Tommaso Landolfi, UN AMORE DEL NOSTRO TEMPO

Un amore del nostro tempo

Tommaso Landolfi, Un amore del nostro tempo, Adelphi 1993

 

Ho comprato questo libro un sacco di anni fa, probabilmente lo vidi in libreria quando uscì l’edizione Adelphi nel 1993. Era la prima cosa che compravo e quasi la prima che leggevo di Landolfi, così ci rimasi un po’ male quando, nella Nota al testo, la figlia Idolina mi informò che alla sua uscita presso Vallecchi, nel 1964, il romanzo non aveva avuto alcun successo, né di pubblico né di critica, e che anzi i landolfiani di fede provata si erano sentiti non soltanto delusi ma addirittura un pochino buggerati dal maestro. Tanto che il romanzo non fu più ripubblicato fino al 1992, quando fu incluso nel secondo dei tre volumi in cui Rizzoli raccoglieva l’intera opera dello scrittore. Insomma, sembrava che il mio primo acquisto landolfiano fosse poco caratteristico dell’autore – e forse poco significativo in assoluto.

È possibile che l’argomento – l’amore incestuoso di Sigismondo e Anna, fratello e sorella – abbia avuto un ruolo nell’acquisto, e non per morbosità ma per motivi diciamo professionali. Insegnando lingue straniere mi trovo regolarmente, fra la quarta e la quinta, a parlare di romanticismo (e confesso che fino a tempi recenti ne parlavo come di un fenomeno dell’altro ieri, una cosa di cui tutti, in fondo, hanno fatto esperienza; ero cronologicamente ritardata – una patologia che fin verso i cinquanta mi faceva sentire, ma quanto erroneamente, più o meno coetanea dei miei studenti. La consapevolezza dell’abisso è stata una tarda conquista; da quel momento, devo dire, tratto il romanticismo in modo più sbrigativo e con un certo imbarazzo, come si tira fuori dal frigo un cadavere già mezzo andato che sarà sezionato a scopo didattico per la cinquemilionesima volta). Comunque parlando di romanticismo è impossibile non trovarsi confrontati col narcisismo e con la sua più naturale figura: l’amore incestuoso di fratello e sorella, l’anima gemella in senso proprio. Le letterature straniere ne sono piene, a cominciare dalla storia di Mignon nel Wilhelm Meister, continuando con la coppia René-Amélie in Chateaubriand, con la passione della Sanseverina per il nipote Fabrice, con i wagneriani Siegmund e Sieglinde, con lo stupendo racconto Sangue valsungo di Thomas Mann e il suo romanzo L’eletto, rielaborazione ironica e preziosa del Gregorius di Hartmann von Aue, fino ai gemelli (incestuosi? mah!) Ulrich e Agathe dell’Uomo senza qualità. E sicuramente ne salto, per ignoranza o dimenticanza. Nella letteratura italiana, cattolica e moraleggiante, niente[1].

Ma lasciamo lì l’incesto, ne riparleremo. Perché mi è tornato in mente, dopo quasi venticinque anni, questo romanzo di Landolfi che non ero neanche riuscita a finire? Mi è tornato in mente mentre leggevo Amras, di Thomas Bernhard, di cui ho parlato recentemente. Difficile pensare che Bernhard abbia qualcosa in comune con Landolfi; e tuttavia quel suo fare completamente astrazione dalla storia, quel puntiglio nell’eliminare ogni riferimento preciso, ogni traccia di scenografia databile, quel presentare una realtà, che si deve supporre contemporanea, in un modo che sottilmente e costantemente contraddice la percezione di contemporaneità (di contemporaneità a qualsiasi temperie storica) – mi è sembrato, prima di Bernhard, di averlo incontrato soltanto in quel romanzo di Landolfi. Mi è venuto in mente da solo, senza cercare, sulla base di una certa analogia di tono, di una sensazione già provata. E mi sono resa conto che, quantunque Landolfi appartenga a una generazione precedente, i due romanzi sono usciti quasi nello stesso anno.

