STÖRTEBEKER

Störtebeker_Statue_(Hamburg)

Il 20 o 21 ottobre del 1401, a Amburgo, fu giustiziato, se mai è esistito, il famoso capitano Klaus Störtebeker che nel Baltico e nel Mare del Nord aveva praticato con successo prima la guerra di corsa (munito, cioè, di lettere di incarico da parte di stati o signori), poi la pirateria per conto proprio e con notevole danno per i commerci delle città anseatiche.

Nel ruolo piò onorevole di Vitalienbruder (membro cioè della leggendaria Confraternita dell’approvvigionamento, organizzazione di capitani indipendenti in bilico fra legalità e pirateria), aveva contribuito a rifornire di vettovaglie via mare la città di Stoccolma durante l’assedio ad opera dei danesi (1389-1394). Finita la guerra e distrutta la base dei Vitalienbrüder sull’isola di Gotland (Svezia), i capitani oltrepassarono l’incerto confine, si fecero più francamente pirati e furono anche noti col nome di Likedeeler, basso tedesco per Gleichteiler cioè coloro che dividono in parti uguali, il che suggerisce un’organizzazione tendenzialmente democratica e socialista sulle navi di questi famosi e, in un’epoca di rigida struttura feudale della società, comprensibilmente popolari capitani.

Che furono, come è l’uso, via via catturati e giustiziati assieme alle loro ciurme. La fama del più noto, Störtebeker appunto, è legata piuttosto alla leggenda della sua morte che alla sua vita (storicamente, è perfino difficile identificarlo). Vuole infatti la leggenda che avesse ottenuto dal borgomastro di Amburgo la promessa di liberare quelli dei suoi uomini, in fila in attesa della spada del boia, che il suo tronco avesse raggiunto camminando dopo la decapitazione. Bene, pare che ne avesse superati undici prima che il boia lo facesse crollare tirandogli fra i piedi uno sgabello. In ogni caso il borgomastro se ne fregò e gli undici furono decapitati esattamente come gli altri settantadue (o trenta, secondo le versioni). C’è anche una coda: a un membro del Senato (presente in seduta plenaria) che si complimentava per l’impeccabile esecuzione dei settantatré, il boia Rosenfeld, venuto apposta da Buxtehude, rispose che quello non era nulla, e che avrebbe potuto decapitare senza problemi anche tutti i Senatori. Per questa risposta fu arrestato e il più giovane dei Senatori ebbe l’onore di tagliargli la testa.

Ma tornando a Störtebeker, l’aura romantica di pirata socialista, il motto (“amico di Dio, nemico del [resto del] mondo”), la leggenda della morte ne hanno tenuto vivo il ricordo. Il poeta tedesco Günter Eich (1907-1972) scrive un breve testo in cui a parlare è uno dei compagni di Störtebeker, in fila in attesa dell’esecuzione:

“In ginocchio, il cranio rasato. Una fila di nove, legati al timone di un carro. La testa del capitano in un cesto di vimini. Il suo tronco si alza, mette giù i piedi. Quelli che raggiunge sono liberi. Io sono il nono, un brutto posto. Ma ancora cammina.”

A partire da questo testo un altro poeta, il quarantaseienne Jan Wagner, vincitore quest’anno del prestigioso Georg-Büchner-Preis, scrive la poesia störtebeker tradotta assieme a altre quattro, su Le parole e le cose, da Dario Borso. La poesia mi è piaciuta tanto che ne ho voluto fare una traduzione anch’io:

 

Io sono il nono, un brutto posto.

Ma  ancora cammina.

Günter Eich

 

ancora cammina, la testa assiste al barcollare

in avanti del corpo. ma lui,

lui dov’è? in quegli ultimi sguardi dal canestro

o nei passi senza sguardo?

io sono il nono e siamo in ottobre;

il freddo e la corda tagliano più a fondo

la carne. siamo in ginocchio, in una fila, in macchie

di bianco le nuvole sopra di noi, come se spennassero

volatili lassù – come le donne

prima delle feste. papà che nei pugni sbiancati

stringeva il manico, e la scure, netta,

ammiccava alla luce. nel mentre la gallina

correva insanguinata sbattendo le ali, cercando la sua strada

fra due mondi, oltrepassando noi bambini urlanti d’entusiasmo.

 

 

„Ich bin der neunte, ein schlechter Platz.
Aber noch läuft er.“

(Günter Eich)

noch läuft er, sieht der kopf dem körper zu
bei seinem vorwärtstaumel. aber wo
ist er, er selbst? in diesen letzten blicken
vom korb her oder in den blinden schritten?
ich bin der neunte und es ist oktober;
die kälte und das hanfseil schneiden tiefer
ins fleisch. wir knien, aufgereiht, in tupfern
von weiß die wolken über uns, als rupfe
man federvieh dort oben – wie vor festen
die frauen. vater, der mit bleichen fäusten
den stiel umfaßt hielt, und das blanke beil,
das zwinkerte im licht. das huhn derweil
lief blutig, flatternd, seinen weg zu finden
zwischen zwei welten, vorbei an uns johlenden kindern.

