A PROPOSITO DI GOETHE

Goethe_seinem_Schreiber_John_diktierend,_1831

 

Fra le famose “tirate” in cui Bernhard, nei suoi romanzi, ricopre di sarcastici vituperi i più titolati mostri sacri della cultura di lingua tedesca, ce n’è una in Estinzione che “liquida” Goethe. Poco dopo averla letta mi sono imbattuta in un frammento di Novalis in cui il giovane romantico fa i conti con quello che già allora doveva apparire come un gigante, come un padre anche, alla nuova generazione, ma un padre scomodo, dalla cui influenza e tutela bramavano di liberarsi. Sullo sfondo c’è il grande romanzo goethiano di quegli anni, il Wilhelm Meister, romanzo di formazione per eccellenza dove la formazione però conduce l’eroe precisamente a superare le esaltanti e velleitarie fantasie artistiche della giovinezza. Mutatis mutandis, e mutato soprattutto il lessico, il tono e l’irruenza, mi è sembrato che gli aspetti passibili di interpretazione negativa evidenziati da Novalis siano in fondo gli stessi che nutrono l’invettiva di Bernhard.

Do qui di seguito i due brani, nella mia traduzione. Dapprima quello di Novalis:

Frammento 99 da: Novalis, Frammenti e Studi 1797-1798[1]

“Goethe è un poeta pratico. È nelle opere ciò che gli inglesi sono nelle merci: eminentemente semplice, piacevole, comodo e duraturo. Ha fatto nella letteratura tedesca ciò che Wedgwood ha fatto nel mondo inglese dell’arte; ha, come gli inglesi, un gusto naturalmente economico che viene nobilitato attraverso l’intelletto. Le due cose non sono affatto in disaccordo, hanno anzi una forte affinità, in senso chimico. Nei suoi studi di fisica[2] si vede chiaramente che la tendenza è piuttosto di portare a compimento qualcosa di irrilevante – di conferirgli il massimo della levigatezza e della piacevolezza – che non di dare inizio a un mondo e fare qualcosa di cui già si sa che non lo si potrà realizzare fino in fondo, che vi rimarrà sicuramente un residuo di goffaggine e imperfezione, e che in esso non si potrà mai arrivare a una prestazione magistrale. Anche nel campo della natura egli sceglie un soggetto romantico[3] o comunque simile a un grazioso arabesco. Le sue considerazioni sulla luce, sulle metamorfosi delle piante e degli insetti confermano e a un tempo dimostrano nel modo più convincente che anche la perfetta esposizione scientifica ricade nell’ambito di competenza dell’artista. In un certo senso si potrebbe giustamente affermare che Goethe è il primo naturalista del suo tempo – e che effettivamente fa epoca nella storia delle scienze della natura. Non si parla qui dell’ampiezza delle conoscenze, così come non sono le scoperte che dovrebbero determinare il valore del naturalista. Il punto essenziale nel nostro discorso è se si consideri la natura allo stesso modo in cui un artista considera la statua antica. La natura infatti, è forse qualcosa di diverso da una statua antica che abbia vita?

Natura e cognizione della natura nascono insieme, come la statua antica e la conoscenza della statua antica; perché sbaglia di grosso chi crede che ci siano statue antiche. È soltanto ora che la statua antica comincia ad esistere. [Ora] essa si forma, sotto gli occhi e l’anima dell’artista. I ruderi dell’antichità non sono che gli stimoli specifici per la formazione della statua antica. Non con le mani è fatta. È lo spirito che la produce per mezzo dell’occhio – e la pietra scolpita non è che il corpo che soltanto attraverso l’occhio e lo spirito acquista senso e importanza, e di essi diventa manifestazione.

Come Goethe naturalista sta agli altri naturalisti, così il poeta agli altri poeti. Per ampiezza, varietà e profondità può darsi che qualcuno, qua e là, lo superi, ma chi oserebbe paragonarsi a lui per la capacità di dare forma? In lui tutto è atto – come in altri tutto è soltanto tendenza. Lui fa veramente qualcosa, mentre altri si limitano a rendere qualcosa possibile – o necessario. Tutti noi siamo creatori necessari e possibili – in pochi però siamo creatori effettivi. Il filosofo accademico chiamerebbe forse l’atteggiamento di Goethe empirismo attivo. Noi ci accontentiamo di contemplare il suo talento artistico e magari gettare uno sguardo sul suo intelletto. In lui il dono dell’astrazione si mostra in una nuova luce. Egli è in grado di astrarre con una precisione rara, ma senza mai trascurare di costruire l’oggetto al quale corrisponde l’astrazione. […]

(Sul “Meister” di Goethe) La sede dell’arte vera e propria è unicamente nell’intelletto. Esso costruisce secondo un suo concetto particolare. Fantasia, spirito e capacità di giudizio vengono requisiti dall’intelletto al bisogno. In questo senso il “Wilhelm Meister” è interamente un prodotto dell’arte – un’opera dell’intelletto. […]

Presso gli italiani e gli spagnoli il talento artistico è di gran lunga più frequente che da noi. Ai francesi stessi non manca affatto – gli inglesi ne hanno già molto meno e in questo assomigliano a noi, che possediamo assai di rado talento artistico – benché fra tutte le nazioni siamo i meglio e più abbondantemente provvisti di quelle capacità che l’intelletto impiega nelle sue opere. E però [proprio] quest’abbondanza di requisiti artistici[, quando c’è,] rende quei pochi, fra noi, che sono artisti, così unici – così eccezionali, e possiamo essere sicuri che in mezzo a noi sorgeranno le più meravigliose opere d’arte, poiché nessuna nazione può competere con noi quanto a energica universalità.

