IL PARADISO DEGLI ANIMALI

il paradiso degli animali

David James Poissant, Il paradiso degli animali, NNE 2015, € 17,00

 

Difficilmente compro libri di cui non so nulla o verso i quali non mi attira una curiosità specifica; ancor più difficilmente compro libri appena usciti. Ho fatto un’eccezione per questi racconti di giovane autore americano per solidarietà con una piccola libreria indipendente, perché mi è piaciuto il titolo, perché la copertina è geniale, perché volevo vedere cosa fa questa casa editrice poco nota.

La quarta di copertina recita:

“Questo libro è per chi sogna di viaggiare su un furgoncino Volkswagen in compagnia di un labrador nero, per chi ama i film di Wes Anderson e il deserto di Bagdad Café, e per chi a volte teme di essere pazzo ma in realtà è caduto in un cerchio magico da cui riuscirà prima o poi a uscire”.

Non credo di averla letta prima dell’acquisto. Se l’avessi letta, dal momento che non ho mai viaggiato in furgoncino Volkswagen – tranne, forse, per un giovanile trasloco dalla Germania – che il mio cane non è un labrador nero ma un comunissimo bastardo bicolore, che se non mi ci avesse trascinato mio figlio non avrei visto nemmeno Grand Budapest Hotel, e che per finire dubito di essere caduta in un cerchio magico, in compenso so per certo che non riuscirò a uscirne – insomma per questi e altri motivi se l’avessi letta credo che non avrei comprato il libro. Fortunatamente, come tutti si sanno, le quarte di copertina non c’entrano nulla con ciò che sta fra le copertine.

A quanto ho capito è la prima raccolta dell’autore, che però ha pubblicato su riviste prestigiose e, ça va sans dire, ricevuto numerosi riconoscimenti. Mi sono fidata perché avendo un po’ praticato, anche di recente, il racconto americano, senza star tanto a rifletterci me lo immaginavo come un marchio di fabbrica, una garanzia di qualità: come se con una tradizione così alle spalle non si potesse poi fare qualcosa di troppo insignificante.

Il racconto americano ci ha abituato a personaggi in rilievo, che bevono molto ma non scoloriscono, che sono capaci di sentimenti forti e primitivi, che agiscono perfino, imprimono una svolta ai loro destini o almeno ci provano, che insomma mantengono una traccia della fede e della risolutezza con cui i padri pellegrini si imbarcarono un giorno sul Mayflower. Personaggi svaporati da tempo, se mai ci furono, dal racconto europeo le cui figure sono più che altro schemi, prospettive, punti di vista – e che comunque è un genere un po’ ambiguo, spesso non più di una prova d’esordio, una rincorsa prima di lanciarsi nelle secche del romanzo. Nei racconti americani si vive molto e si riflette poco, ed è questo che ci affascina, questa possibilità che consideriamo con scetticismo misto a invidia, ma davvero c’è un posto, in Occidente, in cui queste cose sono ancora possibili? E allora via che partiamo, col furgoncino Volkswagen.

Se questa è l’aspettativa – e da parte mia un po’ lo era – i racconti di Poissant rischiano di deluderci. Ecco, dici, l’onda lunga ha attraversato l’Atlantico, con qualche decennio di ritardo anche la vitalissima letteratura americana è entrata nella decadenza. Cosa rimane, in questi racconti, della rude sentimentalità boscaiola, di quel naturale e spontaneo far riferimento, come a cosa ovvia, a pilastri della vita emotiva e morale quali l’amore, la fedeltà, la solidarietà – tutte cose che in Europa si teme anche soltanto di sfiorare per la paura (fondata) del patetico? Cosa rimane di quella magnifica creatura a una dimensione, l’uomo americano, per il quale fin dall’inizio essere ha significato imporsi, di conseguenza la riflessione non può manifestarsi che nella forma dell’azione, senza quel fastidioso sdoppiamento che ci paralizza in Europa?

Direi molto poco. Dei loro omologhi più anziani, i personaggi di Poissant hanno mantenuto una certa tendenza allo stereotipo (per esempio la sfida impossibile: bloccare le mascelle di un alligatore col nastro adesivo e caricarlo a braccia su un pick-up) e alla ragionevolezza dei sentimenti. Il bere e la violenza, questi pilastri dell’America, appartengono però alla generazione dei padri; i figli sono pallidini, irresoluti, spesso mariti rinunciatari alle prese con giovani mogli ambiziose e performanti, individui deboli con un sacco di buoni propositi che se ne stanno seduti sui gradini di casa a aspettare il ritorno della gatta o una telefonata della ex-moglie (nessuna delle due cose si produrrà, la gatta trovandosi probabilmente nella pancia di un coyote e la moglie essendo da tempo risposata).

