Emmanuel Carrère, L’AVVERSARIO

lavversario

Emmanuel Carrère, L’Avversario, Adelphi 2013, € 17

Fratelli, siate sobri e vigilate, perché il vostro avversario, il diavolo, come leone ruggente, si aggira cercando chi divorare. (1 Pt. 5, 8)

“Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand ha ucciso sua moglie, i suoi figli, i suoi genitori, poi ha tentato, ma invano, di uccidersi. L’inchiesta ha rivelato che non era medico, come diceva di essere, e, cosa ancora più difficile da credere, che non era nient’altro. Mentiva da diciotto anni, e questa menzogna non ricopriva nulla. Prossimo a essere scoperto, ha preferito sopprimere coloro di cui non poteva sopportare lo sguardo. È stato condannato all’ergastolo.” (Dalla quarta di copertina dell’edizione francese)

Questo avviene a Prévessin, piccola località residenziale al confine con la Svizzera, i cui abitanti sono per lo più frontaliers di lusso che lavorano nelle organizzazioni internazionali con sede a Ginevra. Lo stesso Romand, l’assassino, diceva di lavorare come medico all’OMS. Nello stesso momento, a Parigi, Emmanuel Carrère, scrittore allora trentaseienne con quattro romanzi di modesto successo alle spalle, scrive le ultime righe della sua opera più recente: una biografia dell’autore di fantascienza Philip K. Dick. Molto velocemente, Carrère prende la decisione di occuparsi dell’affaire Romand. Non vuole però recarsi sui luoghi e condurre una specie di indagine privata: le circostanze del delitto, i retroscena, le miserabili truffe finanziarie a carico di fiduciosi parenti con cui Romand ha sbarcato (comodamente) il lunario per più di diciassette anni – tutto questo “materiale” gli sarà comunque fornito dall’inchiesta. Ciò che Carrère vorrebbe veramente è sapere “ciò che succedeva nella sua testa durante quelle giornate che si supponeva passasse in ufficio; che non passava, come si era pensato in un primo momento, a trafficare di armi o di segreti industriali; che passava, a quel che si credeva ora, a camminare nei boschi”. C’è una frase, in un articolo di Libération, che lo ha “definitivamente agganciato”: “E andava a perdersi, solo, nelle foreste del Giura.” Una risposta a questo genere di interrogativi non la può dare l’inchiesta: o la darà Jean-Claude Romand stesso, o non la darà nessuno. È per questo che alla fine di agosto 1993 Carrère scrive una lettera (“la più difficile della mia vita”) a Romand, rinchiuso nel carcere di Bourg-en-Bresse. In questa lettera, riportata nel testo, lo scrittore ci offre già una chiave di lettura di quella che sarà l’opera: “Vorrei che capisse che non vengo a lei spinto da una curiosità malsana o per il gusto della sensazione. Ai miei occhi, ciò che lei ha fatto non appartiene al crimine comune né è l’opera di un pazzo, ma quella di un uomo spinto al limite estremo da forze che lo superano, e ciò che vorrei mostrare è l’azione di queste forze terribili.” (Non ci si aspetti tuttavia che Carrère faccia, in seguito, di Romand la vittima di traumi infantili o di un ambiente piccolo-borghese che tiene soprattutto alle forme e non prevede cedimenti, né che creda, come i volontari cattolici che operano nella prigione, alla conversione e nuova santità di questo mitomane incallito. Carrère è troppo intelligente per cadere in una trappola tanto vieta. E però.)

Romand non risponde alla lettera. Carrère comincia comunque a scrivere un romanzo di finzione ispirato al fatto di cronaca; dopo qualche decina di pagine si ritrova bloccato e abbandona il progetto.

“L’inverno seguente un libro mi è caduto addosso, il libro che, senza saperlo, cercavo invano di scrivere da sette anni. L’ho scritto molto in fretta, in modo quasi automatico, e ho saputo subito che era di gran lunga la cosa migliore che avessi fatto. Si organizzava attorno all’immagine di un padre assassino che vagava, solo, nella neve, e ho pensato che ciò che mi aveva affascinato nella storia di Romand […] vi trovava il suo posto, un posto giusto, e che con questo racconto avevo chiuso con questo genere di ossessioni.”

Il romanzo in questione è La Classe de neige (1995, trad. it. La settimana bianca), che chiude per Carrère l’esperienza dei romanzi di finzione. Il lavoro seguente, L’Avversario appunto, sarà un romanzo-verità. (Non mi piace questo termine, ma pare che le narrazioni che hanno come oggetto eventi reali e che cercano di aderirvi il più possibile limitando lo spazio concesso alla congettura e all’interpretazione si chiamino così).

