Bruno Schulz, L’EPOCA GENIALE e altri racconti

L'epoca geniale(4)

Bruno Schulz, L’epoca geniale e altri racconti, Einaudi 2009, € 10

 

[Circa un mese fa parlavo di una riflessione sulla letteratura visionaria, originata da un’interessante discussione con Il collezionista di letture. La riflessione continua a lavorare nella mia testa, nonostante stimoli e distrazioni diverse, e ho pensato di mettermi all’opera leggendo per incominciare un autore che non conoscevo e al quale sono arrivata grazie all’eccellente recensione dello stesso Collezionista: il polacco Bruno Schulz. Ecco intanto il mio compte rendu, poi vedremo come continuare.]

Questo tascabile Einaudi riunisce dieci racconti tratti dalle due raccolte che l’autore pubblicò in vita: Le Botteghe color cannella (1933) e Il sanatorio all’insegna della Clessidra (1937). I racconti, cinque da ogni raccolta, sono stati scelti da David Grossmann che è anche autore del saggio pubblicato in appendice al volume (saggio in cui però Grossmann si occupa quasi esclusivamente di ricostruire, sulla base di testimonianze e con una allure quasi da istruttoria, le circostanze esatte della tragica morte di Schulz, ammazzato nel novembre 1942 nel ghetto della sua città natale, in strada, da nazisti tedeschi o ucraini, nel corso di una delle frequenti “cacce all’ebreo”).

La scelta di Grossmann, mi pare, risponde a un criterio di qualità (i dieci racconti sono tutti di qualità elevatissima), ma anche di omogeneità: se un lettore, come è stato per me, legge prima il presente volume e poi l’opera omnia di Schulz (Bruno Schulz, Le botteghe color cannella. Tutti i racconti, i saggi e i disegni, Einaudi 2001) si accorge che non tutto è così consonante. C’è, in diversi racconti, un tono “scuro”, da scialbo incubo se vogliamo, che Grossmann ha “espunto” dalla sua antologia. Ad esempio racconti magistrali come Il Sanatorio all’insegna della Clessidra, Il pensionato o anche il brevissimo Solitudine non sono stati accolti, presumo, perché si situano di là dal confine della vita, nel territorio della morte, e benché la poetica di Schulz tenda a ignorare questo confine, a dichiararlo vano e apparente, a dissolverlo nella ridda delle metamorfosi a cui la parola creatrice chiama la materia, tuttavia anche per Schulz la morte è in qualche modo distinta dalla vita, e i personaggi che si agitano nel paesaggio incolore del “dopo”, del tempo modificato e fasullo, hanno qualcosa di grigio, di inane, ispirano la pietà che si prova per gli sforzi reiterati e inutili.

Omogeneità di tono dunque nella (geniale) antologia di Grossmann; un tono che sarebbe superficiale e riduttivo definire “ottimista”, ma che senza dubbio partecipa dell’ottimismo divino al momento della creazione. E diciamo subito, già che ci siamo, che due dei racconti più potenti, due vere meraviglie, Il Libro e L’epoca geniale, inseriti da Schulz nella seconda raccolta, sono per sua propria ammissione due capitoli del romanzo Il Messia a cui egli stava lavorando, e il cui manoscritto si è perduto nel caos e nelle distruzioni della guerra. Diciamo anche che nessuno dei racconti in cui più è evidente il “paganesimo panico” in cui Schulz pure si era riconosciuto (ad esempio Agosto o Pan) compare nell’antologia. Insomma si ha l’impressione che Grossmann ci offra una lettura “ebraica” di Schulz, che se ha l’inconveniente di essere potenzialmente tendenziosa ci assicura però diverse ore di indisturbato godimento (indisturbato, voglio dire, da gelidi spifferi provenienti da una dimensione sconfortante).

Ultima osservazione sui criteri della scelta: sia intenzione, o conseguenza di altre considerazioni, con l’unica eccezione di La Via dei Coccodrilli, tutti i racconti dell’antologia hanno il loro centro nella casa e nella bottega di tessuti del padre del narratore e i personaggi si riducono in buona sostanza al narratore stesso, al padre (vero eroe di questa epopea per tappe), alla madre, alla collettività plurima e indistinta dei commessi, alla domestica Adela. Parenti, vicini di casa, animali domestici dai tratti troppo naturalistici, estranei addirittura che compaiono in altri racconti sono qui esclusi (se si prescinde da brevi apparizioni o menzioni). Anche questo aiuta l’impressione di trovarsi, pur con tutto lo spaesamento, in uno stesso magnifico e squinternato cosmo.

