Racconti americani. TRILOBITI di Breece D’J Pancake

trilobiti

Breece D’J Pancake, Trilobiti, minimum fax 2016, 16 euro

Minimum fax ripropone, nella nuova versione di Cristiana Mennella, Trilobiti, raccolta di racconti di Breece D’J Pancake già pubblicata nel 2005 da Isbn in una traduzione che lasciava parecchio a desiderare.

Non è un’opera recente. Uscì negli Stati Uniti nel 1983, quattro anni dopo la morte per suicidio dell’autore, nemmeno ventisettenne e all’inizio di una promettente carriera letteraria. La strana grafia delle iniziali del secondo e terzo nome (Dexter John) è dovuta a un errore di stampa quando la rivista Atlantic Monthly gli pubblicò il primo racconto. Un errore che Pancake decise di non correggere, forse per scaramanzia, forse perché così il nome assumeva una sfumatura di fuori dell’ordinario, di esotico e perché no vagamente aristocratico che affascinava il “montanaro” nato e cresciuto nel West Virginia.

Il West Virginia, mi dicono, has the second lowest household income of the 50 United States, oltre a essere the only state that is entirely within the area served by the Appalachian Regional Commission (Wikipedia), vale a dire da un ente federale che promuove lo sviluppo economico di aree depresse. È per molti versi uno stato contraddittorio: è annoverato fra gli stati del Sud anche se, guardando la carta, sembra piuttosto a nord; durante la guerra di secessione si staccò dalla Virginia perché non voleva stare con i Confederati bensì con i nordisti; è ricco di miniere di carbone ma è sempre stato povero; la geografia montagnosa è al tempo stesso selvaggia e inquinata; a questo si aggiunge l’opposizione caratteristica degli Stati Uniti, ma forse qui più marcata che altrove, fra l’arretratezza culturale delle zone rurali e il più brillante ambiente urbano.

La contraddizione, mai facilmente esasperata, traspare in filigrana nei racconti di Pancake come qualcosa di molto profondo, di geologico, di affine a quella regione geologicamente antichissima che è l’Appalachia; qualcosa che c’è e non c’è, come la valle del fiume Teays: perfettamente riconoscibile, talmente riconoscibile che ha servito di tracciato per la ferrovia prima e per l’autostrada dopo, ma dove nessun fiume scorre più da milioni di anni:

“Metto in moto, prendo a ovest sull’autostrada costruita sul letto prosciugato del Teays. Terre basse e colline ai lati, coperte da nuvoloni giallastri che il sole rovente non riesce a cancellare. Passo davanti a una targa messa dalla WPA: «Strada del fiume Teays misurata da George Washington»”

E più oltre:

“Mi rilasso sul sedile, provo a scordarmi questi campi, le colline intorno. Molto prima di me o di questi attrezzi, qui c’era il Teays. Riesco quasi a sentire le acque gelide e il solletico dei trilobiti che strisciano. L’acqua delle vecchie montagne scorreva tutta a ovest. Ma la terra si è sollevata. E a me restano solo il letto di un fiume e gli animali di pietra che colleziono”.

È la contraddizione di Breece Pancake stesso, brillante borsista alla Virginia University e non indifferente (come rivelano le sue preferenze in fatto di donne) al progetto di un’ascesa sociale, che però non rinuncia alle abitudini “montanare” di caccia e di pesca e riempie il frigorifero di carne di scoiattolo cacciata in proprio. Secondo qualcuno si è creato un personaggio. Ma forse la creazione del personaggio, del “self-styled hillbilly” come dice la brevissima nota biografica all’inizio dell’edizione Vintage classics, era una necessità per non perdersi né nella rinunciataria arretratezza rurale né in un’incerta identità urbana di cui non aveva nessuna esperienza e da cui tendeva a sentirsi escluso.

Come che sia, la scelta di Pancake di non scegliere fra i due corni del dilemma – restare o andarsene, il rischio dell’amore o la sicurezza dell’abitudine, il marito o la famiglia d’origine, l’ora o l’allora, l’onore o la vita, la propria sopravvivenza o quella degli anziani genitori: quasi per ognuno dei dodici racconti si può facilmente individuare una coppia di possibilità antitetiche – proprio la scelta di non decidere, di non indicare una soluzione, di lasciare le cose in sospeso fa sì che, dopo più di trent’anni, i racconti di Pancake non appaiano per nulla datati. Ne fa, in altre parole, un classico.

