Flannery O’Connor, TUTTI I RACCONTI

Flannery O'Connor

Flannery O’Connor, Tutti i racconti, Bompiani 1990 (VII edizione 2015), € 15

 

È stata Alessandra di Libri nella Mente a consigliarmi qualche tempo fa i racconti di Flannery O’Connor, scrittrice americana morta nel 1964, a trentanove anni, di una malattia ereditaria, e che io non conoscevo affatto. Alessandra ha pubblicato qui un’interessantissima introduzione/recensione al volume dei Racconti, alla quale, come pure a un altro articolo dedicato all’epistolario, rimando chi volesse informazioni approfondite sull’autrice e un quadro interpretativo completo dell’opera.

L’informazione fondamentale, direi, è che Flannery O’Connor era profondamente e risolutamente cattolica. E da cattolica scrive, lo dice lei stessa, non potrebbe mai mettere la sua fede fra parentesi. Tuttavia il lettore non informato, e magari un po’ distratto, probabilmente non se ne accorgerebbe subito, o non se ne accorgerebbe affatto, perché come fa notare Alessandra il cattolicesimo soggiacente alle storie della O’Connor non ha nulla di apologetico né mira a fare proselitismo, non è dichiarato né tantomeno sbandierato; e se possiamo avere l’impressione di un orizzonte cristiano, esso richiama piuttosto la ferocia veterotestamentaria che non la buona novella evangelica, come se i toni apocalittici della Bible Belt avessero stinto su questa scrittrice cattolica che si trovava a vivere nel posto sbagliato.

Nell’articolo citato Alessandra rileva giustamente che il nucleo duro di cattolicesimo che si nasconde in questi racconti e ne costituisce il centro, l’occhio vuoto intorno al quale si avvolge il ciclone, è il mistero. Se non si è disposti ad concedere al mistero il ruolo centrale che gli compete – quasi di luogo fisico – la maggior parte di questi racconti rimarrà enigmatica e lascerà alla fine un senso di insoddisfazione, un’impressione di diffusa, insanabile ingiustizia.

Ora, personalmente il mistero non è cosa che mi piaccia o mi affascini, e anzi mi ricorda il modo in cui il nostro vecchio parroco usava pronunciare questa parola: insistendo sulla esse alla maniera emiliana come per caricare il concetto di tutta la forza che la modernità gli ha sottratto. Tuttavia di fronte a questi racconti o si accetta il mistero, o non si capisce niente.

Diciamo subito che in Flannery O’Connor il mistero non ha nulla a che vedere con i dogmi del cattolicesimo e la loro maggiore o minore indigeribilità. Nei suoi racconti il mistero è come una lacuna, un imprevisto che si apre inaspettatamente nella maglia di eventi altrimenti prevedibili, ripetitivi, calcolati e orchestrati, che fanno la vita di un personaggio psicologicamente forte, volitivo (spesso sono donne, vedove di mezza età “che hanno preso in mano la situazione” e se la cavano meglio dei defunti mariti – e questo fatto, che i ciechi bisognosi di grazia siano nella regola vedove dominanti, potrebbe suggerire qualcosa sul rapporto non facile fra O’Connor e la madre). Per esempio, in Un cerchio nel fuoco, la signora Cope:

[La signora Cope] alzò la paletta, puntandola contro la signora Pritchard. “Io ho la fattoria meglio tenuta della contea e sa perché? Perché lavoro. Ho dovuto lavorare per salvarla e lavoro per conservarla.” E sottolineava ogni parola con la paletta. “Non trascuro niente e non vado in cerca di guai. Come vengono, li risolvo.”

“Ma se venissero tutti insieme…” esordì la signora Pritchard.

“Non vengono tutti insieme,” ribatté la signora Cope, brusca.

Ecco che in queste vite diciamo assestate (ma assestate intorno a un nucleo di insoddisfazione e di conflitto: figli imbelli, o ribelli, o entrambe le cose insieme, fittavoli inaffidabili, parenti odiati), ecco che in queste vite assestate si produce un piccolo evento anodino: un venditore di Bibbie suona alla porta, il toro dei vicini sconfina nella proprietà, tre ragazzi vogliono rivedere il luogo dove uno di loro è cresciuto. Il mistero non è né più né meno di questo: il caso insignificante che piove su una vita con la leggerezza svagata di una piuma e il peso di una tonnellata di ferro. E la distrugge.

