Racconti americani. CATTEDRALE di Raymond Carver

hopper

Ricostruzione scenografica del bar di Nighthawks, curata dal team dell’architetto Luca Cendali per la mostra Edward Hopper, Roma, Fondazione Roma Museo (2010)

 

L’altro giorno ho voluto colmare una lacuna culturale e ho ordinato su Amazon Cattedrale, di Carver, Einaudi tascabile. Quando mi è arrivato ho scoperto che è corredato di una prefazione di Francesco Piccolo. L’avessi saputo non l’avrei ordinato. Il fatto è che io frasi del tipo “Poi è arrivato un tale di nome Ernest Hemingway” non le posso leggere, mi copro di ponfi rossi, si chiama orticaria da stress psichico, esiste, è una malattia pubblicata.

Be’, e tu non leggerle, direte. È che basta il sospetto. Basta il sospetto che siano contenute nel volume che maneggio cautamente, un sospetto che ovviamente non mi dà pace fin che non ho appurato che infatti ci sono, come è inevitabile che sia se si compra un volume con prefazione di Francesco Piccolo; basta il sospetto a generare un prurito diffuso, ancor prima che la conferma scateni l’eruzione cutanea.

Insomma, a prezzo di sofferenze ho colmato la lacuna riguardo a Raymond Carver. Non avevo ancora letto nulla di lui, tranne un racconto che avevo trovato tempo fa sul web e che, all’epoca, mi aveva lasciata perplessa. Il racconto è contenuto in questa raccolta, si chiama Una cosa piccola ma buona ed è sicuramente un capolavoro, al modo di Carver.

Ho letto, con interesse e godimento crescenti, i dodici racconti di Cattedrale; ho letto la prefazione di Francesco Piccolo; ho raccolto le idee. Ma prima di mettermi a scrivere queste impressioni ho voluto documentarmi un po’ sull’edizione che avevo fra le mani. Einaudi ripropone la traduzione di Riccardo Duranti per Minimum fax (2002). La pagina web di Minimum fax  riporta, nella rassegna stampa, una recensione di Giuseppe Genna (apparsa il 23 gennaio 2003 su http://www.Clarence.com, pagina not found), che contiene la seguente osservazione:

“Meglio rileggersi, o leggersi per la prima volta, questi sutra laici di verità non segrete esposte in evidenza.
Per esempio leggere o rileggere il racconto d’apertura della raccolta carveriana, quell’incredibile cena tra colleghi di lavoro con consorti e tacchino – un tacchino vivente, addomesticato ma non abbastanza, che circola libero e irritante per l’appartamento, latore emblematico di sovrasignificazioni: dalla festività centrale della cultura statunitense, quella del Ringraziamento, fino al significato teologico e di sconvolgimento del rapporto con la Natura che l’animale comporta in questo contesto civilizzato e decivilizzato.”

Il problema è che l’animale in questione non è un tacchino ma un pavone (a peacock), correttamente tradotto da Riccardo Durante e ampiamente connotato come pavone durante tutto il racconto. Il che ci costringe a stralciare perlomeno la sovrasignificazione della festività centrale della cultura statunitense.  Le altre sovrasignificazioni non ho idea di cosa vogliano dire, secondo me neanche Giuseppe Genna; ma una cosa è sicura: un tempo in cui uno scrittore prende un pavone di Carver per un tacchino del Ringraziamento non può essere che un tempo devastato e vile.

Abbandoniamo, con un po’ di rimpianto, l’esilarante tacchino di Genna e concentriamoci sui racconti.

In genere si insiste sull’effetto di realtà, di vita in presa diretta che questi racconti comunicano o dovrebbero comunicare. Si usa volentieri la metafora dell’istantanea per sottolineare l’assenza di qualsiasi filtro: ideologico, culturale, morale, spesso anche puramente affettivo. Sono, si dice, uomini e donne a un grado zero di determinazione, spesso allo sbando, consegnati senza difese a circostanze accidentali che potrebbero non avere nulla di definitivo (l’alcol, un licenziamento, uno sfratto, una crisi del settore lavorativo), ma che da subito pesano su di loro come un destino; senza farne tuttavia dei personaggi tragici, perché oracoli di questo destino sono in Carver oggetti anodini della quotidianità: scatoloni di un trasloco, una tenda che viene tirata, cerume nelle orecchie, il liquido di refrigerazione di un frigo che si spande, vitamine. Di sicuro non sanno cosa gli succede, in quali campi di forze sono presi, quali dinamiche li mantengono immobili o in movimento. In questo senso sono modernissimi, una versione aggiornata dei personaggi di Kafka, i loro avatar up to date, sgravati da superflue quanto false profondità.

