NON È UN ROMANZO PER VECCHI: Thomas Pynchon, V.

Thomas Pynchon, V.

Dei quattro che secondo Harold Bloom sono i grandi del romanzo americano del secondo Novecento – Thomas Pynchon, Philip Roth, Don DeLillo e Cormac McCarthy – l’unico di cui non avevo ancora letto nulla era Thomas Pynchon. Obbedendo alla sollecitazione di un blog che seguo ho deciso di cominciare da V., primo romanzo dell’autore, uscito nel 1963 quando Pynchon aveva ventisei anni. Non so se è stata una buona idea.

Di questo libro, “sul quale esiste una bibliografia enorme e disperante”[1] che io naturalmente non ho letto, si dice che non lo si può riassumere, lo si deve leggere; si dice anche che i capitoli che lo compongono possono essere visti come narrazioni autonome, racconti con un proprio soggetto e baricentro, enigmaticamente autoconclusi e legati fra loro in modo molto sciolto grazie al ricomparire di alcuni personaggi (diversi ricompaiono quando già ce li eravamo dimenticati, altri, che nella relativa narrazione hanno un peso e un significato notevoli, non li si rivede mai più), grazie al ricomparire di alcuni oggetti, a coincidenze talmente incredibili che non ci si chiede nemmeno se siano plausibili, tanto è chiaro che sono opera dell’autore, che sono letteratura, in un universo che appare al contrario privo di senso e necessità. Hanno, i capitoli di questo libro, una reciproca indipendenza paragonabile a quella delle cinque parti di 2666 di Roberto Bolaño: postmoderno à gogo. Vediamo se di questo romanzo praticamente privo di trama è possibile rendere conto.

Il libro è composto da sedici capitoli più un epilogo. Dei sedici capitoli, undici si svolgono fra il Natale 1955 e l’autunno 1956 sulla east coast degli Stati Uniti, fra Norfolk (1° capitolo) e New York, con un’estensione a Malta (16° capitolo). Cinque capitoli (alternati agli altri) e l’epilogo si svolgono invece in vari momenti di un passato anche abbastanza lontano (nell’ordine: 1898, 1899, 1922, 1940-43, 1913, 1919) in varie città europee, in un Egitto controllato dall’Impero Britannico, nelle ex colonie tedesche in Sudafrica. Il collegamento fra le due parti assai disomogenee è assicurato da Herbert Stencil, bizzarro personaggio che parla si sé alla terza persona, come Giulio Cesare, tuttavia non con intento magnificatorio quanto piuttosto, parrebbe, annichilatorio. Questo Stencil è un inglese, figlio di un dipendente del Foreign Office, insomma di una spia, morto nel 1919 a Malta in circostanze mai chiarite. Nei diari del padre Stencil trova, sotto la registrazione Firenze, aprile 1899, la seguente annotazione: “Dietro V., dietro di lei, c’è molto di più di quanto nessuno abbia mai sospettato. Il problema non è tanto sapere «chi» è, ma «che cosa». Che cos’è? Dio non voglia che io sia mai chiamato a fornire questa risposta, né in questa sede, né in qualsiasi rapporto ufficiale.” La lettura di queste poche frasi sibilline scatena in Stencil l’ossessione di scoprire chi o cosa si nasconde dietro la maiuscola puntata ed egli dedica la sua vita alla ricerca delle tracce che V. (donna, luogo, topo di chiavica, finto prete, automa smontabile) ha lasciato dietro di sé. La ricerca lo porta nel 1956 a New York dove si trova a frequentare più o meno per caso (il caso assai scopertamente mosso dai fili di Pynchon, che è altra cosa dal caso assoluto che governa il mondo) la Banda dei Morbosi, attorno alla quale gravitano la maggior parte degli altri personaggi.

Alla Banda dei Morbosi torneremo fra poco, prima un’ultima osservazione sulla struttura. In un romanzo che si potrebbe definire con sufficiente obiettività senza capo né coda (infatti non li vuole avere, è contrario, come vederemo fra poco, al concetto di capo e di coda) notiamo che il primo e l’ultimo (il sedicesimo) capitolo sono occupati in larga misura dalle colossali sbronze, le risse, i vandalismi, i pestaggi e genericamente le gesta deliranti di frotte di marinai in libera uscita (per la precisione, il nucleo duro è costituito entrambe le volte dalla ciurma della USS Scaffold). Niente di tragico per l’amor del cielo, tutto demenzial-allegro e nessuno si fa male sul serio; che tuttavia sia l’incipit che l’explicit tematizzino le sbronze dissennate e i comportamenti avulsi da ogni razionalità di orde di individui che chiaramente hanno smarrito il tratto distintivo della specie vorrà pur dire qualcosa, ad esempio che per Pynchon il mondo ha lo stesso grado di razionalità, ordine, senso e teleologia di un marinaio ubriaco in libera uscita.  E del tutto coerentemente, il movimento che regola il romanzo non è il movimento intenzionale da A verso B, da una situazione a un’altra, da un punto di partenza a un altro individuato come scopo, bensì A-B-A: andata e ritorno, il movimento della navetta, il principio dello yo-yo – che infatti governa l’esistenza di quello che può essere considerato il protagonista del romanzo: Benny Profane.