Un magnifico e squinternato cosmo che ha comunque un referente geografico: Drohobycz, cittadina della Galizia orientale, all’epoca Polonia meridionale (ma alla nascita di Schulz, nel 1892, era parte dell’Impero austro-ungarico), oggi Ucraina. Beninteso, la città di cui nei racconti di Schulz vediamo la piazza del mercato, i tetti a volo d’uccello o i mutevolissimi cieli diurni o notturni non ha nome e intrattiene con la reale Drohobycz rapporti mediati dalla trasfigurazione mitica. Tuttavia vi si respira un’aria di Europa dell’est, un’incertezza di zona di confine, di pianure nella cui monotonia è facile sconfinare senza accorgersene. Mi ha ricordato (anche se si tratta di cosa assai diversa, probabilmente incommensurabile) una raccolta di racconti dello scrittore tedesco Siegfried Lenz che ho letto molti anni fa: So zärtlich war Suleyken (Così tenera era Suleyken), del 1955. I racconti di Lenz, anch’essi a carattere mitico, si svolgono in un’epoca imprecisata, ma precedente la guerra, in Masuria, regione della Prussia orientale ora appartenente alla Polonia. Credo che l’elemento comune sia la nostalgia – post rem in Lenz, certamente ante rem in Schulz – per una patria perduta, per una patria che, dato il suo carattere estremo, di confine, è sempre sul punto di essere perduta. Una patria, soprattutto, intrisa di passato, compromessa con il passato e già per questo condannata.

La nostalgia di Schulz (ma sarebbe più adatta la parola Sehnsucht: nostalgia di ciò che non è più perché non è ancora) va all’“epoca geniale”:

“Che è mai quest’epoca geniale e quando fu? Qui siamo costretti a divenire per un istante totalmente esoterici […]. Dobbiamo punteggiare i nostri argomenti con sorrisi ambigui e, come una presa di sale, frantumare sulla punta delle dita la delicata materia delle cose imponderabili. Non è colpa nostra se avremo l’aspetto di quei venditori di tessuti invisibili che mostrano con gesti ricercati la loro merce fasulla.”

“Avremo l’aria” dice Schulz; ma nulla è in realtà più lontano dal fasullo di queste “cose imponderabili”; anzi è grazie ad esse che ci avviciniamo all’Autentico:

“Torniamo all’Autentico. Ma non l’abbiamo mai abbandonato. E qui tocchiamo con mano la strana caratteristica di quel fascicolo[1], ormai chiara al lettore, e cioè che esso si espande durante la lettura, che ha confini aperti a ogni influsso e corrente. Adesso, per esempio, più nessuno offre laggiù[2] cardellini dello Harz, giacché dagli organetti di quei mori, dalle pause e dai passaggi della melodia, quegli spazzolini piumati prendono il volo a intervalli regolari e la piazza ne è coperta come di caratteri variopinti. Ah, che moltiplicarsi guizzante e pieno di cinguettii… Intorno a ogni sporgenza, bacchettina o banderuola si creano veri e propri assembramenti colorati, svolazzii, lotte per il posto. E basta allungare fuori dalla finestra un manico ricurvo di bastone, per ritirarlo in casa con incollato un grappolo greve e fremente.”

Ho riportato questa citazione lunghetta per dare un assaggio della scrittura di Schulz e del suo metodo: a partire da un’analogia (melodie degli organetti – uccelli canterini) si sviluppa non una metafora, ma una situazione rappresentata come reale; l’immaginazione crea realtà e la realtà è ancorata nell’immaginazione (allungando fuori dalla finestra un manico ricurvo di bastone lo si ritira in casa “con incollato un grappolo greve e fremente”: la metafora si è pienamente trasformata in qualcosa di reale) – ancorata per modo di dire, dal momento che la sua caratteristica è il continuo movimento e la trasformazione, e che essa fila in una generazione ininterrotta e inarrestabile fin che dura l’energia di colui che, di volta in volta, ne è l’immaginatore e il demiurgo; e ricade in una specie di cenere o di pace quando questa energia si esaurisce.