Nel settembre del ’95 infatti, due anni dopo aver ricevuto la lettera di Carrère, Romand risponde. Lo scrittore non ottiene il permesso di incontrarlo in carcere e i contatti continuano per corrispondenza. Carrère visita i luoghi, si fa accreditare come giornalista dal Nouvel Observateur per seguire più da vicino il processo. Comincia a scrivere. Dopo tre mesi di scrittura, nuova interruzione e abbandono del progetto: non trova il punto di vista. L’identità impossibile da afferrare del mitomane Romand, “quel vuoto che non ha cessato di aumentare al posto di colui che in lei – gli scrive Carrère  – deve dire «io»”, non lascerebbe allo scrittore che la scelta di assumere il suo proprio. Ora, questa possibilità gli appare impraticabile:

“È ovvio che non sarò io a dire «io» al posto suo, ma allora non mi resta, a proposito di lei, che dire «io» per me stesso. Non mi resta che dire, a mio nome e senza rifugiarmi dietro un testimone più o meno immaginario o un patchwork di informazioni che si vogliono oggettive, ciò che nella sua storia mi parla e trova degli echi nella mia. Il fatto è che non posso. Le frasi mi eludono, questo «io» suona falso.”

Devono passare altri due anni prima che Carrère si rimetta al lavoro e scriva il romanzo, che uscirà nel 2000.

Questa introduzione lunghetta non fa che riassumere la “cornice” in cui Carrère stesso, nel romanzo, giudica necessario inserire l’indagine vera e propria: la biografia di un uomo in cui da un certo punto in poi la menzogna ha cominciato a tener luogo di verità. Una menzogna di un tipo particolare però, perché – e su questo punto Carrère torna ripetutamente – “una menzogna, normalmente, serve a coprire una verità, qualcosa di vergognoso magari, ma di reale. La sua non copriva nulla. Sotto il falso dottor Romand non esisteva nessun vero Jean-Claude Romand”. Questa assenza a se medesimo, questo vuoto dove normalmente ci si aspetterebbe un nucleo identitario, è ciò che affascina Carrère e al tempo stesso gli ripugna: dover assumere in proprio la responsabilità di colmare il vertiginoso spazio bianco su cui oltretutto le affermazioni, i ricordi, le deposizioni dell’altro – sempre, e a ragione, sospette di menzogna – scivolano senza fare presa. All’infuori dell’universo domestico, in cui faceva figura di marito e padre piuttosto esemplare, in quella che avrebbe dovuto essere la sua esistenza lavorativa e dunque la sua identità sociale, Romand “ritornava all’assenza, al vuoto, allo spazio bianco che non erano un incidente di percorso, bensì l’unica esperienza della sua vita. Non ne ha mai conosciuto altra, credo, nemmeno prima della biforcazione”.

Quella che Carrère chiama “la biforcazione” è la menzogna originaria, la Ur-menzogna, da cui derivano tutte le altre e, alla fine, la tragedia. Romand, studente di medicina a Lyon con risultati superiori alla media, ma dal punto di vista della socialità piuttosto nullo, una specie di nerd, non si presenta a uno degli esami che concludono il secondo anno; dice però che l’ha passato e che è iscritto al terzo. Potrebbe facilmente metterci una pezza alla sessione di settembre e trasformare una menzogna in una verità senza che nessuno se ne accorga, però non lo fa: in settembre, di nuovo, non si presenta. Per questo atto mancato non c’è spiegazione. Romand stesso non è in grado di fornirne alcuna. Che non abbia posto riparo alla prima impostura, come avrebbe facilmente potuto, ma abbia preferito continuare a mentire senza reale motivo – questo è il vero nodo della questione, nonché il germe del diabolico che giungerà a maturazione diciotto anni dopo.

Perché per la prima défaillance – non presentarsi la prima volta all’esame, dire di averlo superato – una spiegazione probabilmente c’è: “Al momento del processo, fra i veterani della stampa giudiziaria si faceva dello spirito dicendo che il punto di tutta la vicenda erano le scarse doti dell’accusato a letto.” È un fatto che entrambe le donne della sua vita – la moglie Florence e l’amante Corinne (Romand tenterà di assassinare anche lei ma di fronte alla sua disperata resistenza desisterà) – dopo la prima esperienza sessuale con lui chiederanno un periodo di riflessione o un ridimensionamento del rapporti nel senso di una buona amicizia. In particolare, in quella fatidica primavera del 1975, Florence, la lontana cugina a lungo e invano concupita, gli dice di sì, ma dopo l’esperienza decide che per non compromettere la concentrazione di entrambi sullo studio è meglio smettere di vedersi. All’insuccesso Romand reagisce con una depressione, che tiene nascosta; non si presenta all’esame e dice che lo ha passato. Non è la prima volta che reagisce a un insuccesso – reale o immaginario – con una depressione. Dopo la maturità dovrebbe intraprendere studi di agraria per seguire le orme paterne. Il padre, che Romand ammira, è guardia forestale; Romand naturalmente, con un diploma universitario, potrebbe aspirare a una qualifica superiore. Per poter sostenere l’ammissione alla facoltà viene inserito, lui montanaro del Giura, nella classe preparatoria di un prestigioso liceo lionese. Forse lo prendono un po’ in mezzo, forse è vittima di qualche episodio di bullismo, fatto sta che quando torna a casa per le vacanze di Ognissanti si ammala: sinusiti a ripetizione che lo esonerano dal riprendere il liceo a Lione. Passa l’anno scolastico rintanato nella casa dei suoi, a leggere romanzi e a seguire un vago corso per corrispondenza che dovrebbe sostituire la frequenza. Ma in cuor suo ha già deciso: non farà agraria bensì medicina. Su questo cambiamento di programma Carrère fa delle ipotesi: “Penso che abbia effettivamente sognato di essere un forestale come suo padre, perché vedeva suo padre rispettato, rivestito di una reale autorità, insomma perché lo ammirava. Poi, che al lycée du Parc questa ammirazione si sia scontrata col disprezzo di giovani borghesi ben vestiti, figli di medici o di avvocati, per i quali una guardia forestale era una specie di bifolco subalterno. Il mestiere di suo padre, anche a un livello superiore garantito dagli studi universitari, non gli è più sembrato desiderabile ed è probabile che se ne sia vergognato”.

