PIOGGIA SULL’ACQUA DEL FIUME

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In un film di Jean Renoir tratto da un racconto di Maupassant, Una gita in campagna, un vecchio film in bianco e nero e con un audio pessimo, c’è una scena d’amore in un rifugio di arbusti sulla riva della Senna. È un amore ingenuo e senza futuro, a cui segue l’ammassarsi delle nubi all’orizzonte, l’erba piegata dal temporale, la pioggia sul fiume. La macchina da presa fugge all’indietro e riprende la pioggia che impatta sulla corrente e scava buche effimere come piccoli crateri. L’acquazzone ci appare della stessa natura della sua anticipazione nella scena precedente: la lacrima che scivola sul cerone dell’eroina e sgorga da un eccesso di sensualità colmata, di stupore per la profondità della natura, di rimpianto per tutto questo che appena trovato è già perduto.

Pioggia sul fiume, acqua sulla corrente, acqua che tempesta sull’acqua; quasi niente aria. È singolare come questa idea ci affascini: di trovarci fra l’acqua e l’acqua, con appena un po’ d’aria fra i fitti strascichi di pioggia, e il petto oppresso e esaltato per la difficoltà di respirare.

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LEPRE NEL GRETO DELL’ENZA

Durer-Leprotto

Passando in macchina sul ponte, magari verso il tramonto, vedi la lepre che sfreccia in diagonale a una velocità pazzesca, neanche avesse dietro tutti i cani dell’Enza. Ti colpisce, mentre la guardi con un occhio e con l’altro la strada, la sua magrezza; è un animale tutto in lungo: ossa lunghe, zampe lunghe, muscoli striati. I muscoli bisogna supporli, visto che corre; ma a vederla diresti che a muoverla è un gioco di molle metalliche. E non ha quel bel colore bruno-fulvo che le fanno i pittori; tira al giallo, come una foglia gialla di pioppo. Ma vedere vedi più che altro la corsa disperata sul terreno scoperto, e sparire nelle isole di arbusti, fra le foglie basse dei pioppi.

Cosa ci sarà da mangiare in una lepre una volta tolti il pelo e le ossa.

Quando tuo padre prendeva la lepre la davano da cucinare alla moglie di Tito. La moglie di Tito sosteneva che la lepre si cucina con l’aceto; per il disturbo ne tratteneva metà. La carne te la ricordi scura, frolla e che sapeva di aceto; inoltre bisognava stare attenti a masticare perché capitava di trovarsi i pallini di piombo sotto i denti.

Ma prima te la ricordi com’era, stesa su un vecchio tavolo in una stanza a pianterreno, rigida, col pelo corto e ispido poverina, che a nessuno verrebbe in mente di farci una pelliccia e nemmeno un manicotto, e schiacciato dove era stato schiacciato contro il carniere, impastato di un po’ di sangue e di altri umori, e quasi sempre un po’ di sangue sul muso. Soprattutto ti ricordi le zampe posteriori così lunghe e dure, protesi pelose estranee alla lepre ti sembrano mentre le tasti curiosamente su quel tavolo nella stanza a pianterreno; non più zampe, zampetti magari, legati a un cordino o in cima a un bastone come uno scettro o uno scempio.

Ora però sono della lepre e la fanno correre, la fanno filare pazzamente sul greto accidentato in direzione di un’isola di arbusti e foglie basse, la fanno filare su un terreno irregolare di ghiaia, su un terreno di sabbia e di ghiaia la fanno filare, su un terreno vago e senza senso che potrebbe non finire mai mentre tu passi in macchina sul ponte e la guardi affascinato, però con un occhio anche alla strada perché sei pur sempre su un ponte e d’accordo che la vita è un greto senza senso tuttavia non vorresti finire di sotto.

Corri lepre pensi, scampa.

APOLOGHI E AFORISMI PER UNA SETTIMANA scelti da Elena Grammann

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Giovedì 9 marzo # SANZIONI DISCIPLINARI

Di fronte al Consiglio di Classe, riunitosi per decidere se comminargli o no una sanzione disciplinare, lo studente si scusa con l’insegnante a cui aveva mancato di rispetto. Ribadisce comunque che aveva ragione lui e si congeda augurando a tutti in bocca al lupo. (Erminio Rossi, Tutte le frottole della Scuola di Barbiana, Montelupo Fiorentino 2014)