Dopo il congedo dalla marina Benny Profane lavora a fare le strade su e giù per la east coast. Quale sia il suo compito preciso nei lavori stradali non è dato sapere, deve essere però un compito molto semplice, perché qualsiasi attrezzo nella mani di Profane diventa pericoloso: Profane è uno schlemihl, parola di origine yiddish che indica uno sciocco, uno sfigato, ma qui soprattutto un imbranato, uno con due mani sinistre, uno che ha dei problemi con gli oggetti inanimati – e questo in un mondo, quello di Pynchon, in cui l’organico si muove inesorabilmente verso l’artificiale e l’inanimato: nasi rimodellati, chirurghi estetici che vorrebbero rifare da capo a piedi le loro amanti-vittime, occhi di vetro la cui iride è un complesso orologio che si muove su un quadrante zodiacale, zaffiri al posto dell’ombelico, dentiere-sculture in cui ogni dente è realizzato in un diverso metallo prezioso, ecc. Profane rifiuta di integrarsi in questo processo di inanimazione semplicemente declinando qualsiasi proposta di evoluzione lineare: perde un lavoro e ne trova svogliatamente un altro allo stesso livello di non-specializzazione, in un sistema che esclude fin dall’inizio l’idea stessa di carriera; stessa cosa con le donne: benché venga presentato come un panzone fatto a pera piuttosto lontano da quello che ci si immagina come un maschio di successo, sono diverse le donne che si propongono, ma sempre lui declina cortesemente. Anche con Rachel, la ragazza di cui era innamorato, quella che forse in fondo ama (ma la ama? e cosa vuol dire?), quella che alla fine vorrebbe concludere: legame fisso, matrimonio, convivenza, che so, le cose non vanno oltre il tira-e-molla secondo la legge dello yo-yo.

[In realtà il principio del vai-e-vieni (e le navi della marina militare che nei momenti di crisi internazionale fanno Norfolk – La Valletta e ritorno sono anch’esse, nel romanzo, una manifestazione dello yo-yo) conosce un’eccezione: nel primo capitolo-sbronza facciamo la conoscenza di Paola Maijstral, ragazza maltese che alla Valletta ha conosciuto il marinaio americano Pappy Hod, lo ha sposato, lo ha seguito negli Stati Uniti e poi lo ha piantato. Si innamoracchia di Profane ma lui, come si diceva, declina. Un tizio con una moglie terribile che si chiama Mafia si innamora perdutamente di lei ma lei non lo vuole, e insomma un sacco di altre cose finché nell’ultimo capitolo-sbronza si ritrovano tutti alla Valletta e Paola tiene all’innamoratissimo (e sbronzissimo) Pappy Hod il seguente discorso: “ – […] se dovessero mandarti in Egitto, o da qualche altra parte, non farebbe nessuna differenza. Perché io tornerò a Norfolk prima di te, e sarò lì sul molo ad aspettarti. Come una brava moglie. Però fino ad allora non ti bacerò, e neppure ti sfiorerò. […] Sarà meglio così, e sarà come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio. Sei partito una settimana dopo che ti ho lasciato. Perciò abbiamo perso solo una settimana. Tutto quello che è successo dopo di allora è solo la storia di un marinaio in viaggio. Me ne starò a casa, a Norfolk, a filare, fedele. A tessere una storia da raccontarti, come regalo di bentornato. – Ti amo – fu tutto quello che gli venne da dire. Lo aveva ripetuto ogni sera a una paratia d’acciaio e alla distesa infinita del mare dall’altra parte.” Qui il principio dello yo-yo viene platealmente contraddetto. Non so cosa dobbiamo pensarne.]

