LE DONNE DEI CLUB LIONS (Un sonetto di Elena Grammann)

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Le donne dei club Lions assomigliano

A tutto tranne che a leonesse o parde.

Da omeri secchi al pari di spingarde

Gli pendono i vestiti che le abbigliano

 

Mezzo-eleganti; a loro si apparigliano

Mariti vecchi quasi come sarde

Pressate in un barile, le cui tarde

Galanterie nell’alta età si impigliano.

 

Ma ecco che entra lei: il grasso, bellissimo

Viso ultrasettantenne senza ruga;

Mancò per qualche tempo; se impedita

 

Da cruccio o infermità non è certissimo.

Fino alla tempia il sopracciglio in fuga

Disegnò all’egiziana la matita.

 

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AFORISMI PER UNA SETTIMANA scelti da Elena Grammann (19-25 febbraio)

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Domenica 19 febbraio # PULVISCOLO ATMOSFERICO

Quando Dio creò il mondo e giudicò che fosse cosa buona, creò assieme al resto il pulviscolo atmosferico e trovò anche quello molto buono. Poi si accorse che il pulviscolo si depositava e dava al mondo un’aria sporca, ammuffita, vecchia e non proprio così buona. Allora creò la donna affinché lo togliesse. (Annette Köstner, Die Frau in der Bibel, Köln, Dompresse 1972)

Lunedì 20 febbraio # RIPULITURE

Di fronte alla necessità, in cui da sempre si trovano le parti di mondo occupate dalle aggregazioni sedentarie umane, di essere regolarmente ripulite, è naturale che affiori più di un dubbio circa l’idea che il mondo nel suo complesso sia stato fatto espressamente per l’uomo. (Giovanni D’Accorso, Per un’ecologia radicale, Bari 1994)

Martedì 21 febbraio # IGIENE PERSONALE

La superficie del nostro corpo continuamente aggrega e secerne lerciume, tanto da rendere necessaria un’incessante opera di detersione. Nulla più di questo fatto, mi pare, è indice della nostra condizione mortale; la morte essendo semplicemente lo stato in cui il lerciume non è più asportabile. (Stephen Maturin, A Physician’s Thoughts on Death and Resurrection, London 1785)

Mercoledì 22 febbraio # METAFORA

Per quasi tre secoli i francesi sono stati in Europa i campioni della razionalità. Poi hanno scoperto Nietzsche e sono diventati i funamboli della metafora. (Bogdan Stefanescu, Faut-il avertir les Français de leur déclin? Lille, Presses universitaires 1973)

Giovedì 23 febbraio # ANALOGIA

Una metafora si basa su un’analogia. Ma bisogna stare attenti perché, come fa notare Musil, da un punto di vista analogico fra la bocca e l’ano non c’è quella gran differenza. (Fernando Inciarte, Eindeutigkeit und Variation, Freiburg i. B. 1973)

Venerdì 24 febbraio # RELIGIONI

Il problema delle religioni abramitiche è che prendono le metafore alla lettera. Il cristianesimo, che era sulla buona via per emanciparsene, è incappato nella trappola del diritto romano. (Nicola Logrosso, La lettera uccide, Edizioni Paoline 2007)

Sabato 25 febbraio # MODELLI

Per ognuna delle nostre passioni o atteggiamenti c’è da qualche parte un modello che ne evidenzia il carattere falso, patetico, o francamente ridicolo. (Emilia Galotti, Die Leidenschaften im Spiegel der Literatur von der Romantik zum Realismus, Promotionsschriften der Ruhr-Universität Bochum 2004)

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I CONSOMMÉ DI CORTELLESSA

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Vous m’offrez du brouet quand j’espérais des crèmes!

(Cyrano de Bergerac, atto III, scena 6)