Distrugge, diciamo, la struttura di egoistico autocompiacimento; in questo senso il mistero si rivela come l’azione violentemente liberatoria della grazia che offre una possibilità di salvezza. Nei fatti, la persona così “toccata” difficilmente sopravvive, fisicamente o psicologicamente, al crollo della struttura che la reggeva, sicché talvolta l’impressione è piuttosto quella di un fulmine che incenerisce in uno stesso colpo il peccato e il peccatore – per dire che non ci sono in O’Connnor sdolcinature o patetismi, facili pentimenti, conversioni improvvise e di corta durata. L’azione della grazia che si infila nei panni del caso è piuttosto paragonabile alla “spada affilata a doppio taglio” che secondo l’Apocalisse uscirà dalla bocca di Gesù Cristo nell’Ultimo Giorno, e che è citata in uno dei racconti. Il Sud di O’Connor non assomiglia al Sud nostalgico e elegiaco di Capote ma piuttosto a quello feroce di Faulkner.

Vorrei soffermarmi su un aspetto che mi ha colpito. Gli strumenti della grazia, i personaggi che piovono nelle vite bene ordinate dei protagonisti (spesso risalendo il viale della proprietà con l’inquietante insignificanza di un destino che si prepara) non sono affatto personaggi positivi. Spesso sono persone che hanno subito un torto dalla vita, ma nel presente della narrazione essi appaiono disonesti, insulsi, antipatici, e talmente irritanti che il lettore comincia a desiderare ardentemente che qualcuno li faccia fuori. Nel (meraviglioso) racconto Un brav’uomo è difficile da trovare lo strumento della grazia è un evaso che ammazza sei persone innocenti, tre adulti e tre bambini, uno dei quali in fasce. Ma senza arrivare a tanto troviamo tutto un campionario di imbroglioni, teppisti, sfruttatrici senza scrupoli (cioè, che non hanno mai saputo cos’è uno scrupolo), collezionisti di protesi il cui passatempo è sottrarle con l’inganno ai poveri diavoli a cui appartengono, adolescenti da riformatorio talmente diabolici che viene voglia di strangolarli già alla seconda pagina. L’atteggiamento dei protagonisti di fronte all’irrompere di questi strumenti divini non è univoco: alcuni rifiutano una concessione all’altro (rifiutano di considerarlo in qualche modo proprio “pari”) e subiscono una “ritorsione” che è la manifestazione della grazia – se la vogliono capire. Altri hanno la reazione opposta: desiderano accogliere, aiutare, risolvere; una notiziola sul giornale è sufficiente a smuovere la loro coscienza, si sentono chiamati a soccorrere, vanno in cerca di chi ha bisogno, sembrerebbero encomiabili, buoni samaritani in piena regola. Però fanno troppo affidamento sulle loro forze, fanno unicamente affidamento sulle loro forze (c’è per un cristiano peccato più capitale del tralcio che pensa di poter sussistere staccato dalla vite?) e scatenano la catastrofe.

In questi racconti, urticanti in sommo grado, O’Connor si dimostra una scrittrice meravigliosa e una cristiana perfetta. Io però vorrei spostare ora l’attenzione dai protagonisti agli “strumenti della grazia”. Mi riferisco in particolare a due racconti: Gli agi della casa e Gli storpi entreranno per primi. In entrambi i casi in una famiglia composta da un genitore e un figlio, il genitore (in un caso la madre, nell’altro il padre) accoglie in casa una persona che egli giudica bisognosa di aiuto. Per motivi diversi, che possono essere anche sbagliati, il genitore ritiene che il proprio dovere morale nei confronti della persona bisognosa di aiuto sia categorico, quindi continua a accoglierla nella propria casa nonostante le proteste, più o meno apertamente espresse, del figlio e benché la delinquenza incallita dell’“ospite” sia da un certo punto in poi fuori discussione. L’ostinazione di buona volontà finisce in tragedia. Ora, se facciamo un momento astrazione dall’idea di “strumento della grazia”, questo altro che irrompe negli “agi della casa” è, in primo luogo e semplicemente, un Altro, cioè quella coscienza diversa dalla mia, non riducibile alla mia e dunque per me potenzialmente distruttiva di cui parla Sartre. Nel romanzo di Beauvoir L’Invitata (1943, romanzo peraltro a mio avviso bruttissimo), in cui Beauvoir “illustra” la filosofia di Sartre, troviamo una struttura in qualche modo analoga: un’invitata viene accolta nella casa di una coppia. Anche lì finisce in tragedia, ma chi viene ammazzato non è uno degli “accoglienti” bensì l’invitata: l’estranea (=l’altra) intollerabile.