La cosa più bizzarra è che questo di Landolfi non solo è il suo romanzo meno surreale – evita proprio di uscire dal rigorosamente reale: per dire niente ragazze coi piedi di capra o rituali negromantici – ma reca nel titolo, Un amore del nostro tempo, un esplicito richiamo alla contemporaneità, o meglio avanza la pretesa, nei confronti di questa contemporaneità, di dire qualcosa di rilevante. Eppure cosa c’è di contemporaneo – sia pure di contemporaneo al 1964 – nella dimora avita e un po’ cadente, appoggiata come un decoro di teatro su un paesino fra i monti di una lontana provincia? Paesino e provincia senza nome, naturalmente, ma distanti giorni di viaggio (come? con che mezzo?) dalla grande e innominata città universitaria dove risiede Sigismondo, dedito ai suoi studi e a una vita di bohème che, anziché alle rivolte giovanili ormai prossime, fa pensare a un’opera pucciniana.

L’improvvisa morte del padre richiama Sigismondo alla dimora dove Anna, la sorella, ha fino allora condotto vita ritirata e passabilmente serena fra vaghe occupazioni domestiche e le letture in compagnia del padre. La prima e più lunga parte del romanzo è dedicata alla nascita e progressiva consapevolezza del reciproco amore, fino all’accettazione dello stesso e all’installarsi della coppia nel beatifico scandalo dell’incesto. Non che non ci abbiano provato ad uscire dalla “stessità”: i cugini Raimondo e Antonia, con i quali Anna e Sigismondo imbastiscono un labile e svogliato idillio (da parte di Sigismondo più che altro una ripicca), rappresentano i loro alter ego quotidiani e “normali”, la rinuncia a un’eccezionalità della quale il solo Sigismondo è all’inizio pienamente consapevole, la codarda acquiescenza a mischiarsi con gli altri da sé, l’accettazione di esser “fatti uomini dallo sconcio sentore, dal puzzo dei nostri simili”. Si tratta ovviamente di una breve parentesi che prelude alla scoperta o alla conquista dell’autentica anima gemella. Peraltro anche le precedenti, “cittadine” esperienze amorose di Sigismondo si erano rivelate deludenti: “Bene, mi dicevo, codeste donne son così e così, e del resto non so neppur come; di certo v’è che io non ho nulla di comune con loro”. Di qui, come dice egli stesso, il passo è breve: “Si darà al mondo, presi a chiedermi, […] si darà qualcuno, qualcuna di simile a me, di eguale anzi, che per la carne e per l’anima mi assuma nel suo empireo o nel suo inferno, in una facendo di me la propria terra e il proprio cielo”, che non è molto diverso da quest’altra esclamazione: “Ah, se avessi potuto far condividere a un’altra i trasporti che provavo! O Dio! se tu mi avessi dato una donna secondo i miei desideri; se, come al nostro primo padre, mi avessi recato per mano un’Eva tratta da me stesso… Beltà celeste! Mi sarei prosternato davanti a te” (Chateaubriand, René).

Anna, meno consapevole del fratello, meno capace, o disposta, a andare in fondo alle cose, insegue tuttavia riflessioni non dissimili: “Gli altri! di cui nulla, e nulla più legittimamente, suscita la nostra curiosità; e di cui nulla meno ci importa e più possiamo, dobbiamo forzatamente fare a meno, rispetto al nostro noi unico… O ancora, un solo altro, avrebbe valore da…?”

Per questa “qualcuna di simile a me” Sigismondo ha già un nome: Flos Aliarum, Fiordellaltre – colei che delle altre raccoglie il fiore, il nettare, la parte dolce – colei che permette di avere di fronte un altro senza uscire dal sé. Fiordellaltre, che naturalmente prefigura Anna, è l’eroina di una specie di romanzo che Sigismondo va scrivendo nella lontana città universitaria:

“Il romanzo era (come dicono) ambientato in un tempo perduto, mettiamo nel più ferrigno medioevo; vi si aggiravano damigelle ardenti e desolate, bellicosi ma galantissimi castellani, frati, uomini d’arme, né mancavano cacce e cavalcate; un insieme tutto da ridere, se ogni cosa non avesse sovrastato un nostalgico paesaggio di monti adusti e misteriose selve, sinceramente, disperatamente evocato.”