L’impressione che producono – su noi europei, e magari non più giovanissimi, ancora legati alla dimensione del profondo – è tuttavia ambigua, un’impressione di superficialità tesa, talmente consapevole da apparire finta; e davvero ci appare difficilmente credibile che qualcuno possa vivere spalmato su una superficie così sottile. Non hanno né padri né madri, se li hanno avuti sono morti, dispersi, scomparsi, assorbiti nel nulla; la loro vita comincia al massimo qualche anno prima; se sono o sono stati una coppia comincia quando si è formata la coppia; più indietro c’è il vuoto. Assomigliano a figurine di plastica che si muovono sulla carta degli Stati Uniti secondo itinerari sonnambolici piuttosto che a individui in carne e ossa con un qualche tipo di progetto; non sono meno artificiali dei bicchieri di plastica da cui bevono spumante; salvo eccezione, bere è la loro attività principale, come se gli fosse necessario per mantenersi in uno stato di perenne distrazione in cui non si interrogano sulle conseguenze di essere spalmati su una superficie.

Poi accade che in un centro di recupero per alcolisti un tale J.P., il quale essendosi messo a bere smodatamente senza alcun motivo ha reso la vita della famiglia un inferno, riceva la visita della moglie: “Vedo una donna che parcheggia la macchina a tira il freno a mano. Vedo J.P. che le apre la portiera. La vedo scendere e li osservo mentre si abbracciano. Distolgo lo sguardo. Poi torno a guardarli. J.P. la prende sottobraccio e vengono su per le scale. Questa è la donna che una volta gli ha rotto il naso. Ha avuto due figli e un sacco di guai, ma ama quest’uomo che ora la tiene sottobraccio.”

Oppure abbiamo questo Carlyle che è stato piantato in asso dalla moglie con due bambini piccoli e una volta dice all’anziana signora che gli bada ai figli e alla casa: “Voglio che sappia una cosa, signora Webster. Per parecchio tempo mia moglie e io ci siamo amati più di ogni altra cosa e più di chiunque altro al mondo. Compresi i bambini”. E poco dopo l’anziana signora non si fa scrupolo di rispondere: “Una volta anche a me è capitata una cosa del genere, una cosa come quella che sta descrivendo lei. L’amore. Ecco di cosa si tratta.”

E una tale signora Holits, parlando dei figli di primo matrimonio di suo marito, due ragazzini di cui viene detto soltanto che passano le giornate nella piscina del blocco abitativo, afferma: “ – I ragazzi sono figli suoi, – dice. – Del suo primo matrimonio. Quando ci siamo conosciuti, lui era già divorziato. Ma io gli voglio bene come fossero miei. Non potrei volergli più bene di così neanche a provarci. Neanche se fossi la loro madre naturale.”

Poi abbiamo il pasticciere di Una cosa piccola ma buona che nel corso degli anni ha perso qualsiasi ridondante manifestazione di umanità e si è ridotto a essere solo questo: un pasticciere. “Sentite: io sono solo un pasticciere. Non pretendo di essere altro. Magari una volta, tanti anni fa, ero un essere umano diverso, non ne sono più tanto sicuro, non me lo ricordo. In ogni caso, se mai lo sono stato, ormai non lo sono più. Adesso sono soltanto un pasticciere.” Eppure qualcosa deve essere rimasto sotto la crosta pasticciera, perché poco più avanti leggiamo: “Vi prego, – disse l’uomo, – permettetemi di chiedervi solo una cosa: ve la sentite in cuor vostro di perdonarmi?”

Quello che, per me, non torna in questi ammirevoli racconti, non è che siano popolati di personaggi di plastica che, in entrambi i casi senza ragione, si muovono o non si muovono in sparuti scenari di plastica, ma che questa plastica erutti di tanto in tanto fortissimi sentimenti primigeni. Nella sua prefazione, Francesco Piccolo chiama questo fenomeno “l’umanità” di Carver: “Ce ne sono tanti altri, di ingredienti, in ogni singolo racconto o poesia, ma tensione e umanità sono a fondamento di ogni ricetta”; “il secondo tema fondamentale di Carver: l’umanità”; “in qualche modo già si sente che dentro la disumanità sta germogliando un’umanità fortissima, potente”. Be’, io invece con questa umanità ho qualche problema, mi fa lo stesso effetto che se la Metamorfosi, invece che con la morte del protagonista, si chiudesse con tutta la famiglia che festeggia commossa il Natale attorno a Gregor Samsa/scarafaggio. Non mi è chiaro insomma come uno che rappresenta così bene, con tale precisione, l’unidimensionalità dell’uomo nel mondo occidentale alla seconda metà del XX secolo, si metta improvvisamente a parlare d’amore. Non che la cosa propriamente mi disturbi (qualche volta sì, ma non è questo il punto); è che non mi è chiaro da dove sprizzi fuori, tutto questo amore.

cattedrale

Raymond Carver, Cattedrale, Einaudi Super ET, euro 12

 

Ricostruzione scenografica del bar di

2 thoughts on “Racconti americani. CATTEDRALE di Raymond Carver”

  1. Ho Principianti, di Carver, ancora da iniziare… di Francesco Piccolo mai letto nulla. Dovrò tornare per forza a leggerti (ma lo faccio volentieri) dopo che avrò assaggiato i racconti carveriani, in modo da misurare le mie impressioni con le tue. Nel frattempo ti auguro Buone Feste.

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