Quello che voglio dire è che se uno sposta il fuoco dell’attenzione dal destinatario della grazia allo strumento, ciò che emerge dai racconti di O’Connor è l’irriducibilità delle singole coscienze (esistenze) che, sul piano umano, non possono che essere tragicamente estranee e dunque potenzialmente distruttive l’una per l’altra.

LOCUS VAGUS

Greto in secca 1

Non c’è luogo altrettanto vago del greto di un fiume. È talmente vago che non si è neanche incominciato a parlarne che già bisogna mettersi a precisare. Ad esempio non tutti i fiumi hanno un greto. Ce l’hanno principalmente quei fiumi che un po’ ci sono e un po’ non ci sono, che sono essi stessi vaghi quanto all’esserci, che hanno un nome e anche un ramo d’acqua quando va bene; un ramo d’acqua che mantiene una contorta posizione nel letto e non necessariamente al centro. Sono fiumi che hanno ponti anche lunghissimi che li scavalcano, cioè scavalcano il letto in corrispondenza di paesi che si fregiano per identificazione del nome del fiume, e si chiamano San Perso d’Enza o Scansano sul Crostolo; ma poi gli abitanti di questi paesi sono sempre un po’ imbarazzati quando si tratta del fiume, perché è un fiume fino a un certo punto, un fiume che più che esserci non c’è e quando passi sul ponte e guardi giù vedi quasi soltanto ghiaia. Si potrebbe dire che vedi il greto. Ma appunto è una cosa troppo vaga per andarne fieri; e anche un po’ misera.

Talmente misera che la gente lo schiva, sta alla larga, finisce che non si raccapezza, se ci capita per sbaglio si perde per mancanza di punti di riferimento. Gli viene il dubbio, a quello che si è perso, che anche le dimensioni del greto siano vaghe e variabili, come il resto. Cammina fino a sera e la sera,  miracolosamente, si ritrova nell’abitato.

Quello che voglio dire è che il greto, appunto perché è un posto misero, è misterioso, e se è misterioso viene il sospetto che sia anche ricco, a un suo modo. Per esempio la gente che ci vive. Gente equivoca, già per il fatto che vivono lì per forza sono equivoci, sono strani, fanno mestieri strani, mestieri che neanche ci sono, raccolgono detriti, raccolgono frammenti di metalli, raccolgono pelli di coniglio, hanno baracche di lamiera ondulata. Sono uomini più che altro, ti guardano male mentre passi, ti squadrano insolentemente mentre passi, si chiedono cosa ci fai lì, cosa ci fai in quel territorio. Già, cosa ci fai tu fra i cespugli di tremoli e i banchi di mota secca, tra i grossi sassi e i ferri arrugginiti, cosa ci fai lì dove cessa ogni coltura e ogni cultura, cosa ci fai lì, in cerca di quale tesoro.

FOGLIA NELLA CORRENTE

foglia nella corrente 3

 

Una foglia che scivola sul pelo dell’acqua è la versione originaria della barchetta di carta, il suo archetipo. Difficilmente manca di catturare un po’ della nostra attenzione e, almeno fin dove riusciamo a seguirla, partecipazione ai suoi casi. Rimarrà impigliata in una radice? Affonderà per il peso dell’acqua assorbita? Poiché sono entrambi governati dal caso, leghiamo al destino della foglia qualcosa del nostro, lo osserviamo con un certo batticuore.

Per esempio pensavo a una brattea di tiglio, quella lamella smilza, ripiegata come un’ala, dal cui centro parte il peduncolo che regge l’infiorescenza, più tardi i frutti. Ce ne sono a migliaia sul finire dell’estate lungo i viali, mucchi di carcasse gialle che volano a ogni soffio perché la brattea pare fatta apposta per la navigazione aerea.

frutti-immaturi-di-tiglio

Anche nella calma di vento cade vorticando incerta; prende tempo, come se non sapesse dove andare a parare. Quando finisce in un corso d’acqua non si perde d’animo. Se la corrente diminuisce, la sua struttura la porta a girare in tondo. Si direbbe che cerchi una via d’uscita; ma senza affanno, e il peduncolo tutto impettito come il tenace soldatino di stagno. La fissiamo con lo sguardo immobile con cui Epicuro, nella caduta parallela degli atomi, fisserebbe la deviazione che dà origine al mondo – come se aspettassimo una deviazione, nella caduta parallela di ciò che fa le nostre vite, che dia origine a qualcosa di inatteso.

