza che il “manto”, le apparenze del mondo non sono che altrettante parziali narrazioni.

Di sicuro l’univocità o l’aderenza a una realtà se non indiscussa almeno condivisa sono del tutto assenti dal romanzo. Dello scollamento del marito di Oedipa, Mucho Maas, rispetto alla sua esistenza lavorativa e dunque in un certo senso alla sua esistenza tout court abbiamo detto. Il dottor Hilarius, lo psicoterapeuta di Oedipa, si rivela più paranoico dei suoi pazienti; l’avvocato Metzger, co-esecutore testamentario, è stato una baby-star del cinema, strumentalizzato da una madre narcisista e castrante, i cui vecchi film girano ancora in televisione; un collega di Metzger, Manny Di Presso, avvocato, è passato al cinema e ha impersonato lo stesso Metzger in un film a lui dedicato; salvo rimettersi a fare l’avvocato e essere inseguito da loschi emissari di Cosa Nostra per una questione di ossa umane vendute, trafugate, esportate, mai pagate, vai a capire. E così di seguito. Il romanzo, come vedremo, è il faticoso procedere di Oedipa attraverso una serie di enigmi che cercherà di risolvere; ma fin dall’inizio è la realtà stessa ad essere un enigma: una superficie desolantemente sprovvista di senso (Pynchon insiste, ad esempio, sulla forsennata urbanizzazione post-bellica i cui prodotti malvagi non finiscono di sgomentarci) sembra nasconderne un’altra che si lascia presagire senza manifestarsi. Per adempiere ai suoi compiti di esecutrice testamentaria Oedipa si trasferisce per un breve periodo a San Narciso (di tutti i santi, naturalmente, proprio quello), California del Sud:

“Entrò in San Narciso di sabato, alla guida di una Impala presa a nolo. Non stava succedendo niente. Guardò giù, costretta ad ammiccare per il sole, da una discesa a una vasta zona di case cresciute tutte insieme dall’opaca terra bruna, come un campo ben coltivato; e ripensò alla volta in cui, aprendo una radio a transistor per cambiare la batteria, aveva visto il suo primo circuito stampato. Il vortice ordinato di case e strade, da quell’angolo alto, le balzava ora agli occhi con la stessa evidenza inattesa e sbalorditiva della scheda con il circuito. Sebbene ne sapesse ancor meno di radio che di californiani del Sud, entrambi gli schemi davano il geroglifico senso di un significato occulto, di un’intenzione comunicativa. Sembrava non ci fosse limite a ciò che il circuito stampato avrebbe potuto dirle (se lei avesse cercato di scoprirlo); così, nel primo minuto trascorso a San Narciso, una rivelazione palpitò appena oltre la soglia della sua intelligenza. Lo smog gravava lungo tutto l’orizzonte, il sole era dolente sulla luminosa campagna marrone chiaro: lei e la Chevy sembravano parcheggiate al centro di uno strano istante religioso. Quasi che su un’altra frequenza, o fuori dall’occhio di un ciclone che ruotava troppo lento perché la sua pelle riscaldata ne avvertisse anche solo la frescura centrifuga, fossero dette delle parole. Questo lei sospettava.”

L’impressione che dietro una realtà di prima e scontata percezione se ne nasconda un’altra, molto più interessante, più vera e che soprattutto ci riguarda direttamente in quanto singoli, noi e il nostro destino, è di matrice simbolista e surrealista (romantica in ultima analisi) ed è risolta, in letteratura almeno, attraverso una ricerca linguistica e uno sfasamento dei piani di riferimento che mirano a suscitare nel lettore la percezione precisamente di questa seconda realtà. Un po’ come fa Pynchon nel passaggio citato e in numerosi altri punti del romanzo. Ma a questo piano simbolico: allusivo, molto ben lavorato e discreto, Pynchon ne affianca un altro apertamente allegorico: sguaiato, grottesco, cocasse e assolutamente improbabile che suona a tratti come un aperto divertirsi a spese del lettore. Il piano allegorico fornisce la trama del romanzo che è la seguente:

Il sistema postale statunitense, unico e monopolio di stato, mostra strane piccole crepe: sul timbro di obliterazione di un francobollo, ad esempio, compare potsa invece di posta e potsale invece di postale; rifacendosi a un Commodoro sudista, improbabile eroe di una resistenza contro lo strapotere nordista dell’industria, gli impiegati della Yoyodyne Inc. (colosso che già abbiamo incontrato in V. e di cui il defunto Inverarity possedeva delle quote, come pare non ci fosse cosa in America di cui non possedeva quote, il che ne fa l’allegoria di un sistema di controllo parcellizzato – gli Stati Uniti non sono una dittatura – ma coeso, una specie di grande puzzle i cui pezzi sono perfettamente incastrati gli uni negli altri in una struttura coerente e rigida) hanno messo in piedi un sistema postale interno e privato, semisegreto e di fatto illegale, come forma di protesta contro il Potere unico e castrante; nella toilette per signore di un locale notturno in cui l’incolumità degli avventori non è necessariamente garantita, l’attenzione di Oedipa è attratta, fra i vari graffiti osceni, da uno strano simbolo a forma di corno di postiglione con una sordina, il cui ripresentarsi in modo sempre più ossessivo (e potenzialmente paranoico) sarà come la scia di sassolini che conduce l’eroe verso la felice o infelice scoperta finale:

Tristero 1

“Cominciava così, per Oedipa, la languida, sinistra fioritura di Tristero. O piuttosto il presenziare di lei a una certa recita unica, prolungata come fosse la parte finale della notte, la specialità della casa per chi era rimasto sveglio così tardi […] quasi che un tuffo verso le indefinite ore nere dell’alba fosse indispensabile prima che il Tristero si svelasse nella sua terribile nudità. Il suo sorriso, a quel punto, sarebbe stato lezioso, si sarebbe inoffensivamente ritirato tra moine dietro le quinte dicendo buonanotte con un inchino alla Bourbon Street e lasciandola in pace? O viceversa, a danza conclusa, avrebbe ripercorso la pista, il suo sguardo luminoso agganciato a quello di Oedipa, il sorriso ora maligno e senza pietà; si sarebbe chinato su lei sola fra le file desolate di sedili cominciando a dirle parole che lei non avrebbe mai voluto sentire?”

Senza spiegazione o preavviso compare nel romanzo il nome dell’enigma: Tristero, al cui estendersi nello spazio (l’intera San Narciso, Berkeley, Los Angeles, ma soprattutto l’apoteosi della paranoia a San Francisco dove per tutta una notte e il giorno seguente Oedipa non fa che imbattersi nel corno con la sordina) corrisponde un radicarsi nel tempo, nella storia. E qui, quando ci conduce alle origini storiche del Tristero – che in barba al nome romantico e al mistero che lo circonda sarebbe, ma questo credo si sia capito, un sistema di raccolta e distribuzione della posta alternativo ai vari monopoli di stato, e contenente quindi un principio di insubordinazione abbastanza forte da contemplare l’eliminazione dell’avversario – quando ci conduce alle origini storiche del Tristero Pynchon comincia a divertirsi sul serio. Se si diverta e basta o si diverta a spese del lettore deve rimanere indeciso.

Le prime tracce dell’esistenza del Tristero Oedipa le trova in uno spettacolo teatrale a San Narciso: una tragedia di vendetta giacobita dell’immaginario autore Richard Wharfinger dal titolo significativo: La Tragedia del Corriere. Per un pubblico italiano diciamo che una tragedia di vendetta giacobita è una tragedia inglese dell’inizio del Seicento avente come nucleo la vendetta di un personaggio che ha subito un grave torto. Sono tragedie dalla trama complicatissima, efferate, grondanti sangue e un po’ lontane dal nostro gusto. Naturalmente l’immaginario Wharfinger non è Shakespeare ma si può pensare, per farsi un’idea, allo shakespeariano Tito Andronico.