Se capisco bene i più recenti partigiani della letteratura dell’antichità, dietro il loro pressante invito a imitare gli scrittori classici non c’è se non l’intenzione di fare di noi degli artisti – di risvegliare in noi il talento artistico. Nessuna nazione moderna [infatti] ha mai posseduto il senso dell’arte in misura paragonabile agli antichi. […]

Si può dire che Goethe sia inferiore agli antichi per rigore; li supera tuttavia per contenuto – un merito che però non gli appartiene[4]. Il suo “Meister” si avvicina molto al loro livello – infatti quanto è puramente e semplicemente romanzo, senza aggiunte – e che grande cosa è questa in questo tempo!

Goethe sarà superato e deve esserlo – ma soltanto al modo che possono essere superati gli antichi, per contenuto e forza, per varietà e profondità – non però come artista – o se mai solo di molto poco, poiché la sua esattezza e il suo rigore sono forse già più esemplari di quanto possa sembrare.”

È interessante come Novalis, pur dando a Cesare quel che è di Cesare e anzi lodando molto il grande poeta e scrittore, non manchi di rilevare, senza ascriverli apertamente a difetti, tutti quei lati – accontentarsi della perfezione nell’insignificante piuttosto che rischiare l’imperfezione nel grande, preminenza dell’intelletto (Verstand, in senso kantiano) che ben si accorda a uno spiccato senso dell’“economico”, cura della levigatezza e piacevolezza – che dovevano per forza risultare antitetici al nuovo spirito dell’epoca; e intanto approfitta degli scritti sulla natura di Goethe per formulare, quasi a dispetto dell’autore, il principio romantico e idealista secondo il quale la realtà non ha un’esistenza autonoma ma dipende dallo spirito.

 

Ora il testo di Bernhard:

“Da Spadolini ero poi passato stranamente a Goethe: al granborghese Goethe che i tedeschi si sono tagliati e cuciti su misura a principe dei poeti, ho detto l’ultima volta a Gambetti, al brav’uomo Goethe, il collezionista di insetti e aforismi con la sua insalatina filosofica di gallinella, così ho detto a Gambetti che naturalmente non capiva la parola Vogerlsalat, così gliel’avevo spiegata. A Goethe, il piccolo borghese della filosofia, a Goethe, l’opportunista, del quale Maria ha sempre detto che non ha rivoltato il mondo a testa in giù ma ha ficcato lui la testa in un tedeschissimo orticello da pensionato. A Goethe, il catalogatore di minerali, l’astromante, il ciucciapollice filosofico dei tedeschi, che gli ha riempito i barattoli da conserva con la marmellata dell’anima loro, per tutti i casi e tutti gli usi. A Goethe, che per i tedeschi ha raccolto le verità da quattro soldi, ne ha fatto un mazzo e le ha messe in vendita da Cotta come il supremo bene spirituale, e dai maestri di scuola gliele ha fatte spalmare sulle orecchie fino a otturargliele definitivamente. A Goethe, che ha tradito lo spirito tedesco sostanzialmente per secoli e lavorando di forbici lo ha potato sulla misura media dei tedeschi, con quell’applicazione che parlando con Gambetti ho definito l’applicazione goethiana. A Goethe, il pifferaio magico della filosofia, come ho detto a Gambetti l’ultima volta. Che Goethe è il tedesco per l’uso quotidiano, ho detto a Gambetti, loro, i tedeschi, assumono Goethe come una medicina e credono che faccia effetto, credono al suo effetto salutare; in fondo Goethe non è altro che il naturopata dei tedeschi avevo detto a Gambetti, il primo omeopata tedesco dello spirito. Assumono Goethe e stanno bene. L’intero popolo tedesco assume Goethe e si sente in forma. Ma Goethe, ho detto a Gambetti, è un ciarlatano, come sono ciarlatani i naturopati, e la poesia e la filosofia di Goethe è la più grande ciarlataneria dei tedeschi. Stia attento, Gambetti, gli ho detto, stia in guardia da Goethe. Rovina lo stomaco a tutti, ho detto, solo ai tedeschi no, loro credono in Goethe come in una meraviglia dell’universo. E pensare che questa meraviglia dell’universo non è che un filisteo filosofico che si cura il suo orticello da pensionato. Gambetti era scoppiato a ridere quando gli ho spiegato cos’è uno Schrebergarten[5]. Questo non lo sapeva. Nel complesso, ho detto a Gambetti, l’intera opera goethiana è filosofia filistea in forma di Schrebergarten. In nessun ambito Goethe ha prodotto il massimo, in tutti non è andato più in là della mediocrità. Non è il più grande lirico, non è il più grande prosatore, ho detto a Gambetti, e paragonare le sue opere teatrali, per dire, a Shakespeare, è come mettere un bassotto francofortese di periferia, magro e patito, di fianco a un ben pasciuto bovaro del bernese. Faust, avevo detto a Gambetti, che idea megalomane! Il tentativo totalmente abortito di un megalomane che si è dato alla scrittura, avevo detto a Gambetti, al quale il mondo intero ha dato alla testa, la sua testa francofortese. Goethe, il megalomane francofortese e weimariano, il granborghese megalomane sul Frauenplan. Goethe l’abbindolatore dei tedeschi, che da centocinquant’anni li ha sulla coscienza e li mena per il naso. Goethe è il becchino dello spirito tedesco, ho detto a Gambetti. Paragonato ad esempio a Voltaire, a Descartes, a Pascal, ho detto a Gambetti, a Kant, ma naturalmente anche a Shakespeare, Goethe è piccolo da far paura. Principe dei poeti, che concetto ridicolo, ridicolo e fino in fondo tedesco, avevo detto a Gambetti. Hölderlin è il grande lirico, avevo detto a Gambetti, Musil è il grande prosatore e Kleist è il grande autore drammatico, in tutti e tre i casi Goethe non lo è.”