La brattea rotea più velocemente, i cerchi si restringono, il vortice la attira, la risucchia; ecco che la risucchia, ecco che l’ha risucchiata, ecco che è costretto a risputarla perché è troppo leggera.

Libera dal gorgo via che va, qua e là sprofondando nel cavo dell’onda come per un vuoto d’aria.

L’AIRONE CINERINO

airone giapponese 3

In questa campagna mezzo coltivata e mezzo no, da gente che non ne ha più voglia e comunque solo per profitto, la fauna selvatica approfitta e esce dalla clandestinità. Non sto parlando dei fagiani che le associazioni venatorie mollano a marzo per spararli a settembre, e sono polli variopinti che ti fissano d’in mezzo a un campo, pieni di sconcerto che le gabbie dell’allevamento si siano così tanto dilatate. Parlo di altre specie di volucres che compaiono nei nostri cieli e sui nostri prati.

Dopo anni di cornacchie ai lati della provinciale, gazze bianconere sui pratini ben rasati, e fra gli alberi dei giardini il frullio colorato delle micidiali ghiandaie; anni in cui il massimo dell’esotico, però in collina, era un’upupa o eccezionalmente un picchio verde, ora d’improvviso, mentre guidi, sei sorpresa da qualcosa di strano su un cavo della luce o del telefono, qualcosa che non torna nelle proporzioni. Quell’uccello lassù è troppo grosso per essere, com’è, relativamente lontano. E poi no, nessun errore: è grosso, seduto raccolto sul cavo o sul palo, solenne, un carattere potente nella coda tozza.

Sempre più spesso ti capita di vederli, questi falchi o girifalchi, che si sostengono in un punto immobile sbattendo furiosamente le ali, la coda sventagliata appena flessa; e piombano giù come sassi, come bestie fulminate e morte, nella verticale della gravità.

Il loro rapporto con la terra si esaurisce nell’afferrare la preda, possono fregarsene della rancorosa malignità dei campi. Ma che dire dei poveri uccelli di terra, i trampolieri che stanno sui prati, nell’umido della guazza in mancanza di acquitrini, solitari ma non sperduti, sdegnosi? Ce n’è uno che vedevo spesso, uno grande, bianco, un airone credo, ma sembrava più massiccio per il collo che teneva ripiegato. Visibilissimo di lontano sul verde dell’erba, visibilissimo e sparabilissimo dal primo cretino che volesse esercitarsi. Amava gli spazi relativamente vasti, riparava sui versanti nascosti delle colline. Spero che non sia morto.

E poi è comparso lui, su una fetta triangolare di prato fra la strada e la ferrovia, uno di quei ritagli di terra che non si sa cosa ci crescerà, se granturco bruciato o franca sterpaglia, con qualche immondizia sparsa lungo il fosso e odore chimico di concime. Lì era l’airone cinerino, un essere mai visto, da favola, di un grigio tendente all’indaco, un’unica linea di un pennello giapponese, diritta dal becco levato al collo alle zampe; e un’altra linea nello stesso tono ma più scura, più interna, dalla commissura del becco all’occhio e intorno all’occhio come in una pittura egizia; e giù, lungo il collo.

Era lì, su un brutto ritaglio di prato fra la strada e la ferrovia dalle parti di San Perso. Ma dove avrà, mi chiedo, la sua casa.

 

Walter Siti, SCUOLA DI NUDO

Scuola di nudo

Walter Siti, Scuola di nudo, Rizzoli, BUR contemporanea, 2014, € 15

Dirò subito che di questo romanzo non ho letto la versione più recente, rivista e scremata dall’autore per l’edizione della Trilogia (Il Dio impossibile: Scuola di nudoUn dolore normale –  Troppi paradisi) uscita per Rizzoli nel 2014, bensì la versione originale del 1994.

Mi sono decisa a leggerlo pur non amando i romanzi dell’abiezione (su questo torneremo), perché di Walter Siti si dice che è uno dei pochi che rimarranno di una fine di XX secolo abbastanza triste. Inoltre, di lui mi piace che non si autopromuove alla maniera fastidiosa di altri.

