Bruno Schulz, L’EPOCA GENIALE e altri racconti

L'epoca geniale(4)

Bruno Schulz, L’epoca geniale e altri racconti, Einaudi 2009, € 10

 

[Circa un mese fa parlavo di una riflessione sulla letteratura visionaria, originata da un’interessante discussione con Il collezionista di letture. La riflessione continua a lavorare nella mia testa, nonostante stimoli e distrazioni diverse, e ho pensato di mettermi all’opera leggendo per incominciare un autore che non conoscevo e al quale sono arrivata grazie all’eccellente recensione dello stesso Collezionista: il polacco Bruno Schulz. Ecco intanto il mio compte rendu, poi vedremo come continuare.]

Questo tascabile Einaudi riunisce dieci racconti tratti dalle due raccolte che l’autore pubblicò in vita: Le Botteghe color cannella (1933) e Il sanatorio all’insegna della Clessidra (1937). I racconti, cinque da ogni raccolta, sono stati scelti da David Grossmann che è anche autore del saggio pubblicato in appendice al volume (saggio in cui però Grossmann si occupa quasi esclusivamente di ricostruire, sulla base di testimonianze e con una allure quasi da istruttoria, le circostanze esatte della tragica morte di Schulz, ammazzato nel novembre 1942 nel ghetto della sua città natale, in strada, da nazisti tedeschi o ucraini, nel corso di una delle frequenti “cacce all’ebreo”).

La scelta di Grossmann, mi pare, risponde a un criterio di qualità (i dieci racconti sono tutti di qualità elevatissima), ma anche di omogeneità: se un lettore, come è stato per me, legge prima il presente volume e poi l’opera omnia di Schulz (Bruno Schulz, Le botteghe color cannella. Tutti i racconti, i saggi e i disegni, Einaudi 2001) si accorge che non tutto è così consonante. C’è, in diversi racconti, un tono “scuro”, da scialbo incubo se vogliamo, che Grossmann ha “espunto” dalla sua antologia. Ad esempio racconti magistrali come Il Sanatorio all’insegna della Clessidra, Il pensionato o anche il brevissimo Solitudine non sono stati accolti, presumo, perché si situano di là dal confine della vita, nel territorio della morte, e benché la poetica di Schulz tenda a ignorare questo confine, a dichiararlo vano e apparente, a dissolverlo nella ridda delle metamorfosi a cui la parola creatrice chiama la materia, tuttavia anche per Schulz la morte è in qualche modo distinta dalla vita, e i personaggi che si agitano nel paesaggio incolore del “dopo”, del tempo modificato e fasullo, hanno qualcosa di grigio, di inane, ispirano la pietà che si prova per gli sforzi reiterati e inutili.

Omogeneità di tono dunque nella (geniale) antologia di Grossmann; un tono che sarebbe superficiale e riduttivo definire “ottimista”, ma che senza dubbio partecipa dell’ottimismo divino al momento della creazione. E diciamo subito, già che ci siamo, che due dei racconti più potenti, due vere meraviglie, Il Libro e L’epoca geniale, inseriti da Schulz nella seconda raccolta, sono per sua propria ammissione due capitoli del romanzo Il Messia a cui egli stava lavorando, e il cui manoscritto si è perduto nel caos e nelle distruzioni della guerra. Diciamo anche che nessuno dei racconti in cui più è evidente il “paganesimo panico” in cui Schulz pure si era riconosciuto (ad esempio Agosto o Pan) compare nell’antologia. Insomma si ha l’impressione che Grossmann ci offra una lettura “ebraica” di Schulz, che se ha l’inconveniente di essere potenzialmente tendenziosa ci assicura però diverse ore di indisturbato godimento (indisturbato, voglio dire, da gelidi spifferi provenienti da una dimensione sconfortante).

Ultima osservazione sui criteri della scelta: sia intenzione, o conseguenza di altre considerazioni, con l’unica eccezione di La Via dei Coccodrilli, tutti i racconti dell’antologia hanno il loro centro nella casa e nella bottega di tessuti del padre del narratore e i personaggi si riducono in buona sostanza al narratore stesso, al padre (vero eroe di questa epopea per tappe), alla madre, alla collettività plurima e indistinta dei commessi, alla domestica Adela. Parenti, vicini di casa, animali domestici dai tratti troppo naturalistici, estranei addirittura che compaiono in altri racconti sono qui esclusi (se si prescinde da brevi apparizioni o menzioni). Anche questo aiuta l’impressione di trovarsi, pur con tutto lo spaesamento, in uno stesso magnifico e squinternato cosmo.

