Vitaliano Trevisan, WORKS

works

Vitaliano Trevisan, Works, Einaudi Stile Libero Big, € 22,00

Com’è, mi chiedo, che mi trovo incastrata in questo grosso libro di Vitaliano Trevisan? Un autore che da tempo mi incuriosiva, ma mi irritava la sua fisionomia sempre un po’ strafottente, a metà fra Putin e un pusher; che mi faceva l’effetto di un Rimbaud invecchiato, che ancora non ha deciso se dedicarsi alla letteratura o a altri traffici. Poi quella fama di avere rifatto Bernhard in italiano. In breve, prima di partire con le riflessioni su Works sono necessarie alcune premesse.

(Premessa n° 1) In un’intervista rilasciata nel febbraio 2016 a Giancarlo Perna per Libero, Franco Cordelli, alla domanda “Rispetto alle grandi letterature estere che posto ha la nostra?”, risponde: “Non esiste”. Se si considera la domanda riferita alla letteratura italiana dalla fine degli anni Settanta in poi, non si può che essere d’accordo. Però insomma, sia un residuo di orgoglio nazionale, sia che senza buona letteratura una nazione va a puttana (ma purtroppo, reciprocamente, senza una buona nazione la letteratura va a puttana), si continua a sperare – e a cercare. Quindi

(Premessa n°2) avendo letto su LPLC, in calce a un articolo di Gianluigi Simonetti, critico che stimo, la seguente dichiarazione dello stesso Simonetti: “Limitandomi alla narrativa italiana, e premesso che come al solito ho letto una minima parte di quello che è uscito, i libri più belli che ho incrociato nel 2016 sono i nuovi di Trevisan e Starnone e Memorie di un rivoluzionario timido di Bordini”, ho pensato che era giunto il momento di Trevisan. Oltretutto,

(Premessa n° 3) prima di cominciare la lettura, ho trovato, sempre su LPLC, un’intervista, da cui estrapolo il seguente passaggio:

ADAMO: Hai parlato a proposito dei tuoi testi e dei tuoi romanzi di togliere narratività… TREVISAN: Col romanzo già partiamo male. Tanto per cominciare non credo di averne mai scritto uno, e poi non ne leggo. Credo che sia una forma che ha rinunciato a svilupparsi. Non sono interessato alla letteratura di trama.

Questo mi piace, mi piace il disinteresse per la letteratura di trama, e anche il fregarsene che la trama, a furor di popolo, sia tornata di moda. Inizio la lettura con grandi aspettative.

Works è l’autobiografia lavorativa di Trevisan, cioè il resoconto di tutti i lavori che ha svolto, a partire dalle vacanze estive quando era studente all’Istituto Geometri fino all’inizio della sua seconda vita, cioè fino a quando ha potuto smettere di lavorare per dedicarsi esclusivamente alla letteratura, passati i quaranta. Il resoconto di tutti i lavori. Uno dietro l’altro, un capitolo dietro l’altro. Per 651 pagine. Trevisan racconta bene, ha una scrittura interessante, autonoma da Bernhard (scomparso il “calco da Bernhard” che lamentava Cordelli, e che, ad esempio nei Quindicimila passi, è spudoratamente ostentato, nei temi ancor più che nella sintassi e negli stilemi; resta una predilezione per il periodo lunghissimo e articolato che però qui è qualcosa di completamente suo), raramente è noioso, e i capitoli irritanti, che sembrano messi lì per épater le bourgeois (il lavoro “sottotraccia” di smercio e commercio di vari tipi di droga, una certa vocazione alla carriera di picchiatore, il progetto di passare risolutamente all’attività criminale vanificato non da un ripensamento ma dalla defezione dell’amico fidato, che sceglie inaspettatamente di continuare a menare, sì, ma dalla parte delle guardie), questi capitoli si concludono velocemente poco più in là dei vent’anni.