Dicevamo della Banda dei Morbosi, che è un po’ il medium in cui nuotano, si incrociano, si incontrano la maggior parte degli altri personaggi. La Banda dei Morbosi, di stanza a New York, è una specie di beat generation depotenziata, in cui la spinta conoscitiva di allargamento della coscienza è sostituita da uno stanco rimasticare filosofie europee (qualcosa come una french theory ante litteram), e in cui il consumo di alcool non allarga nulla se non il girovita degli adepti. Le feste, organizzate o spontanee, della Banda si risolvono normalmente in ettolitri di birra bevuta e ettolitri di vomito versato sui pavimenti. Tutto ciò però non ha nulla di cupo o di squallido, il tono della narrazione è noncurante, al limite dell’umoristico, della gag, d’altronde come prendere sul serio questi individui sulla via dell’inanimazione, come avvicinarli a un livello tragico o anche soltanto drammatico? Anche quelli che recalcitrano, che si innamorano, che sono infelici, che rifiutano di farsi completamente rimodellare dall’amante chirurgo estetico non possono essere presi sul serio più di tanto. Il massimo che gli può capitare è di finire ubriachi morti o di perdere una scarpa precipitandosi verso la scaletta dell’aereo che le porterà a abortire a La Havana. In certi punti – nella scena ad esempio in cui Profane viene assicurato con una corda alla vita (che non ha) e calato in posizione orizzontale, come una parodia di dirigibile, dal tetto fino a una finestra del nono piano che deve rompere per permettere a uno Stencil sempre più scoppiato di rubare la famosa dentiera in metalli preziosi (un dono per V.) – be’ lì sembra di essere in una scena di M*A*S*H.

L’innocenza di fondo di questi bamboccioni (sulla via di diventare fantocci?), gettati senza saperlo (la più consapevole, oltre a Profane, sembra essere Rachel) in un mondo in cui tutto sta assumendo i tratti rigidi dell’inanimato, contrasta in modo fortissimo con il tono degli altri capitoli, quelli in cui, nel passato, si va sulle tracce di V. In questi ultimi, che si svolgono tutti in corrispondenza di una crisi, centrale o periferica, o nel pieno di un conflitto, in concreto nella temperie delle due guerre mondiali e dell’autodistruzione dell’Europa, in questi capitoli il senso di malvagità, di perversione e corruzione è palpabile e pesante. Una malvagità e perversione che non è mai direttamente connessa con gli eventi (tutti i complicati castelli di spie e di complotti sono più che altro giochi inconcludenti, specchietti per le allodole) ma li prepara e li accompagna come l’orizzonte necessario in cui si consuma il tramonto del Vecchio Continente. Tre esempi, per dare l’idea:

Nel capitolo 7 incontriamo a Firenze, nel 1899, la giovane Victoria Wren (già, la prima V. in cui ci si imbatte) che avevamo conosciuto al Cairo l’anno precedente (cap. 3), in concomitanza con la crisi di Fashoda. Orbene la giovane Victoria è ora in possesso di un pettine d’avorio da cui non si separa mai, “con cinque denti, la cui forma ricordava quella di cinque persone crocifisse, unite almeno da un braccio in comune. Non erano delle figure religiose, ma soldati dell’esercito britannico. Victoria aveva trovato il crocifisso in un bazar del Cairo. A quanto pare era stato intagliato a mano da un artigiano sudanese, un mahdista, in commemorazione delle crocifissioni dell’83, nella zona a est di Khartum, cinta d’assedio. Aveva comprato quel pettine spinta probabilmente da un semplice impulso, lo stesso che induce una ragazzina a scegliere un abito o un ninnolo di un colore o di una forma particolare”

Il capitolo 9 ci porta nel Sudafrica del 1922, in una ex colonia tedesca (persa in seguito alla sconfitta nella prima guerra mondiale), al momento di una rivolta di Bondel[2]. Nella tenuta di un certo Foppl, il padrone di casa e i numerosi, gaudenti ospiti si rinchiudono nella proprietà, con una mossa preventiva, in modo da poter resistere a un assedio anche di mesi. Il luogo diventa qualcosa di simile al castello di Silling delle 120 giornate di Sodoma: “Ben presto si imbatté in una stanza sotterranea che fungeva da ripostiglio per gli attrezzi di giardinaggio. Come se tutti gli eventi di quella giornata non fossero stati altro che una lunga preparazione a quel che stava per vedere, Mondaugen scoprì un bondel disteso a faccia in giù, nudo. La schiena e le natiche rivelavano i segni delle scudisciate ormai rimarginate, insieme alle ferite aperte di recente, come altrettante labbra piegate in un sorriso senza denti. Facendo violenza al suo animo delicato, Mondaugen si avvicinò all’uomo e si chinò su di lui, per vedere se respirava e gli batteva il cuore, evitando con lo sguardo la bianca vertebra che s’affacciava ammiccante da un lungo spacco della carne. – Non lo tocchi –, Foppl era in piedi, e stringeva in mano uno sjambok, una sferza di pelle di giraffa per il bestiame, battendo l’impugnatura contro la propria gamba in modo regolare, disegnando un ritmo sincopato. – Non vuole che lo si aiuti. Neppure che si provi compassione per lui. Non vuole niente, solo lo sjambok –. Foppl alzò la voce, fino a raggiungere il tono di megera isterica che amava ostentare con i bondel: – Ti piace lo sjambok, non è vero, Andreas? Andreas mosse il capo debolmente, e sussurrò: – Baas…”