O almeno – è un ingrediente della classicità. L’altro è lo stile. Il racconto, più ancora del romanzo, sta o cade con lo stile. Limitato nell’estensione e evolvendo verso forme che, diversamente dalla novella, non prevedono pointe, il racconto non ha, per suggerire una totalità senza la quale non c’è letteratura, che la risorsa dello stile. E per stile non intendo, in primo luogo, la scelta delle parole o un certo modo di metterle, la frase lunga o breve, la preferenza per l’ipotassi o per la paratassi, l’amore o l’avversione per l’attributo; intendo un certo metodo di suggerire la totalità che deve essere in qualche modo legato a una percezione originaria. Il metodo Pancake prevede fra l’altro che quello che dovrebbe essere il nucleo del racconto – in Trilobiti, il racconto eponimo, è il ritorno di Ginny, l’ex ragazza di Colly, per una breve vacanza dal college in Florida, la serata che passano insieme e da cui Colly si aspetta qualcosa; in Legno secco sono le gelosie e le invidie di ragazzini di tanto tempo prima che hanno drammaticamente e oscuramente compromesso le loro vite di adulti – sia toccato quasi marginalmente, appaia e scompaia, sia inglobato nella ruggine della canna da zucchero, in un rappezzo sull’asfalto a forma di Florida, nel gusto scipido delle mele di un frutteto che da troppo tempo non viene potato. L’anima dei protagonisti (questo li distingue dagli altri personaggi) è situata in parte all’esterno, in oggetti solidi come fossili e punte di freccia o evanescenti come fenomeni atmosferici, “pallide schegge di luce [che] piombano dietro le colline lontane”, oggetti in ogni caso che agiscono su di loro attraverso una specie di ipnosi, come se i protagonisti riconoscessero che una parte di sé si trova lì, li attira ma sfugge al loro controllo, non ne sono padroni; come se sapessero che non potranno prendere alcuna decisione, che la loro vita non può cambiare, perché su troppa parte di sé non hanno giurisdizione.

Nel racconto Trilobiti Colly, il protagonista, si trova per molti versi a quello che si chiama un bivio della vita. Il padre è morto improvvisamente quando una scheggia di granata della seconda guerra mondiale, che se ne era stata buona per trent’anni, è entrata in circolo. Colly non riesce a mandare avanti la fattoria, è troppo giovane o non è abbastanza in gamba per combattere contro “semi ammuffiti, ruggine, siccità”. Uno speculatore sta convincendo la madre a vendere; Colly non vorrebbe ma si rende conto che non ha argomenti da opporre; però dichiara alla madre che lui non si traferirà con lei a Akron, Ohio, la capitale del pneumatico, dove hanno parenti e la madre già pensa che lui potrà lavorare alla Goodrich. Dice che non andrà a Akron ma non ha piani alternativi; la sera stessa esce con Ginny, la sua ex ragazza dei tempi del liceo, che studia in un college in Florida e gli dice che sta con un biologo marino. Quando le luci posteriori dell’auto di Ginny scompaiono nel buio, quello che rimane a Colly è il frastuono di un treno merci che sferraglia via troppo veloce perché qualsiasi vagabondo possa saltarci su, e la voce di suo padre: “Be’, il Teays doveva essere un fiume bello grosso. Se sali su Company Hill e guardi oltre le terre basse lo capisci. […] Jim dice che scorreva da ovest a nordovest, fino all’antico bacino del San Lorenzo”. Colly non ha paura. Sente “la paura allontanarsi nel tempo, come cerchi che si allargano, per milioni di anni”. L’allentarsi dell’ansia, della frustrazione e della paura sono possibili perché una parte, la parte essenziale di Colly, si trova in quella terra vecchia di milioni di anni in cui lui continua a cercare, con cocciuta perseveranza, fossili di trilobiti.