Un magnifico e squinternato cosmo che ha comunque un referente geografico: Drohobycz, cittadina della Galizia orientale, all’epoca Polonia meridionale (ma alla nascita di Schulz, nel 1892, era parte dell’Impero austro-ungarico), oggi Ucraina. Beninteso, la città di cui nei racconti di Schulz vediamo la piazza del mercato, i tetti a volo d’uccello o i mutevolissimi cieli diurni o notturni non ha nome e intrattiene con la reale Drohobycz rapporti mediati dalla trasfigurazione mitica. Tuttavia vi si respira un’aria di Europa dell’est, un’incertezza di zona di confine, di pianure nella cui monotonia è facile sconfinare senza accorgersene. Mi ha ricordato (anche se si tratta di cosa assai diversa, probabilmente incommensurabile) una raccolta di racconti dello scrittore tedesco Siegfried Lenz che ho letto molti anni fa: So zärtlich war Suleyken (Così tenera era Suleyken), del 1955. I racconti di Lenz, anch’essi a carattere mitico, si svolgono in un’epoca imprecisata, ma precedente la guerra, in Masuria, regione della Prussia orientale ora appartenente alla Polonia. Credo che l’elemento comune sia la nostalgia – post rem in Lenz, certamente ante rem in Schulz – per una patria perduta, per una patria che, dato il suo carattere estremo, di confine, è sempre sul punto di essere perduta. Una patria, soprattutto, intrisa di passato, compromessa con il passato e già per questo condannata.

La nostalgia di Schulz (ma sarebbe più adatta la parola Sehnsucht: nostalgia di ciò che non è più perché non è ancora) va all’“epoca geniale”:

“Che è mai quest’epoca geniale e quando fu? Qui siamo costretti a divenire per un istante totalmente esoterici […]. Dobbiamo punteggiare i nostri argomenti con sorrisi ambigui e, come una presa di sale, frantumare sulla punta delle dita la delicata materia delle cose imponderabili. Non è colpa nostra se avremo l’aspetto di quei venditori di tessuti invisibili che mostrano con gesti ricercati la loro merce fasulla.”

“Avremo l’aria” dice Schulz; ma nulla è in realtà più lontano dal fasullo di queste “cose imponderabili”; anzi è grazie ad esse che ci avviciniamo all’Autentico:

“Torniamo all’Autentico. Ma non l’abbiamo mai abbandonato. E qui tocchiamo con mano la strana caratteristica di quel fascicolo[1], ormai chiara al lettore, e cioè che esso si espande durante la lettura, che ha confini aperti a ogni influsso e corrente. Adesso, per esempio, più nessuno offre laggiù[2] cardellini dello Harz, giacché dagli organetti di quei mori, dalle pause e dai passaggi della melodia, quegli spazzolini piumati prendono il volo a intervalli regolari e la piazza ne è coperta come di caratteri variopinti. Ah, che moltiplicarsi guizzante e pieno di cinguettii… Intorno a ogni sporgenza, bacchettina o banderuola si creano veri e propri assembramenti colorati, svolazzii, lotte per il posto. E basta allungare fuori dalla finestra un manico ricurvo di bastone, per ritirarlo in casa con incollato un grappolo greve e fremente.”

Ho riportato questa citazione lunghetta per dare un assaggio della scrittura di Schulz e del suo metodo: a partire da un’analogia (melodie degli organetti – uccelli canterini) si sviluppa non una metafora, ma una situazione rappresentata come reale; l’immaginazione crea realtà e la realtà è ancorata nell’immaginazione (allungando fuori dalla finestra un manico ricurvo di bastone lo si ritira in casa “con incollato un grappolo greve e fremente”: la metafora si è pienamente trasformata in qualcosa di reale) – ancorata per modo di dire, dal momento che la sua caratteristica è il continuo movimento e la trasformazione, e che essa fila in una generazione ininterrotta e inarrestabile fin che dura l’energia di colui che, di volta in volta, ne è l’immaginatore e il demiurgo; e ricade in una specie di cenere o di pace quando questa energia si esaurisce.