Il capitolo 14 si svolge a Parigi, nel 1913. Della giovanissima Mélanie, praticamente abbandonata dai genitori e che diventerà per una breve stagione l’amante di una misteriosa lady V., si dice: “Suo padre aveva un forte cranio pelato, e dei magnifici baffi. La sera Mélanie scivolava silenziosa nella stanza, il posto misterioso dalle pareti tappezzate di seta dove dormivano lui e sua madre. Mentre Madeleine pettinava i capelli di Maman nell’altra stanza, Mélanie si stendeva sul grande letto accanto a suo padre, e lui la carezzava in molti posti, e lei si contorceva, sforzandosi di non fare rumore. Era il loro gioco segreto.” Quest’ultimo breve passaggio, che ho trovato particolarmente disturbante, mi ha ricordato per affinità la fascinazione che nella Parigi degli anni Venti i Surrealisti di André Breton – e lo dico con dispiacere – provano per la perversione.

Com’è da intendere questa malvagità rozza o sottile che sottende in maniera più o meno esplicita tutti i capitoli relativi al Vecchio Mondo e al suo ancora recente passato (e che ne rende la lettura emotivamente gravosa)? E come è da intendere, soprattutto, in relazione alla chiassosa, gaia, turbolenta, alcoolica innocenza dei marinai della US Navy, nonché dei membri della Banda dei Morbosi? Dobbiamo forse pensare alla USS Scaffold e al suo aiuto-nostromo Pappy Hod in rotta da Malta verso Norfolk come a una novella Mayflower col suo carico di Padri Pellegrini in fuga da un’Europa corrotta e decisissimi a fondare il Nuovo Israele sulle coste del giovane continente? Non sembra verosimile, tanto più che la spinta evolutiva verso l’oggetto inanimato (manichino, automa) ha passato l’oceano. Allora perché caricare un crepuscolo culturale e politico, la finis Europae, di un’insopportabile corruzione morale, quasi che l’autodistruzione del continente sia stata frutto di una libera scelta e non l’ultimo atto di un’evoluzione millenaria unica nel suo genere?

Non so. O magari fra le infinite (decisamente troppe) piste che in questo romanzo si aprono, si intrecciano, si incrociano, si perdono, forse si ritrovano e forse no, io ho preso quella che non porta da nessuna parte.

 

[1] Federico Francucci, Thomas Pynchon, alla ricerca del Nulla, https://www.alfabeta2.it/2017/09/08/thomas-pynchon-alla-ricerca-del-nulla/

[2] A quel che ho capito, un’etnia autoctona della regione, ma una conferma esplicita non l’ho trovata.

 

V.

Thomas Pynchon, V., Einaudi 2017, € 16,00

V. edizione originale
L’edizione originale

 

17 thoughts on “NON È UN ROMANZO PER VECCHI: Thomas Pynchon, V.”

    1. Ho stampato, e letto con attenzione, la tua recensione di “V.”, in cui hai reso molto bene nei toni e nei temi il mondo/i mondi di Pynchon (P.). Laddove i libri di P. sono – per usare il termine usato da Vittorio – pressoché irrecensibili e quindi complimenti anche da parte mia.
      “V.” non l’ ho letto. Oltre “L’arcobaleno della gravità” (“L’a.d.g.”), avevo letto tantissimi anni fa “L’incanto del lotto 49” che è successivo a “V.” e precede “L’a.d.g.” e “Vineland” che è successivo a “L’a.d.g.” ma, al di là di una grande affascinazione per Pynchon che già lì mi aveva catturato e che poi è rimasta, di quei libri non ne ricordo quasi nulla.
      Ma veniamo a “V.”
      Ora al di là degli episodi e delle vicende presenti nel libro di cui hai dato conto e da cui si coglie quel tipico effetto centrifugo che la scrittura e le trame di Pynchon producono, rendendo i suoi romanzi schizofrenicamente policentrici, quello che ti ha interessata di più e giustamente è la questione del senso, su cui ti sei soffermata e interrogata ripetutamente, ad esempio:

      “in un universo che appare al contrario privo di senso e necessità “;
      “che tuttavia sia l’incipit che l’explicit tematizzino le sbronze dissennate e i comportamenti avulsi da ogni razionalità di orde di individui che chiaramente hanno smarrito il tratto distintivo della specie vorrà pur dire qualcosa, ad esempio che per Pynchon il mondo ha lo stesso grado di razionalità, ordine, senso e teleologia di un marinaio ubriaco in libera uscita.” ;
      “in un mondo, quello di Pynchon, in cui l’organico si muove inesorabilmente verso l’artificiale e l’inanimato “;
      “La Banda dei Morbosi, di stanza a New York, è una specie di beat generation depotenziata, in cui la spinta conoscitiva di allargamento della coscienza è sostituita da uno stanco rimasticare filosofie europee (qualcosa come una french theory ante litteram), e in cui il consumo di alcool non allarga nulla se non il girovita degli adepti. Le feste, organizzate o spontanee, della Banda si risolvono normalmente in ettolitri di birra bevuta e ettolitri di vomito versato sui pavimenti.”
      “Anche quelli che recalcitrano, che si innamorano, che sono infelici, che rifiutano di farsi completamente rimodellare dall’amante chirurgo estetico non possono essere presi sul serio più di tanto.”