La sua prosa è letterariamente perfetta. Con questo voglio dire che non è né fintamente letteraria (come accade in autori nei quali è penosamente visibile lo sforzo per raggiungere una dimensione di letterarietà, che gli rimane preclusa perché della letterarietà non hanno idea), né stilizzato al modo di altri i quali, incapaci di uno stile (lo stile non è da tutti), aggirano l’ostacolo elaborando una maniera. Un punto debole potrebbero essere gli inserti lirici (i versi) – in gran parte espunti, a quel che ho capito, dalla versione rivista – e, per i miei gusti, un eccesso di surrealismo nella parte finale (la parte “guatemalteca”).

Sul modo di narrare, quindi, nulla da dire: aderisce perfettamente alla materia e la materia è la vita – il che sembrerebbe banale, ma provate a aderire alla vita senza filtri ideologici né concessioni alla miopia dei lettori, cioè senza luoghi comuni e contro-luoghi comuni, che sono i luoghi comuni alla rovescia e tanto luoghi comuni quanto i primi. Non è facile.

Stabilito questo, che dire di ciò che è narrato? Romanzo di autofiction (il protagonista si chiama Walter Siti ed è un associato in attesa di cattedra, ma è chiaro che non si tratta di un’autobiografia), romanzo-fiume: queste sono un po’ le etichette. Ciò che si manifesta alla lettura è un romanzo al tempo stesso metafisico e psicologico – e aggiungo subito che mi dispiace un po’ che l’approccio psicologico (il ruolo pregresso, illuminato per sprazzi, del padre e della madre carnali), per quanto dematerializzato all’osso, relativizzi l’impianto metafisico. Ho sete di metafisica – dove per metafisica si intende (ed è il caso di specificarlo perché l’ambiguità, ho scoperto, esiste) non un discorso su Dio o sulle realtà inesperibili, bensì un discorso che metta a giorno un’esperibilissima struttura della realtà – che può essere anche psichica, purché vada oltre la psiche individuale e investa una realtà più ampia del soggetto.

È il caso di questo romanzo, per il cui protagonista l’omosessualità diventa la cifra dell’esclusione dal fattuale-positivo: la procreazione (quindi l’essere padre, il legiferare), il successo professionale e esistenziale.

Poiché il tema dell’omosessualità è introdotto, inserisco qui un’osservazione su quelli che chiamo “i romanzi dell’abiezione”. Dall’osservazione discreta di Proust sui “soucis immédiats de propreté” che accompagnano i rapporti omosessuali, passando per Jean Genet in cui il sudiciume materiale e morale è mutato alchemicamente nell’oro della squisita poesia (d’altronde l’edizione del Saggiatore del Diario del ladro è prefata da Walter Siti), l’omosessualità sembra essere il terreno d’elezione della deriva dal genitale all’escrementizio. Una fenomenologia esaustiva del basso ventre, in questo romanzo in cui si tuffano le dita nella cacca come se fosse cioccolata: “Se raggiunge la prostata o la vescica, comunque un bersaglio non erogeno, il piacere è quello di un raschio che fa corrispondere direttamente l’intestino con la trachea. Come quando si sfrega il fondo di una pentola col coltello: una contrazione sgradevole della muscolatura liscia, il conato di vomito di qualcosa che non doveva essere molestato e insieme l’orgoglio d’essersi spinti fin là.”

All’ossessione anatomo-fecale si accompagna la tentazione dell’abiezione morale: il furto, il tradimento, l’abuso di infante, l’omicidio. La tentazione, dico; perché il maltolto, sottratto per amore del gesto, sarà reintegrato nella sua sede, il tradimento lungamente accarezzato non verrà perpetrato, mentre l’infante non mostrerà interesse per il membro offerto. L’omicidio rimarrà l’unica trasgressione reale, ma per una fatalità che è andata di molto oltre l’intenzione, quindi quanto imputabile?

Omosessualità, dicevamo, come cifra dell’esclusione: la contemplazione dei corpi nudi dei culturisti diventa esercizio di estasi gnostica (interessanti, benché fastidiosamente misogini, i riferimenti agli Ofiti nei primi capitoli), impasse di ogni azione e partecipazione, risarcimento estetico fruibile soltanto dagli esclusi. D’altra parte, la passività della fruizione estetico/estatica ha il suo corrispondente narrativo nell’impotenza a penetrare da cui è afflitto il protagonista nella prima parte del romanzo, figura a sua volta di un destino che lo sequestra al di qua di uno schermo, che gli impedisce di entrare veramente nella realtà, di avere su di essa un effetto, di possederla e manipolarla – di prendere, insomma, il posto del padre.