Accanto a analogia e immaginazione, e da esse implicata, la terza parola-chiave per entrare nel mondo di Schulz è trasformazione: metamorfosi – e non mancano, in questo lettore e traduttore di Kafka, padri che assumono l’aspetto di varie specie di artropodi, zie colleriche che si riducono da sole a striscioline di carta annerite dal fuoco, o zii che, senza peraltro perdere l’affetto dei congiunti, si sono trasformati addirittura in rotolo di tubi per enteroclisi. Piuttosto che trasformazione o metamorfosi, proporrei tuttavia la parola trasfigurazione, nel senso che essa non avvilisce ma al contrario, anche quando sia trasformazione in scarafaggio o condor impagliato, potenzia, rende conto di caratteristiche alle quali il “trasformato” con ogni evidenza tiene, che sono le sue, egli desidera essere così, è caparbiamente attaccato alla sua trasformazione, non recede da essa. Né i congiunti in fondo se ne vergognano; essi l’accettano come cosa naturale, che può creare al massimo un lieve imbarazzo.

L’intero universo di Schulz è preso in una trasfigurazione – verso l’alto, l’esaltazione, i colori sovraumani del cielo, il vento turbinoso degli spazi (ed è la trasfigurazione propostaci in sostanza dall’antologia di Grossmann), oppure verso il basso, l’incertezza, la reclusione, i cieli bassi e incolori, l’aria ferma dei territori della morte privata anch’essa, nell’incessante sarabanda, del suo carattere definitivo.

Psicagogo e pioniere dell’opera di trasfigurazione è Jakub, il padre. Nella serie dei “manichini” (tre racconti non compresi nella presente antologia), Jakub espone e illustra la sua eretica teoria: il Demiurgo, responsabile del corrente aspetto del mondo, non è l’unico a poter agire sulla materia; la creazione non è né compiuta né definitiva; l’uomo può (deve) continuarla, sia pure con “metodi illegali”, in una direzione eretica, contaminando organico e inorganico, materia morta e materia vivente, impiantando forme su altre forme, senza arretrare di fronte all’abnorme, al mostruoso. “ – In una parola, – concludeva mio padre, – noi vogliamo creare una seconda volta l’uomo, a immagine e somiglianza di un manichino.” Questa non è tanto, nello specifico, una dichiarazione di intenti mirante alle realizzazione di un nuovo Golem, quanto un esempio di come “tutte le cose, a contatto con quell’uomo straordinario, risalissero in certo qual modo alla radice della loro esistenza, ricostruissero la loro realtà fenomenica fino al nucleo metafisico, tornassero per così dire all’idea primigenia per distaccarsene poi a quel punto e volgere in quelle regioni dubbie, rischiose e ambigue che chiameremo qui, brevemente, regioni della grande eresia.”

D’altra parte, nel primo racconto della presente antologia, La visitazione, Schulz ci presenta l’epico, grandioso duello di voci e di gesti fra suo padre Jakub e il “terribile Demiurgo”:

“Era un linguaggio minaccioso come il linguaggio delle folgori. Il gesticolare delle sue[3] braccia dilaniava il cielo, e nelle fenditure appariva il volto di Geova, gonfio di collera e vomitante maledizioni.”

Poiché però il registro di Schulz non è il drammatico ma il grottesco, durante il duello il padre è “ampiamente divaricato sopra un enorme orinale di porcellana” e il duello stesso si conclude in modo quanto meno particolare:

“A un tratto la finestra si aprì in una nera voragine, e una fascia di tenebre irruppe nella stanza. Alla luce di un lampo, vidi mio padre in camicia svolazzante che lanciava, bestemmiando orribilmente e con un gesto potente, il contenuto del vaso da notte fuori della finestra, nella notte frusciante come una conchiglia.”

Da dove viene, nel personaggio del padre ma in primo luogo in Schulz stesso, questa spinta alla “seconda creazione”, alla trasfigurazione? Nell’articolo “La mitizzazione della realtà”, apparso nel 1936 sulla rivista “Studio” e contenuto nell’edizione completa Einaudi, scrive Schulz:

“La parola primordiale era un vaneggiamento che ruotava attorno al senso della luce, era una grande universale interezza. La parola, nell’attuale accezione corrente, è ormai solamente il frammento, il rudimento di una sorta di mitologia antica, onnicomprensiva, integrale. Perciò v’è in essa l’aspirazione a rigermogliare, a rigenerarsi, a completarsi in senso pieno. La vita della parola consiste nel fatto che essa si tende, si espande in migliaia di combinazioni, come il corpo squartato del serpente della leggenda, i cui pezzetti si cercano reciprocamente nell’oscurità.” E più oltre: “La parola da sola, lasciata in balia di se stessa, gravita, tende verso il senso.”

La spinta alla “seconda creazione”, l’unica che veramente ci riguardi e ci pertenga, viene dalla parola, nella misura in cui la parola è la depositaria e, se vogliamo, l’altra faccia del senso primordiale, e nella misura in cui, come dice Schulz nello stesso articolo, “essenza della realtà è il senso.

