ANCORA SU “ZERO K”: ARTIS MARTINEAU (Una postilla)

uomo-vitruviano

Dicevo nella precedente riflessione sull’ultimo romanzo di Don DeLillo, che Convergence, progetto e struttura di crioconservazione che garantisce ai corpi la vita eterna – cioè la non-decomposizione in attesa della vera e propria risurrezione bionica – è presentato non come progetto scientifico o tecnologico, magari dagli inquietanti risvolti etici, bensì come progetto estetico, al quale la scienza e la tecnica servono solo di (abbozzato) supporto. Convergence è l’idea e la creazione dei gemelli Stenmark, istrionica coppia di artisti attraverso i quali DeLillo sembra fare il verso alle forze attive di matrice nietzschiana (in una delle due recensioni a cui rimandavo, Christian Raimo, nel suo conteggio dei punti interrogativi, lamenta il “parossismo di pagina 61, tre pagine di discorso diretto tutto fatto di questioni ultimative”, senza accorgersi, mi pare, che si tratta di un parossismo comico).

Nei confronti di questo progetto il narratore, Jeff, è sostanzialmente e durevolmente scettico. Con un’eccezione: Artis, la seconda moglie di suo padre, malata terminale che ha deciso di farsi crioconservare: “E era Artis, qui, da sola, a conferire alle tematiche propugnate dall’intero complesso una certa aura di rispettabilità”; e più avanti: “Artis aveva un senso lì, Ross no”.

Questi due brevi passaggi seguono quasi immediatamente un brano citato nell’articolo precedente e che riporto per comodità:

“[Il corpo] di Artis sembrava illuminato dall’interno. Stava in posizione eretta, in punta di piedi, con la testa rasata rivolta verso l’alto, gli occhi chiusi, il seno sodo. Era un essere umano idealizzato, incapsulato, ma era anche Artis. Aveva le braccia lungo i fianchi, i polpastrelli puntati sulle cosce, le gambe leggermente divaricate.

Era una cosa bella da vedere. Era il corpo umano come modello della creazione. Ne ero convinto. Era un corpo, questa volta, che non sarebbe invecchiato”.

Benché i singoli punti della descrizione non combacino, il corpo di Artis nella capsula ricorda l’uomo vitruviano di Leonardo. La frase “Era il corpo umano come modello della creazione” suggerisce la corrispondenza di microcosmo e macrocosmo, un’analogia fra la struttura dell’uomo e quella del mondo, la fiducia nella sostanziale dimensione antropica, quindi intelligibile dell’universo, caratteristica del Rinascimento.

In tutto il romanzo Artis Martineau è un personaggio positivo. Vediamo cosa sappiamo di lei.

Compare nella prima pagina del libro come “sua moglie, la seconda, l’archeologa”. C’è una freddezza in questo modo di presentarla, come una volontà di tenere a distanza; ma poi scopriamo che, nel corso degli anni, l’iniziale diffidenza e animosità di Jeff nei confronti della seconda moglie del padre ha lasciato il posto a affetto e stima. L’archeologia poi, il fatto che Artis sia archeologa, appare fin da subito in un rapporto abbastanza misterioso con Convergence. La collocazione della struttura in questo deserto lontanissimo da ogni via di comunicazione viene giustificata così da Ross:

“Questa terra è stata percorsa da nomadi per migliaia di anni. Pastori in aperta campagna. Non è una terra pressata e flagellata dalla storia. Qui la storia è sepolta. Trent’anni fa Artis lavorò a uno scavo in un posto a nordest di qui, vicino alla Cina. Storia nei tumuli funerari”.

Fin dall’inizio Convergence viene presentata come un grandioso (e in ultima analisi fasullo) tentativo di sottrarsi alla storia e al divenire, il tentativo di conservarsi intatti in un sottosuolo letterale e metaforico (i livelli essenziali di Convergence sono tutti sotterranei), preservarsi per essere “riportati alla luce” dall’archeologia di un imprecisato futuro. Nell’ultima parte del romanzo, Jeff, tornato a Convergence con Ross che ha deciso di seguire la moglie nella crioconservazione prima della morte naturale, visita i “magazzini” che ospitano i “clienti”:

“Tutti i gusci erano rivolti nella stessa direzione, decine, centinaia. Il nostro percorso ci aveva portati in mezzo a quelle file ben strutturate. […]

Qui non c’erano vite a cui pensare o da immaginare. Questo era spettacolo allo stato puro, una singola entità, corpi regali nel loro portamento criogenico. Era una forma di arte visionaria, era una body art con più vaste implicazioni.