      Ora queste tue considerazioni che, con tutta evidenza, rispecchiano il libro, sembrano condurre tutte ad uno stesso punto che, in una parola, si può condensare con il termine di dissoluzione, che non è che qui siano tutti dissoluti (anche se potrebbe essere anche questo) ma che tutto va verso una inesorabile fine, si dissolve. Si allontana cioè da un orizzonte razionale e sensato e si perde in un caos dominato dall’artificiale e dall’inanimato (anche nel senso di privo di anima) e dall’obnubilato (metaforizzato dall’ubriachezza patologica).
      E, a marchiare questa spinta distruttiva (autodistruttiva?) sono quei capitoli del libro nei quali, come tu scrivi “…il senso di malvagità, di perversione e corruzione è palpabile e pesante. Una malvagità e perversione che non è mai direttamente connessa con gli eventi…ma li prepara e li accompagna come l’orizzonte necessario in cui si consuma il tramonto del Vecchio Continente.”
      C’è quindi come una pulsione di morte che aleggia inarrestabile e inevitabile che è prima e più di tutto una pulsione di morte del senso della nostra civiltà.
      E qui si arriva alla domanda chiave che hai posto e che ti sei posta: “Com’è da intendere questa malvagità rozza o sottile che sottende in maniera più o meno esplicita tutti i capitoli relativi al Vecchio Mondo e al suo ancora recente passato (e che ne rende la lettura emotivamente gravosa)?”
      ebbene credo che la risposta a questa domanda sia proprio che quella malvagità è il fondale, il retroterra, la causa da cui deriva quella dissoluzione, quella fine che pervade le cose e verso cui tutto sembra andare.
      E, a supporto di ciò ti riporto questo passaggio contenuto nell’ampia pagina de “L’a.d.g.” in Wilkipedia, di cui ti ho riferito nell’altro post che ti ho messo qui sotto:”
      “Una visione così cupa della storia, ancorché ravvivata da sprazzi di humour talvolta irresistibile, induce a pensare che al centro de “L’arcobaleno della gravità” vi sia la certezza che la Seconda guerra mondiale ha rappresentato il punto di non ritorno dell’umanità; l’arco di parabola delle V2 simboleggia la fine della razionalità” e, aggiungerei, l’inizio del declino della civiltà, della nostra civiltà. Tema che, visto quanto sin qui detto in relazione a “V.”, appare quindi già in “V.” e, mi pare di poter dire illumina su quel senso di dissoluzione di cui parlavo e offre una risposta alla tua domanda.
      E tutto questo porta a due ultime e ulteriori considerazioni e cioè che, effettivamente, come tu avevi intuito a livello stilistico, ma, a questo punto ciò vale anche a livello tematico, “V.” è il precursore de “L’a.d.g.”, anche perché ci sono ne “L’a.d.g.” persino dei personaggi che erano già presenti in “V.”.
      Mi riferisco al personaggio, presente ne “L’a.d.g.”, di ““Blicero” Weissman, capitano delle SS che comanda la Schuss-stelle 3 batteria di lancio V2 situata sulla costa olandese. “Blicero” è la latinizzazione della parola Blicker, nome tedesco medievale per la Morte. Si scoprirà più avanti che “Blicero” è lo pseudonimo del capitano Weissman che il lettori di Pynchon hanno già incontrato in un capitolo del precedente romanzo”V.”intitolato “La storia di Mondaugen”, che per certi versi costituisce un antefatto de “L’arcobaleno della gravità”” (Fonte Wilkipedia).
      E poi, e finisco, mi sembra confermata da tutto ciò la considerazione che avevo fatto in relazione a “L’a.d.g.”, quando, a conclusione della parte iniziale del mio commento, avevo detto che “L’a.d.g.” è in ultima istanza nihilista, laddove ho il sospetto che anche “V.” è in ultima istanza nihilista, ma forse a questo punto tutto P. lo è.
      Insomma il mondo di Pynchon, alla luce di tutte queste cose mi sembra, a ben vedere, decisamente perturbante. E chissà cos’altro c’è, entrandoci sempre più dentro.
      Un carissimo saluto
      Raffaele

