I CONSOMMÉ DI CORTELLESSA

consomme

Vous m’offrez du brouet quand j’espérais des crèmes!

(Cyrano de Bergerac, atto III, scena 6)

C’era, in una stradina della cittadina fra l’Appennino Mordianese  e il Fiume, un negozietto lungo e stretto che era l’Antro dell’Arrotino. Di quell’Arrotino, precisamente, dove ho comprato il coltello col manico di corno. Un giorno sono scomparsi, lui e la virago wagneriana che gli era moglie o sorella; immagino abbiano fatto ritorno in Valhǫll. Fatto sta che al posto dell’arrotino a un certo punto è comparsa una libreria-enoteca-casa editrice con tanto di tavolinetto sul marciapiedi per l’esposizione dei libri e, secondo un uso che si diffonde, ciotola d’acqua per cani assetati. Come possano una libreria, un’enoteca con degustazione e una casa editrice trovare spazio in scarsi dodici metri quadri mi è un enigma, ma che so, magari il retrobottega ha mantenuto un accesso alla grandissima sala di Valhǫll. Comunque il posto è misterioso, le due signore intente, nella penombra del fondo, a profondissime ricerche sullo schermo di un computer incutono timore; mai le disturberesti per un’informazione o profaneresti lo spazio sacro con la tua girellante presenza. Quindi, e benché nutra un vivo interesse per i libri, il vino e le possibilità di pubblicazione, io nella libreria-enoteca-casa editrice non ci sarei mai entrata, non fosse per il tavolinetto sul marciapiede. Sul quale un giorno d’autunno, e come piovuta anch’essa dagli alberi, trovo una distesa di libri in inusitata veste tipografica delle sconosciute edizioni Exòrma. Ci sono manuali, c’è un testo di narrativa di cui potete leggere qui, ma soprattutto c’è Con gli occhi aperti. 20 autori per 20 luoghi. A cura di Andrea Cortellessa (che avete già incontrato qui). Perbacco mi dico, un’antologia canonizzante di Andrea Cortellessa, e recente anche, appena uscita, più up to date di così si muore, giusto quello che fa per me che tendo sempre a rimanere indietro di quei venti-trent’anni. Giro il volume e in quarta di copertina le parole in neretto Venti fra i migliori narratori e poeti della nostra nuova letteratura finiscono di convincermi: acquisto il libro per la non proprio modica cifra di € 21.

Devo trattenermi a stento dal leggere per strada, tanta è la mia voglia di vedere come scrivono venti fra i migliori narratori e poeti della nostra nuova letteratura. A casa mi attende un primo, leggero disappunto: questo prodotto “di un progetto […] di ergonomia grafica e tipografica” (come si legge sul sito dell’editore), almeno limitatamente alla rilegatura non è ergonomico per niente: per riuscire a leggere bisogna tenerlo aperto con due mani; se tenti di farlo con una mano sola, magari perché nell’altra hai una tazza di tè o così, rischi una tendinite. Questa sembrerà una cosa del tutto marginale, una cosa che non c’entra con la letteratura; ma dal momento che ultimamente si fa un gran parlare del corpo, gli intellettuali si sono messi che leggono e scrivono e valutano col corpo, nella presente antologia gli autori visitano i luoghi col corpo (e chissà con che li visitavano prima), be’ allora una tendinite è senz’altro una cosa del corpo. Però è chiaro che non mi ci soffermo più di tanto sulla non-ergonomicità della rilegatura; anzi, mi dico, è giusto, a che ti serve una mano libera, bisogna concentrarsi sulla lettura, ci vuole un impegno totale, questo non è mica intrattenimento, questa è letteratura di quella vera, di quella che ti riempie e ti gratifica anche senza tè, è roba seria, Cortellessa lo chiarisce subito nell’introduzione, quando dice che questi testi posseggono

“una qualità sperduta che li rende irriducibilmente disfunzionali per l’industria editoriale. Non potranno mai ridursi insomma, questi, a «compitini» (© Sara Ventroni) da produrre – e consumare – in serie.”

Dicevo l’introduzione di Cortellessa. Ma è un’introduzione? La parola compare soltanto nell’indice, e fra parentesi; si pone, quello di Cortellessa, come un testo consustanziale agli altri, non staremo mica a fare un discorso di generi, qui fra l’altro di generi non si può proprio parlare, e anche la distinzione fra letteratura e critica è un po’ che gli sta stretta, ai critici. Quello di Cortellessa vuol essere un testo come gli altri, con l’unica differenza che è il testo avvolgente, il testo che li contiene tutti, composto da un lungo excursus iniziale, da una postfazione in forma di dialogo e, in chiusura di ogni singolo contributo, da una conversazione con il relativo autore. In questa ricca legatura, che introduce al progetto e incessantemente ne rende conto, sono incastonate le venti creazioni dei venti autori.

Nell’eruditissimo excursus introduttivo (trenta pagine, seguite dalle sei di una Nota che di fatto è una bibliografia ragionata in corpo 9), Cortellessa esamina le residue chance della letteratura di viaggio – allo stesso tempo caso particolare e possibile paradigma innovativo di uno sguardo impregiudicato sul reale che il Novecento pareva aver reso assai improbabile. Il titolo dell’antologia, Con gli occhi aperti,

“inverte quello di un capolavoro in molti sensi rappresentativo della tradizione modernista, il romanzo pubblicato da Federigo Tozzi nel 1919 (ma scritto qualche anno prima), Con gli occhi chiusi: ad annunciare un secolo che, chiusi i conti col naturalismo di quello precedente e archiviato il mondo esterno, si sarebbe immerso nello spazio ancora più vasto e inesplorato dell’inner space: la vita interiore della psiche e degli affetti”.