L’invettiva bernhardiana andrebbe letta in parallelo al suo racconto Goethe muore, venti pagine di geniale e profondo divertimento che posso solo consigliare, in cui Goethe stesso, poco prima di morire, dice ad esempio “che in realtà lui non ha innalzato la Germania, ma l’ha annientata. […] Lui, Goethe, ha attirato tutti a sé per distruggerli, per farne degli infelici nel senso più profondo. Sistematicamente. I tedeschi mi venerano, benché per loro non ce ne sia un altro nocivo come me, per secoli”. E ancora: “Goethe disse: io sono il distruttore dei tedeschi! E subito dopo: però non ho rimorsi!

Ciò che irrita Bernhard è l’idea del poeta istituzionalizzato, il “principe dei poeti”, onorato dal potere politico – questo lo aggiungo io – e da esso inglobato, di cui un’intera nazione ha fatto la sua mascotte culturale e che di conseguenza è tenuto a porgere “verità da quattro soldi” ben confezionate. In questo rispecchiarsi senza residui della nazione nel poeta e del poeta nella nazione si nasconde un autocompiacimento e una soddisfazione dell’esistente che si sposano bene sia con l’immagine bernhardiana del “grande borghese sul Frauenplan” che con il “gusto naturalmente economico nobilitato attraverso l’intelletto” secondo la geniale intuizione di Novalis. Allo stesso modo la tendenza osservata da Novalis a cesellare piuttosto il piccolo e “insignificante” che rischiare l’incompiutezza nel “più grande di sé” diventa, nello stile privo di compromessi di Bernhard, coltivare l’orticello da pensionato.

Non si tratta, naturalmente, di mettere in dubbio la grandezza e il valore di Goethe in assoluto. Bernhard non ha certo in mente questo. Si tratta però di sottolineare in lui quel carattere di “olimpica” serenità e soddisfazione, di classica cura della lima e del limite, il rifuggire dagli estremi, la geniale mediocritas che se da un lato lo rendono adatto al ruolo di poeta nazionale, dall’altro ce lo fanno apparire, con tutta la grandezza, legato più al vecchio tempo che al nuovo. Non per niente gli autori che Bernhard contrappone a Goethe nei tre ambiti della lirica, della prosa e del dramma, Hölderlin, Musil e Kleist, sono segnati dall’incompiutezza, la loro vita e/o la loro opera sono (strutturalmente) interrotte: dalla follia e dal suicidio per Hölderlin e Kleist, mentre nel caso di Musil, al di là della morte improvvisa, è l’opera stessa che reca in sé l’impossibilità del compimento. Questo indica nei tre autori quell’incapacità di scendere a patti con l’esistente che Goethe aveva liquidato col Werther e il cui superamento aveva fatto la sua (irritante) forza.

Non avrebbe senso, in realtà, rimproverare a Goethe la qualità particolare della sua letteratura, non fosse che essa si è trovata calzare a pennello una certa mentalità tedesca magari ancora in formazione, si è trovata a influenzarla potentemente in un senso, grazie anche all’improvviso prestigio guadagnato a una lingua e a una nazione che fino allora erano state decisamente marginali nel panorama europeo. È questo il bersaglio di Bernhard: il connubio, secondo lui fatale, di autocompiacimento goethiano e tendenza tedesca al piccolo-borghese: allo Schrebergarten dello spirito.

È chiaro che la sua simpatia andrebbe e va, piuttosto, a Novalis.

 

[1] Traduco dall’edizione: Novalis Werke, hrsg. G. Schulz, München 1981. Ho modificato leggermente la punteggiatura, diviso in paragrafi e aggiunto qualche precisazione fra parentesi quadre per facilitare la comprensione.

[2] Con “fisica” si intende all’epoca di Novalis genericamente ogni dottrina intorno alla natura.

[3] Nel senso di “poetico”.

[4] Intendo quest’ultima affermazione nel senso che il contenuto “maggiore” rispetto agli antichi non è un merito personale di Goethe ma della modernità.

[5] Gli Schrebergärten (dal nome proprio di un medico di Lipsia vissuto nel XIX secolo) sono piccoli appezzamenti di terreno alla periferia delle città, appartenenti al comune e dati in uso agli abitanti del centro i cui alloggi sono sprovvisti di giardino. I tedeschi ne fanno, più forse che degli orti, dei curatissimi minuscoli giardini con tanto di Gartenlaube: pergolato o piccola veranda. Il comune dove abito aveva avuto anni fa un’iniziativa analoga: piccoli appezzamenti appena fuori paese dati in uso perlopiù a pensionati che ci facevano l’orto. Naturalmente la cosa è andata abbastanza velocemente in vacca, ma mi è rimasta l’espressione “orticello da pensionato” come possibile traduzione.

9 thoughts on “A PROPOSITO DI GOETHE”

  1. Ormai qui si nuota a piene mani nei meandri dello “spirito tedesco”. Non c’è niente da fare, ormai, nel venire qui a leggerti, ci si sente come a casa propria.
    Dal grande romantico al grande disturbatore: “Per tutta la vita la mia esistenza non ha fatto altro che disturbare. Io ho sempre disturbato e ho sempre irritato. Tutto quello che scrivo, tutto quello che faccio, è disturbo e irritazione…Giacché richiamo l’attenzione su dei fatti che disturbano e irritano” (T. Bernhard – “Autobiografia” – p.143), hai fatto un mirabile punto su come quella presenza ingombrante e inevitabile aleggiasse su di loro e, d’altro canto, come non farci i conti per chi di quello “spirito” è parte.
    Per dare un contributo alla causa, per dire quanto ha continuato a pesare, per dare voce ad un’altra voce, filo e non contro, in cui si ritrovano capovolte (ma neanche tanto a pensarci bene) le cose dette da Novalis e Bernhard, ti riporto un ampio stralcio che ho preso da quello che avevo scritto a commento de “Il libro degli amici” di Hugo von Hofmannsthal, il quale fa di Goethe non solo il suo nume ma il fondamento di tutto.