Nell’ultimo racconto, il Primo giorno d’inverno è un gelido giorno del Ringraziamento in una fattoria che sta andando a rotoli. “Hollis rimase tutta la notte alla finestra a fissare il suo fantasma di vetro, cercando una via d’uscita dalla tomba che gli aveva costruito Jake”. Jake è il fratello che se ne è andato a fare il pastore e vive in una canonica insieme alla numerosa famiglia. Hollis è rimasto alla fattoria con gli anziani genitori che, come dice in una telefonata al fratello, “camperanno ancora parecchio”. Hollis è incastrato. Jake non può (non vuole) prendersi il padre e la madre nella canonica, né è d’accordo per metterli in una casa di riposo. Il giorno del Ringraziamento Hollis vorrebbe provare a riparare la macchina. Senza macchina non potranno andare in paese per tutto l’inverno. Il padre, con l’egoismo dei vecchi, vorrebbe invece che andasse a caccia di scoiattoli perché senza carne di scoiattolo non gli sembra neanche il giorno del Ringraziamento. Hollis alla fine ci va, naturalmente, anche perché scopre che il blocco motore è crepato e lui non è in grado di sostituirlo. Propone al padre di chiedere a Jake un prestito per una nuova macchina, ma il vecchio dice che ce la faranno anche senza disturbare Jake. Naturalmente chi deve farcela è Hollis, il vecchio è fuori dal gioco, ma le affettuose preoccupazioni dei genitori sono, come sempre in questi casi, non per il figlio che è lì ma per quello che è lontano (e che non verrà per il giorno di festa, così non rischia di essere coinvolto). Il sistema dei vecchi per risolvere i problemi è l’unico che gli è ancora praticabile: negarli. Quando, dopo il pranzo del Ringraziamento a base di scoiattoli, Hollis dice ai genitori che ha chiesto a Jake di prenderli con sé e che Jake ha rifiutato, il padre si mette a piangere e gli chiede: “Come diavolo ti è venuto in mente di fare una cosa del genere?”.

In una breve nota che precede l’edizione italiana, Joyce Carol Oates dice che “l’occhio e l’orecchio di Breece Pancake per il dettaglio sono eccezionali”. Per esempio la madre: “[Hollis] scese a prendere un caffè. La madre non si lavava e nella cucina calda si sentiva il suo odore mentre mangiava la zuppa d’avena seduta al tavolo col marito”. Più tardi Hollis torna dalla caccia agli scoiattoli: “Trovò la madre nel salottino, ascoltava, insieme al marito, una musica tranquilla alla radio. Gli andò incontro e Hollis vide nei suoi occhi distanziati la paura e la consapevolezza: capì che vedeva fin dove lo aveva portato la pazzia”. Poco prima infatti, seduto contro un albero nel vento gelido dell’inverno, egli ha immaginato per un attimo “cosa avrebbe provato” a soffocare i genitori. Subito dopo però, quando le ha dato, prendendoli dalla sacca, gli scoiattoli scuoiati e puliti,  “la [vede] mettere gli scoiattoli in salamoia, portare la mano alla bocca, leccare una gocciolina di sangue e sorridere”. La consapevolezza della follia a cui l’assenza di vie d’uscita può portare il figlio, scompare nella madre nel momento in cui ha i suoi scoiattoli per il pranzo del Ringraziamento e può ricadere indisturbata nelle antiche abitudini. In ogni caso la consapevolezza non può durare più di un attimo; diversamente essa minaccerebbe l’esistenza sua e del marito e questo la madre non può permetterlo. Il suo sorriso è un sorriso di scampato pericolo ma soprattutto di tranquilla fiducia: che tutto continuerà a andare come è sempre andato.

Cade la prima neve, Hollis “sentiva il bestiame muggire per la fame, sentiva il respiro roco e sommesso di suo padre che piangeva, sentiva sua madre mormorare un inno smozzicato”. Si sdraia sul divano, si tira su la coperta e si addormenta.

Un’altra coperta, fuori, si stende sulle cose; senza risolvere nulla ma imbambolandole in una fissità di ipnosi, caritatevole come una dose di morfina: “The sun was blackened with snow, and the valley closed in quietly with humming, quietly as an hour of prayer.”