All’impotenza ad assumere un ruolo attivo nel rapporto amoroso corrisponde sul piano esistenziale/professionale l’inettitudine a promuovere la propria carriera accademica. Eternamente soppiantato dall’alter ego eterosessuale e performante Matteo (soprannominato il Cane), Walter è sempre a un passo dall’ottenere la cattedra, ma in fin dei conti non la ottiene mai. La vuole? Non la vuole? Qui come altrove l’ambiguità è totale, tanto che l’odio per il rivale Matteo ha al tempo stesso qualcosa di un attaccamento fatale, come se Walter avesse bisogno di una complementarietà di successo da disprezzare per godersi appieno il proprio fallimento. Il Padre stesso (l’ordinario a cui fanno riferimento sia Walter che Matteo) spinge l’altro, che finirà per prendere il suo posto nella carica di Preside come pure nel letto coniugale, relegandolo al triste ruolo di padre putativo (l’ultimo figlio, il piccolo Luca, non è suo ma di Matteo).

La struttura che abbiamo delineato – da un lato contemplazione, impotenza/insuccesso, livello autentico della coscienza e delle cose; dall’altro azione, potenza sessuale/successo, falsità e impostura – non è tuttavia definitiva. Nel romanzo c’è un movimento, se non proprio uno sviluppo. In seguito a un incontro felice (anzi due) Walter acquista la sicurezza della potenza sessuale; come in un movimento di pendolo, il Padre si schiera dalla sua parte e la cattedra sembra garantita; ma ancora una volta il successo non è che una figura: all’ultimo momento la composizione della commissione varia, la cattedra si vanifica, mentre sul lato dell’eros la ricomparsa di Ruggero – l’amato non desiderato, il contraltare dei magnifici nudi, lui che ha le spalle strette e lo sterno di volatile – instrada l’esistenza di Walter su binari coniugali (d’altra parte, Scuola di nudo può essere letto come un moderno Aut-Aut, in cui all’estetica erotico-contemplativa dei bei nudi si opponga il corpo inestetico del coniugalmente amato, e tutta una parte, dedicata a Ruggero, è una specie di amarissima, recalcitrante e paradossale variazione sul tema della Validità estetica del matrimonio).

L’amore come sentimento durevole e impegno nei confronti dell’altro “finché morte non vi separi” rappresenta un ostacolo all’eros: Ruggero deve morire. È l’unica via d’uscita da una situazione di stallo, e Ruggero infatti muore.

Con la libertà riguadagnata al prezzo di un rimorso, Walter si trova comunque in una situazione modificata: la cattedra svanita al pari del legame stabile non lo proietta nuovamente in uno stato di inferiorità psicologica nei confronti degli integrati e “potenti”. Il Padre è stato soppiantato in tutti i suoi ruoli dal figlio prediletto Matteo, al quale Walter si sente ormai pari grazie alla sicurezza della potenza sessuale. Di fatto Matteo e Walter (che vedremo compiere un rito infantile di fratellanza di sangue) sono i due aspetti complementari dell’adesione al potere, e di una critica al potere che sa quanto sia impossibile fare a meno di esso, cioè quanto l’impostura sia imprescindibile e l’autenticità/sincerità/onestà un miraggio inconsistente e, al limite, controproducente (non solo il mondo non funziona così: l’io stesso non funziona così e ha bisogno dell’impostura).

In questo senso, mi pare, è da intendere la “coda” del romanzo: il soggiorno in Guatemala e la relazione con l’”impostore” José Luís. In Guatemala Walter constata una situazione quasi inimmaginabile di miseria, ingiustizia sociale, dittatura politica, violenza e sopraffazione. Le responsabilità storiche sono individuabili e Walter le individua con precisione, tuttavia il suo impegno a fianco degli oppressi rimane imbelle e maldestro come le stesse (maldestre e velleitarie) organizzazioni di resistenza. Il prodotto positivo del soggiorno guatemalteco è la relazione col sedicente ricco e nobile José Luís, che naturalmente non è né ricco né nobile, è semplicemente uno che fa finta, quindi è quello giusto, dal momento che l’eros, non diversamente dal mondo, funziona sulla base della finzione e dell’impostura.

L’ambiguità di Walter (rispetto al potere, ai rapporti personali, all’onestà) rimane irrisolta fino all’ultima riga: fino all’ultimo Walter spera che qualcun altro – ma non lui – si ribelli alla finzione e smascheri l’impostura. Il che naturalmente non accade.

Già qui si potrebbe dire: “resistere non serve a niente”.