Ancora una fuga dal presente che sussiste solo come paesaggio, cioè nella sua forma meno storica, tendenzialmente mitica; ancora un farsi schermo di forme appartenenti al passato, di stereotipi, maschere che sarebbero tutte da ridere se attraverso di esse non si tentasse di comporre il conflitto fra identità e alterità, fra identità e mutamento.

Occorre ora dire che il racconto avviene interamente ad opera di un narratore interno, la stessa Anna, con un inserto più breve del secondo narratore: Sigismondo. Più che raccontare essi scrivono, l’uno su richiesta dell’altro, la loro storia, e lo fanno nel momento in cui il tentativo intrapreso di perfetta fusione con l’altro se stesso ha oltrepassato il vertice ed è preso nella curva discendente – del parziale fallimento, dell’età, di una accettazione dei limiti. Sul fallimento, almeno parziale, torneremo; prima però diciamo qualcosa del tono del racconto. Anna si lamenta spesso dello stile del fratello, sia negli scritti – il romanzo, le lettere – che nelle loro lunghe conversazioni e discussioni. Dice Anna, e non possiamo darle torto, che lo stile di Sigismondo è gonfio, ridondante, pieno di metafore e di espressioni arcaiche, letterarie, desuete. Questo è vero: la lingua di Sigismondo risulta irritante[2], appesantisce la lettura e la rende disagevole. Tuttavia non lo si può accusare di “letterarietà”, perché ciò che traspare attraverso lo stile impossibile, e che il lettore, pur esasperato, non può non cogliere, sono la sincerità e la disperazione.

Anna stessa, pur situandosi su un piano più domestico e rurale, di più ingenua osservazione se vogliamo, con lo stile non scherza: “Laggiù nell’immensa piana, conchiusa e coronata da altre possenti montagne, erano sparsi, buttati come aliossi, casolari e cascinali, qua e là raggrumati in paesi, tra i quali il nostro natio; e il sole, un po’ imbigito dalla lontananza, dalla calura, inondava questa piana, ricavandone, sbalzandone selvette, filari o chiome d’alberi superbi e solitari; e la vena del fiume, candidamente lo dico, vi serpeggiava argentea, di parte in parte nascosta dalle vellute prode…”. Insomma l’autore, pur tacciando Sigismondo, per bocca di Anna, di tronfiaggine stilistica, mantiene l’intero romanzo a un tale livello di enfasi e innaturalità, di artificio letterario quasi insostenibile, da indurre la maggior parte dei critici a accusarlo di vacuo dannunzianesimo o a ipotizzare addirittura una colossale beffa ai danni del lettore.

Ma se noi invece scegliamo di prendere sul serio la sincerità e la disperazione di cui sopra, allora è forse possibile immaginare (soltanto immaginare) un senso di questa lingua artificiale e lavorata che pesa sul lettore come una zavorra. Dicevamo prima del parziale fallimento. Nel paradiso esotico in cui si sono rifugiati, nell’isola dei mari del sud dove per vent’anni hanno fuggito la riprovazione sociale e dove in un ospedale di Papeete (l’unico toponimo che compare nel romanzo) Anna è convalescente dopo un grave intervento, si arriva per così dire alla resa dei conti:

“Sigismondo, fratello mio di sangue, di carne e d’anima, perché non siamo felici? perché non lo siamo mai stati, se devo porgere orecchio a questa segreta voce che mi sorge dal corpo straziato, che rampolla dalla mia corporea sofferenza?”

La risposta non è quella, più facile, che Anna sembrerebbe proporre: che la causa dell’infelicità sia da ricercarsi nell’egoismo della coppia, nel rifiuto degli altri in quanto diversi da sé, nel ribrezzo di fronte all’estraneo, nel ritrarsi dal contatto con esso, nel declinare qualsiasi dovere di solidarietà umana. Su questo punto Sigismondo è sicuro di sé e irremovibile, egli non è disposto a ammettere che “la creatura umana [abbia] bisogno per esser sé […] dei propri simili”. L’istanza ultima e irrinunciabile è per lui la libertà individuale da qualsiasi vincolo imposto dall’esterno: “Sorella, chi potrebbe vivere se non si illudesse di prostrarsi innanzi come bestia ferita tutto quello che esiste, è esisto ed esisterà?”