La costante, nella vita di Romand, di reagire all’insuccesso con una depressione non dichiarata (sarà lo stesso, più tardi, nella storia clandestina con Corinne: “Immerso nel suo sudore cattivo sonnecchiava, leggeva senza capire, inebetito. Era come a Clairvaux [la casa dei genitori], l’anno in cui vi si era rifugiato dopo il fallimento al lycée du Parc: lo stesso torpore grigio, scosso da brividi”) può fornire al lettore una specie di chiave: tutta la personalità di Romand si riduce al desiderio di rivestire un ruolo di successo – personale: possedere la donna che desidera, e sociale: apparire come qualcuno che esercita una professione di prestigio. Sotto questa ambizione da frustrato, che appunto perché è l’ambizione di un frustrato deve essere soddisfatta a tutti i costi, non c’è nulla. Ma il nulla – il vuoto, l’assenza – è precisamente lo spazio in cui può insediarsi l’Avversario.

Gli psichiatri che hanno ripetutamente esaminato Romand durante l’istruttoria sono stati dapprima stupiti dal suo autocontrollo, dalla compostezza e assenza di manifestazioni emotive. C’è stata però un’evoluzione: “Durante gli incontri seguenti, l’hanno visto singhiozzare e produrre segni empatici di sofferenza senza che fossero in grado di dire se questa sofferenza c’era davvero o no. Avevano l’impressione disturbante di trovarsi davanti a un robot privo di qualsiasi capacità di emozione, ma programmato per analizzare gli stimoli esterni e produrre reazioni adeguate. Abituato a funzionare secondo il programma «dottor Romand» gli ci era voluto un periodo di adattamento per mettere a punto un nuovo programma, «Romand l’assassino», e imparare a farlo girare.”

Nell’ipotesi – e Carrère sembra suggerirla, ma è il lettore a doverla esplicitare – che nell’assenza di persona (di un livello qualsiasi di autenticità) trovi spazio l’Avversario, ci si ricorda del proverbio secondo il quale il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. È incredibile la quantità di pentole che questo diavolo ha prodotto per permettere a Romand di perseverare diciassette anni nell’impostura senza essere scoperto, cioè senza che nessuno intorno a lui, né la moglie né gli amici né tantomeno le istituzioni, sospettasse qualcosa (ma non è, questo, piuttosto legato al fatto che Romand era il genere di individuo di cui nessuno si accorge perché non suscita l’interesse di nessuno?). In ogni caso il diavolo, se c’era, non ha fatto il coperchio, e venuto il momento della resa dei conti Romand, invece di suicidarsi, ha preferito ammazzare tutti gli altri. Lui asserisce di avere avuto più volte la ferma intenzione di suicidarsi e di averci anche provato, ma (chissà perché) queste affermazioni suonano false e in ogni caso non sono mai verificabili. Può darsi che sia, banalmente, un fatto di codardia; ma è anche possibile che il suicidio non abbia funzionato perché non c’era nessuno da suicidare: non si uccide un programma, lo si sostituisce.

Per concludere, due osservazioni: la prima riguarda il testo di Carrère: in che misura è possibile dire che con questa “inchiesta privata” non ci troviamo di fronte a prodotto giornalistico ma a un’opera di letteratura? In altre parole, in che misura un’opera che fa riferimento preciso a un caso di cronaca e si preoccupa in primo luogo e soprattutto della verità dei fatti è ancora un romanzo? Certo nella misura in cui propone una leggibilità dei fatti, cioè nella misura in cui iscrive i fatti, che di per sé non ne hanno, in un logos, in un disegno, in una razionalità quale che sia. Il modello per questo tipo di operazione – modello inarrivato e inarrivabile – è A sangue freddo (1966) di Truman Capote, uno dei più bei libri che io abbia letto negli ultimi dieci anni. Carrère non raggiunge le vette del romanzo di Capote (che è anche assai più corposo), tuttavia produce un buon libro, un libro incentrato sull’abisso dell’identità, sulle ragioni di scelte cruciali che, anche per chi le compie, rimangono alla fine imperscrutabili, e infine sul velo di opacità in cui la nostra identità resta avvolta sia per noi stessi che per coloro che ci sono più vicini.