 

[1] Si tratta del Libro, o meglio della parte incompleta e sciupata che ne resta [ndr].

[2] Nel Libro; nel quale poco prima (o poche pagine prima) si vendono “veri canarini dello Harz, gabbie piene di cardellini e storni, ceste di canterini e garruli volatili.”

[3] Del padre.

DI LÀ DAL RIO

Douanier rousseau

 

Il rio è una spaccatura abbastanza profonda alle spalle della provinciale quando questa entra nel centro del paese. Le pareti vanno giù scoscese e sono piene di alberi altissimi e vecchissimi, certi sono inclinati o caduti. Ci sono molti uccelli e piccoli animali. Le case di qua dal rio sono grosse case indipendenti costruite dopo la guerra; si trovano nella confusione, nella polvere e nel rumore della provinciale. Le case di là dal rio sono vecchie, attaccate le une alle altre e danno su una stradina che si chiama San Pancrazio. Prima della guerra e anche subito dopo erano case di gente povera, comunisti rabbiosi, le più tremende le donne. Dall’altra parte della via San Pancrazio c’erano i campi; adesso ci sono delle case nuove, un paio di strade che si perdono nel nulla e qualche capannone. Le vecchie case dalla parte antica sono state restaurate; alcune, soprattutto le più interne, anche in modo costoso; tuttavia al borgo è rimasta un’etichetta di modestia se non di povertà.

Stante la particolarità delle costruzioni, a San Pancrazio non si è proprietari di una casa ma di un pezzo di casa, da terra a cielo. Un pezzo di casa ce lo comprò, più di vent’anni fa, il figlio di una famiglia che era venuta su dal Meridione. Era gente istruita, benestante. I genitori avevano venduto tutto nella città d’origine e avevano comprato in paese della roba buona: un grande negozio in uno stabile nuovo, un magazzino, un appartamento. Però gli affari del negozio, con gli anni, non andarono bene. Qualcuno disse che “non si erano posizionati bene”. Inoltre il settore conobbe, di lì a poco, una crisi che dura ancora. Dispiace perché sono persone aperte, oneste, leali; un po’ sognatori – intendo, con questo, ottimisti a oltranza. Dovettero vendere quasi tutto; rimase, al figlio, il pezzo di casa.

Rimane anche, da dire, (ma qui devo basarmi sui “si dice”) che poco dopo che la famiglia si era stabilita nel nostro paese questo figlio si innamorò della figlia di un notabile. Se sia vero e come sia andata di preciso non saprei; in ogni caso non ne uscì nulla e nella casa, a quel che so, continua a vivere solo.

La casa non è sulla strada, guarda a sud, verso il rio. Io la vidi dopo i primi restauri, quando già ci abitava: una larga facciata di sasso, dentro, a quanto ricordo, stanze piccole su tre o quattro livelli, scalette ripide. Finestre solo su un lato (degli altri tre, due sono attaccati alle case, il terzo muro ha un paio di feritoie). Nel cortile un rustico grande ma fatiscente. Oltre il rustico la scarpata. Tutto suo fino al rio.

La casa mi fece un’impressione di angustia; forse perché era larga di facciata ma poco profonda, aveva soffitti bassi, era presa fra edifici cadenti. Lui ne era molto soddisfatto. C’è da dire che una caratteristica dei membri di questa famiglia, per quello che li ho conosciuti, è di essere soddisfatti. Non smisero di essere soddisfatti nemmeno quando le cose, a vista di tutti, cominciarono a andare maluccio. In ogni ripiegamento a cui il peggiorare della situazione li costringeva sembrava vedessero soltanto il lato positivo – cioè, suppongo, che un ripiegamento era ancora possibile. Una qualità invidiabile, che vale da sola un capitale. Quanto invidiabile, l’ho scoperto l’altro giorno.

Ha fatto un lavoro per me e non ha voluto essere pagato, così ho pensato di portargli una piccola pianta in vaso per il cortile. In quasi vent’anni non avevo più visto la casa, o meglio qualche volta, passando, cercavo di sbirciare ma vedevo soltanto il muro laterale, cieco. L’altro giorno, superato il cancello di ferro e passato nelle sue mani il vaso con la pianta, mi sono guardata intorno: la facciata di sasso stuccato, con un rettangolo di intonaco giallo, è una meraviglia; il cortile è raccolto, senza leziosaggini, come i cortili di una volta; il rustico è sanato, voglio dire i muri sono solidi e i solai rifatti con vecchie travi e vecchi assiti. Per chiudere l’apertura del fienile ha costruito un grande portale a giorno, perfetto; qui ha trasferito il magazzino e il laboratorio. Lo spiazzo dietro al rustico mi ha fatto vedere con orgoglio che negli anni è cresciuto di almeno due metri grazie agli sfalci, alle potature, ai detriti di materiali naturali che ha gettato nella scarpata. Ha fatto tracciare una pista che scende con un paio di curve fino al rio. In questo mese di luglio il rio sembra una giungla del Doganiere Rousseau.