UN PEZZO DA MANUALE

rousseau

 

Infelice colui che non ha più nulla da desiderare! Perde per così dire tutto ciò che possiede. Si gode meno di ciò che si ottiene che di ciò che si spera, e non si è felici che prima di essere felici. In effetti l’uomo, avido e limitato, fatto per volere tutto e ottenere poco, ha ricevuto dal cielo una forza consolatrice che gli avvicina ciò che desidera, lo assoggetta alla sua immaginazione, glielo fa diventare presente e palpabile, lo mette in qualche modo in sua balìa, e per rendergli più dolce l’immaginario possesso lo modifica secondo che è gradito alla sua passione. Ma tutta questa magia svanisce in presenza dell’oggetto stesso: nulla lo abbellisce più agli occhi del possessore; non ci si può figurare ciò che si vede; l’immaginazione non adorna più ciò che si possiede; l’illusione cessa nel momento in cui inizia il godimento. In questo mondo il paese delle chimere è l’unico degno di essere abitato, e il nulla delle cose umane è tale che, tranne l’Essere che esiste per causa propria, non c’è di bello che ciò che non esiste.

J.J.Rousseau, La Nuova Eloisa, parte VI, lettera VIII

Questo è un pezzo da manuale, e infatti ci è finito dritto – nei manuali per la preparazione della prova scritta Esabac ad uso dei licei italiani; ma prima naturalmente su tutti i siti dedicati alla preparazione del bac littéraire per studenti francesi.

Chissà se Rousseau se lo immaginava, magari oscuramente. Chissà se da qualche parte era cosciente della baccabilità futura del pistolotto.

Secondo me avrebbe dovuto. C’è qualcosa di talmente scolastico – voglio dire di rinunciatario – in questa lode dei preliminari a scapito dell’atto, dell’aspettativa a scapito della realizzazione; come se veramente fosse stato scritto non vitae, sed scholae.

È tutto così ben costruito, così ben disposto – antitesi, chiasmi, parallelismi, figure di opposizione e di insistenza – che quasi ti viene da credergli. E poi la frase finale, non c’è di bello che ciò che non esiste, è di quelle che le adolescenti si fanno tatuare sul coppino.

È così romantica, questa ineluttabile insoddisfazione della soddisfazione. Così dialettica.

Così consolatoria. Un balsamo per la frustrazione. Non ce l’ho fatta e me ne vanto, potrei sentirmi uno sfigato e invece mi trovo catapultato dalla parte giusta dell’esistenza, ho la visione corretta senza aver fatto nulla per averla. Io vedo più lungo di voi, sono approdato all’inanità delle cose umane senza neanche passare dal via; non sono nemmeno partito che ero già alla meta, come il riccio della storiella; posso sentirmi superiore alla lepre che si affanna a correre avanti e indietro.

Veramente, se si trascende il manuale e si va a vedere, si scopre che chi parla, o meglio chi scrive, è Julie, la protagonista della Nuova Eloisa. Scrive questo elogio della fantasia e del suo primato sulla realtà nella penultima lettera, quella che magari ha imbucato mentre andava al Castello di Chillon per la visita che non aveva neanche più voglia di fare e che le sarà fatale. Lo scrive quando ancora deve convincere sé e gli altri che è riuscita a conciliare la moralità del matrimonio con la mai sopita passione per l’antico amante, che ha disinnescato la passione trasformandola in qualcosa di razionale e squisitamente spirituale, che è approdata all’armonia, che è felice, felicissima di averli armoniosamente intorno tutti e tre, gli uomini della sua vita: il padre, il marito, l’ex amante.

Nell’ultima lettera, quella scritta quando sta morendo e non è più il caso di mentire, dice tutt’altro.

E allora gliela perdoniamo a Julie questa lode dell’inazione, della fantasia, questa pezza messa sull’incapacità di essere efficace, di realizzare. Gliela perdoniamo perché capiamo che è un cataplasma applicato alla lenta agonia a cui l’hanno condannata – a cui si è lasciata condannare. Gliela perdoniamo perché di lì a poco la morte, paradossalmente, le strapperà un autentico sussulto di vita.

Il guaio è che dietro Julie ci sembra sempre di vedere Rousseau. Rousseau il disadattato convinto (a ragione, bisogna dire) che lui e non il resto del mondo sarà la pietra d’angolo del futuro. Rousseau innamorato perso di Sophie d’Houdetot e costretto a scoparsi un giorno via l’altro Thérèse Levasseur (sempre che). Rousseau ben deciso a convincerci che il destino migliore è il suo. Perché è il suo.