La seconda osservazione riguarda il rapporto fra identità e menzogna e scaturisce da esperienze dirette. Attualmente, gli adolescenti mentono, mentono con facilità e naturalezza, mentono per cavarsi da qualsiasi situazione minimamente problematica e mentono anche senza ragione, mentono come parlano e come respirano. Allo stesso tempo, in un’epoca in cui l’individualismo ha raggiunto livelli parossistici, questi stessi adolescenti possiedono generalmente un’identità che chiamare debole è un eufemismo. Sembrerebbe, più che altro, un programma che gira.

Jean de Sponde, SONETTI DELLA MORTE

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Due traduzioni dai Sonetti della Morte di Jean de Sponde (1557-1595). Nella scommessa (nel gioco?) di costringere l’alessandrino francese nell’endecasillabo italiano alcune cose sono andate perdute. Ho cercato di mantenere la rima, che mi sembra importante, e l’effetto generale.

II

E pur si muore, e la vita orgogliosa

Di morte che sprezza assaggia i furori,

Fiori d’un giorno disseccano i Soli,

Il tempo crepa la bolla fumosa.

 

Quel cero ardente di fiamma impetuosa

Sul moccolo verde estingue l’ardore,

L’olio del Quadro annerisce il colore,

Le onde si rompono a riva schiumosa.

 

Di chiari lampi è passata sugli occhi

La luce, il tuono è trascorso sui cocchi

Del cielo; qui o là poi scoppia tempesta.

 

Dei fiumi ho visto asciugarsi l’umore,

Leoni ruggenti chinare la testa,

Vivete, mortali, eppure si muore.

 

Mais si faut-il mourir ! et la vie orgueilleuse,
Qui brave de la mort, sentira ses fureurs ;
Les Soleils haleront ces journalieres fleurs,
Et le temps crevera ceste ampoule venteuse.

Ce beau flambeau qui lance une flamme fumeuse,
Sur le verd de la cire esteindra ses ardeurs ;
L’huile de ce Tableau ternira ses couleurs,
Et ses flots se rompront à la rive escumeuse.

J’ay veu ces clairs esclairs passer devant mes yeux,
Et le tonnerre encor qui gronde dans les Cieux.
Ou d’une ou d’autre part esclatera l’orage.

J’ay veu fondre la neige, et ces torrens tarir,
Ces lyons rugissans, je les ay veus sans rage.
Vivez, hommes, vivez, mais si faut-il mourir.

 

XII

Contro me s’enfia, e m’assalta, e mi tenta

E il Mondo, e la Carne, e il Genio ribelle,

Di cui l’onda, e l’urto, e il fascino imbelle,

O Dio!, mi sommerge, e squassa, e m’incanta.

 

Qual nave, qual roccia, e orecchio incurante,

Fuor di periglio, di crollo, e d’incanto,

Mi darai tu? il Tabernacolo Santo,

la forte Mano, la Voce costante.

 

Pure combatter tal volta feroce

Contro il tuo Tempio, la Mano, la Voce

Sento in me il Genio, e la Carne, ed il Mondo.

 

Ma Tempio, e Mano, e Voce saranno

Nave, roccia, orecchio in che periranno

Fascino e urto e si romperà l’onda.

 

Tout s’enfle contre moy, tout m’assaut, tout me tente,
Et le Monde et la Chair, et l’Ange revolté,
Dont l’onde, dont l’effort, dont le charme inventé
Et m’abisme, Seigneur, et m’esbranle, et m’enchante.

Quelle nef, quel appuy, quelle oreille dormante,
Sans peril, sans tomber, et sans estre enchanté,
Me donras tu? Ton Temple où vit ta Sainteté,
Ton invincible main, et ta voix si constante ?

Et quoy ? mon Dieu, je sens combattre maintes fois
Encor avec ton Temple, et ta main, et ta voix,
Cest Ange revolté, ceste Chair, et ce Monde.

Mais ton Temple pourtant, ta main, ta voix sera
La nef, l’appuy, l’oreille, où ce charme perdra,
Où mourra cest effort, où se rompra ceste onde.

TRE LIVELLI

Tre livelli

C’è una cosa che mi sarebbe sempre piaciuto dire in modo preciso, una cosa che mi è sembrata importante da subito, voglio dire da quando verso i dodici tredici anni l’orizzonte si è allargato e ho potuto vederla.