    “Ad ispirare Hofmannsthal (H.), nella realizzazione di quest’opera, (cioe’ de “Il libro degli amici”) si ritiene fu l’analogo Libro degli amici – il cui titolo poi mutò in “Divano occidentale – orientale” – di Goethe, una raccolta in dodici libri, tecnicamente elaboratissimi, in cui prevalevano lo spunto amoroso e il riflettersi della poesia su se stessa e che Goethe, nell’avviarne la stesura, aveva annunciato con queste parole: “Il Libro degli amici contiene serene parole di amore e simpatia che in certe circostanze vengono offerte a persone amate e stimate, solitamente al modo persiano con i margini arabescati d’oro”
    Di questo gusto raffinato ed elegante che evocano le parole di Goethe, “Il libro degli amici” di H. ne contiene e ne rispecchia intimamente l’essenza, munito com’è di una sua impareggiabile raffinatezza estetica. Ma ne “Il libro degli amici” di H. il riferimento a Goethe non è solo rinvenibile a livello formale in quanto cioè riproduzione di uno stilema e di un modello goethiano, ma è anche sostanziale nel senso che la presenza di Goethe qui è diffusissima, sia per le numerose citazioni dello stesso Goethe che vi sono riportate, sia per le riflessioni aventi ad oggetto, direttamente o indirettamente, Goethe che H. fa.
    Ma quel che più colpisce è il valore assoluto, direi quasi fondativo che H. attribuisce a Goethe, sia con riferimento alla letteratura tedesca ma, in senso più ampio, con riferimento al pensiero e alla cultura tedesca in generale e direi persino in senso universale. Così come, per esempio, quando H. afferma:“Goethe non è la fonte di questo o di quello nella nostra letteratura moderna, ma è un massiccio alpestre, le cui sorgenti alimentano tutto quello che in essa si trova”; “Su Goethe uno si può formare, se non si confonde; sulla letteratura tedesca non ci si può formare, solo confondere”; “Le opere di Goethe congiungono la socievolezza con la solitudine”; “Dalle massime in prosa di Goethe procede oggi forse maggior virtù d’insegnamento che da tutte le università tedesche insieme”; “Noi non abbiamo una letteratura moderna. Abbiamo Goethe e appendici”; “Come fondamento della cultura, Goethe può sostituire un’intera civiltà”
    Questo tributo di H. per Goethe non è solo riconducibile a quella vocazione di H. di “conciliatore di ogni forma viva del passato”, vocazione accennata nella su Nota dalla curatrice del volume Gabriella Bemporad, e che è ben testimoniata da questa bellissima e attualissima riflessione di H. sul passato: “Un’epoca a cui non paresse valere più la pena di occuparsi del passato, esprimerebbe in tal modo la sua disperazione”, bensì, l’importanza di Goethe per H. va oltre questo e va rintracciata, a mio modo di vedere e come si deriva dalle osservazioni sempre di G. Bemporad in merito all’impianto generale de “Il libro degli amici”, in quella funzione di “mediatore” presente in tutta l’opera matura di H., la quale funzione si dipana in due direzioni: di “mediatore dello spirito” e di “mediatore delle forme” . E infatti, su questo, H. è esplicito: “Nell’ opera d’arte spirito e forma si convalidano a vicenda”e i concetti e i termini di spirito e di forma riferiti all’ arte, al pensiero, alla cultura ricorrono tantissimo nelle massime e nelle riflessioni di H. contenute ne “Il libro degli amici”.
    Il legame con Goethe non è quindi alimentato da H. solo a motivo di un tributo intellettuale a Goethe, ma rimanda alle radici stesse della formazione e dell’ispirazione artistica di H., tanto da far dire a Stefan Zweig, nel suo libro “Il mondo di ieri – Ricordi di un europeo” – nel rievocare l’apparizione di H. sulla scena letteraria viennese di inizio secolo – che tutto faceva presagire che H. “doveva diventare un fratello di Goethe”.
    E’ quindi in questo coniugare dimensione spirituale dell’esistenza con tutto ciò che di simbolico e di misterico essa porta con sé ed elaborazione di forme atte a descriverla e rappresentarla, dal cui intimo legame scaturisce la creazione artistica, che si fonda il ricorrente rimando di H. a Goethe, così come la natura stessa dell’opera di H., da cui la sua naturale adesione a Goethe. In altre parole quel “Dare forma al fluire della vita” (C. Magris – “Hofmannsthal e La lettera a Lord Chandos” in L’anello di Clarisse – Einaudi – 1999) che porta H. a definire Goethe come “il maestro della forma [il quale] come un delfino solitario rade la lucente superficie””.

    E queste ultime parole di Hofmannsthal mi suonano molto simili a quelle di Novalis quando, nel testo da te tradotto, parlando di Goethe, dice: “Egli è in grado di astrarre con una precisione rara, ma senza mai trascurare di costruire l’oggetto al quale corrisponde l’astrazione.” e lo stesso Bernhard, nella sua tipica paradossalità, nel “distruggerlo” constata come in realtà Goethe sia divenuto fondativo, in senso collettivo, dello “spirito tedesco”, si sia radicato in esso.