C’era, in una stradina della cittadina fra l’Appennino Mordianese  e il Fiume, un negozietto lungo e stretto che era l’Antro dell’Arrotino. Di quell’Arrotino, precisamente, dove ho comprato il coltello col manico di corno. Un giorno sono scomparsi, lui e la virago wagneriana che gli era moglie o sorella; immagino abbiano fatto ritorno in Valhǫll. Fatto sta che al posto dell’arrotino a un certo punto è comparsa una libreria-enoteca-casa editrice con tanto di tavolinetto sul marciapiedi per l’esposizione dei libri e, secondo un uso che si diffonde, ciotola d’acqua per cani assetati. Come possano una libreria, un’enoteca con degustazione e una casa editrice trovare spazio in scarsi dodici metri quadri mi è un enigma, ma che so, magari il retrobottega ha mantenuto un accesso alla grandissima sala di Valhǫll. Comunque il posto è misterioso, le due signore intente, nella penombra del fondo, a profondissime ricerche sullo schermo di un computer incutono timore; mai le disturberesti per un’informazione o profaneresti lo spazio sacro con la tua girellante presenza. Quindi, e benché nutra un vivo interesse per i libri, il vino e le possibilità di pubblicazione, io nella libreria-enoteca-casa editrice non ci sarei mai entrata, non fosse per il tavolinetto sul marciapiede. Sul quale un giorno d’autunno, e come piovuta anch’essa dagli alberi, trovo una distesa di libri in inusitata veste tipografica delle sconosciute edizioni Exòrma. Ci sono manuali, c’è un testo di narrativa di cui potete leggere qui, ma soprattutto c’è Con gli occhi aperti. 20 autori per 20 luoghi. A cura di Andrea Cortellessa (che avete già incontrato qui). Perbacco mi dico, un’antologia canonizzante di Andrea Cortellessa, e recente anche, appena uscita, più up to date di così si muore, giusto quello che fa per me che tendo sempre a rimanere indietro di quei venti-trent’anni. Giro il volume e in quarta di copertina le parole in neretto Venti fra i migliori narratori e poeti della nostra nuova letteratura finiscono di convincermi: acquisto il libro per la non proprio modica cifra di € 21.

Devo trattenermi a stento dal leggere per strada, tanta è la mia voglia di vedere come scrivono venti fra i migliori narratori e poeti della nostra nuova letteratura. A casa mi attende un primo, leggero disappunto: questo prodotto “di un progetto […] di ergonomia grafica e tipografica” (come si legge sul sito dell’editore), almeno limitatamente alla rilegatura non è ergonomico per niente: per riuscire a leggere bisogna tenerlo aperto con due mani; se tenti di farlo con una mano sola, magari perché nell’altra hai una tazza di tè o così, rischi una tendinite. Questa sembrerà una cosa del tutto marginale, una cosa che non c’entra con la letteratura; ma dal momento che ultimamente si fa un gran parlare del corpo, gli intellettuali si sono messi che leggono e scrivono e valutano col corpo, nella presente antologia gli autori visitano i luoghi col corpo (e chissà con che li visitavano prima), be’ allora una tendinite è senz’altro una cosa del corpo. Però è chiaro che non mi ci soffermo più di tanto sulla non-ergonomicità della rilegatura; anzi, mi dico, è giusto, a che ti serve una mano libera, bisogna concentrarsi sulla lettura, ci vuole un impegno totale, questo non è mica intrattenimento, questa è letteratura di quella vera, di quella che ti riempie e ti gratifica anche senza tè, è roba seria, Cortellessa lo chiarisce subito nell’introduzione, quando dice che questi testi posseggono

“una qualità sperduta che li rende irriducibilmente disfunzionali per l’industria editoriale. Non potranno mai ridursi insomma, questi, a «compitini» (© Sara Ventroni) da produrre – e consumare – in serie.”

Dicevo l’introduzione di Cortellessa. Ma è un’introduzione? La parola compare soltanto nell’indice, e fra parentesi; si pone, quello di Cortellessa, come un testo consustanziale agli altri, non staremo mica a fare un discorso di generi, qui fra l’altro di generi non si può proprio parlare, e anche la distinzione fra letteratura e critica è un po’ che gli sta stretta, ai critici. Quello di Cortellessa vuol essere un testo come gli altri, con l’unica differenza che è il testo avvolgente, il testo che li contiene tutti, composto da un lungo excursus iniziale, da una postfazione in forma di dialogo e, in chiusura di ogni singolo contributo, da una conversazione con il relativo autore. In questa ricca legatura, che introduce al progetto e incessantemente ne rende conto, sono incastonate le venti creazioni dei venti autori.

Nell’eruditissimo excursus introduttivo (trenta pagine, seguite dalle sei di una Nota che di fatto è una bibliografia ragionata in corpo 9), Cortellessa esamina le residue chance della letteratura di viaggio – allo stesso tempo caso particolare e possibile paradigma innovativo di uno sguardo impregiudicato sul reale che il Novecento pareva aver reso assai improbabile. Il titolo dell’antologia, Con gli occhi aperti,

“inverte quello di un capolavoro in molti sensi rappresentativo della tradizione modernista, il romanzo pubblicato da Federigo Tozzi nel 1919 (ma scritto qualche anno prima), Con gli occhi chiusi: ad annunciare un secolo che, chiusi i conti col naturalismo di quello precedente e archiviato il mondo esterno, si sarebbe immerso nello spazio ancora più vasto e inesplorato dell’inner space: la vita interiore della psiche e degli affetti”.