Nessun ripensamento quindi, nessun pentimento. Da dove allora quel tarlo di infelicità?

“Fosti mia, oppure fui tuo… ‘Oppure’: vedi? Con orrore, dico, ci avvedemmo che il tuo esser mia e il mio esser tuo non erano la stessa cosa, non erano almeno una cosa sola”

La fusione con l’altro identico a sé non riesce – nemmeno con l’identico a sé. Vedere (finalmente) se stessi nell’immagine riflessa che l’altro te stesso ti porge è un’illusione. Questo però significa l’impossibilità di arrivare a sapere cosa o chi si è, di toccare un fondamento solido oltre le paludi di identità sociali dubbie, fastidiose e in ultima analisi sulla via di scomparire (o già scomparse):

“Poiché infatti, chi ero alla fin delle fini io, posto che non m’ingannassi, che fossi davvero io, che davvero fossi? o almeno chi era, oggettivamente, quell’io? Ecco, una risposta oggettiva non sapevo trovare, e mi arrabattavo, mi schermivo quasi da un mio proprio essere, mi arrostavo come fanno d’estate i cani. O, in mancanza di meglio e non soccorrendomi l’invocata incoscienza, cercavo smarritamente, già disperato di trovarvela, in altrui una mia immagine plausibile; ma ogni volto umano mi rimandava il mio, ignoto…”

Se anche la speranza di trovare la propria identità nella fusione con l’identico a sé si rivela infondata, cosa rimane a Anna e Sigismondo se non parlare, parlare e straparlare come hanno fatto fin dall’inizio e per tutto il romanzo, rimestare nelle possibili cause della sottile infelicità che li ha seguiti pur nell’amore esemplare, duraturo e fedele, inutilmente parlare e ancora parlare?

“Vaneggio, naturalmente: invero non fa altro chiunque cerchi di darsi spiegazioni, e le parole stesse sono un vaneggiamento. […] Le parole, Anna! Non son esse che ci hanno ucciso? Ah perché abbiamo parlato e parliamo, conoscendo inutili le parole? o perché non abbiamo saputo ad esse sostituire… perché, ecco, non abbiamo saputo, oppure non ci fu dato, vivere invece di parlare?… Eppure, sarebbe stato questo da noi?… basta perdio; e colle parole appunto devo io seguitare, le quali sono malgrado tutto il mio solo strumento.”

“Voglio dire: se delle parole potessimo fare a meno, se fossimo in grado per sorte di farne a meno (non basta valore a dominarle, a vanificarle del tutto), se avessimo in cambio qualcosa di più sostanzioso e di più sciocco, diretto, immemore, stupito, allora… Mentre, chi è ridotto alle parole, come mettergli due soldi in mano?”

Le parole, enfatizzate in modo quasi intollerabile dal romanzo che tematizza se stesso attraverso lo stile, sono ciò che impedisce il raggiungimento diretto delle cose, compresa quella “cosa” particolare che è la propria identità; e sono, allo stesso tempo, tutto ciò che ci rimane. Sono la prigione di Sigismondo (e del lettore), e il suo unico regno. Con questo si giustificano il riferimento al “nostro tempo” del titolo e l’esergo: Ahimè che solo è tempo da parole, / E di deboli donne… E, per tornare all’osservazione che ha originato da parte mia la rilettura e il tentativo di analisi, si vede come un testo all’apparenza acronico se non addirittura anacronistico riesca meglio di altri, superficialmente più calati nella realtà storica, a rendere conto di un fenomeno che non ha perso ma anzi continua a dipanare la sua attualità.

 

[1] O almeno niente che io conosca. Per quel che ne so gli unici due romanzi in cui è tematizzato l’incesto sono questo di Landolfi e Un dramma borghese di Guido Morselli (scritto anch’esso nei primi anni sessanta – quanto alla pubblicazione, si sa come andarono le cose con Morselli), dove i protagonisti non sono fratello e sorella ma padre e figlia.