Accanto a analogia e immaginazione, e da esse implicata, la terza parola-chiave per entrare nel mondo di Schulz è trasformazione: metamorfosi – e non mancano, in questo lettore e traduttore di Kafka, padri che assumono l’aspetto di varie specie di artropodi, zie colleriche che si riducono da sole a striscioline di carta annerite dal fuoco, o zii che, senza peraltro perdere l’affetto dei congiunti, si sono trasformati addirittura in rotolo di tubi per enteroclisi. Piuttosto che trasformazione o metamorfosi, proporrei tuttavia la parola trasfigurazione, nel senso che essa non avvilisce ma al contrario, anche quando sia trasformazione in scarafaggio o condor impagliato, potenzia, rende conto di caratteristiche alle quali il “trasformato” con ogni evidenza tiene, che sono le sue, egli desidera essere così, è caparbiamente attaccato alla sua trasformazione, non recede da essa. Né i congiunti in fondo se ne vergognano; essi l’accettano come cosa naturale, che può creare al massimo un lieve imbarazzo.

L’intero universo di Schulz è preso in una trasfigurazione – verso l’alto, l’esaltazione, i colori sovraumani del cielo, il vento turbinoso degli spazi (ed è la trasfigurazione propostaci in sostanza dall’antologia di Grossmann), oppure verso il basso, l’incertezza, la reclusione, i cieli bassi e incolori, l’aria ferma dei territori della morte privata anch’essa, nell’incessante sarabanda, del suo carattere definitivo.

Psicagogo e pioniere dell’opera di trasfigurazione è Jakub, il padre. Nella serie dei “manichini” (tre racconti non compresi nella presente antologia), Jakub espone e illustra la sua eretica teoria: il Demiurgo, responsabile del corrente aspetto del mondo, non è l’unico a poter agire sulla materia; la creazione non è né compiuta né definitiva; l’uomo può (deve) continuarla, sia pure con “metodi illegali”, in una direzione eretica, contaminando organico e inorganico, materia morta e materia vivente, impiantando forme su altre forme, senza arretrare di fronte all’abnorme, al mostruoso. “ – In una parola, – concludeva mio padre, – noi vogliamo creare una seconda volta l’uomo, a immagine e somiglianza di un manichino.” Questa non è tanto, nello specifico, una dichiarazione di intenti mirante alle realizzazione di un nuovo Golem, quanto un esempio di come “tutte le cose, a contatto con quell’uomo straordinario, risalissero in certo qual modo alla radice della loro esistenza, ricostruissero la loro realtà fenomenica fino al nucleo metafisico, tornassero per così dire all’idea primigenia per distaccarsene poi a quel punto e volgere in quelle regioni dubbie, rischiose e ambigue che chiameremo qui, brevemente, regioni della grande eresia.”

D’altra parte, nel primo racconto della presente antologia, La visitazione, Schulz ci presenta l’epico, grandioso duello di voci e di gesti fra suo padre Jakub e il “terribile Demiurgo”:

“Era un linguaggio minaccioso come il linguaggio delle folgori. Il gesticolare delle sue[3] braccia dilaniava il cielo, e nelle fenditure appariva il volto di Geova, gonfio di collera e vomitante maledizioni.”

Poiché però il registro di Schulz non è il drammatico ma il grottesco, durante il duello il padre è “ampiamente divaricato sopra un enorme orinale di porcellana” e il duello stesso si conclude in modo quanto meno particolare:

“A un tratto la finestra si aprì in una nera voragine, e una fascia di tenebre irruppe nella stanza. Alla luce di un lampo, vidi mio padre in camicia svolazzante che lanciava, bestemmiando orribilmente e con un gesto potente, il contenuto del vaso da notte fuori della finestra, nella notte frusciante come una conchiglia.”

Da dove viene, nel personaggio del padre ma in primo luogo in Schulz stesso, questa spinta alla “seconda creazione”, alla trasfigurazione? Nell’articolo “La mitizzazione della realtà”, apparso nel 1936 sulla rivista “Studio” e contenuto nell’edizione completa Einaudi, scrive Schulz:

“La parola primordiale era un vaneggiamento che ruotava attorno al senso della luce, era una grande universale interezza. La parola, nell’attuale accezione corrente, è ormai solamente il frammento, il rudimento di una sorta di mitologia antica, onnicomprensiva, integrale. Perciò v’è in essa l’aspirazione a rigermogliare, a rigenerarsi, a completarsi in senso pieno. La vita della parola consiste nel fatto che essa si tende, si espande in migliaia di combinazioni, come il corpo squartato del serpente della leggenda, i cui pezzetti si cercano reciprocamente nell’oscurità.” E più oltre: “La parola da sola, lasciata in balia di se stessa, gravita, tende verso il senso.”