    Ora questa questione “della forma” in Goethe, di cui parla Hofmannsthal, è cruciale, secondo me, non solo nella letteratura ma, più in generale, nel profondo dello spirito e dell’anima tedeschi.
    La sto ritrovando in pieno in Mann, in particolar modo ne “La morte a Venezia”, giacché me ne sto occupando. A proposito della presenza puramente semantica (per non parlare di quella concettuale) “della forma” in Mann, ti riporto quanto segue:
    “Ne “La morte a Venezia” ricorre di continuo la parola “forma”, sia come generico “Form”, sia come “Gestalt”, figura o complesso afferrato nella sua unità dalla percezione. Quella di “forma” nelle due accezioni, è parola che ritorna quasi ossessivamente in tutta la produzione di Mann. E’ fra l’altro l’ultima parola pronunciata (come “Gestalt”), a tre mesi dalla morte, in occasione del discorso su Schiller tenuto l’8 maggio 1955 nelo Staatstheater di Stoccarda.” (Luigi Cimmino – “Mann/Visconti: miti a confronto” in “Morte a Venezia. Thomas Mann/Luchino Visconti: un confronto” a cura di F. Bono, L. Cimmino, G. Pangaro – Rubettino – 2014 – p.41)
    Quanto quindi questa penetrazione di Goethe e della sua “arte”, nella specifica forma “della forma”, nella cultura e nello spirito tedeschi sia pervasiva e profonda, come in fondo dice Bernhard, viene fuori in modo evidente.
    E qui arrivo all’ultimo e definitivo punto di questo ragionamento, quello sicuramente più azzardato, e cioè che penso che l’adesione alla “forma nazismo” stia alla base e sia il fondamento stesso del nazismo.
    Nel commento a “Il bruciacadaveri” di Ladislav Fuks, a cui ti rimando per comprenderne il contesto, avevo scritto:
    “…Fuks ha realizzato non solo un’opera geniale per il suo macabro surrealismo grottesco ma, a mio parere, ha soprattutto individuato e sviluppato un modello, un archè, che è sia estetico che concettuale, che si basa sull’ idea di forma. Se infatti rileggiamo tutta la storia e il modo in cui vengono raccontate le cose ci accorgiamo che tutto in Karel Kopfrkingl (K.K.), (il protagonista de “Il bruciacadaveri”) risponde, deve rispondere, al rispetto delle forme, sia come immagini che la narrazione stessa suscita, sia per il tipo di atteggiamenti e comportamenti di K.K., per il valore intrinseco che hanno.
    K.K. fa tutto quello che fa non perché c’è una relazione che egli instaura con le cose e, soprattutto, con gli altri, ma perché tutto deve rispondere e rientrare in un suo schema formale. Tutto deve corrispondere ad una forma prestabilita e inalterabile: si pensi al delirio di cambiarsi i nomi propri o di cambiare i nomi agli oggetti. E tutto ciò che può alterare questa forma: per assurdo in primis proprio la realtà, quella vera, va eliminato. Anche l’adesione al nazismo diventa per K.K. un problema di adesione alla forma nazismo, non al nazismo in sé. Ma questo dominio della forma in K.K. è il dominio di una forma vuota di contenuti, è mera apparenza, è il nulla.
    E’ una cosa già in sé defunta, è un’iterazione solipsistica della morte che così come nella catena di montaggio del crematorio si ripete sistematicamente negli atti, nei gesti e nelle parole da inutile idiota di K.K. La forma è per K.K. l’unico senso della vita. Per K.K. tutta la vita si consuma nella forma e nelle forme e come tale si nega la vita, in quanto tutto in lui si riduce ad un insieme di pratiche meticolose, ordinate, coerenti, perbene ma inutili. Pratiche solo formali dove anche la morte è ridotta a procedura asettica ed “igienica”.
    E adesso si insinua una domanda affascinante nella sua tragicità, ma non è forse che il nazismo è stato, in ultima istanza, un mostruoso, orripilante, agghiacciante tentativo di affermazione del dominio della forma? Se infatti affermiamo, assumendo lo schema de “Il bruciacadaveri”, che la forma nel momento in cui nega e si nega di contenuti e di senso e perciò si sclerotizza in sé stessa, traducendosi in cosa morta, nega la vita, altrettanto possiamo dire del nazismo, laddove esso si afferma come delirio onnipotente che vuole mettere ordine, il suo ordine, nel mondo, ripulendolo da tutto ciò che è diverso da sé e, pertanto, imponendo la sua forma che non consente alcun grado di libertà, alcuna possibile tolleranza in più o in meno rispetto al modello fissato dalla forma nazismo.
    E’ evidente che al di là delle volontà soggettive il dominio della forma diventa assolutamente prevalente e ovviamente aberrante e per imporsi ha bisogno di affermarsi a scapito della vita la quale invece presuppone diversità, eterogeneità, differenze, movimento invece che fissità, rigidità, iconicità, ripetitività, propri della forma fine a se stessa e, peraltro, tipici del nazismo. In questa ipotesi il nazismo assume, in conclusione, le sembianze di un’orrenda gestalt autoreferenziale e autoriproducentesi in quanto pura espressione solo di se stessa. Ed è forse questa la grande metafora contenuta ne “Il bruciacadaveri” che ci illumina con un sinistro bagliore che ci arriva direttamente dal forno crematorio della Storia.”