Ma anche volendo riaprirli, gli occhi, come fare per vedere le cose senza lo spesso filtro postmoderno di tutto ciò che sappiamo su di esse? Quali luoghi presumiamo ancora di poter visitare, se già nel 1955, in Tristi tropici, Claude Lévi-Strauss decretava la Fine dei viaggi? Dal momento che l’Occidente ha insozzato e omologato il villaggio globale, come possiamo pensare di imbatterci in qualcosa di veramente diverso? E se anche ci accadesse di incappare, a casa nostra o altrove, nel diverso e nel nuovo, come potremmo vederlo, se ogni oggetto di possibile conoscenza è già stato schedato e catalogato, interpretato definito e digerito?

Tentare una via, scoprire un passaggio a nord-ovest evitando le secche di un maldestro realismo di ritorno, ecco la sfida che Cortellessa propone ai venti fra i migliori narratori e poeti della nostra nuova letteratura. Una sfida epica se non epocale, la cui posta in gioco è come primo movimento il riappropriarsi dei luoghi, che prelude sulle lunghe distanze alla sostituzione della storia con la geografia. Una sfida che attraverso tutto il testo avvolgente di Cortellessa si mantiene su registri alti, a livelli di riflessione adeguati all’enjeu.

Ciò che stupisce, invece, è il livello di insignificanza della maggior parte dei testi prodotti dai venti fra i migliori ecc. Non di tutti, della maggior parte; cinque o sei (o anche sette, dipende dai gusti) sono interessanti, notevoli, molto notevoli. Ma il grosso è inesistente. Non che non facciano quello che Cortellessa gli chiede di fare, lo fanno, svolgono coscienziosamente il compito assegnato, spalancano gli occhi svegli o sonnambolici, registrano, o inventano, delle cosine, alludono mistericamente a delle cosone, per enigmata però, non sia mai che il profanum vulgus ci capisca qualcosa, si tengono su livelli rarefatti, qualità garantita, letterarietà certificata, ma nella premura di tenersi lontani dall’aglio di bassa cucina producono dei brodini magri magri, insapori, in cui, come si dice in tedesco, es gucken mehr Augen rein als Augen raus: sono più gli occhi (degli speranzosi lettori) che guardano nel brodo che non gli occhi (=i tondi di grasso, la sostanza della lettura) che dal brodo guardano fuori.

Si può obiettare che non ho la competenza per giudicare, che ciò che a me pare scipitino è precisamente lo stigma del letterario autentico: che recede e si cancella per far posto alla cosa. Nell’ipotesi tuttavia che io sia invece in grado di distinguere fra un consommé delicato e nutriente e una tazza di acqua calda in cui nuotano sparuti filamenti di carota, dirò che per più di una dozzina dei venti fra i migliori narratori e poeti si ha l’impressione che rifiutino di fare il brodo col dado – e questo va a loro onore – ma che allo stesso tempo non dispongano del taglio di carne giusto, che si arrangino come possono con resti di frattaglie, cartilagini, frammenti di osso, producendo un vago liquido di colore grigiastro.

Perché questo? Non sono bravi? La sfida che hanno accettato è superiore alle loro forze? Non saprei, della maggior parte di loro non conosco nessuna “prova” oltre al testo inserito nell’antologia. È sempre possibile che Cortellessa, nella smania di definire nuovi canoni, abbia preso qualche granchio. Ma può anche darsi invece che la sfida sia in sé impossibile, che questo reale, che i narratori e poeti sono invitati a guardare ognuno con i propri occhi (“Perché ogni occhio” conclude Cortellessa un pelino banalmente la sua introduzione “è un mondo nuovo”), che questo reale sopravvissuto (forse) al Novecento sia in sé così inconsistente, così dubbio e fantasmatico che nonostante ogni maestria i foglietti su cui l’occhio lo deposita si rivelano giusto buoni da appallottolare e adoperare per accendere il fuoco.

Che dire dunque, concludendo, della silloge? Che, come per la famosa collana della regina nella novella di Maurice Leblanc, la montatura è buona; la maggior parte dei diamanti, invece, sono di vetro.

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Andrea Cortellessa (a cura di), Con gli occhi aperti. 20 luoghi per 20 autori, Exòrma 2016, 360 pag., € 21

 

AFORISMI PER UNA SETTIMANA – scelti da Elena Grammann (8-14 febbraio)

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mercoledì 8 febbraio # EMERGENZE

Emergere è un desiderio diffuso in tutte le categorie, e incredibilmente anche fra gli insegnanti. (Udo Erkenschwick, Gedanken über den Unsinn des Lebens, Leipzig 1924)

giovedì 9 febbraio # PROSCIUTTO

In questa parte di paese, ancor oggi si usano affettare grandi quantità di prosciutto per metterlo sugli occhi. (Eugène Cernan, Considérations sur les charcuteries et autres friandises qu’on tire du porc, Bourg-en-Bresse 1892)