Venerdì 10 marzo # NON SCHOLAE

Un altro studente sequestra l’intera ora di filosofia per cercare di mettere in buca Descartes; non si capisce infatti perché l’opinione di Descartes debba valere più della sua. Nell’ora successiva, nonostante la stagione ancora invernale, affronta il compitino di verbi in maglietta perché solo a pensare ai verbi gli vien da sudare. Punta i gomiti sul banco e si regge la fronte in una mimica di disperazione. A un certo punto si alza per chiedere all’insegnante un chiarimento su un problema che non esiste, tornando al posto mormora distintamente ma sì, l’ipsilon, mica l’ipsilon, ma che ne so io dell’ipsilon… con esasperazione getta il foglio sul banco e se stesso sulla sedia. Non c’è dubbio che lo studente sia pronto. Non scholae naturalmente, sed vitae. Ci si chiede cosa ci faccia ancora, in quel contesto inadeguato alla sua maturità. Poiché è ampiamente maggiorenne, dovrebbe avere il coraggio di uscire dalla darsena e navigare in mare aperto. Chissà perché non lo fa. (Erminio Rossi, op.cit.)

Sabato 11 marzo # OPERAI

I personaggi di Balzac, dice l’insegnante, sono esseri capaci di grandi passioni, sono nature ancora romantiche che vanno a schiantarsi contro una realtà governata dalle leggi del denaro. Nel Curato del villaggio per esempio, una donna molto ricca, ma che non può disporre del suo denaro perché la dote delle mogli era gestita interamente dai mariti, si innamora di un giovane operaio… Di un operaio? chiede con un sobbalzo la studentessa biondo platino. Questa non se la aspettava. Balzac le è irrimediabilmente scaduto. (Brenno Zaccagnini, Oscillazioni storiche della coscienza di classe, Quaderni della Fondazione Bicocchi, Gavasseto 2013)

Domenica 12 marzo # COGITOR

Cogitor ergo sum dice la collega n.1, questo pensiero mi dà un enorme conforto. La collega n.2 dapprima non coglie correttamente. È talmente abituata a pensare in termini di sistemi (il discorso, il linguaggio, la mappa…) che, sebbene sappia che la collega n.1 è cattolica, sul momento non ci arriva, non capisce che conforto possa venirle dal pensare di essere un elemento che riceve il suo senso da un sistema. È soltanto mezz’ora più tardi, mentre se ne torna a casa in macchina, che le si spalanca la dimensione teologica: è chiaro: il complemento d’agente del cogitor non è un sistema, bensì il Padreterno in persona. La collega n.1 trova un grande conforto nell’idea di essere pensata dal Padreterno, così torna. Lei invece, pensa la collega n.2, non ci vede quella gran consolazione a essere con un piede dentro e uno fuori dalla mente di Dio; anzi trova questa dipendenza perfino più irritante. E per quel che la riguarda, a parte tutto: perché Dio dovrebbe pensare qualcosa di così ridicolo? (Margaid Lefébure, Comment pensent les croyants, Quimper 1998)

Lunedì 13 marzo # PECORELLE

Un giorno una pecora, senza averne propriamente l’intenzione, uscì dal recinto e si smarrì. Subito non se ne accorse nemmeno. Trotterellava di buona lena attraverso paesaggi sconosciuti che la incuriosivano. Va anche detto che la bestia, poverina, aveva una tendenza alla depressione; quindi non è che quello che vedeva suscitasse in lei veri e propri entusiasmi; non le faceva nemmeno paura però, e comunque era sicura di ricordare benissimo la via del ritorno. Così continuò a camminare senza preoccuparsi finché cominciò a scendere la sera e tutto si fece più buio. La pecorella avanzava adesso con una certa fatica, quello che vedeva intorno – o meglio che non vedeva perché in effetti faceva buio – la tediava; aveva l’impressione di infilarsi sempre più profondamente in un buco che lei stessa scavava col muso attraverso un’infinita collina. Oltretutto sapeva benissimo che prima o poi sarebbe stata divorata, o sarebbe scivolata con le zampe davanti in un precipizio e si sarebbe sfracellata sulle rocce sottostanti. Allora pensò al recinto, e se non fosse meglio tornarvi; ma intanto non era più così sicura di ricordare la strada e poi si era talmente abituata a camminare dritto davanti a sé che la soluzione di andare a sbattere dopo pochi passi contro una rete non le sembrava praticabile. Scavare col muso nel buio era senza dubbio più faticoso e forse privo di senso, ma aveva un qualcosa, non avrebbe saputo dire, un qualcosa a cui non poteva rinunciare. Nel frattempo il pastore, che si era accorto di aver perso una pecora, lasciò le altre, che tanto non si muovevano di lì, e si mise a cercarla. Più la cercava, più gli sembrava che quella pecora fosse la più importante del gregge e che fosse assolutamente necessario recuperarla e riportarla nel recinto. Finalmente individuò le tracce e prese a seguirle mormorando di tanto in tanto ma guarda te dove è andata a infilarsi, ma guarda te dove è andata a infilarsi; e scuoteva la testa. Poiché il pastore era di stirpe divina, quindi costantemente accompagnato da un alone luminoso, la pecora lo vide prima che lui vedesse lei. Lo immaginò che si avvicinava, tutto contento di averla trovata, tutto contento per lei prima che per sé; lo vide che se la caricava belante e scalciante sulle spalle, percepì con assoluta chiarezza come l’avrebbe tenuta saldamente, con le due mani, per le zampe posteriori e anteriori, come lei avrebbe sgroppato invano come quei conigli che si accoppano con una botta alla nuca e da morti scalciano ancora. Non si può dire che prese una decisione, la visione fu già la decisione: partì al galoppo dentro una vasta macchia di spini talmente fitta e impenetrabile che lì di sicuro nessuno l’avrebbe trovata. (AA.VV., Il Vangelo narrato ai dubbiosi, Edizioni San Paolo 2003)