[2]Si converrà che espressioni come “Adorata giuccherella!” sono bocconi indigesti da mandar giù.

13 thoughts on “Tommaso Landolfi, UN AMORE DEL NOSTRO TEMPO”

  1. Questo di Landolfi non l’ho letto ma le tue riflessioni sono come sempre interessanti, nonostante lo scarso entusiasmo scaturito dalla lettura… Il tema dell’incesto nei romanzi italiani? Forse Moravia l’ha trattato più volte, magari anche solo in termini di “tentazione” (penso al romanzo “L’attenzione”). Elias Portolu della Deledda (che mi piacerebbe leggere!) parla di una passione che scoppia tra due cognati, mentre Menzogna e sortilegio della Morante viaggia, per parecchie pagine, sull’attrazione instabile e tormentata (a sfondo sadomasochistico, in senso emotivo 😉 ) tra i cugini Edoardo e Anna… Per quanto riguarda gli scrittori stranieri, mi viene subito in mente il rapporto incestuoso tra sorella e fratello nel romanzo Il Giardino di cemento” di Ian McEwan, scritto benissimo ma anche ricco di risvolti macabri e inquietanti.

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    1. Ciao Alessandra, grazie della lettura e del commento. Giustissimo il riferimento al “Giardino di cemento”, non ci avevo proprio pensato. Anche lì c’è l’idea dell’incapsularsi in un nucleo familiare (o quello che ne resta) e un chiudersi all’esterno percepito come estraneo, benché il romanzo sia in effetti parecchio morboso e vada anche oltre. Gli italiani (ma per Moravia e Deledda sono dovuta andare a vedere su Wikipedia…) mi convincono meno. Io intendo incesto in senso proprio, fra consanguinei diretti, in pratica fratelli o genitori/figli. Culturalmente rilevante, nel senso di essere la figura di un arroccamento narcisistico, è poi solo il caso dei fratelli. I matrimoni fra cugini si sono sempre praticati e non hanno mai scandalizzato nessuno (che la Chiesa richiedesse una dispensa, anche per cugini di grado lontano, era esclusivamente una questione di far cassa). Mi rimane l’impressione che sia un tema poco o per nulla presente nella letteratura italiana, d’altra parte anche il romanticismo nostrano è un po’ all’acqua di rose.
      A risentirci presto e buona giornata!

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      1. Sì, se alludevi in particolare al rapporto incestuoso tra fratelli, mi sa che nella nostra narrativa è un tema abbastanza eluso, almeno questa è l’impressione… Invece, uscendo di nuovo dai confini italiani, mi è venuto anche in mente “Il buio fuori”, del grande Cormac McCarthy. Un’altra storia resa terribilmente bene, ma altrettanto terribile per il contesto e i risvolti.

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      2. Cormac McCarthy mi è quasi sconosciuto purtroppo. A parte The Sunset limited, che ho letto su tuo consiglio, e The road, non conosco nulla. Quante lacune da colmare! Potrei cominciare da “Il buio fuori”. Grazie della dritta e a presto 🙂