Aggiungo che fin dall’inizio mi è stato chiaro che questa cosa importante era importante soltanto per me; inoltre non sapevo perché fosse importante, se non perché era una scoperta e alle proprie scoperte, anche se rimangono senza conseguenze, uno per un po’ ci tiene. Ho provato diverse volte a dirla ma dal momento che non mi era chiaro perché fosse importante non riuscivo a dirla bene; ne veniva fuori qualcosa di patetico, o di pedante.

Adesso che, con gli anni, l’importanza di certe cose è diventata come un oggetto di antiquariato a cui non ci lega, nel migliore dei casi, che un grammo di infastidita devozione, adesso che non mi interessa più indagare quello che eventualmente c’è dietro questa cosa, e anzi non mi interessa nemmeno più sapere se c’è dietro qualcosa – adesso magari riesco a dirla meglio.

La cosa che ho sempre desiderato dire e che nessuno ha mai detto – o almeno, io non ho sentito che qualcuno l’abbia detta – la cosa che ho scoperto autonomamente all’uscita dall’infanzia, è che nel paese dove vivo ci sono tre livelli. Voglio dire che si distinguono tre livelli della crosta terrestre: il livello del fiume, il livello del canale e il livello della rocca.

Il livello del fiume, che è fatto più di ghiaia che di acqua, è la base: l’inconoscibile inferiore.

Il canale è conoscibile perché è opera dell’uomo. Opera antica, perché se fosse recente sarebbe quasi impossibile conoscerlo. Si trova su una cornice che scende gradatamente verso la pianura; il canale passa per un tratto sotto la rocca.

La rocca è il terzo livello e costituisce il vertice di un triangolo.

Queste cose del paese, quando le scoprii, mi parvero stupefacenti. Mi parve stupefacente scoprire che vivevamo in un paese in cui si manifestano tre livelli molto ben distinti sia orograficamente che concettualmente, tant’è vero che a ognuno di essi si può collegare, volendo, un elemento, una funzione vitale, un archetipo e magari anche un pianeta; mi parve stupefacente scoprire che vivevamo in un paese in cui si manifestano tre livelli sia orograficamente che concettualmente molto ben distinti e che nessuno se ne accorgeva.

Dipende probabilmente dal fatto che queste cose del paese appaiono soltanto se uno lo guarda dal fiume e da una certa prospettiva. E anche lì, sono sicura che non tutti le vedono. Sono cose segrete. Di quelle però di cui non si è coscienti dall’interno ma dall’esterno; bisogna uscire, bisogna andare fuori, bisogna essere fuori. Le vedi solo se il paese e i suoi tre livelli, in fondo, ti sono estranei. Cioè, se ti sono allo stesso tempo familiari e estranei, come un luogo in cui non hai mai saputo bene se desideri veramente entrare e intanto continui a girarci intorno.

Io li vedevo benissimo, vedevo il disegno, la struttura, la forma geometrica. La preziosa forma geometrica. Non so perché mi apparisse preziosa. Probabilmente perché una forma geometrica è un concetto e quella forma era il concetto del luogo; anche se, pur avendoci ripetutamente provato, non saprei dire cosa c’era, in quel concetto.

Però per vedere la preziosa forma geometrica bisogna andare nel fiume. Cioè bisognava. Perché adesso il fiume è tutto pieno di tangenziali e rotonde e cartelli stradali e relitti di megadiscoteche dismesse e è facile che non si veda un bel niente.

Le cose cambiano, le forme spariscono, girare intorno ai luoghi non serve, tanto vale andarsene subito o al limite non uscire di casa.

IL PARADISO DEGLI ANIMALI

il paradiso degli animali

David James Poissant, Il paradiso degli animali, NNE 2015, € 17,00

 

Difficilmente compro libri di cui non so nulla o verso i quali non mi attira una curiosità specifica; ancor più difficilmente compro libri appena usciti. Ho fatto un’eccezione per questi racconti di giovane autore americano per solidarietà con una piccola libreria indipendente, perché mi è piaciuto il titolo, perché la copertina è geniale, perché volevo vedere cosa fa questa casa editrice poco nota.

La quarta di copertina recita:

“Questo libro è per chi sogna di viaggiare su un furgoncino Volkswagen in compagnia di un labrador nero, per chi ama i film di Wes Anderson e il deserto di Bagdad Café, e per chi a volte teme di essere pazzo ma in realtà è caduto in un cerchio magico da cui riuscirà prima o poi a uscire”.

Non credo di averla letta prima dell’acquisto. Se l’avessi letta, dal momento che non ho mai viaggiato in furgoncino Volkswagen – tranne, forse, per un giovanile trasloco dalla Germania – che il mio cane non è un labrador nero ma un comunissimo bastardo bicolore, che se non mi ci avesse trascinato mio figlio non avrei visto nemmeno Grand Budapest Hotel, e che per finire dubito di essere caduta in un cerchio magico, in compenso so per certo che non riuscirò a uscirne – insomma per questi e altri motivi se l’avessi letta credo che non avrei comprato il libro. Fortunatamente, come tutti si sanno, le quarte di copertina non c’entrano nulla con ciò che sta fra le copertine.