A partire dalla rappresentazione della Tragedia del Corriere e passando per copioni manipolati, tascabili rubati, librerie antiquarie andate a fuoco, edizioni critiche contraddittorie, varianti inspiegabili, copie difformi conservate nella Biblioteca Vaticana (se non sapessimo che stiamo leggendo Thomas Pynchon potremmo pensare di essere finiti inavvertitamente in Dan Brown), anziani ospiti di case di riposo i cui nonni, travestiti da indiani, facevano secchi i legittimi corrieri governativi – passando attraverso queste ed altre caselle che Pynchon sospinge davanti ai piedi della sua eroina come in un peculiare gioco dell’oca, Oedipa Maas arriva a ricostruire la storia del Tristero, sorto in Olanda durante la guerra di indipendenza delle Province Unite contro l’Impero, diffuso in Europa nei secoli seguenti come antagonista segreto e letale degli accreditati Thurn und Taxis, passato in America a seguito della Rivoluzione Francese e lì tuttora attivo. Nella ricostruzione di queste vicende para-storiche, come si diceva, Pynchon si diverte come un matto.

Chi si diverte meno è Oedipa, che non sa se considerarsi vittima di una paranoia galoppante o di un ben congegnato, complicato e costosissimo scherzo di Inverarity – una piccola vendetta post mortem. Fortunatamente l’esistenza, nella sterminata eredità del defunto, del famoso lotto 49: la copiosa raccolta di francobolli contraffatti e chiaramente riconducibili al Tristero, sembrerebbe screditare l’ipotesi della paranoia e avvalorare invece quella di una rete segreta alternativa e destabilizzante – tanto più che un personaggio misterioso è intenzionato a fare un’offerta strabiliante per aggiudicarsi il lotto. Sicuramente, deduce Oedipa, un emissario del Tristero che vuole impedire a tutti i costi il trapelare del segreto.

Come detto, il romanzo si chiude all’apertura dell’asta, prima che Oedipa possa identificare il misterioso acquirente. L’enigma rimane irrisolto, le due possibilità aperte:

“Comunque sia, loro la chiameranno paranoia. Loro. O casualmente, e senza l’ausilio dell’LSD o di altri alcaloidi indolici ti sei imbattuta in una ricchezza segreta e una nascosta densità di sogno; in una rete mediante cui un numero X di americani comunica davvero riservando le menzogne, le recite di prammatica, gli aridi tradimenti della miseria spirituale, al sistema ufficiale di distribuzione del governo; forse anche in una vera alternativa alla mancanza di uscita, all’assenza di sorprese nella vita che martoria le menti di tutti gli americani che conosci, e anche la tua, bambola.”

“Oedipa nell’estasi orbitante di un’autentica paranoia, o un Tristero reale. Perché o esisteva un Tristero di là dall’apparenza dell’eredità America, o esisteva soltanto l’America, e se esisteva soltanto l’America sembrava che l’unico modo in cui Oedipa potesse proseguire e contare qualcosa per essa era da straniera, spianata, assunta a cerchio chiuso in qualche paranoia.”

Questo, al di là degli aspetti buffoneschi e di non facile digestione dell’allegoria, è il caldo significato simbolico del Tristero: la possibilità di un’alternativa alla sconfortante apparenza delle cose che un qualsiasi sistema dominante, concettuale prima ancora che economico e politico, qualsiasi sistema semplicemente istituzionale, ci schiaccia addosso cercando di convincerci che è l’unica possibile. Ma per non appiattire troppo sulla frusta retorica dell’antagonismo a prescindere, notiamo che Oedipa Maas viene indirizzata e guidata nell’avventura del Tristero da una disposizione testamentaria dal miliardario Inverarity, il quale possiede quote dell’intera America; come dire che è a partire da un pezzo ben incastrato del puzzle che si apre una possibilità di decostruzione per l’intera struttura.

Almeno, parrebbe che in America sia così.

 

L'incanto del lotto 49

Thomas Pynchon, L’incanto del lotto 49, Einaudi Stile Libero 2005, € 12