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  2. Il tuo commento mi sembra decisamente migliore e più meritevole di lettura del libro che non conoscevo pur avendo frequentato un po’ Landolfi che, al di là di questa sua cosa minore, rimane, secondo me, un grandissimo scrittore: ho letto un po’ dei suoi racconti nella bella edizione Rizzoli di cui parli, di cui ho il primo volume (1937 – 1939), il periodo forse migliore della sua produzione, di cui un assoluto gioiello è “Le due zittelle”.
    E non mi sorprende che la sua prosa così come hai riscontrato abbia quell’andamento (volutamente) e insistentemente retorico, come quando affermi: “Dice Anna, e non possiamo darle torto, che lo stile di Sigismondo è gonfio, ridondante, pieno di metafore e di espressioni arcaiche, letterarie, desuete.” E poi aggiungi: “Insomma l’autore, pur tacciando Sigismondo, per bocca di Anna, di tronfiaggine stilistica, mantiene l’intero romanzo a un tale livello di enfasi e innaturalità, di artificio letterario quasi insostenibile, da indurre la maggior parte dei critici a accusarlo di vacuo dannunzianesimo o a ipotizzare addirittura una colossale beffa ai danni del lettore.”
    Il punto è che questa è una tipica caratteristica della prosa di Landolfi anche se ciò ottiene evidentemente esiti non sempre allo stesso livello. Avevo infatti riscontrato, quasi con le tue stese parole, queste cose anche nel mio commento a “Le due zittelle” in cui avevo scritto: “…una prosa particolarissima, sapientemente desueta e volutamente arcaicizzante. Una scrittura apparentemente retorica che fa in realtà il verso e beffeggia il ridicolo e il retorico contenuto in questa storia” . Salvo poi che “Le due zittelle”, cito Montale, è “uno dei maggiori “incubi” psicologici e morali della moderna letteratura europea”. Quindi con una resa di quello stile che raggiunge ben altri risultati e ha un tono (nel caso de “Le due zittelle” gustosamente comico – beffardo) molto diverso. Resta comunque che Landolfi usa lo stile, questo stile, proprio per smontare dall’interno il retorico e il grottesco contenuto nelle sue storie come peraltro, anche tu osservi quando dici: “Le parole, enfatizzate in modo quasi intollerabile dal romanzo che tematizza se stesso attraverso lo stile, sono ciò che impedisce il raggiungimento diretto delle cose” e dicendo questo tocchi un altro punto, anzi il punto, secondo me, cruciale in chiave tematica di Landolfi e cioè il tema dell’impotenza e dell’ingabbiamento in cui i suoi personaggi vengono portati da Landolfi proprio per quell’impossibilità di raggiungere le cose. Cosa che accade anche ne “Le due zittelle” in relazione a cui avevo scritto: “La scena…è, da subito, imperniata su una situazione di “ingabbiamento” che è non solo una sorta di topos narrativo del racconto ma ne è in fondo il suo tema. Chiusi in un’impossibilità dell’esistenza i personaggi alla fine resteranno tali e, una volta portati sulla scena, Landolfi ce ne mostra la loro parabola destinata all’impotenza della quale finiranno tutti sottomessi o vittime.”
    Che mi sembra quello che accade anche a ad Anna e Sigismondo quando dici: “Se anche la speranza di trovare la propria identità nella fusione con l’identico a sé si rivela infondata, cosa rimane a Anna e Sigismondo se non parlare, parlare e straparlare come hanno fatto fin dall’inizio e per tutto il romanzo, rimestare nelle possibili cause della sottile infelicità che li ha seguiti pur nell’amore esemplare, duraturo e fedele, inutilmente parlare e ancora parlare?” Insomma un’ammissione di impotenza assoluta che mi sembra sia la visione di Landolfi, intriso di quel senso claustrofobico grottesco tipico di Gogol di cui fu grande lettore e traduttore, ma anche di Kafka: “…non si dimentichi quanto…abbiano contato per lo scrittore la lezione kafkiana e la grande letteratura russa: da Tjutcev a Cechov, da Gogol a Dostoevskij.”(Riccardo D’ Anna – “Nota” in T. Landolfi – “Due racconti: La muta;Mano rubata”- L’ Unità/Adelphi – 1997 – p. 74) Discorso in cui mi sembra, in sostanza, si possa inquadrare anche “Un amore del nostro tempo”, pur con tutti i suoi limiti.
    E, infine, già che ci sono, un ultimo accenno al discorso sul dannunzianesimo che hai fatto che, sebbene qui appare nella modalità di un “vacuo dannuzianesimo” tuttavia non è per niente infondato. Si dice infatti in quella “Nota” : “Landolfi è tra i pochi ad aver ammirato al tempo stesso…D’Annunzio e Pirandello: ad avere – cioè – attraversato entrambi per giungere “a un territorio suo”” (R. D’Anna cit. p.74). Il che mi sembra quadri con tutto quello che abbiamo detto.
    Insomma tutto si tiene.
    Mi ha fatto davvero piacere, “rileggere” tramite te Landolfi e mi ha fatto molto piacere rileggerti.
    Un carissimo saluto
    Raffaele