A quanto ho capito è la prima raccolta dell’autore, che però ha pubblicato su riviste prestigiose e, ça va sans dire, ricevuto numerosi riconoscimenti. Mi sono fidata perché avendo un po’ praticato, anche di recente, il racconto americano, senza star tanto a rifletterci me lo immaginavo come un marchio di fabbrica, una garanzia di qualità: come se con una tradizione così alle spalle non si potesse poi fare qualcosa di troppo insignificante.

Il racconto americano ci ha abituato a personaggi in rilievo, che bevono molto ma non scoloriscono, che sono capaci di sentimenti forti e primitivi, che agiscono perfino, imprimono una svolta ai loro destini o almeno ci provano, che insomma mantengono una traccia della fede e della risolutezza con cui i padri pellegrini si imbarcarono un giorno sul Mayflower. Personaggi svaporati da tempo, se mai ci furono, dal racconto europeo le cui figure sono più che altro schemi, prospettive, punti di vista – e che comunque è un genere un po’ ambiguo, spesso non più di una prova d’esordio, una rincorsa prima di lanciarsi nelle secche del romanzo. Nei racconti americani si vive molto e si riflette poco, ed è questo che ci affascina, questa possibilità che consideriamo con scetticismo misto a invidia, ma davvero c’è un posto, in Occidente, in cui queste cose sono ancora possibili? E allora via che partiamo, col furgoncino Volkswagen.

Se questa è l’aspettativa – e da parte mia un po’ lo era – i racconti di Poissant rischiano di deluderci. Ecco, dici, l’onda lunga ha attraversato l’Atlantico, con qualche decennio di ritardo anche la vitalissima letteratura americana è entrata nella decadenza. Cosa rimane, in questi racconti, della rude sentimentalità boscaiola, di quel naturale e spontaneo far riferimento, come a cosa ovvia, a pilastri della vita emotiva e morale quali l’amore, la fedeltà, la solidarietà – tutte cose che in Europa si teme anche soltanto di sfiorare per la paura (fondata) del patetico? Cosa rimane di quella magnifica creatura a una dimensione, l’uomo americano, per il quale fin dall’inizio essere ha significato imporsi, di conseguenza la riflessione non può manifestarsi che nella forma dell’azione, senza quel fastidioso sdoppiamento che ci paralizza in Europa?

Direi molto poco. Dei loro omologhi più anziani, i personaggi di Poissant hanno mantenuto una certa tendenza allo stereotipo (per esempio la sfida impossibile: bloccare le mascelle di un alligatore col nastro adesivo e caricarlo a braccia su un pick-up) e alla ragionevolezza dei sentimenti. Il bere e la violenza, questi pilastri dell’America, appartengono però alla generazione dei padri; i figli sono pallidini, irresoluti, spesso mariti rinunciatari alle prese con giovani mogli ambiziose e performanti, individui deboli con un sacco di buoni propositi che se ne stanno seduti sui gradini di casa a aspettare il ritorno della gatta o una telefonata della ex-moglie (nessuna delle due cose si produrrà, la gatta trovandosi probabilmente nella pancia di un coyote e la moglie essendo da tempo risposata).

Rimane ancora, della tradizione, un peso naturale dell’individuo, una rilevanza dell’uomo qualunque che in Europa il singolo, da sempre inserito in una gerarchia di classi e schiacciato dal leviatano statale, ha perso da tempo o forse non ha mai avuto. Rimane anche, a un livello più sbiadito, più insignificante, un certo modo di avere a che fare con la realtà esterna come se a nessuno fosse mai venuto in mente di metterla in discussione. I conflitti sono da manuale, fin troppo netti: il padre che non accetta l’omosessualità del figlio nel primo racconto, quello stesso padre che si precipita attraverso quattro stati per cogliere un improbabile perdono nell’ultimo che gli fa da pendant; annose incomprensioni condite di rancori inarticolati fra fratelli; coppie sull’orlo di una dissoluzione che esita a prodursi, legami appesi a un filo che potrebbe, perché no, reggere all’infinito. “Genitori e figli,” recita la bandella “mariti e mogli, amanti o amici, i protagonisti di queste storie sono ritratti in un momento decisivo della loro vita quando, per la forza brutale dell’amore, si trovano sulla soglia di un precipizio, spinti da decisioni che loro stessi hanno preso. E sull’orlo del burrone, a ciascuno viene chiesto di fare una scelta: saltare o tornare indietro”. L’impressione generale, però, è piuttosto di un sostare indefinito sull’orlo del burrone, di uno status quo aporetico che si procrastina per impossibilità di soluzione, per incapacità, per inerzia; o forse perché il burrone (drammatico) non esiste nemmeno più: al massimo c’è un fosso. Ad esempio in Il rimborso, uno dei più belli:

“Arriveremo fino a Natale?” chiesi.

“Zitto” disse. “Altrimenti mi fai sbagliare”.