Rimane ancora, della tradizione, un peso naturale dell’individuo, una rilevanza dell’uomo qualunque che in Europa il singolo, da sempre inserito in una gerarchia di classi e schiacciato dal leviatano statale, ha perso da tempo o forse non ha mai avuto. Rimane anche, a un livello più sbiadito, più insignificante, un certo modo di avere a che fare con la realtà esterna come se a nessuno fosse mai venuto in mente di metterla in discussione. I conflitti sono da manuale, fin troppo netti: il padre che non accetta l’omosessualità del figlio nel primo racconto, quello stesso padre che si precipita attraverso quattro stati per cogliere un improbabile perdono nell’ultimo che gli fa da pendant; annose incomprensioni condite di rancori inarticolati fra fratelli; coppie sull’orlo di una dissoluzione che esita a prodursi, legami appesi a un filo che potrebbe, perché no, reggere all’infinito. “Genitori e figli,” recita la bandella “mariti e mogli, amanti o amici, i protagonisti di queste storie sono ritratti in un momento decisivo della loro vita quando, per la forza brutale dell’amore, si trovano sulla soglia di un precipizio, spinti da decisioni che loro stessi hanno preso. E sull’orlo del burrone, a ciascuno viene chiesto di fare una scelta: saltare o tornare indietro”. L’impressione generale, però, è piuttosto di un sostare indefinito sull’orlo del burrone, di uno status quo aporetico che si procrastina per impossibilità di soluzione, per incapacità, per inerzia; o forse perché il burrone (drammatico) non esiste nemmeno più: al massimo c’è un fosso. Ad esempio in Il rimborso, uno dei più belli:

“Arriveremo fino a Natale?” chiesi.

“Zitto” disse. “Altrimenti mi fai sbagliare”.

Mi passò un pettinino sulle sopracciglia, poi mi tirò gli angoli degli occhi con i pollici.

“Arriviamo a Natale?” ripetei.

Poi sentii qualcosa di fresco sulla fronte. Trattenni il respiro, in attesa.

“Va bene” disse Joy. “Natale”.

Se riuscivamo ad arrivare fino a Natale, cosa ci impediva di restare insieme? Se avessimo superato capodanno, poi San Valentino, poi San Patrizio. Le feste come pietre in un fiume, e chissà magari potevamo arrivare sull’altra sponda o continuare a camminare, finché…

Oppure nel racconto Nudisti, anche questo uno dei migliori, in cui Mark, molto di malavoglia, va a trovare il fratello Joshua e la sua ragazza Marisa per la festa del Ringraziamento. A un certo punto gli pare che i nodi verranno al pettine e che sarà costretto a passare il giorno del ringraziamento in un motel con un piatto del take away cinese. Ma non sarà così:

“Se anche aveva detto a Joshua del bacio, suo fratello comunque non vi aveva accennato. Ma vedendola Mark capì che non l’aveva fatto, che non ci sarebbe stata nessuna stanza di motel, nessun take away cinese. Avrebbero superato anche questa, tutti quanti.”

Nel racconto Io e James Dean, dove James Dean è il cane, l’unico a saltare, poverino, è proprio il beagle che ci lascia le penne. Ma per la buona causa:

“Forse è la musica classica che arriva dalle pareti sottili della stanza vicina, o il fatto che il nostro cane stia per morire su un tavolo davanti a noi. Forse è qualcos’altro. Ma prima che Jill esca, sorride e ha uno sguardo che dice, «Almeno abbiamo noi due». Che sembra dire, «Possiamo ancora far funzionare le cose». Uno sguardo che dice, «Non preoccuparti. L’amore non ci lascerà»”.

L’amore val bene la vita di un cane. O no?

Un’America diverse ottave sotto quella dei racconti di Poissant (e d’altronde come stupirsi?), a cui corrisponde una prosa senza troppe sbavature, un po’ banalotta.

E il titolo? Il titolo si deve agli animali – gatti, beagle, api, alligatori – che compaiono a vario titolo in diversi racconti. Ma, come ci spiega la bandella, Il paradiso degli animali è anche il titolo di una poesia di James L. Dickey (molto bella, qui per chi la vuole leggere), che si conclude: “Sotto l’albero / cadono / sconfitti / si rialzano /si rimettono in cammino.” Che è, come dice il redattore della bandella “quello che tutti tentiamo di fare”. Da una parte e dall’altra dell’Atlantico, le cui rive, parrebbe, si sono avvicinate di molto.

 

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