    Forse ho esagerato, in tutti i sensi.
    Ciao e buona domenica.
    Raffaele

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  2. Ciao Raffaele, che piacere leggere che nel mio blog ti senti a casa!
    Non trovo affatto che tu abbia esagerato, anzi, i tuoi commenti ampliano e arricchiscono, nonché, con mia grande soddisfazione, sostengono i miei tentativi di interpretazione e ipotesi di accostamento.
    Di Hofmannsthal conosco poco, a parte le poesie (bellissime). Mi fa l’impressione di un poeta (e scrittore) la cui fonte di ispirazione sia particolarmente filtrata dalla letteratura, cioè effettivamente dalla forma; non stupisce quindi l’amore e la venerazione per Goethe. Mi ha colpito una frase che citi: “Un’epoca a cui non paresse valere più la pena di occuparsi del passato, esprimerebbe in tal modo la sua disperazione”. Il mio post si concludeva con una frase che poi ho tolto perché mi sembrava troppo patetica, e che era la seguente: “Mentre preparavo questo post mi sono chiesta più volte a chi potrà mai interessare. A nessuno o quasi, e probabilmente a ragione. È già vecchio il Novecento, figuriamoci l’Ottocento e addirittura il Settecento. Però devo dire che mi dispiace, perché fra un po’, fra non molto, nessuno saprà più niente di noi.”
    Sulla centralità della forma in Thomas Mann, come parola e come concetto, devo crederti e eventualmente rileggermi la Morte a Venezia (così quando esce il tuo post sono preparata… :)), d’altra parte Mann condivide lo stesso terreno decadente di Hofmannsthal, in cui in tutti i modi si cerca di tenere in piedi una forma periclitante che si svuota sempre più. Che la forma sia qualcosa di legato alla cultura tedesca più che ad altre, su questo non saprei che dire – il dadaismo ad esempio, il rifiuto di ogni forma, nasce a Zurigo e in Germania prima di trapiantarsi con successo a Parigi. Poi è vero che il nazismo azzera tutto.
    E con questo veniamo alla tua tesi più radicale sul nazismo come imposizione della forma vuota – il che, data l’importanza attribuita alla forma sans plus, ne farebbe un fenomeno elettivamente tedesco. Sono cose su cui riflettere. Di sicuro il nazismo, a parte il punto fermo dell’antisemitismo, non ha un’ideologia precisa. È più un calderone in cui ogni personalità di spicco del partito, nonché di un certo tipo di cultura, versa il suo particolare ingrediente, il tutto tenuto insieme dalla personalità magnetica del Führer e dall’aggressività belligerante, cioè in effetti da forme vuote. E di sicuro c’è anche che ha rovinato la Germania non per secoli a venire, perché nel tempo accelerato in cui viviamo i secoli non esistono nemmeno più, ma per un sacco di tempo e forse per sempre. Una cosa da piangere.
    Grazie ancora delle tue preziose osservazioni su cui rifletterò, spero di leggerti presto.

    Elena

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    1. Grazie a te Elena per la reciproca attenzione. Anche per me restano tutti spunti ed idee su cui continuare a riflettere, soprattutto attraverso questa modalità di connettere tra loro autori, opere e relativi contenuti che mi sembra il modo più bello oltre che più utile per trarre dalle letture che facciamo il valore che esse contengono nonché il piacere delle scoperte che si possono fare.
      A presto
      Raffaele

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  3. Non prendo in mano scritti di Goethe da qualche anno ma, dopo aver letto il contenuto del tuo bel post, ho rivisto qualche appunto che avevo preso dopo la lettura delle affinità elettive. Devo dire’opera non è difficile trovare traccia del Goethe “naturalista”. Più personaggi del romanzo hanno lo stesso nome ( Edoardo in realtà si chiama Ottone e Ottilia è il femminile di Ottone) , quasi che Goethe, al modo “sperimentale” si sia preso la briga di testare variabili di uno stesso elemento.
    Carlotta è la figura che più rimanda alla terra ( è lei che si occupa del giardino ), è madre, è la figura più “stabile”. Colpisce la sua capacità di accettare e di comprendere qualsiasi situazione ( in particolare nella parte finale ). Ad un certo punto, nel cap. VIII, Carlotta dice:” La vita ci trascina con sè” e noi crediamo di agire di nostra iniziativa, ma se consideriamo bene le cose, siamo in realtà obbligati a dare esecuzione ai piani e alle tendenze del tempo”. ( è forse qui che si pone il problema della “forma” ? ) Segue una riflessione dell’istitutore attraverso la quale viene messo in evidenza l’andamento dialettico della storia, del Tempo. Goethe pone il tema degli opposti… La vita procede per opposti… Il Tempo e la Natura contengono ogni cosa.
    Tornando all’esperimento, il cui oggetto è nel titolo , non è difficile notare che le coppie “autentiche”siano in realtà quelle iniziali e non quelle che si formano nel laboratorio/romanzo. Edoardo è infantile e narcisista e trova il suo specchio in Ottilia che ne copia addirittura la grafia; Edoardo vede in quest’atto una prova d’amore; ma quella di Ottilia ed Edoardo è un’unione sterile in partenza, proprio perchè non costituita da “elementi” opposti. I due non sono complementari ma speculari.
    Edoardo e Carlotta concepiscono il bimbo pensando ai propri “affini” . Carlotta, durante il rapporto, ha in mente Ottone ed Edoardo Ottilia. Per questo motivo il bimbo è destinato a morire, perchè “prodotto”, “sintesi” di una “reazione” compromessa all’origine dagli stessi elementi in gioco. La morte “per acqua” del bimbo rimarca il vizio d’origine; l’acqua rappresenta la vita e la vita nasce dall’unione di esseri diversi e complementari.
    Mi sembra che Goethe non pecchi di superficialità o non si occupi mai di aspetti irrilevanti o leggeri nelle sue opere, basti pensare anche al Faust e all’idea di “sacrificio” che si fa strada nell’opera. Leggendo Goethe ho sempre avuto l’impressione di vedere una Natura molto poco edulcorata e schermata da veli. Si può aver paura a volte di quello che si può leggere tra le righe, tanto arriva al nocciolo delle cose.
    Scusami, sono solo appunti presi anni fa, forse un po’ confusi…
    🙂