Lettura insomma per nulla pesante, spesso interessante (nel senso di una precisa e nient’affatto scontata definizione dei fenomeni, che è già un piacere estetico, anzi per me è il piacere estetico) – e tuttavia, intorno a pagina 150, si può essere autorizzati a chiedersi cosa ci abbia trovato Gianluigi Simonetti. Perché, insomma, un lettore dovrebbe interessarsi a tutti i lavori (651 pagine) attraverso i quali è passato Vitaliano Trevisan prima di poter campare di letteratura?

Fra i numerosi interessi di Simonetti quali si desumono dall’elenco delle sue pubblicazioni, c’è anche il nuovo realismo, nel romanzo italiano e non, come possibile pista per il superamento del postmoderno. In questo senso il libro di Trevisan, che esclude programmaticamente la finzione anche nella forma ibrida dell’autofiction, potrebbe rappresentare una forma conseguente, radicale e riuscita di realismo. Tanto più che Works non è nemmeno un’autobiografia, dal momento che ci restituisce sì tutta una parte della vita dell’autore, ma appunto solo una parte, e che se questa parte ha dei confini cronologici precisi (1976, primo lavoro – 2002, ultimo lavoro), ciò che la determina e caratterizza, l’aspetto che sovrintende alla scelta della materia da esporre non è di natura cronologica bensì morale, o sociale, o materiale: la necessità, vissuta come costrizione, di lavorare. Non è quindi una narrazione della libertà dell’io ma della sua lunghissima schiavitù, e cessa nel momento in cui Trevisan, ora sceneggiatore e attore di un film di livello, può riscattarsi e diventa, da schiavo, liberto. È altresì indubbio che la qualità di questo realismo sarà fuori discussione, dal momento che la realtà che si scontorna nella scrittura è una realtà “contro”: indipendente, opposta e antitetica all’io. Nessuna tentazione di idealismo, romanticismo, sentimentalismo, psicologismo; ma nemmeno di minimalismo o riduttivismo; non servono: nient’altro che la lotta fra il protagonista e la realtà – anche familiare, ma soprattutto lavorativa – per chi dei due modificherà maggiormente l’altro. La struttura di molte delle esperienze presentate è in fondo la stessa: modificare per non farsi modificare – fermo restando che il lavoro modifica comunque. In ogni caso il protagonista non ha, come ci si potrebbe aspettare, nei confronti del lavoro-costrizione un atteggiamento passivo. Da qualche parte nel libro l’autore dice (cito a memoria) che un malinconico è sempre un osservatore, e viceversa. Da buon malinconico (e da buon geometra) Trevisan osserva i luoghi di lavoro, li analizza, si fa uno schema delle strutture (il lavoro di mappatura che diventerà ossessivo nei Quindicimila passi), ne individua i punti di forza e di debolezza, elabora proposte di miglioramento che qualche volta vengono accolte, qualche volta non ce la fanno a smuovere l’inerzia che è la vera forza reattiva (in senso nietzschiano) abbarbicata a ogni attività umana, soprattutto collettiva. Insomma, una volta entrato nella costrizione del lavoro, Trevisan non la subisce passivamente; e tuttavia, anche a un passo dal successo economico e di carriera, non ci si trova bene.

Che il punto del libro (se non altro per il lettore) stia nel rapporto che la scrittura intrattiene con la realtà mi è, in un certo senso, confermato dalla bella e dotta recensione di Cortellessa. Dopo debita e approfondita esegesi della medesima, mi pare che il punto fondamentale, almeno per i miei scopi, si trovi immediatamente nell’incipit:

“In quello che è il suo libro più metalinguistico, in quanto il più autobiografico («la distanza tra la letteratura e la vita è minima, o nulla», avvertiva il mentore Giulio Mozzi in un vecchio risvolto di copertina), e dove dunque il nume tutelare per una volta non è tanto Thomas Bernhard quanto – per restare murati nel perimetro soffocante dell’infelix Austria – Ludwig Wittgenstein, ci sono almeno due fra i tanti “mestieri strani”, fra quelli qui allineati con nevrotico puntiglio da Vitaliano Trevisan, che si prestano a meraviglia quali metafore del suo scrivere.”