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      1. Tutto molto interessante quello che scrivi, e assolutamente condivisibile. Che anche nella parte “americana” di V. ci troviamo di fronte a un nichilismo in chiave grottesca è assai probabile, anche se qualche personaggio pare “sfuggire” e lascia intravedere la possibilità di una dimensione ancora umanamente abitabile (ad esempio la citata Paola Maijstral, il musicista nero McClintic Sphere, forse lo stesso Profane nel capitolo finale).
        La storia del tenente Weissmann, nel capitolo 9: “La storia di Mondaugen”, è la parte più atroce del capitolo più atroce del romanzo. Da notare che nel resoconto delle gesta di Weissmann in Sudafrica il nome Weissmann stranamente non compare mai, sostituito dal pronome di terza persona (più raramente di prima), come se si volesse svincolare tutto l’orrore da una persona particolare.
        Se c’è una cosa che mi ha un po’ irritato nel romanzo di questo americano (ma mi pare si sia capito), è l’impressione che voglia rifilare all’Europa, con un particolare dente avvelenato per la Germania, la responsabilità morale del declino dell’Occidente. Non vedo, ad esempio, perché preferire le atrocità tedesche in Sudafrica a quelle belghe in Congo (che pare siano state inarrivabili per stupidità e crudeltà gratuita), o magari a quelle statunitensi nei confronti dei nativi americani; trovo anche un po’ irritanti i nomi propri “parlanti” (la birreria Scheissvogel a Firenze e altri); come non accetto, ma qui il discorso si fa più ampio, chi addossa la responsabilità delle due guerre mondiali alla sola Germania. Adesso si parla addirittura più propriamente di un’unica guerra mondiale che va dal ’14 al ’45 e che è continuata sotterranea anche nel periodo di pace “apparente”. Questo doveva saperlo anche Pynchon, il quale giustamente fa iniziare i capitoli storici con la crisi di Fashoda, a seguito della quale Francia e Inghilterra si accordarono per isolare la Germania, e che viene riconosciuta come una delle cause lontane delle prima guerra mondiale. Insomma, che i supercattivi siano sempre i tedeschi mi sembra una di quelle stupidità americane alle quali ci si aspetta che uno come Pynchon debba essere superiore.
        “L’incanto del lotto 49” sarà la mia prossima lettura, poi ti saprò dire (almeno è corto…)
        Grazie ancora per i tuoi contributi sempre molto rilevanti per la comprensione dei testi (che è la cosa che ci interessa) e scusa il pathos germanofilo 🙂
        A presto
        Elena

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      2. Sicuramente c’è in Pynchon un ricorrere dell’incarnazione del male nella Germania, si pensi appunto al simbolo per eccellenza delle V2, portatrici di morte, ne “L’arcobaleno”. Bisognerebbe capire, dato che Pynchon non è così banalotto e “qualunquista” da ridursi agli stereotipi, se non ne abbia fatto e l’abbia usata come una sorta di figura letteraria, una specie di parte per il tutto. Anche perché non si può neanche dire che Pynchon sia un cantore del mito americano a me, come ho scritto, è sembrato americanamente antiamericano. Comunque è materia da approfondire.
        Per tutto il resto grazie, gli stimoli rispetto alla lettura dei testi sono reciproci. Buon “Lotto 49”
        Un caro saluto
        Raffaele

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  1. Ho poca dimestichezza con il quartetto dei grandi e in particolare con Thomas Pynchon, quindi ti ringrazio per la bella lettura che mi prepara all’eventuale, non sicuramente prossimo, incontro 🙂 Tutto sommato, però, anche la narrazione lineare può stancare, così la perplessità, il senso di disorientamento che possono procurare romanzi come quello che hai letto, quantomeno garantiscono l’apertura di prospettive tronche, sbilenche, a yo-yo ( definizione sintetica e simpaticissima, come tante altre che ho trovato nelle tue recensioni ) quanto vuoi, ma nuove e piene di incognite.

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    1. Ciao Giacinta, grazie della visita e del commento. Di sicuro le prospettive nuove, per quanto faticose da acquisire, se hanno qualcosa di valido ti lavorano dentro anche dopo che hai chiuso il libro. Certo che questo Pynchon ha qualcosa di smisurato (v. anche l’articolo di Raffaele) che spaventa. A proposito, l’idea dello yo-yo non è mia, ma proprio di Pynchon: “Capitolo primo. Nel quale Benny Profane, schlemihl e anche un po’ yo-yo, arriva a toccare l’apocheir”. Non chiedermi cos’è l’apocheir. Andando con un’etimologia da quarta ginnasio dovrebbe essere il punto in cui lo yo-yo è più lontano dalla mano. Insomma, un tipo mostruoso questo Pynchon. 🙂

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  2. Dovessi un giorno affrontarlo, questo mastodontico e poliedrico autore, sicuramente passerò a rileggere queste tue opinioni e anche quelle appena pubblicate da Raffaele. Bravissimi entrambi per l’ampio ritratto, per niente facile (così mi sembra), che ne avete dato.