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  4. Buona sera Giacinta, e felice che Grane ti abbia portato su questo blog.
    Cercherò di chiarire qualche punto che può aver generato equivoci e lo farò a partire dall’ultimo paragrafo del tuo commento. Nessuno, naturalmente, mette in discussione la grandezza di Goethe, sarebbe ridicolo. (Cioè, Bernhard lo fa, al suo modo – al suo modo vuol dire: non da prendere alla lettera – ma va be’, lui può). Non si tratta di affermare che Goethe affronti nelle sue opere temi irrilevanti o leggeri o di accusarlo di superficialità. Che però il suo modo di rappresentare sia molto “formato”, rifinito, contornato e quindi anche limitato, non in senso negativo e nemmeno nel senso di un giudizio di valore, ma come constatazione, questo secondo me è vero e lo si nota soprattutto se lo si pone di fianco ai romantici – dei quali lui non apprezzava il velleitarismo, l’insofferenza della forma, la nostalgia del vago e illimitato, e ai quali consigliava di scegliersi un argomento (limitato!) e trattarlo. Se hai voglia, qui e qui trovi due poesie che ho tradotto: una, notissima, di Goethe: “Passato nel presente”, e una molto breve di Eichendorff: “La sera”. Sono quasi contemporanee, quella di Eichendorff è di poco posteriore. Anche qui non si tratta di mettere sulla bilancia l’opera poetica di Goethe contro sette versi di Eichendorff, ma secondo me si dovrebbe vedere abbastanza bene quello che voglio dire.
    E questo perfettamente formato, preciso e contornato ha, che lo si voglia o no, qualcosa di non-eroico, quindi di non-grande nelle proporzioni (non nel valore artistico). Parli del Faust: limitatamente alla prima parte (sulla seconda non mi arrischio), e lavorando di memoria, le scene hanno qualcosa di realistico nel senso della pittura fiamminga: a dimensione della nuova borghesia. Mefistofele stesso non è un diavolo “serio”, è tutto fuorché tragico o drammatico, è un diavolo in stile basso, comico: un diavolo borghese.
    Questo, ripeto, non toglie nulla alla grandezza di Goethe; tuttavia è una sua caratteristica.
    Per venire ora alla prima parte del tuo commento, alle “Affinità elettive” (che Novalis non ha potuto conoscere), confesso che mentre preparavo il post, cioè sostanzialmente mentre traducevo e cercavo di cogliere analogie, mi sono chiesta se le osservazioni sia di Novalis che di Bernhard (sempre che le sue si possano chiamare osservazioni) fossero applicabili anche alle “Affinità elettive”, al più ambiguo dei romanzi di Goethe, al più “fluido” e difficile da interpretare. Credo di sì. Dopo aver letto il tuo commento ci ho riflettuto ancora e sono andata a consultare i miei appunti (parecchio più vecchi dei tuoi, temo); non posso certo lanciarmi in un’analisi approfondita dell’opera, e già quello che ne dici tu sono ottimi spunti di riflessione e largamente condivisibili. A sostegno della mia “tesi” dirò che il punto del romanzo mi pare essere il seguente: le attrazioni reciproche e spontanee – su base quasi chimica –, benché difficili o addirittura impossibili da contrastare, non conducono a esiti positivi né quanto a un’ipotetica realizzazione (che non ci sarà: il calice di cristallo lanciato in aria non si frantuma, il sacrificio non è accettato e la divinità rifiuta il compimento del desiderio), né per la via della rinuncia (Entsagung). Ottilie si astiene, ma muore. Questa è, secondo me chiaramente, una condanna senza appello della spontaneità e libertà romantiche, e il suggerimento che non si dovrebbero mai oltrepassare i confini di una situazione di autolimitata tranquillità, che sono necessariamente confini sociali e borghesi. La rinuncia alla felicità come realizzazione personale va anche più in là in Goethe: nei “Wanderjahre” essa è sostituita dal lavoro, dallo svolgere un compito di utilità sociale, e questo è tanto lontano dal romanticismo e tanto vicino al capitalismo, che qualcuno (Adorno, credo) ha interpretato il romanzo come un tentativo da parte di Goethe di fare dei mutamenti economico-sociali che si andavano affermando una libera scelta dell’individuo invece che una situazione subita. (Pensa soltanto, per avere un’idea della dimensione borghese vs. non-borghese, ai “Wanderjahre” in confronto al quasi contemporaneo “Vaso d’oro” di E.T.A. Hoffmann).
    Poi, sia ben chiaro, io ho amato moltissimo i romanzi di Goethe.
    Spero di aver spiegato meglio la posizione del mio post, e tieni sempre presente che è solo un modo di vedere le cose – una prospettiva, non l’unica e non necessariamente la migliore.
    Complimenti per Il Cavallo di Brunilde e a presto
    Elena

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  5. Intanto, prima di correre a scuola, ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato lascio un link
    qui) a una procedura che potrebbe aiutarti a risolvere il problema dell’inserimento dei links nei commenti. Spero di risponderti con calma stasera. Se non dovesse andar bene ( magari funziona solo con i blog di blogger, prova a leggere quest’altra pagina https://overseizero.wordpress.com/2008/08/22/link-nei-commenti-come-fare/
    Sono grata io a Grane che ( via Raffaele ) mi ha condotto qui 🙂

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  6. ( Cara Elena, provo a reincollare la mia risposta, visto che non vedo andato a buon fine il I tentativo ( quando uso l’account wordpress qualcosa di solito va storto! ). Se dovessi in qualche modo recuperare ciò che ho pubblicato poco fa, elimina questo duplicato. )