Ma anche volendo riaprirli, gli occhi, come fare per vedere le cose senza lo spesso filtro postmoderno di tutto ciò che sappiamo su di esse? Quali luoghi presumiamo ancora di poter visitare, se già nel 1955, in Tristi tropici, Claude Lévi-Strauss decretava la Fine dei viaggi? Dal momento che l’Occidente ha insozzato e omologato il villaggio globale, come possiamo pensare di imbatterci in qualcosa di veramente diverso? E se anche ci accadesse di incappare, a casa nostra o altrove, nel diverso e nel nuovo, come potremmo vederlo, se ogni oggetto di possibile conoscenza è già stato schedato e catalogato, interpretato definito e digerito?

Tentare una via, scoprire un passaggio a nord-ovest evitando le secche di un maldestro realismo di ritorno, ecco la sfida che Cortellessa propone ai venti fra i migliori narratori e poeti della nostra nuova letteratura. Una sfida epica se non epocale, la cui posta in gioco è come primo movimento il riappropriarsi dei luoghi, che prelude sulle lunghe distanze alla sostituzione della storia con la geografia. Una sfida che attraverso tutto il testo avvolgente di Cortellessa si mantiene su registri alti, a livelli di riflessione adeguati all’enjeu.

Ciò che stupisce, invece, è il livello di insignificanza della maggior parte dei testi prodotti dai venti fra i migliori ecc. Non di tutti, della maggior parte; cinque o sei (o anche sette, dipende dai gusti) sono interessanti, notevoli, molto notevoli. Ma il grosso è inesistente. Non che non facciano quello che Cortellessa gli chiede di fare, lo fanno, svolgono coscienziosamente il compito assegnato, spalancano gli occhi svegli o sonnambolici, registrano, o inventano, delle cosine, alludono mistericamente a delle cosone, per enigmata però, non sia mai che il profanum vulgus ci capisca qualcosa, si tengono su livelli rarefatti, qualità garantita, letterarietà certificata, ma nella premura di tenersi lontani dall’aglio di bassa cucina producono dei brodini magri magri, insapori, in cui, come si dice in tedesco, es gucken mehr Augen rein als Augen raus: sono più gli occhi (degli speranzosi lettori) che guardano nel brodo che non gli occhi (=i tondi di grasso, la sostanza della lettura) che dal brodo guardano fuori.

Si può obiettare che non ho la competenza per giudicare, che ciò che a me pare scipitino è precisamente lo stigma del letterario autentico: che recede e si cancella per far posto alla cosa. Nell’ipotesi tuttavia che io sia invece in grado di distinguere fra un consommé delicato e nutriente e una tazza di acqua calda in cui nuotano sparuti filamenti di carota, dirò che per più di una dozzina dei venti fra i migliori narratori e poeti si ha l’impressione che rifiutino di fare il brodo col dado – e questo va a loro onore – ma che allo stesso tempo non dispongano del taglio di carne giusto, che si arrangino come possono con resti di frattaglie, cartilagini, frammenti di osso, producendo un vago liquido di colore grigiastro.

Perché questo? Non sono bravi? La sfida che hanno accettato è superiore alle loro forze? Non saprei, della maggior parte di loro non conosco nessuna “prova” oltre al testo inserito nell’antologia. È sempre possibile che Cortellessa, nella smania di definire nuovi canoni, abbia preso qualche granchio. Ma può anche darsi invece che la sfida sia in sé impossibile, che questo reale, che i narratori e poeti sono invitati a guardare ognuno con i propri occhi (“Perché ogni occhio” conclude Cortellessa un pelino banalmente la sua introduzione “è un mondo nuovo”), che questo reale sopravvissuto (forse) al Novecento sia in sé così inconsistente, così dubbio e fantasmatico che nonostante ogni maestria i foglietti su cui l’occhio lo deposita si rivelano giusto buoni da appallottolare e adoperare per accendere il fuoco.

Che dire dunque, concludendo, della silloge? Che, come per la famosa collana della regina nella novella di Maurice Leblanc, la montatura è buona; la maggior parte dei diamanti, invece, sono di vetro.

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Andrea Cortellessa (a cura di), Con gli occhi aperti. 20 luoghi per 20 autori, Exòrma 2016, 360 pag., € 21

 

3 thoughts on “I CONSOMMÉ DI CORTELLESSA”

  1. Mi piacciono questi tuoi post schietti, lanciati a briglia sciolta, e comunque mai privi di un ragionare colto ed elegante. Di questi venti autori conosco per nome solo Andrea Bajani (finora mai letto).

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    1. Io ne conoscevo di nome circa la metà, ma avevo letto qualcosa solo di un paio. Non ho detto chi mi è piaciuto di più e chi (parecchio) di meno perché avrei dovuto giustificare il giudizio e questo avrebbe richiesto diversi altri post che non è proprio il caso di scrivere. Mi interessava rendere conto del senso della pubblicazione e dell’eventuale raggiungimento degli scopi che si era prefissa.
      Ti ringrazio delle tue gentili parole: quando quello che scrivo ti piace sono sempre molto contenta!

      Liked by 1 persona

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