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  3. Ciao Elena, e complimenti per il modo in cui hai affrontato un autore e un libro praticamente irrecensibili.
    Invidio te e Raffaele che avete potuto immergervi in contemporanea nel caos pynchoniano, mentre a me toccava Philip K. Dick, non in uno dei suoi romanzi di fantascienza, ma in una dozzinale opera mainstream: visto che alcuni critici ne hanno fatto uno dei padri del postmoderno, mi è risultato naturale rimarcarne l’abissale distanza proprio da Pynchon.
    V. l’ho letto giusto due anni fa, molti anni dopo Vineland (ormai dimenticato) e alcuni dopo Mason & Dixon (meraviglioso) e ne ho tratto la conferma della convinzione della grandezza assoluta dell’autore.
    Ho intitolato la mia “recensione” L’opera smisurata che restituisce il senso del nostro nonsenso”, perché credo che il caos narrativo di V. sia funzionale a descriverci il caos in cui viviamo, ma anche a farci capire che è un caos voluto, che ha precise radici (tutte le “sottostorie” di V. si riferiscono a periodi di crisi, guerre e massacri). Sostanzialmente però, alla fine, conscio della mia insufficienza, anche io mi sono arreso davanti alla grandezza imperscrutabile di Pynchon (che a tratti mi è parsa anche – per certi versi giustamente – autocompiaciuta) ed alle infinite possibilità di lettura che ci propone. Come dici tu Pynchon è smisurato, ma essere smisurata, come disse Calvino, è il compito che deve assumersi la letteratura per rimanere viva. Pynchon è uno dei pochi che continua a fornirle un po’ di ossigeno.

    A presto
    V.

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    1. Ciao Vittorio, e grazie della lettura e del generoso commento. In realtà la spinta a leggere V. mi è venuta proprio da te, e il blog “innominato” a cui faccio riferimento è il tuo. Mentre leggevo non sapevo se dovevo ringraziarti o no, perché ho fatto molta fatica; credo di essere biograficamente, ma soprattutto idealmente, più vecchia di voi (di te e Raffaele): sono ancora una di quelle che si chiedono “cosa vuol dire?” e pretendono una risposta. Ho fatto fatica soprattutto con i capitoli storici, che da un lato sono narrativamente più “tradizionali” (in certi punti mi è sembrato quasi che Pynchon faccia il verso a diversi scrittori fin de siècle, che però non riesco bene a precisare, forse uno potrebbe essere Henry James, ma fare il verso non nel senso di una parodia, o se sì allora di una parodia tragica), ma dall’altro sono carichi di un male per me difficile da sostenere. E questo lo vedi e lo dici anche tu; ovviamente 🙂 divergiamo sull’interpretazione. Quando dici nella tua recensione: “Il caos, il non-senso sono da sempre assolutamente funzionali a nascondere ai più l’esistenza di un ordine imperscrutabile, che ci conduce incoscienti verso mete precise” io non sono tanto d’accordo, almeno limitatamente a quello che posso capire da V. Se è imperscrutabile, è imperscrutabile sia ai più che ai meno – il che equivarrebbe a dire che non esiste nessun ordine, e questo è quello che mi pare emerga dal romanzo (in particolare dal quel compendio di Novecento europeo che il diario di Fausto Maijstral). Ma non voglio riaprire l’annosa questione e ammetto che le probabilità dell’esistenza o non esistenza di un ordine nascosto sono fifty-fifty (più in là in coscienza non posso andare).
      Ho letto la tua recensione di Philip K. Dick e se non mi sono fatta viva è perché in effetti non c’è (o non ho) gran che da dire. Non ho letto nulla dell’autore, so che Emmanuel Carrère, suo grande ammiratore, ne ha scritto una biografia che però non conosco. Se è così scarso hai fatto bene a mettere i puntini sulle i, soprattutto perché è vero che al giorno d’oggi (e da qualche decennio) in letteratura si sta diventando troppo democratici e si mettono troppo facilmente sullo stesso piano i sonetti e i fumetti, come dice Harold Bloom. (In effetti ho in mente un paio di editor/scrittori italiani che non avrebbero problemi a mettere Dick e Pynchon sullo stesso piano). Quindi avanti col lavoro sporco, dove è necessario, anche se non è molto gratificante: la cultura te ne sarà grata!
      Grazie ancora dell’attenzione e a presto.
      Elena

