LEPRE NEL GRETO DELL’ENZA

Durer-Leprotto

Passando in macchina sul ponte, magari verso il tramonto, vedi la lepre che sfreccia in diagonale a una velocità pazzesca, neanche avesse dietro tutti i cani dell’Enza. Ti colpisce, mentre la guardi con un occhio e con l’altro la strada, la sua magrezza; è un animale tutto in lungo: ossa lunghe, zampe lunghe, muscoli striati. I muscoli bisogna supporli, visto che corre; ma a vederla diresti che a muoverla è un gioco di molle metalliche. E non ha quel bel colore bruno-fulvo che le fanno i pittori; tira al giallo, come una foglia gialla di pioppo. Ma vedere vedi più che altro la corsa disperata sul terreno scoperto, e sparire nelle isole di arbusti, fra le foglie basse dei pioppi.

Cosa ci sarà da mangiare in una lepre una volta tolti il pelo e le ossa.

Quando tuo padre prendeva la lepre la davano da cucinare alla moglie di Tito. La moglie di Tito sosteneva che la lepre si cucina con l’aceto; per il disturbo ne tratteneva metà. La carne te la ricordi scura, frolla e che sapeva di aceto; inoltre bisognava stare attenti a masticare perché capitava di trovarsi i pallini di piombo sotto i denti.

Ma prima te la ricordi com’era, stesa su un vecchio tavolo in una stanza a pianterreno, rigida, col pelo corto e ispido poverina, che a nessuno verrebbe in mente di farci una pelliccia e nemmeno un manicotto, e schiacciato dove era stato schiacciato contro il carniere, impastato di un po’ di sangue e di altri umori, e quasi sempre un po’ di sangue sul muso. Soprattutto ti ricordi le zampe posteriori così lunghe e dure, protesi pelose estranee alla lepre ti sembrano mentre le tasti curiosamente su quel tavolo nella stanza a pianterreno; non più zampe, zampetti magari, legati a un cordino o in cima a un bastone come uno scettro o uno scempio.

Ora però sono della lepre e la fanno correre, la fanno filare pazzamente sul greto accidentato in direzione di un’isola di arbusti e foglie basse, la fanno filare su un terreno irregolare di ghiaia, su un terreno di sabbia e di ghiaia la fanno filare, su un terreno vago e senza senso che potrebbe non finire mai mentre tu passi in macchina sul ponte e la guardi affascinato, però con un occhio anche alla strada perché sei pur sempre su un ponte e d’accordo che la vita è un greto senza senso tuttavia non vorresti finire di sotto.

Corri lepre pensi, scampa.

2 thoughts on “LEPRE NEL GRETO DELL’ENZA”

  1. Non so se questo pezzo nasce dalla tua fantasia o da esperienza vissuta, ma se da piccola avessi assistito a una cosa simile non avrei dormito per una settimana. Ricordo che per un canarino morto nella gabbia mi agitai per tre giorni. Bellissima la parte finale, non potevi scriverla meglio.

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    1. Grazie, sei molto gentile. Sono ricordi di cose vissute, in effetti. Oltre alla caccia, in campagna si allevavano conigli e galline, ovviamente per mangiarseli. La compassione buddista era piuttosto sconosciuta nell’ambiente. A me, da bambina, gli animali uccisi (i conigli soprattutto, così dolci) comunicavano una specie di anticipazione tragica della durezza e malvagità del mondo, qualcosa di dato e di necessario contro cui era impossibile combattere (altra cosa gli animali da compagnia, lì ho fatto anch’io le mie belle gnolate).

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