Martedì 14 marzo # FILOLOGIA

Dice lo stolto nel suo cuore: Dio non esiste. – È una traduzione sbagliata, sa? Il verbo ebraico non indica l’esistenza ma l’agire. Bisogna intendere: “Dice lo stolto nel suo cuore: Dio non agisce.” Come dire rimane senza effetto. – Dice così? – Sì. – Non posso che essere d’accordo. (Günter Esch, Rabbi Shimun und ich, Elbing 1927)

Mercoledì 15 marzo # EMANCIPAZIONE

Dopo sette secoli di ossequio alla chiesa cattolica, sembra che l’unico modo che gli scrittori italiani hanno trovato per esprimere la loro autonomia sia tematizzare il buco del culo. Viene spontaneo chiedersi se ci troviamo di fronte a un passaggio alla maggiore età o a una regressione alla fase anale. (Guido Sperlon, Tendenze nella letteratura italiana contemporanea, Carocci 2010)

ELOGIO DELLA CASTITÀ

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Quando il Decano Wurt entrò nella stanza, Dom Baliano, il Priore dei Lunghi Mantelli, nascose nelle pieghe del suo (un finissimo panno nero con orlature viola) l’amante-scricciolo che non aveva avuto il tempo di congedare.

Il Decano notò un movimento fra le falde, ma intanto il mantello era di Dolce e Gabbana, e poi il viso del Priore appariva così brunito, così ripiegati negli angoli gli occhi e la bocca come mesti beccucci di teiera, che preferì far finta di niente. Sedette su uno scranno di pietra. Benché un piccolo fuoco crepitasse nel camino pure di pietra la stanza era fredda, il che spiegava che il padrone di casa sedesse avvolto nel mantello. Il Priore fece cenno al servente che versò l’idromele e si ritirò.

– L’immoralità, si lamentò il Decano davanti alla coppa, dilaga.

– Oh, è terribile, rincarò il Priore, e la castità non è tenuta in nessun conto.

– Peggio, è dileggiata; è diventata una vergogna da nascondere.

– Giusto: più si fornica più si vale. Questa è la lezione del mondo, in barba ai gigli di San Luigi.

– E alla verga fiorita di San Giuseppe.

– E alla chierica di Sant’Antonio.

– E alla colomba di Sant’Eulalia.

– E ai testicoli di Origene.

– Quello però non era un santo.

– Giusto. Torniamo a noi. E quindi?

– E quindi dobbiamo fare qualcosa, disse il Decano.

– Una crociata! esclamò il Priore. Una crociata della castità! E riunì più saldamente i lembi del mantello perché l’uccelletto nascosto fra le pieghe, al quale aveva pur detto di non muoversi, cercava di saltellare e frullava le ali.

– Sì, disse il Decano spaventato dalla mole di lavoro che sarebbe stata necessaria, ma chi la organizza?

Dom Baliano offrì i suoi servigi sperando di aggiungere al viola del bordo una passamaneria di certi colori che sapeva lui.

Discussero a lungo i dettagli: le giornate di preparazione, i campi giovani, la mensa dei campi giovani, le latrine dei campi giovani, le divise degli scout della castità, se dovessero o no portare una fascia bianca al braccio come il giorno della cresima, e dove fosse opportuno collocare le sentinelle antilibidine, e di quali armi si dovessero dotare. Durante tutto questo tempo il Priore stringeva sempre di più il mantello per contenere i sussulti spasmodici della bestiola che non voleva saperne di star quieta.

Quando il Decano se ne fu andato, Dom Baliano frugò fra le pieghe del finissimo panno per estrarre l’amante mignon (ottantatré centimetri dalla sommità della testa all’estremità dei piedi. Gli piacevano piccole, delle bamboline). Ci rimase male, tanto che in faccia era tutto ripiegato in giù e sembrava proprio una teiera di peltro, quando il corpicino cadde mollemente sull’impiantito e egli dovette constatare che la cosina era morta soffocata.