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      1. Mi intrometto tra te e Vittorio e ti metto, qui di seguito, questo passo tratto dalla pagina di Wilkipedia relativa a “L’arcobaleno della gravità” (pagina di Wilkipedia peraltro extralarge, proporzionata alle dimensioni del romanzo e molto ricca), in cui si rileva un’evidente intertestualità tra “L’arcobaleno della gravità” e un romanzo di Philip Dick (“Time out of Joint”) scritto da Dick 14 anni prima che Pynchon pubblicasse “L’arcobaleno” e che molto probabilmente Pynchon aveva letto. Assunto che sono assolutamente d’accordo con te che “…in letteratura si sta diventando troppo democratici e si mettono troppo facilmente sullo stesso piano i sonetti e i fumetti, come dice Harold Bloom. (In effetti ho in mente un paio di editor/scrittori italiani che non avrebbero problemi a mettere Dick e Pynchon sullo stesso piano)…”, e che quindi non ci piove che tra Pynchon e Dick c’è una bella differenza, tuttavia il link tra i due c’è e borgesianamente il grande Pynchon ha la sua dose di plagio nel cassetto, ma la letteratura è questo, basta saper andare oltre l’originale e lui ci è riuscito e come.
        Ecco il testo da Wilkipedia

        “Genesi del romanzo
        Si sa che gli archivi della Boeing di Seattle, dove Pynchon lavorò tra il 1960 e il 1962, possiedono una vasta documentazione sulle bombe razzo V2, utilizzata come lavoro propedeutico al programma Bomarc nel cui settore Comunicazione l’autore fu coinvolto. A proposito della genesi del romanzo, la critica ha rilevato un confronto interessante tra “L’arcobaleno della gravità”e un romanzo di Philip K. Dick pubblicato nel 1959, nel periodo in cui Pynchon leggeva abitualmente fantascienza: si tratta di “Tempo fuor di sesto”(“Time out of Joint”) [1]. La trama: in una cittadina di periferia un perdigiorno di mezza età di nome Ragle Gumm è conosciuto da tutti per una dote particolare: tutti i giorni, da anni, è il vincitore del gioco a premi bandito dal modesto quotidiano locale per indovinare in quale punto di una griglia si materializzerà un omino verde. Si scoprirà che la placida cittadina è in realtà una “riserva protetta” ideata per sfruttare il potere soprannaturale di Gumm nel prevedere dove cadranno i missili che le colonie lunari ribelli sparano quotidianamente contro la Terra per ottenere l’indipendenza.”
        Che, aggiungo io, è la stessa cosa che succede a Slothorp, il protagonista de “L’arcobaleno”, a cui gli cadono i missili vicino quando scopa, quindi basta sapere dove scopa e si saprà dove cadrà il missile.

        [1] Del libro di Dick esistono diverse edizioni in italiano con diversi titoli, eccoli: “Il tempo si è spezzato”,( I romanzi del Corriere della Sera, 1959), “L’uomo dei giochi a premio” (Urania- Mondadori, 1968), “Tempo fuori luogo” (Sellerio, 1999) e “Tempo fuor di sesto” (Fanucci, 2003)

        Un bel ciao pynchoniano
        Raffaele

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  4. Caro Raffaele, sei una miniera di informazioni – interpretate, catalogate e pronte per l’uso! Molto interessante questo piccolo “plagio” di Pynchon che non lede in nulla il suo genio: come diceva Molière (che era un genio e pescava a destra e a manca con grande noncuranza): je prends mon bien où je le trouve. L’importante è quello che se ne fa. Nemmeno Ariosto inventa il punto di partenza per il suo poema, ma dai cantari all’Orlando Furioso c’è una bella differenza.
    Ho cominciato la lettura di Pocahontas (testo originale senza note, da quando Lutero ha eliminato quelle della Bibbia all’estero non le mettono più). Mamma mia! Per fortuna che in rete ho trovato un KOMMENTAR ZU ARNO SCHMIDTS
    SEELANDSCHAFT MIT POCAHONTAS di Dario Borso (grande Dario Borso!, però un personaggio un po’ strano), se no se dovevo cercarmi tutte le cose io ci mettevo tre anni.
    Cari saluti e a presto
    Elena

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    1. Se me lo dicevi ti consigliavo l’edizione italiana che il commentario di Dario Borso ce l’aveva già incorporato. Non oso immaginare cosa deve essere leggere Arno Schmidt in tedesco, ma magari ci si capisce anche di più, sapendo bene il tedesco ovviamente.
      Si Dario Borso effettivamente è un po’ sui generis perché si occupa di scrittori e poeti tetragoni come Kierkegaard, Celan, Schmidt e poi ha un modo di fare irridente e sfrontatamente allegro il che non è in sé un male ma fa un certo contrasto.
      Ciao

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