Ho cercato di descrivere quello che ho visto ma c’è qualcosa che sfugge, ed è ciò che ti fa desiderare di sederti al tavolino di ferro in un angolo del cortile, vicino al muro di confine, con la ruggine che smangia un po’ la vernice e di starci un po’, di starci bene. Certo, già per il suo lavoro il padrone di casa ha un occhio preciso per quello che sta e quello che non sta; qui non c’è nulla che “non stia”, e soprattutto quello che “sta” (e sta molto) è stato realizzato nel tempo con una disponibilità economica limitata: questo crea la distanza impagabile fra la sua perfezione e le fontane di marmo con pesci e piante acquatiche nella zona nobile del paese. Ma non è ancora questo, o non è ancora tutto.

Quello che fa la differenza, che fa di questo posto un posto quasi magico; quello che si respira una volta oltrepassato il cancello e ti fa desiderare di fermarti un po’, è la soddisfazione.

Michele Mari, LEGGENDA PRIVATA

Leggenda privata

Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017, € 18.50

Il mio primo incontro con Mari, alcuni anni fa, è stata la raccolta di racconti Tu, sanguinosa infanzia. Sono rimasta a bocca aperta. Sicuramente sto dimenticando qualcosa o qualcuno e gli sto facendo torto, ma mi è sembrata la più bella cosa italiana che mi fosse capitato di leggere dopo Gadda. Di Euridice aveva un cane ho parlato qui e qui. La terza raccolta, Fantasmagonia, mi ha entusiasmato nel complesso di meno (troppi mostri), tuttavia contiene diversi pezzi assolutamente notevoli. Insomma, dei racconti sono un’ammiratrice fervente. Altra cosa i romanzi. Pur avendone apprezzato certi aspetti, nessuno dei romanzi di Mari che ho letto mi ha veramente convinto: troppo manierismo, troppo arzigogolo, troppi piani doppi e tripli che in realtà non sono né doppi né tripli ma, alla prova, deludentemente semplici, troppo gioco per amore del gioco, troppe trovate, che è eufemistico definire artificiose, per risolvere situazioni di partenza che soluzioni non hanno perché non esistono.

Si consideri, a parziale giustificazione di questo disamore, che non ho mai capito perché Dr. Jekyll e Mr. Hyde sia un così grande romanzo (l’ambivalenza insita nell’essere non mi appare in modo così sbrigativamente disgiuntivo), che non vado matta per Poe e tanto meno per Lovecraft (anzi quest’ultimo, per la mezza storia che ne ho letto, lo aborro proprio), e si capirà che non rappresento il pubblico ideale per i romanzi di Mari.

Quando quest’anno è uscito Leggenda privata un’amica, che vedo abbastanza raramente, me ne ha parlato in termini entusiastici. A dir la verità questa amica parla sempre in termini entusiastici delle sue letture – almeno in prima battuta. In seconda – contestualmente e senza soluzione di continuità – tende ad attenuare e lì le sue osservazioni diventano interessanti. Il fatto è che quella sera alla seconda battuta non ci si è arrivati perché – eravamo in diversi – qualcuno ha cambiato discorso. Comunque – tutti ne parlavano, l’autore è considerato un grande (e per le proporzioni sicuramente lo è), non è un romanzo – tanto mi bastava e l’ho comprato.

Non ne sono pentita (Mari è forse l’unico di cui mi fanno gola le bellissime edizioni Einaudi), pur desiderando, se si presenterà l’occasione, discuterne con l’amica in seconda battuta. Il problema è un altro. Il problema è che, dovendo parlarne, non so da che parte incominciare. Conviene, allora, andare con ordine:

  • Leggenda privata è l’autobiografia di Michele Mari – vale a dire che contiene informazioni presumibilmente attendibili che fanno riferimento alla sua vita reale (a mallevare che si tratta di realtà e non di finzione, le fotografie). Peraltro questa autobiografia non va oltre il quindicesimo-sedicesimo anno di età, con la grossa parte che porta sull’infanzia fino intorno ai dieci anni. Cioè, più propriamente, è un repertorio delle condizioni che determineranno la vita ulteriore. La struttura originaria (fichissimo).
  • La redazione di detta autobiografia gli è stata comminata dai mostri (molto meno fico).