Per chi voglia sapere quali siano questi due mestieri, non posso che rimandare al seguito del pezzo di Cortellessa (che vale veramente la pena). Quello che qui mi interessa sono gli aggettivi metalinguistico, autobiografico, e la breve citazione dalla bandella di Mozzi (da Standards vol.1, Sironi 2002). Ci troviamo, sembrerebbe, di fronte al caso limite di una scrittura che rifiuta la letteratura (nel senso di qualsiasi “filtro” letterario, fosse anche l’uso, consapevole o inconsapevole, di una figura retorica), che rifiuta già la semplice “intenzione” di letteratura[1] e cerca l’aderenza alla realtà (di nuovo, sul filo del segmentatissimo iter lavorativo, mappe, misure, descrizioni, materiali e metodi delle procedure di progettazione e produzione); ma naturalmente, poiché questa realtà la abbiamo nella forma di una scrittura che è frutto di riflessione (lunga riflessione, a quanto ci dice l’autore), di nuovo letteratura. Forse, appunto, una nuova letteratura. L’ipotesi è avvincente. Una strada, a quel che so, poco o per nulla percorsa.

Paolo Bonari, in una sua recensione[2] su minima&moralia, chiede: “Perché […] questo non è un romanzo?” e si risponde: “Questo non è un romanzo perché manca di struttura simbolica e procede per accumulazione, manca di quel qualcosa che lo tenga unito che non sia la brossura”. Non sono d’accordo. Non che non sia un romanzo, perché non lo è né vuole esserlo, ma che manchi di struttura simbolica. La struttura simbolica è data da due espressioni sempre in corsivo nel testo: la prima vita e la seconda vita: la vita sottoposta alla galera biblica del lavoro e la vita causa sui: che ha in sé la sua causa finale (la scrittura) e può perseguirla senza vincoli. L’accumulazione lamentata da Bonari – che in effetti in sé genera angoscia – riguarda soltanto la prima vita, e se è vero che Trevisan, in questo libro, quasi nulla ci dice della seconda, il suo essere una possibilità infine realizzata investe di senso tutta la prima e la sua accumulazione – un po’ come per i credenti la prospettiva della vita eterna (di cui nessuno, nevvero, è in grado di dire qualcosa) riverbera un senso sulla vita terrena e il suo sgranarsi insensato nel tempo.

Lettori e recensori (nonché la quarta di copertina) non mancano di sottolineare l’”ambientazione” del libro: “il lavoro nel luogo in cui è una religione, il Nordest, dagli anni Settanta fino agli anni Zero” (dalla quarta di copertina, appunto). Io non ne dirò nulla, perché del Nordest non me ne frega niente[3]. Vorrei invece esporre una mia piccolissima riflessione, che non ha niente a che vedere né col Nordest né con gli anni dai Settanta agli Zero, e che riguarda eventuali affinità col romanzo picaresco. Benché il libro di Trevisan sia quasi interamente ambientato a e intorno a Vicenza, in fondo a due passi da casa – quindi niente avventura, scarso folklore, e soprattutto niente colore –, come nel romanzo picaresco il protagonista, qui come là in cerca di impiego, passa attraverso una lunga serie di “casi” infilati uno dietro l’altro, senza reale progressione, fino a un punto mediano che ha tutte le apparenze del successo inaspettatamente raggiunto o quantomeno a portata di mano, e che genera un atto di hybris con conseguente caduta (“La caduta” è precisamente il titolo del capitolo che segue l’“apogeo” lavorativo del protagonista). Anche la conclusione (in entrambi i casi positiva) è simile: il protagonista del romanzo picaresco non raggiunge né la felicità né la realizzazione; e tuttavia la conclusione marca un progresso categoriale: dall’essere “in balia di”, sballottato dal caso, dalla fortuna, dagli annunci sul Giornale di Vicenza e non da ultimo dalla propria vanità, a una situazione di relativa quiete, di migliore vivibilità.