Mi passò un pettinino sulle sopracciglia, poi mi tirò gli angoli degli occhi con i pollici.

“Arriviamo a Natale?” ripetei.

Poi sentii qualcosa di fresco sulla fronte. Trattenni il respiro, in attesa.

“Va bene” disse Joy. “Natale”.

Se riuscivamo ad arrivare fino a Natale, cosa ci impediva di restare insieme? Se avessimo superato capodanno, poi San Valentino, poi San Patrizio. Le feste come pietre in un fiume, e chissà magari potevamo arrivare sull’altra sponda o continuare a camminare, finché…

Oppure nel racconto Nudisti, anche questo uno dei migliori, in cui Mark, molto di malavoglia, va a trovare il fratello Joshua e la sua ragazza Marisa per la festa del Ringraziamento. A un certo punto gli pare che i nodi verranno al pettine e che sarà costretto a passare il giorno del ringraziamento in un motel con un piatto del take away cinese. Ma non sarà così:

“Se anche aveva detto a Joshua del bacio, suo fratello comunque non vi aveva accennato. Ma vedendola Mark capì che non l’aveva fatto, che non ci sarebbe stata nessuna stanza di motel, nessun take away cinese. Avrebbero superato anche questa, tutti quanti.”

Nel racconto Io e James Dean, dove James Dean è il cane, l’unico a saltare, poverino, è proprio il beagle che ci lascia le penne. Ma per la buona causa:

“Forse è la musica classica che arriva dalle pareti sottili della stanza vicina, o il fatto che il nostro cane stia per morire su un tavolo davanti a noi. Forse è qualcos’altro. Ma prima che Jill esca, sorride e ha uno sguardo che dice, «Almeno abbiamo noi due». Che sembra dire, «Possiamo ancora far funzionare le cose». Uno sguardo che dice, «Non preoccuparti. L’amore non ci lascerà»”.

L’amore val bene la vita di un cane. O no?

Un’America diverse ottave sotto quella dei racconti di Poissant (e d’altronde come stupirsi?), a cui corrisponde una prosa senza troppe sbavature, un po’ banalotta.

E il titolo? Il titolo si deve agli animali – gatti, beagle, api, alligatori – che compaiono a vario titolo in diversi racconti. Ma, come ci spiega la bandella, Il paradiso degli animali è anche il titolo di una poesia di James L. Dickey (molto bella, qui per chi la vuole leggere), che si conclude: “Sotto l’albero / cadono / sconfitti / si rialzano /si rimettono in cammino.” Che è, come dice il redattore della bandella “quello che tutti tentiamo di fare”. Da una parte e dall’altra dell’Atlantico, le cui rive, parrebbe, si sono avvicinate di molto.

 

PROUST & Co. Meglio ricostruire l’Io o lasciar perdere?

Proust

Di fronte all’imperativo della scrittura, al compito, per lui, di mettere in salvo la vita che in ogni momento sfugge non solo al presente ma anche alla memoria – insufficiente, lacunosa, e comunque in grado di conservare tutt’al più gli schemi di ciò che fu – Proust riesce nell’impresa di recuperare il vissuto biografico, che permette la Narrazione, soltanto nel momento in cui recupera anche quella parte dell’Io sottratta al tempo che egli chiama l’Io atemporale o eterno, e che costituisce l’Opera in quanto tonalità, voce, Terra Incognita nuovamente cartografata nell’Atlante delle possibili identità umane.

Spesso ci si dimentica che è l’Opera nel senso detto a rendere possibile la Narrazione, cioè la ricomposizione del corpo biografico; così avviene che qualsiasi tentativo di risuscitare brani di esistenza trascorsa venga assimilato alla démarche proustiana, senza tener conto delle premesse su cui quest’ultima riposa.

Occupandomi di merli sul prato di casa mi è capitato di rileggere un racconto di Musil (intitolato appunto Il merlo) e di imbattermi in un passo che descrive un’esperienza opposta al desiderio di recuperare il passato; un’esperienza che mi è famigliare ma della quale non riuscivo a rendere conto:

“Posso ben dire che non mi piace indugiare su me stesso, e il gusto con il quale molta gente contempla le fotografie che la rappresentano in tempi passati, o ricorda quello che ha fatto nel tal posto e quando – tutto questo sistema da Cassa di Risparmio dell’Io – mi è sempre sembrato del tutto incomprensibile.

Non sono particolarmente volubile, né vivo soltanto per il presente; ma quando una cosa è passata, è passato anche l’Io di allora, e se mi ricordo di aver fatto spesso, in altri tempi, la strada in cui mi trovo, o se rivedo la mia casa di prima, sento semplicemente, senza pensarci, una specie di dolore, di avversione per me stesso, come se mi ricordassero un atto vergognoso. Ciò che è stato scorre via, quando si cambia, e mi sembra che, in qualunque modo si cambi, non lo si farebbe se colui che si lascia fosse poi così irreprensibile.”

