JOHANNES VON HILDESHEIM, Dei doni dei Magi e del loro significato

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“I Magi avevano con sé molti doni preziosi e ricchi gioielli. Questi tesori erano giunti in Caldea, in India e in Persia attraverso il re Alessandro di Macedonia; più tardi la Regina di Saba li aveva portati nel Tempio di Salomone, e dopo la distruzione di Gerusalemme i preziosi arredi e gli oggetti di inestimabile valore erano stati razziati dal Tempio e dal Palazzo per mano dei Caldei e dei Persiani. I Magi recavano ora questi antichi manufatti d’oro e d’argento, queste gemme e perle e pietre preziose dalla loro terra a Betlemme; di tutto volevano far dono al Signore.

Trovarono il Bambino esattamente nello stato di grande povertà riportato dai pastori. Nella capanna cadente, la luce della stella portentosa irradiava un tale chiaro splendore che tutti erano come in un fuoco. Furono talmente confusi da queste cose che dai loro bauli spalancati afferrarono quello che gli capitava sotto mano: il Re Melchior diede a Gesù trenta monetine d’oro e una piccola mela, pure d’oro, che si poteva stringere in una mano. Il Re Balthasar gli donò l’incenso, il Re Kaspar porse – con le lacrime agli occhi – un vaso di mirra. Erano in preda a un divino sgomento, ardevano di intima devozione e non fecero caso a nulla di ciò che disse Santa Maria. Udirono soltanto che disse piano, col capo un po’ chino: “Sia grazie a Dio”.

La mela d’oro che Melchior donò a Gesù era appartenuta anch’essa al grande Alessandro. La mela doveva significare il mondo. Alessandro l’aveva fatta fare utilizzando piccole parti del tributo che gli veniva da tutte le sue province e la portava sempre con sé. La racchiudeva nella mano come racchiudeva il mondo nel suo potere. Al suo ritorno dal paradiso terrestre aveva lasciato la mela in India.

Il significato dei doni dei Magi viene spiegato dai dotti in molti libri in diverso modo; sul perché il Re Melchior abbia donato a Gesù la mela c’è un generale consenso: la rotondità della mela indica l’infinito, infatti un globo non ha né inizio né fine. Il globo è il simbolo della sfera, dell’universo, e contemporaneamente simbolo della potenza di Dio, la quale comprende l’alto dei Cieli, il profondo dell’Inferno e i confini del mondo. Nella sua mobilità e mutevolezza  il globo è anche un simbolo del pentimento dei peccatori. Come la fede cristiana crebbe e si rafforzò, si diffuse il costume – dapprima in Oriente – per re e imperatori di tenere nella mano una mela d’oro come segno del dominio.

Fra le varie interpretazioni dei doni dei Magi, si dice anche che l’oro doveva aiutare Maria e il Bambino nel bisogno, l’incenso purificava l’aria pesante della stalla, e la mirra doveva tener lontani i vermi dal Bambino.

Bisogna sapere inoltre che si usa in Oriente, in occasione dell’ingresso di un sultano o di un re in una città o in un villaggio, bruciare davanti alle case incenso o mirra. Chi non lo fa, viene considerato ribelle e punito, poiché questo olocausto di aromi significa fino al giorno odierno sottomissione e obbedienza nei confronti di Dio, dei simulacri degli dei e del re. Per questo è stato sempre più facile indurre i martiri a adorare i simulacri degli dei che non a bruciare incenso davanti a essi, e i Saraceni chiedono ai cristiani convertiti, come prova della loro sincerità, prima di tutto il sacrifico dell’incenso.”

Johannes von Hildesheim, La Leggenda dei Re Magi

Questo brano mi piace per due motivi.

Uno è il secondo paragrafo, dove lo stato di grande povertà del Bambino passa senza transizione nel chiaro splendore di fuoco della stella. Tutto il quadro – in particolare il fatto che i Magi siano talmente assorti nella luce da non cogliere nulla di quanto dice Maria, tranne alla fine la piccola frase e la posizione del capo – è surreale nel più puro senso di Breton.

L’altro è che vi appaiono evidenti i deliri dell’interpretazione.

A parte ciò, l’Epifania potrebbe essere una bella festa, piena di sfarzo, di lusso e di esotica voluttà. Però è sempre una festa triste, perché il giorno dopo ricomincia il quotidiano.

Nota filologica: il codice contenente la Historia beatissimorum trium regum di Johannes von Hildesheim, monaco carmelitano del XIV secolo, fu rinvenuto da Goethe nel 1819. Io ho tradotto dalla traduzione tedesca di Elisabeth Christern, DTV 1963. Mi sarebbe piaciuto avere a disposizione l’originale latino, per un confronto, ma non l’ho trovato. Cioè, ho trovato il codice, nudo e crudo, qui. Ho individuato il brano, che si trova alle pagine 27-29. Ma leggerlo tutto era veramente troppo faticoso; e in ogni caso per una corretta comprensione del testo, che vada oltre il puro livello sintattico-grammaticale, servirebbero competenze che non ho.

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