Excursus sui mostri mariani (mariani! ma l’aggettivo l’ho trovato in un articolo di Matteo Marchesini, peraltro molto interessante, qui. Mariani! Come la devozione mariana, i mesi mariani ecc. Ha della presa per i fondelli del tutto laico Michele Mari). Nella (cadente) villa dei nonni a Nasca, sulla riva lombarda del lago Maggiore, dove il pargolo, poi adolescente Mari trascorre le estati, suscitate da lui, importate da lui, evocate da lui, a lui solo manifestantesi che ne so, ci sono due Accademie (di mostri): i Ciechi della Cantina e Quelli di Sopra. Agli interessati la cura di approfondire, nell’istesso testo (tanto per mareggiare un po’). Comunque, quello che interessa un lettore (una lettrice) sprovvista di un nonno appassionato della collezione Urania (e che, avendone letto un paio, li ha trovati orrendi) non sono i mostri (infantili, scontati nella riconducibilità al binomio polluzione/castrazione, e soprattutto, alla fine, ridicolmente ineffettivi), ma la fessura, la scissione attraverso la quale essi si intrufolano nel reale. Questa scissione è il vero tema di Leggenda privata.

(Excursus sui mostri nostrani – può essere saltato. Mi sono chiesta, leggendo, se non c’era anche nella mia infanzia/adolescenza un’esperienza di mostri. Ed ecco qui: durante le estati (un’estate?) nel passaggio da infanzia a adolescenza, forse per il caldo, forse per l’incipiente adolescenza, facevo molta fatica a addormentarmi. A dirla tutta quando veniva ora di andare a letto ero in preda al terrore. Mentre tutti dormivano (il punto, credo, era quello), con le porte delle stanze e le finestre spalancate, io sola vegliavo e notte dopo notte sentivo salire dalla cantina un rumore ritmico, fremente, lievissimamente tintinnante. L’unica spiegazione che riuscivo a immaginare era che ci fosse, sdraiato sul pianerottolo della cantina dove erano le casse di acqua minerale, un essere gigantesco che con il suo fiato gigantesco faceva vibrare e lievissimamente cozzare le une contro le altre le bottiglie vuote. Carino, no? Poi però uno cresce e i mostri li congeda).

  • Il mondo notturno dei mostri e il mondo diurno degli esseri umani e familiari, lungi dall’essere impermeabili l’uno all’altro, sono collegati dagli ultracorpi. Per chi non sia familiare con la terminologia diremo che un ultracorpo è un essere apparentemente umano, in realtà non più di un involucro abitato da un alieno/mostro. La presenza degli ultracorpi rende estremamente ambigua anche la realtà che dovrebbe esserci più sicura e familiare (la quale cosa è il principio dell’Unheimlich freudiano). Nel libro incontriamo l’ultracorpo-mamma, l’ultracorpo-nonna, il forse-ultracorpo-donna di servizio, il quasi-sicuramente-ultracorpo-Angelina, altri.

Ora cerchiamo di continuare. Perché i Mostri hanno intimato a Michele Mari di scrivere un’autobiografia? Il “romanzo con cui si congeda”? La risposta è complessa perché presuppone già l’opera eseguita: l’autobiografia, la scrittura, lo stile. Lo stile Mari: affascinante o insopportabile, a seconda dei punti di vista (e degli eccessi). Relativamente a questo stile, di cui l’autobiografia è allo stesso tempo vistoso esempio e eziologia, si fa qui opera di scavo archeologico e genealogico: lo stile – la maniera – non è altro per Mari che una corazza assemblata, la conchiglia aliena, formata e bell’e fatta, in cui il paguro-Michele nasconde e protegge la sua molle informità – molle informità di cui si racconta la genesi familiare. Ora però i Mostri ne hanno abbastanza di gusci esornati, ora reclamano la polpa tenera – sia che Mari acconsenta a dispogliarsi delle sue calcificate protezioni, sia che, al contrario, ne accumuli di talmente mitopoietiche da autorizzarli a trattarlo da mentitore conclamato e estrarlo nudo e tremante dalla coclea delle sue menzogne.