La spinta alla “seconda creazione”, l’unica che veramente ci riguardi e ci pertenga, viene dalla parola, nella misura in cui la parola è la depositaria e, se vogliamo, l’altra faccia del senso primordiale, e nella misura in cui, come dice Schulz nello stesso articolo, “essenza della realtà è il senso.

 

[1] Si tratta del Libro, o meglio della parte incompleta e sciupata che ne resta [ndr].

[2] Nel Libro; nel quale poco prima (o poche pagine prima) si vendono “veri canarini dello Harz, gabbie piene di cardellini e storni, ceste di canterini e garruli volatili.”

[3] Del padre.

4 thoughts on “Bruno Schulz, L’EPOCA GENIALE e altri racconti”

  1. Ciao Elena,
    prima di tutto i miei più sinceri e doverosi ringraziamenti per la tua generosa “esternazione” verso le cose che ho scritto su Schulz e sul suo libro, parola, quest’ultima, assai riduttiva per definire quell’immenso e inclassificabile capolavoro che sono “Le botteghe color cannella”.
    Ma detto questo mi preme invece soprattutto farti i miei complimenti per il tuo bellissimo e ricco contributo alla “lettura” di Schulz e della sua opera. Sia per la capacità che hai avuto di cogliere tutta una serie di differenze interne, distinguendo fra le diverse parti e i diversi racconti, cosa non facile dato lo stile debordante e ipnotico di Schulz che ammalia e cattura, distraendo dalla possibilità di “classificare”, ma sia, soprattutto, per aver colto molto bene alcuni meccanismi con cui Schulz genera la sua arte, in particolare quando dici “l’immaginazione crea realtà e la realtà è ancorata nell’ immaginazione” che, secondo me, è il vero e proprio segreto del suo processo creativo e di quel farsi poesia che c’è nella sua scrittura.
    Così come l’enfasi che hai messo sulla trasfigurazione come appropriazione da parte del “trasfigurato” della sua trasformazione.
    Così come hai colto molto bene il tema della nostalgia che rimanda al grande tema dell’infanzia che da struggimento per qualcosa che non c’è più si trasforma in Schulz in rievocazione mitica e “trasfigurata”. In una sua rinascita, riscoperta e riscrittura, in una rifondazione del mondo attraverso quel ritorno a quell’infanzia.
    Che poi con un procedere che va sempre più verso l’astrazione e il fantastico diventa quel ritorno al primigenio, quel risalire al “nucleo metafisico” e ignoto delle cose e del loro nascere, esistere e formarsi che è il grande, affascinante e poetico mistero di cui ci parla Schulz. E da cui si ricava l’ennesima conferma della forza indispensabile della letteratura.
    Comunque è un’esperienza quella della lettura de “Le botteghe” che andrebbe ripetuta regolarmente. Perché la quantità fantastica (intesa in tutti i sensi) di cose che vivono al suo interno è talmente vasta e inafferrabile che sono sicuro che non si smetterebbe mai di fare nuove scoperte di suoni, di immagini e di senso.
    Un carissimo saluto.
    Raffaele

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    1. Grazie a te, caro Raffaele, per avermi fatto conoscere Schulz e per aver apprezzato il mio post.
      Sono d’accordo che la lettura dei racconti di Schulz è da ripetere e da approfondire, cosa che mi riprometto di fare, magari in diverse “tappe” (fra le altre cose, vorrei approfondire il personaggio del padre, soprattutto nel suo rapporto con la malattia e la morte, come vengono “trasfigurate” da Schulz).
      Mi ha colpito moltissimo venire a sapere del “Messia”, il romanzo praticamente ultimato e andato perduto. C’è qualcosa di fatale in ciò, come se davvero il Messia non dovesse mai arrivare, come se qualcosa impedisse la sua venuta.
      (C’è chi dice che il manoscritto non è affatto perduto, che è stato nascosto da qualche parte in Russia dopo aver soggiornato lungamente negli archivi del Kgb…)
      Un caro saluto e a presto

      Elena

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  2. Sono contenta di trovare oggi questo tuo articolo (magnifico!), perché anch’io mi sono decisa per l’acquisto della stessa antologia (che però devo ancora iniziare). Insomma, allora mi attende un magnifico e squinternato cosmo, tutto da esplorare 😉 Appena smaltiti i magnifici dieci, tornerò qui a rileggerti e magari a commentare.

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