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    1. Caro Raffaele, scusa se mi intrometto, ma il ritratto che hai fatto di Landolfi, del suo stile e delle motivazioni che ne stanno alla base, mi trova molto d’accordo. Non ho letto tutta la sua opera (Le due zitelle mi manca, ad esempio), però anche a me l’autore ha sempre dato l’impressione di un voluto quanto beffardo utilizzo dell’arcaicizzante (risultato indiscutibile di una mente geniale, che sapeva differenziarsi dagli schemi comuni dell’epoca), anche se poi il rischio dell’eccesso (e quindi di possibili storture) è sempre dietro l’angolo. Interessante quindi leggere, al fianco delle argute riflessioni di Elena, anche le tue (come capita da un po’ su queste pagine, e la cosa non può che farmi un grande piacere: anche perché c’è sempre molto da attingere e da imparare, dai vostri bellissimi confronti).

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      1. Carissima Alessandra, mi intrometto nella tua intromissione, sperando naturalmente di fare cosa gradita anche ad Elena con tutte queste intromissioni, prima di tutto per ringraziarti delle tue bellissime parole di apprezzamento sulle reciproche considerazioni che capita di fare con Elena, che le sue stimolanti recensioni suscitano. Peraltro ti rivolgo un ringraziamento particolare perché fu tramite te che conobbi il blog di Elena e ho quindi potuto avere il piacere di leggerla. E poi mi conforta il tuo giudizio sulle mie considerazioni su Landolfi, un autore come dici tu “geniale” forse uno dei pochi che abbiamo avuto con una visione letteraria europea, capace cioè di recepire stilisticamente e tematicamente influssi e tendenze letterarie che da noi mancavano. L’unico insieme a Buzzati che ha introdotto la dimensione fantastico-surreale nella nostra letteratura.
        Grazie ancora e un carissimo saluto
        Raffaele

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  3. Carissimi Alessandra e Raffale, grazie dei commenti e delle graditissime intromissioni che in(tro)mettono cultura, vivacità e riflessioni. Grazie in particolare a Alessandra per i possibili “incroci” narrativi che mi indica e a Raffaele per la gentilezza e la competenza con cui inquadra e completa le mie “impressioni di lettura”.
    Di Landolfi conosco poco. “Il mar delle blatte” mi aveva incantato in gioventù con quella magia che non sembrava neanche italiana, ma questo “Un amore” ha poi smorzato l’entusiasmo per un paio di decenni. Ho ripreso con “Racconto d’autunno”, che ho apprezzato, e ora ne ho qua una piccola pila da leggere.
    Che con il suo stile apparentemente “secentesco” Landolfi affronti (forse uno dei pochi in Italia) temi europei e sia da considerare un grande – su questo sono d’accordo con voi. Anche perché francamente solo un grande si imbarcherebbe in un’impresa come il romanzo che fa l’oggetto di questo post…
    Grazie ancora a entrambi e un carissimo saluto
    Elena

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  4. Landolfi non l’ho mai letto, forse me ne potresti consigliare uno che tu hai letto senza lasciarlo a metà come questo. Devo dire che adesso, grazie alla tua analisi puntuale, ne sono quanto basta di questo romanzo. Se posso permettermi di consigliarti una storia di incesto moderna e scorrevole, Il giardino di cemento. E’ il primo libro di Ian Mcewan Forse l’hai già letto e magari recensito, ma ho un blog da un giorno e di gaffe ne farò parecchie.

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  5. Ciao Giulia,
    questo di Landolfi l’ho lasciato a metà il primo giro, ma il secondo l’ho letto tutto :-).
    Il giardino di cemento lo conosco e rientra pienamente nella tematica. Di Landolfi non ho letto moltissimo, ma ti posso consigliare i racconti (Il mar delle blatte, Le labrene) e il romanzo Racconto d’autunno. Il Collezionista di letture consiglia qui Le due zittelle, che però non ho ancora letto ma mi sembra molto interessante.
    Auguri per il tuo blog: l’importante è essere convinti e tener duro!

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