 

[1] A questo filtro e a questa intenzione si riferisce Trevisan, credo, in un’intervista, quando a proposito di Simona Vinci dice: “Tutto quello che scrive Simona mi spiace da subito perché sento che non è autentico. C’è un filtro che le impedisce di passare sulla pagina. Ma lei sa che lo penso.” Oltre che di Simona Vinci, questo si potrebbe dire naturalmente di una marea di altri autori.

[2] Paolo Bonari sembra non sapere o dimenticare, con effetti quasi umoristici, che Trevisan programmaticamente non ha interesse per il romanzo; lo rimprovera più o meno implicitamente di non scriverne, e da ultimo lo esorta esplicitamente a farlo.

[3] Mi ritengo autorizzata a questo genere di giustificazione perché Trevisan stesso, a quanto è dato desumere da interviste reperibili sul web, sembra considerare il “non me ne frega niente” argomento valido e ultimativo. È vero che lui è Trevisan e io non sono nessuno, ma è altrettanto vero che i modelli, dove piacciono, si imitano. E questo mi piace un sacco.

 

7 thoughts on “Vitaliano Trevisan, WORKS”

  1. Di Trevisan ho letto “I quindicimila passi” e “Un mondo meraviglioso”, che mi sono piaciuti molto, pur avendo o forse proprio perché avevano quello “spudoratamente ostentato” “calco di Bernhard”.
    Su “I quindicimila passi” avevo scritto, nel 2009, questo appunto:

    “D’accordo, il tributo a Bernhard e, mi permetto di dire, anche, per alcune cose, al Piovene de “Le stelle fredde” è evidente. Tuttavia “I quindicimila passi” per me è un libro riuscito e risolto.
    Le dolorose e angoscianti peregrinazioni interiori e fisiche di Thomas, il protagonista, sono palpitanti ed intense, inesorabilmente reali e non gratuite. Quante volte dietro il perbenismo e l’omologazione dilagante la follia cova silenziosa ed esplode nell’indifferenza generale.
    La solitudine di Thomas è amaramente e terribilmente contemporanea, basta guardarsi intorno.
    E le discese negli abissi dell’animo di Thomas ci svelano quanto può essere ambiguo, duplice, inaffidabile il rapporto con noi stessi, al punto, come avviene per Thomas, di non sapere più chi si è.”

    Quindi Trevisan è uno dei pochissimi scrittori italiani viventi che ho letto, apprezzato e di cui ho grande considerazione.

    Da quello che scrivi in merito a “Works”, che non ho letto, si conferma, mi pare, il talento “evoluto” di Trevisan.
    Evoluto sia perché si conferma il fatto che Trevisan si stacca dalla massa degli autori della nostra attuale letteratura, sia perché, dici tu e mi fido, la sua scrittura si è fatta “autonoma da Bernhard”.
    Anche se penso che Trevisan resti bernhardiano dentro, nel modo cioè di guardare il mondo e percepirlo.

    Penso per esempio a quando tu dici: “Da qualche parte nel libro l’autore dice (cito a memoria) che un malinconico è sempre un osservatore, e viceversa. Da buon malinconico (e da buon geometra) Trevisan osserva i luoghi di lavoro, li analizza, si fa uno schema delle strutture (il lavoro di mappatura che diventerà ossessivo nei Quindicimila passi)”