L’unica vita che mi veniva in mente era quella di Artis. Pensavo ad Artis mentre lavorava nel campo, all’epoca degli scavi pieni di fango e delle intercapedini dove si può procedere solo carponi, agli oggetti riportati alla luce, le armi e gli utensili incrostati di terra […] Non c’era forse qualcosa di quasi preistorico nei manufatti disposti davanti a me in quel momento? Un’archeologia per l’età futura.”

Questo per quanto riguarda la funzione di Artis, l’archeologa, nella struttura. Ma Artis è più di una funzione. Come non si può desiderare il Paradiso se non se ne è avuto qualche assaggio nella vita terrena, così Artis desidera ardentemente essere integrata nel progetto Convergence perché alcune sue esperienze le permettono di farsi una certa idea sia del “dopo” che del “durante”. L’immagine analogica del “dopo”, Artis la mutua da un’esperienza quasi mistica seguita a un banale intervento a un occhio, in seguito al quale deve alternativamente portare e togliere una benda per periodi di tempo limitati:

“Mi sono addormentata per un’oretta in poltrona; al risveglio mi sono tolta la benda, mi sono guardata attorno e tutto sembrava diverso. Ero sbalordita. Cosa vedevo? Vedevo quello che c’era sempre stato. Il letto, le finestre, le pareti, il pavimento. Ma tutto era brillante, radioso. Il copriletto e le federe dei cuscini, la ricchezza dei colori, la profondità, qualcosa che veniva dall’interno. Una cosa mai vista, mai”.

Così Artis immagina la seconda vita dopo che sarà risvegliata dalla crioconservazione. Un nuovo cielo e una nuova terra: commovente ma non particolarmente originale.

Immaginare il “durante” invece, lo stato liminare della coscienza nel tempo della crioconservazione, il barlume prossimo a spegnersi e mai del tutto spento – questo è più difficile. Anche qui dal passato di Artis le viene in aiuto un’esperienza che può essere avvicinata a un certo tipo di mistica:

“Penso alle gocce d’acqua. A me ferma sotto la doccia, mentre guardo una goccia che scende perpendicolarmente, piano piano, lungo il lato interno della tendina. Penso alla mia concentrazione sulla goccia […] L’acqua che mi sbatte contro la testa è freddissima, ma non mi va di regolare il flusso. Ho bisogno di guardare la goccia, di vederla che comincia ad allungarsi, a colare”.

In questa concentrazione su un oggetto indifferente – una goccia d’acqua che cola lungo la tendina della doccia – si manifesta lo stato fondamentale della coscienza come intenzionalità pura, talmente basilare e inconsapevole che un momento come quello “esiste per essere dimenticato”. È un momento “al quale non rivolgere mai nessun pensiero a parte nell’attimo del suo svolgimento”; e tuttavia intimamente, indissolubilmente connesso con la nostra identità: “Sono solo io, il corpo sotto la doccia, una persona circondata dalla plastica che guarda una goccia d’acqua che scivola sulla tendina bagnata. […] Sono solo io”. Il corpo circondato dalla plastica, una coscienza svuotata di determinazioni e ridotta allo stato base di un’intenzionalità indifferente è un’immagine anagogica abbastanza efficace dei corpi crioconservati nei gusci e della coscienza virtuale che (forse) li abita.

È in virtù di questo genere di esperienze, e del senso che attribuisce loro, che Artis conferisce “una certa aura di rispettabilità” all’intero progetto di Convergence.

Parecchi anni fa discutevo con un amico tedesco della possibilità della sopravvivenza dell’anima individuale dopo la morte – un punto, folklore a parte, difficile da sostenere anche in buona teologia. D’accordo, disse il mio amico, mettiamo pure che le anime individuali, dopo la morte, vengano messe in ghiaccio in attesa della risurrezione della carne. Messe in ghiaccio. Auf Eis gelegt: un’espressione idiomatica tedesca che rende bene l’idea, come si vede anche in questo romanzo.

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