Non ho mai posseduto una macchina fotografica, ho un vecchissimo cellulare che non fa foto, tutte le foto che ho (fatte da altri) sono infilate alla rinfusa in una cassetta di legno che non viene mai aperta perché sopra c’è una lampada, dei libri ecc., le fasi della mia vita passata le considero andate e concluse, mi infastidisce essere costretta a tornarci sopra (per dire in una conversazione), se vengo confrontata con qualcosa che emerge dal passato (ad esempio, esattamente come nel testo di Musil, se mi capita di trovarmi dopo un certo tempo di assenza in una strada che in un determinato periodo ho percorso spesso) “sento semplicemente, senza pensarci, una specie di dolore, di avversione per me stesso, come se mi ricordassero un atto vergognoso”.

Imputavo questo fatto, scomodo a volte come un sasso in una scarpa, a una mia freddezza, anaffettività, consapevolezza di essere sempre stata in qualche modo inadeguata alle varie circostanze e dunque alla vita nel suo complesso. Ne derivava un più vasto senso di inadeguatezza e di fallimento.

La lettura del passo di Musil mi ha illuminata e rinfrancata. Può ben darsi, in fondo, che proprio il senso di inadeguatezza sia la reazione più corretta al nostro essere nel mondo: se infatti, come dice il testo di Musil, in ogni momento del tempo il nostro Io fosse “così irreprensibile”, perché cambieremmo?

Ho l’impressione che coloro che, senza condividere le premesse in un senso irripetibili di Proust, si dedicano alla (per loro) piacevole occupazione di raccogliere i disiecti membra poetae, debbano essere persone molto soddisfatte di sé. Il che naturalmente è una fortuna.

MUSIL E IL MERLO NEL CORTILE

 

 

 

 

Die Amsel

Ho un giardino piccolo, trascurato, esito a chiamarlo giardino. Però essendo chiuso da due siepi ha un’aria raccolta, mentre un cortile lo vedrei più aperto, ghiaiato.

Anche quest’anno con l’arrivo della primavera una famiglia di merli saltella sull’erba senza curarsi del cane che si avventa pro forma; qualcosa gli dice che è un cane velleitario, a distanza ravvicinata avrebbe paura.

In questa stagione i merli non sono merce rara, ce n’è un po’ dappertutto. Eppure che frequentino il mio giardino – che accettino di frequentare il mio giardino – mi sembra un onore per me e da parte loro una degnazione. Voglio dire che una vita selvatica si offra così, familiarmente, alla vista se non al contatto.

Sono affezionata a questi ospiti stagionali, hanno un modo di fischiettare e di saltellare che esprime un ottimismo a oltranza, come se sapessero da fonte sicura che non gli può capitare nulla di male. È un ottimismo discreto, non vuole fare proseliti, non offende i temperamenti atrabiliari; Baudelaire stesso non ne sarebbe offuscato. Non arriva a affermare che i gatti non esistono o che un temporale di prima estate non disperderà la nidiata implume; semplicemente i merli non ci pensano, hanno recepito la lezione evangelica: a ogni giorno basta la sua pena, inutile preoccuparsi, eventualmente si vedrà.

Mi viene in mente che c’è un racconto di Musil intitolato Il merlo. Quando l’ho letto, trent’anni fa, non mi era piaciuto; intanto perché i due protagonisti si chiamano Auno e Adue e questo ha qualcosa di arido; e poi perché non l’avevo capito. Rileggendolo recentemente mi ha colpito il nitore della prosa.

In breve la storia è questa: i due amici, Auno e Adue. si ritrovano dopo essersi persi di vista per parecchi anni. Adue, che ha sempre avuto una tendenza a porsi al limite delle cose, ha tre storie da raccontare all’amico, tre esperienze sulla linea di confine fra il razionale e quello che c’è di là – mistica o altro. Il terzo e ultimo accadimento ha avuto luogo poco dopo la morte della madre, quando un merlo (ma bisognerebbe dire una merla, perché in tedesco Amsel è femminile) si posa sul davanzale della finestra e dice “Sono tua madre”; da quel momento Adue la prende con sé.

Questo racconto è stato scritto fra le due guerre, probabilmente più verso la prima che verso la seconda, in un momento in cui il mondo, e dunque anche i merli, erano ancora significativi – oscuramente se vogliamo, ma significativi.

Ora le cose si sono parecchio sbiadite, come tutti sanno; c’è molta chiacchiera in giro ma il significato latita. Non posso aspettarmi che uno dei merli venga lì a dirmi Sono tua madre; né, ammesso che questo accadesse, mi sentirei disposta a far finta che tutti i conflitti siano sanati come dopo l’Ultimo Giorno.

Mi accontento della fenomenologia dei merli, del loro buon umore che non impegna. Spero che nessun gatto se li mangi e che la siepe, che è vecchia, mal potata e rada al suo interno, offra una protezione sufficiente contro i temporali.