    Ebbene nella mia recensione all “Autobiografia” di Bernhard avevo scritto questo: “[per Bernhard] quello che conta più di tutto è osservarsi e osservare. E’ un esercizio questo in cui Bernhard si riconosce estremamente ricettivo e la cui pratica è un vero e proprio elemento costitutivo della sua formazione e della sua intera esistenza: “Io ero estremamente ricettivo, tutto il periodo di apprendimento nella cantina è stato un periodo di intensa osservazione, e la capacità di osservare intensamente io l’ho imparata da mio nonno” (“La cantina” p.161). Ma anche in altri contesti Bernhard si concentrerà nell’atto dell’osservare così come lui stesso dice parlando, per esempio, dei pazienti del sanatorio di Grafenhof in cui fu a lungo ricoverato a causa della sua tubercolosi: “Osservavo tutto ciò che vi era in loro con la massima perspicacia possibile,con un’attenzione assoluta, sicché essi non potevano sfuggirmi, per loro non c’era scampo” (“Il freddo” p.352). E, in questo senso, l’”Autobiografia”, come creazione letteraria, si rivela essa stessa la più evidente dimostrazione di questa capacità di Bernhard, come rileva nell’ ”Introduzione” Luigi Reitani: “…nell’ “autobiografia” [Bernhard] assume ben presto il ruolo dell’osservatore analitico: di se stesso e dello spettacolo che lo circonda.” (p.XIX)”.

    E poi, a proposito della malinconia, in un suo scritto dal titolo “Tre giorni” del 1971 pubblicato nel numero monografico di “aut aut” 325/2005 a lui dedicato, Bernhard dice: “La malinconia è una condizione molto bella. Io cado in questo stato con facilità e molto volentieri…E questa condizione può durare intere settimane. E penso che la malinconia forse è il rimedio ideale o il solo rimedio utile…”

    Oppure quando nell’intervista a Trevisan che citi, Trevisan dice: “Col romanzo già partiamo male. Tanto per cominciare non credo di averne mai scritto uno, e poi non ne leggo. Credo che sia una forma che ha rinunciato a svilupparsi. Non sono interessato alla letteratura di trama.”
    E poi tu stessa affermi, sempre in relazione a Trevisan:” Ci troviamo, sembrerebbe, di fronte al caso limite di una scrittura che rifiuta la letteratura (nel senso di qualsiasi “filtro” letterario, fosse anche l’uso, consapevole o inconsapevole, di una figura retorica), che rifiuta già la semplice “intenzione” di letteratura…”
    Ebbene, Bernhard, sempre in “Tre giorni” dice: “Per quel che mi riguarda, io non sono uno scrittore, sono uno che scrive…Si, certo sono considerato un cosiddetto scrittore serio,…In fondo non è per niente una bella fama…D’altra parte non sono certo neanche uno scrittore allegro, non sono un narratore di storie, io odio profondamente le storie. Sono un distruttore di storie, io sono il tipico distruttore di storie”

    E penso che si facesse un lavoro sinottico sistematico fra Bernhard e Trevisan di queste analogie se ne troverebbero molte.

    Anche in questa sua evoluzione, che hai riscontrato in “Works”, mi sembra comunque che Trevisan resti un “non conciliato”, uno fuori dagli schemi, un diverso rispetto al sistema.

    E comunque leggendoti l’evoluzione di Trevisan mi sembra effettiva come tu hai ben descritto e individuato quando dici
    “…la scrittura che rifiuta la letteratura… cerca l’aderenza alla realtà (di nuovo, sul filo del segmentatissimo iter lavorativo, mappe, misure, descrizioni, materiali e metodi delle procedure di progettazione e produzione); ma naturalmente, poiché questa realtà la abbiamo nella forma di una scrittura che è frutto di riflessione (lunga riflessione, a quanto ci dice l’autore), di nuovo letteratura. Forse, appunto, una nuova letteratura. L’ipotesi è avvincente. Una strada, a quel che so, poco o per nulla percorsa.”

    E la strada biografica diventa fondamento del percorso e dell’evoluzione letteraria, come quando osservi: “Non che non sia un romanzo, perché non lo è né vuole esserlo, ma che manchi di struttura simbolica. La struttura simbolica è data da due espressioni sempre in corsivo nel testo: la prima vita e la seconda vita: la vita sottoposta alla galera biblica del lavoro e la vita causa sui: che ha in sé la sua causa finale (la scrittura) e può perseguirla senza vincoli.”