7 thoughts on “STÖRTEBEKER”

  1. Mi affascinano questi personaggi border line; buoni o cattivi dipende da dove li guardi, o forse buoni e cattivi, tenacemente attaccati al loro modo di vivere la vita. Fanno sempre una brutta fine… ma ci guadagnano in fascino. Inquietante e anche delicata la poesia.

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    1. Ciao Pina, e grazie del commento. Stoertebeker è il tipo romantico del (bel) tenebroso, il vendicatore degli afflitti ma un po’ anche in combutta col diavolo, perché a dirla tutta dio (e il Senato) sono un po’ noiosi. A me la poesia dà i brividini dall’inizio alla fine. Mio figlio la trova “carina”, punto.

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  2. Avevo letto e seguito il tuo “carteggio” con Dario Borso su “Le parole e le cose” e ne ero rimasto ammirato. Ti volevo fare i complimenti per i tuoi competenti contributi interpretativi rispetto ai testi di Wagner e alla loro traduzione, ma mi sembrava di intromettermi. Questo tuo post me ne dà finalmente la giusta e appropriata occasione. Davvero complimenti per i tuoi duetti con db e del work in progress che sei riuscita a fare su “Störtebeker”, fino a farla tua e a farne una tua. Davvero brava.
    Nel mio piccolo, ma ben lontano dai livelli che hai toccato tu, db l’ho conosciuto (di persona), sentendolo disquisire quasi goliardicamente (che è il suo modo di fare e di essere) di due mostri sacri non proprio goliardici: Paul Celan e Arno Schmidt che ha studiato e penso studi ancora e di cui è stato traduttore, tanto che nel mio commento a “Paesaggio lacustre con Pocahontas” di AS, da lui tradotto e curato – essendo peraltro di AS grande esperto – l’ho citato.
    “Störtebeker” l’ho trovata un lampo fulminante, una scheggia piena di senso e di sensi.
    Complimenti di nuovo e un carissimo saluto.
    Raffaele

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    1. Caro Raffaele, sei come sempre troppo buono. Con Dario Borso avevo cominciato un po’ alla leggera, senza sapere chi e cosa avevo di fronte, unicamente per un interesse per i testi e le traduzioni che mi erano piaciute molto. Ma db è troppo serio e professionale per me. Io vado a intuizione e sguardo d’insieme, non mi verrebbe mai in mente di chiedermi come si ammazzano i polli in Germania o qual è la differenza fra una scure e un’accetta. Inoltre credo che, salvo errori patenti, ogni traduzione sia una proposta, accettabile come un’altra, e alla fine – sempre salvo errori patenti – sia una questione di gusto (quale espressione mi piace di più, risveglia in me più assonanze e consonanze). A dirla tutta mi ero un po’ stufata di sottigliezze, e poiché mi si chiedeva di dire la mia su Stoertebeker ho postato la traduzione, cosa credo contraria all’etichetta dei blog.
      Ho letto e apprezzato il tuo articolo su Arno Schmidt, scrittore che conosco poco. Mi è piaciuta l’idea della centralità del paesaggio, è un’idea che mi affascina molto; mi spaventa un po’ il lato “sperimentale” e ho una specie di idiosincrasia per la letteratura tedesca dell'(immediato) dopoguerra: pesante, pesante, pesante…

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      1. Tutte le traduzioni sono inevitabilmente soggettive, tanto più in poesia. Ovviamente c’è chi lo fa per mestiere e quindi deve, oltre che vuole, essere “professionale” (poi Dario Borso, in realtà, è uno storico e quindi ha la ricerca delle fonti come metodo di lavoro) e chi per diletto come te e quindi può godersi se vuole le “licenze” che gli suonano meglio, se rendono bene i significati.
        Grazie per la lettura e l’apprezzamento del commento a “Paesaggio lacustre”. Sicuramente Arno Schmidt è un autore che può, soprattutto all’inizio, risultare ostico da leggere ma il suo accanito sperimentalismo che lo rende talora criptico non è mai fine a se stesso e crea immagini e significati originalissimi e suggestivi, ironicamente dissacranti e molto potenti. Insomma, per me, ma non solo per me, uno dei grandi del ‘900 tedesco e non solo.
        Ciao
        Raffaele.

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  3. Bene, vedo che sei già entrata nello spirito di Arno Schmidt quando dice: “Pensare. Non contentarsi di credere: andare avanti. Sempre avanti per i gironi del sapere,amici! E nemici. Non interpretate: studiate e descrivete. Non futurate: siate. Al più, pieni di curiosità”. Ma in questo spirito penso tu lo sia già di tuo.
    Poi mi farai sapere.
    Un caro saluto e buona giornata.
    Raffaele

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