A ogni piè sospinto, scrivendo questa recensione, mi ritrovo con le spalle al muro. Perché come continuare dopo questa storia di mostri e conchiglie? C’è uno sviluppo che porti da qualche parte, che non giri (per l’appunto) a spirale su se stesso? Che non si risolva in una mera secrezione di stile? (In questo senso Michele Mari scrittore farebbe pendant, in quanto Stilògeno, a uno dei Mostri più ricorrenti: il Mucògeno). Propongo un assaggio di testo, che ci aiuterà a andare avanti:

“Questa notte ho sognato di essere davanti alla nicchia della Madonnina, e di tirar fuori dalla tasca delle noci che le scagliavo contro per rompere il cristallo della teca: ma rimbalzavano. Poi è arrivata come una furia l’Angelina, con gli occhi privi di iride e di pupilla (Occhi bianchi sul pianeta Terra), e ha lanciato quell’urlo. Mi sono precipitato dentro il cancello semiaperto, ma dall’altra parte c’era mia madre, a braccia aperte […] e senza occhi. Appena ha emesso lo stesso identico urlo risucchiante mi sono messo a correre fra gli alberi: sapevo però di non dover andare verso la legnaia. Fine. Oltre all’angoscia che cosa mi resta, di questo sogno? Mi restano le noci: i gherigli […]. Il cervello, è a forma di gheriglio. Ma soprattutto il sogno mi dice che Quella dalle Orbite Vuote sta arrivando.”

Lasciamo perdere Quella dalle Orbite Vuote, che tanto ’sti mostri vanno e vengono e non concludono niente, e concentriamoci sulle noci. La noce (guscio-gheriglio) ripropone la struttura conchiglia-paguro; inoltre il fatto che il gheriglio sia associato al cervello (e il guscio dunque al cranio) suggerisce la preziosità della sostanza molle rispetto all’involucro protettivo. Non so se Mari avallerebbe l’estensione che io faccio del suo simbolo onirico, probabilmente no, però a me serve per afferrare in qualche modo Leggenda privata: così, per come la vedo, il guscio sono i mostri che hanno commissionato (o piuttosto comandato) l’autobiografia, e che a ogni momento si insinuano nelle pieghe del racconto come le escrescenze sottili e coriacee fra gli emisferi del gheriglio; mentre quest’ultimo è la materia autobiografica squisita da estrarre dal guscio, da pescare con le apposite pinze fuori dalle chele del crostaceo, da degustare dopo avere crocchiato l’involucro calcico sviluppato dal gheriglio-mollusco nella sua urgenza di incapsularsi in un esoscheletro. Reso necessario, mostri e tutto, – e abbiamo il movimento a spirale, l’avvitarsi su se stesso – dalle condizioni che alla genesi dell’imbelle polpa hanno presieduto: la scissione in luogo dell’unione, “l’abominevole coito” che mai avrebbe dovuto aver luogo (ma quanti ce ne sono…), fin dall’inizio l’inaudita prepotenza del genio paterno e, da parte materna, la vocazione al martirio e la voluptas moriendi (a poco a poco, ma pur sempre moriendi). Il corteggiare la morte (l’annichilimento) da parte della genitrice che ha poi condotto, necessariamente, al suo sdoppiamento in madre e ultracorpo.

E più non dico.

Cioè no, dico qualcosa a proposito dello stile. Nell’articolo di Matteo Marchesini al quale facevo riferimento sopra, l’autore dice a proposito dello “stile” di Mari (che a suo parere è piuttosto un non-stile):

“Qui niente si dà senza il profilattico di “maniere” che non sembrano affatto cogenti, ma semmai tutte aprioristicamente disponibili e poste sullo stesso astratto piano di arbitrio. Il che impedisce alla prosa di fare attrito con qualcosa d’altro da sé, di lasciar avvertire i suoi bordi: e quindi di suggerire quella inevitabilità che è poi una cosa sola col rischio d’errore, oltre che con la spregiudicatezza di una letteratura disposta a indagare tutto perché non sa già tutto in anticipo.”

Il sospetto che nei romanzi di Mari si sappia già tutto in anticipo, dirò, mi aveva sfiorato (impressione spirale, avvitamento); tuttavia la critica di Marchesini cade a vuoto, se Mari stesso nel (bellissimo) finale di Leggenda privata fra le altre (bellissime) cose afferma:

“Rispetto a loro [ai genitori] mi sento un privilegiato, non solo perché da bambino ho giocato tanto, io, ma perché quel gioco me lo sono portato dietro ed è tuttora con me: la mia ricchezza. (Anche i libri sono un gioco, cui rivendico con orgoglio la natura di frin-frin).”

Inutile, a questo punto, pretendere che “la prosa [faccia] attrito con qualcos’altro da sé”.