    Insomma il passato spiega il presente. Le origini (in senso bernhardiano) restano come matrice di ciò che si è, ne fondano il senso e l’identità.

    Ti ho riletta con piacere. Un carissimo saluto
    Raffaele

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  2. Caro Raffaele, grazie per il lungo e articolato commento e per le ricche citazioni da Bernhard che avvalorano le mie esitanti ipotesi. Anch’io ho apprezzato I quindicimila passi, l’ho trovato, come dici “un libro riuscito e risolto”, nonostante una certa disomogeneità fra il tono bernhardiano (quindi elevato e europeo) e certe figure eccessivamente vicentine, in scala minore per così dire. Mi dispiace non conoscere affatto Piovene e quindi non potermi rendere conto, cercherò di colmare la lacuna. Io, nella casa abitata dal fratello e la sorella, ci avevo trovato qualcosa di landolfiano, magari senza volere. Tornando a Trevisan, questa storia dei “calchi” (da Bernhard e da altri) mi ha molto incuriosito, proprio come fenomeno letterario. Dopo Works ho letto I quindicimila passi, i racconti di Standards vol. 1, che ho molto apprezzato benché non per tutti sia stata in grado di risalire autonomamente al modello, Il ponte (piaciuto un po’ meno). Un mondo meraviglioso è in attesa di lettura perché poi nel frattempo ho iniziato Estinzione, che era lì da due anni. Ho intenzione di leggere ancora Amras (mi incuriosisce da quando ho letto la tua recensione. Lo sapevi che Murau, il protagonista di Estinzione lo consiglia al suo allievo Gambetti, insieme al Processo e a Siebenkäs di Jean Paul?), poi di provare a scrivere qualcosa sul senso del calco bernhardiano in Trevisan. Mah, vederemo. Intanto Estinzione è grandioso, una vera Summa, quasi troppo grande, e con delle cose che ancora non capisco.
    Grazie ancora del bellissimo commento (che dà al mio post delle lettres de noblesse!) e a risentirci presto.
    Elena

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    1. Grazie a te cara Elena per gli apprezzamenti e per la condivisione. A proposito dei “calchi”, Trevisan stesso ne fa esplicita menzione sia come concetto in sé, sia indicandoli esplicitamente. Mi riferisco all’ultimo capitolo de “ I quindicimila passi” intitolato senza mezzi termini “Bibliografia” in cui fa dire a Thomas: “ Ogni scrittura è infatti inevitabilmente influenzata da tutte le altre scritture e questo resoconto certo non fa eccezione, anzi…” e fa elencare a Thomas una vera e propria bibliografia, anche ampia, nella quale include: Piovene che tra l’altro è l’unico scrittore italiano presente (ma di Piovene non “Le stelle fredde” con cui c’erano comunque secondo me dei collegamenti, ma “Le furie” che ho ma che non ho letto) e poi, ovviamente, Bernhard, sia “Estinzione” che “Correzione” che sono entrambi testi cruciali di Bernhard, forse “Correzione” ancora di più di “Estinzione”. Il quale in effetti è un enorme riepilogo o summa come dici tu del pensiero e dei temi di Bernhard. Li ho entrambi anch’io “da due anni” ma non li ho ancora letti, come fosse un piccolo tabù ad entrare nelle “viscere” di Bernhard, ma lo dovrò rompere.
      Sul fatto che Murau in “Estinzione” consiglia “Amras” a Gambetti lo sapevo. Anche perché “Amras” è, fra i suoi libri, quello a cui Bernhard era più affezionato e che considerava il suo miglior libro.
      A rileggerci e buona domenica.
      Raffaele