    Penso che tu abbia colto e sviluppato con molta chiarezza e acume, sia nel post che nella risposta che mi hai dato, la relazione tra le osservazioni di Novalis e Bernhard, le finalità dei due interventi, nonchè certo carattere dell’opera di Goethe. Devo dire che posso capire le riserve e il fastidio di Bernhard, così come le osservazioni che fai a proposito del modo di Goethe di definire personaggi e situazioni perché anch’io leggendo Le Affinità sono rimasta stupefatta dalla rigidità di certe figure ingabbiate in un ruolo e per questo a volte prive di quelle sfumature che le avrebbero rese meno definite e dunque, tutto sommato, meno in balia del loro autore. L’impressione, leggendo Goethe, è che i personaggi siano mossi costantemente da un regista che non nasconde la sua voglia di far far loro esperienza in maniera “laboratoriale”. Le sfumature, le tinte incerte rendono invece più autonomo un personaggio perché non lo rivelano fino in fondo.. Penso anche però che i confini del campo d’indagine di Goethe non siano quelli dell’ “orticello da pensionato”; Goethe ha affrontato e sviluppato temi significativi, radicali e la stessa tendenza a far muovere i suoi personaggi nello spazio ma anche nel tempo ( penso a Faust oltre che a Wilhelm ) la dice lunga sulla sua voglia di rinvenire principi unificatori, ragioni, dinamiche che sono a fondamento del tutto.
    Nel maggio del 1785 scrive alla signora von Stein: ”Non so esprimerti quanto mi vada diventando leggibile il libro della natura! Il mio lungo sillabare mi ha aiutato ed ora ad un tratto mi serve; la mia gioia silenziosa è indicibile”.
    “è proprio un’unica forma fondamentale quella che appare nella infinita molteplicità dei singoli individui vegetali, (…) in tale forma fondamentale risiede la possibilità di infinite variazioni, per cui dall’unità deriva la molteplicità”.
    ”Si giunge a percepire la forma con la quale la natura gioca, per così dire, di continuo, e giocando produce la molteplice vita”.
    Nella II parte del Faust ( sì, l’ho letta anche se con molta fatica :-), proprio nella I scena ( luogo ameno )( messo peraltro in musica da Robert Schumann ) ci sono dei versi che richiamano una parte del contenuto delle citazioni che ho riportato
    “E allora, che il sole mi resti alle spalle!
    La cascata che tuona tra le rocce,
    guardandola s’avviva sempre più la mia gioia.
    Di salto in salto ora s’abbatte e in mille
    e mille rivoli si sperde
    in aria sibilando schiume.
    Ma come da questa tempesta sgorga sovrano e si volge
    l’arcobaleno immobile cangiante,
    ora di puro disegno ora diffuso in cielo
    e fresco irradia intorno aereo un brivido!
    È una figura dell’agire umano.
    Medita su di esso e meglio capirai:
    soltanto nei colori del suo riflesso ci è dato
    possedere la vita.”

    Il problema della forma mi sembra centrale in Goethe, perlomeno negli scritti che ho letto. Penso per esempio a Homunculus, una entità ancora priva di forma che attende di averla, un essere immateriale in cerca del proprio corpo, condizione necessaria per divenire un’individualità. La fiala in cui è contenuto si spezzerà alla fine dell’Atto III, quando Il suo fuoco si fonderà con le acque dell’Egeo, «morte apparente e inizio invece di una serie di reincarnazioni che lo condurranno secondo norme/ eterne, e in mille Forme/ e fino all’uomo,…» ( Franco Fortini )
    o penso anche a come il motivo della metamorfosi e dunque del cambiamento di stato sia sotteso a tutto il Faust ( lo stesso Mefistofele è entità che si trasforma – e Bulgakov riprende nell’esergo al Maestro e Marrgherita proprio questo dato ). L’osservazione e la definizione del dettaglio non è fine a se stessa in Goethe, risponde invece all’esigenza di stabilire una relazione tra particolare e universale.
    Queste mie sono soltanto parole in libertà e il risultato di un tentativo di dare forma ( rieccoci 🙂 a impressioni di lettura di qualche anno fa. Sul rapporto poi tra Goethe e il suo tempo devo dire che non ho elementi e conoscenze tali da poter azzardare non solo un giudizio ma anche una banale osservazione.
    Adesso vado a leggere le tue traduzioni 🙂
    p.s.
    sul cavallo siamo in due. L’idea di aprire il blog è stata di Giuliano un mio caro amico senza lo stimolo del quale difficilmente avrei letto Goethe 🙂

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  7. Cara Giacinta,
    innanzitutto grazie per le belle citazioni dalle lettere alla signora von Stein – oltre che belle molto istruttive per entrare nell’idea goethiana della natura come sviluppo e concatenazione di forme, metamorfosi continua dall’una all’altra e dell’una nell’altra; perfetto anche il collegamento che fai con la parabola di Homunculus e la sua conclusione nelle acque primigenie dell’Egeo. Direi che il “tentativo di dare forma a impressioni di lettura” è riuscito e sono d’accordo con tutto quello che dici.
    L’“orticello da pensionato” è sicuramente una provocazione, da ricondurre (fra le altre cose) al fatto che Bernhard è l’uomo e l’autore del “contrasto”, come sottolinea giustamente Raffaele in un commento a un mio post su Trevisan e Bernhard, mentre Goethe, diciamocelo, il contrasto e il conflitto l’ha sempre schivato, sia come uomo che come autore, preferendogli la soluzione “dolce” della composizione e trasformazione graduale – non per ultimo nella teoria della natura, dove nella querelle fra vulcanisti e nettunisti (fautori di un inizio esplosivo gli uni, graduale, per lenta stratificazione gli altri) si schierava più volentieri con i secondi. Anche l’esergo del “Maestro e Margherita”, che citi, va nel senso di una composizione degli opposti. Credo che l’origine dell’idiosincrasia bernhardiana (retoricamente ampliata e esagerata) sia da cercare in questa direzione; ma noi naturalmente non siamo Bernhard e ci godiamo Goethe.
    Grazie ancora per i tuoi commenti che mi hanno permesso di riflettere e approfondire e a risentirci sul Cavallo (bello un blog a quattro mani, quando ci si intende bene).
    Buona serata
    Elena

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