Questo è Mari: love it or leave it.

 

IL CONIGLIO CINESE

Il coniglio cinese abita dietro casa mia. È tutto bianco, ha un corpo tozzo e raccolto, anche il muso è tozzo e raccolto, con una peluria molto visibile di baffi che gli dà un’aria saggia e anche un po’ da prendere per il culo. Ha gli occhi molto rossi; la pelliccia abbondante sul muso gli fa delle pieghe come uno shar pei.

Il coniglio cinese si muove libero nel cortile cinese e esce dal cancello che è sempre spalancato. I primissimi tempi i cinesi lo chiudevano ma abbastanza presto devono essersi detti perché chiuderlo sempre per poi riaprirlo, così lo hanno lasciato aperto. In seguito la vegetazione spontanea è diventata talmente alta in corrispondenza dei cardini che le due ante non si chiuderebbero nemmeno volendo. Il cancello cinese spalancato è molto comodo perché nel cortile cinese possono parcheggiare il barbiere napoletano, l’autoctono dell’autoscuola e il tuttofare ucraino dell’autoctono che non può tornare in Ucraina perché se torna lo arruolano. Qualche volta ci si vede addirittura una macchina cinese, ma non spesso perché le macchine cinesi vanno e vengono molto di fretta e raramente si fermano. Il cortile cinese aperto è anche importante come valvola di sfogo quando il cliente islamico della macelleria islamica molla la macchina (generalmente ingombrante) nello stradello con la moglie immota sul sedile del passeggero. Se tu arrivi in quel momento e non puoi passare perché la macchina del cliente islamico della macelleria islamica è grande quanto una portaerei e blocca il passaggio, nessun problema: basta agitarsi un po’ dal finestrino. La moglie immota non si muove, ma il marito balza fuori dalla macelleria, ingrana la marcia, si infila a velocità sostenuta nel cortile cinese, aspetta che tu ti infili a tua volta nel tuo cancello del tuo cortile, fa manovra e torna nello stradello già girato giusto per ripartire.

Ma tornando al coniglio cinese, egli, o esso, esce dal cortile; il mio cane, quando trova il mio cancello aperto, si avventa con scatti corti e serrati fatti apposta per non raggiungerlo e infatti non lo raggiunge; il coniglio si scandalizza e ripara da dove è venuto.

Anche la galline cinesi esondano nello stradello. Sciamano dal campo profughi per volatili su cui sembra che sia appena passata una tromba d’aria e invece no è il suo aspetto normale, sciamano dal campo profughi per volatili che tiene luogo di pollaio e puzza orribilmente precisamente come i pollai nostrani solo che i pollai nostrani non li lasciano costruire così vicini alle case ma i cinesi a questo non pensano; sciamano dal pollaio e si riversano nello stradello becchettando con fervore particelle di asfalto e scagazzando in giro cacche di gallina cinese che sono diverse dalle cacche di gallina italiana e perfettamente riconoscibili. Basta che una abbia l’idea e subito le altre la seguono, le sciamano dietro aprendosi a ventaglio, a raggiera, sciamano fino in fondo dove lo stradello sbuca sulla provinciale, all’angolo con la bottega del barbiere napoletano che ha un nome inglese e si chiama point man; allora il barbiere napoletano schizza fuori dal point man mulinando le braccia e emettendo grandi urli e io le prime volte mi precipitavo alla finestra pensando che ci fosse un morto sulla via e invece no, erano le galline. Col tempo ho cominciato a intuire che le urla con cui il barbiere napoletano urlando e mulinando le braccia cerca di indurre le galline cinesi a rebrousser chemin potrebbero non essere suoni inarticolati ma eventualmente sillabe di un qualche linguaggio e facendo grandissima attenzione sono arrivata finalmente a capire che ciò che il barbiere urla precipitandosi fuori dalla bottega quando le galline si spingono fino in fondo allo stradello è sciò! sciò!

Non so se i cinesi ripongano fiducia nel buon senso delle galline, o se fra loro e il barbiere intercorra un accordo di sorveglianza. Fatto sta che il cancello continua a rimanere aperto (per chiuderlo sarebbe necessario un intervento di deforestazione), il che è un sacco comodo ma ha anche qualche svantaggio per i proprietari, infatti ai cinesi gli sono sparite due galline e un’oca.

Io mi preoccupo per il coniglio. Non so se i suoi padroni hanno intenzione di mangiarlo. Se deve morire, mi auguro che muoia degnamente per mano cinese e non per la mano di un volgare ladruncolo stanziale.