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      1. Sì, che “ogni scrittura (sia) inevitabilmente influenzata da tutte le altre scritture” è in sé una banalità un po’ troppo vaga per giustificare una filiazione così clamorosa da Bernhard e sembra più che altro un modo di mettere le mani avanti per prevenire l’accusa di plagio (sicuramente infondata in quanto tale, e tuttavia…). La “trovata” della bibliografia mi è sembrata una manifestazione di giovanile impertinenza, anche se Trevisan non si può definire giovane quando pubblica “I quindicimila passi” (ma è appena all’inizio della sua “seconda vita”). Sicuramente ci saranno esempi di letteratura finzionale con annessa bibliografia; al momento, a parte Borges che è un caso un po’ particolare, non me ne vengono in mente (o non li conosco).
        Quello su cui vorrei riflettere, a proposito di Trevisan, è il caso di uno scrittore che per una decina d’anni ha fatto della “copiatura” (dichiarata e spudorata) la sua cifra stilistica – spesso anche riuscita.
        Su “Correzione” – “Estinzione” sono d’accordo: “Correzione” è un capolavoro di una densità e di una forza incredibili; “Estinzione” è una miniera di verità preziose, ma più diluito (questa è l’impressione a metà lettura).
        Buona domenica anche a te.
        Elena

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  3. Da vecchio, nostalgico “estimatore” di Trevisan e fors’anche da “amante” irretito dalla progressiva accondiscenza dello stesso Trevisan a far parte di un “certo” ambiente (non ultima la vittoria del Premio Riccione con un testo invero deboluccio), c’è un aspetto in “Works” che, più di altri, mi ha lasciato perplesso e vorrei cortesemente chiederne conto a Elena: mi riferisco alla punteggiatura che ho trovato, in più passaggi, sconclusionata, per non dire pessima. Posso capire che si tratti di un dato forse trascurabile (in nessuna delle molte recensioni che il testo di Trevisan si è guadagnato se ne fa menzione) ma mi ha molto sorpreso, negativamente, il modo in cui non si riesca a dare una forma adeguata (sarei tentato di scrivere “corretta” se solo non corressi il rischio di apparire eccessivamente dogmatico) all’utilizzo della punteggiatura. Probabilmente mi si risponderà che non esiste una forma adeguata di impiego della punteggiatura ma personalmente mi ostino a pensare che almeno tutta una serie di sporcature (che, al momento, non riporto per non appesantire ulteriormente il commento) vada evitata. E dunque: è solo il frutto di una paranoia soggettiva l’appuntarsi sulla punteggiatura oppure è un qualcosa che anche tu (mi permetto di utilizzare il “tu” ma tranquillamente passerei al “lei” se ci fossero dei problemi) avevi notato? (In merito io mi sarei costruito anche una piccola spiegazione che chiamerebbe in causa editor e autorità conquistata da Trevisan negli anni ma, al momento, sorvolo su quest’aspetto…) Grazie.

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    1. Buongiorno Killer,
      direi che possiamo tranquillamente darci del tu. Innanzitutto grazie della visita e del commento. Per la questione della punteggiatura, devo dire che il tuo rilievo mi ha un po’ stupito: io non avevo notato nulla. Tuttavia, prima di risponderti, ho voluto controllare, e l’ho fatto, naturalmente, per campioni. Sinceramente a me sembra che la punteggiatura sia del tutto corretta. Magari se mi citi uno “scampolo” e mi dici cosa non ti torna, posso capire meglio.
      Prima di “Works” io non conoscevo Trevisan, e anche le sue cose precedenti (di narrativa, il teatro continuo a non conoscerlo) le ho lette dopo e le ho apprezzate. Mi è piaciuto anche il suo atteggiamento da Aussenseiter, da uno che ci tiene alla sua indipendenza e sta un po’ ai margini del sistema. Naturalmente non sono in grado di cogliere “cedimenti” rispetto al prima. Di sicuro “Works” è meno legato delle opere precedenti a certi modelli. Questo può essere visto come un pregio o un difetto, dipende.
      Aspetto dettagli da un estimatore e ti auguro intanto buona giornata.
      Elena

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