Venerdì 10 febbraio # BUGIE

Un tempo le bugie avevano il naso lungo, oppure le gambe corte. Adesso se ne trovano più spesso con la faccia di bronzo. (Riccardo Fracassa, Aspetti della mitomania, Torino, senza data)

Sabato 11 febbraio # SCIENZE UMANE I

Non c’è nulla di più umano delle Scienze Umane: esse perdonano tutto a chi le pratica. (François Vuillermin, Mon maître Jean Jacques Rousseau, Paris 1932)

Domenica 12 febbraio # SCIENZE UMANE II

Da quando le scienze umane hanno sostituito le scienze divine stiamo tutti molto più comodi. (William Sutterby, Thoughts on Human Progress, Manchester 1939)

Lunedì 13 febbraio: AMORE DELL’UMANITÀ I

Amava l’umanità; baciava e abbracciava tutti con calore; praticava la fratellanza universale. Sul lavoro aveva un unico nemico: l’altro prepotente, il solo che avesse il coraggio di mettergli i bastoni fra le ruote. (Ernesto Gamboni, Vita di un maestro di palazzo, Mirandola 1896)

Martedì 14 febbraio # AMORE DELL’UMANITÀ II

Non diceva mai male di nessuno. Aveva molti amici e tutti erano persone eccellenti, anche quelli di cui si sapeva che non lo erano. Era sua abitudine lodare tutti, sicché essere lodati da lui finiva per diventare qualcosa di avvilente. (Robert Klein, Un salon de province, Lyon 1954)

 

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LODE DEL PERDERSI. Estratto da una conversazione fra Andrea Cortellessa e Paolo Morelli

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[Paolo Morelli è autore, fra le altre cose, di Vademecum per perdersi in montagna, Nottetempo 2003, ed è presente col racconto Mannaggia alla Maiella! nell’antologia Con gli occhi aperti curata da Andrea Cortellessa per Exòrma, da cui è tratta la seguente conversazione.]

Andrea Cortellessa: In questo testo sulla Maiella […], come già nel Racconto del fiume Sangro, è come se la presenza di un’unità geografica, territoriale, ponesse un limite a questa entropia del senso, a questa decostruzione che connota la tua scrittura. La presenza fisica del luogo è per te come un bordone, una corda di sicurezza cui tenersi aggrappati.

Paolo Morelli: Il perdersi equivale al divagare, che anche secondo gli scienziati è il modo dominante del pensiero, la base su cui si costruisce tutto il resto, la concentrazione, i bei ragionamenti eccetera. […] Quanto ai luoghi in sé non so, mi pare che se ne possa parlare solo standone fuori, anche solo con la testa… a rigor di logica, di un luogo si può parlare solo se se ne è assenti. Altrimenti è un crampo del pensiero, induce a pensare che il mondo esista già prima della nostra espressione, e che non sia invece la nostra espressione a dargli forma. Ogni volta che raccontiamo qualcosa, e pensiamo di raccontare una “verità dei fatti”, quei fatti li stiamo inventando. Lo diceva Gianbattista Vico, che la memoria è la stessa cosa della fantasia; se io racconto la mia colazione di stamattina è chiaro che la sto inventando. L’aver dimenticato questo dato elementare è una delle ragioni dell’attuale miseria della narrazione, di questo diktat della drammatizzazione del reale, questo feticcio attorno al quale ballano un po’ tutti, la scarsità di pensiero che rende i libri insulsi, senza sapore, senza valore nutritivo.

Andrea Cortellessa: Per la Maiella evochi una categoria filosofica: “la confusione pulita che c’era forse all’inizio e dappertutto” […] Dunque questo disordine non caratterizza tanto il soggetto che percepisce, ma si trova nella realtà stessa. Gadda parlava della “baroccaggine” del mondo…

Paolo Morelli: La nostra epoca ha messo da parte questa percezione filosofica della confusione, dell’instabilità come base del pensiero e dell’esperienza. Ha prevalso una razionalizzazione maldestra, non solo il cogito cartesiano che ci portiamo appresso da quattrocento anni, è qualcosa che viene da ancora più lontano, da quando qualche migliaio di anni fa abbiamo inventato il mondo come oggetto mentre prima, appunto, c’era una completa perdita nel mondo… oggi è in atto un mutamento cognitivo che se affrontato con questi strumenti rischia di perdere l’umanità in quanto tale.

[…]

Non possiamo più pensare di esercitare un controllo; per stare al passo coi mutamenti in atto il nostro rapporto col mondo deve presumere una mancanza di controllo originale, originaria, primordiale; altrimenti non ce la facciamo, nessuno controlla in realtà più nulla. Molti fingono di farlo, quanto riusciranno ancora a far finta non lo so.

Da: Con gli occhi aperti. 20 autori per 20 luoghi, a cura di Andrea Cortellessa, Exòrma 2016

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