ANCORA SU “GLI ANELLI DI SATURNO”: NARRARE COME RI-RACCONTARE

atala-au-tombeau
Girodet de Roussy, Atala au tombeau

Dicevamo, dei dieci capitoli o meglio delle dieci parti in cui è suddiviso Gli anelli di Saturno di W.G.Sebald, che esse si condensano o si conglomerano (per mantenerci fedeli all’immagine delle particelle che formano gli anelli del titolo) attorno a luoghi del viaggio, personaggi incontrati, edifici dismessi o adibiti a un uso enigmatico – in breve attorno a fenomeni che si manifestano nel presente del paesaggio (nello spazio, come documentano le fotografie che sono al pari del testo elemento costitutivo dell’opera), ma per la più gran parte affondano una mole invisibile nel passato (chiamano in causa il tempo come fattore imprescindibile della propria sostanza).

Nella Parte Nona, dopo essersi congedato dall’amico Alec Garrard e dopo lungo vagare per sentieri improvvisamente cancellati dall’esuberanza della vegetazione o dall’aratro del contadino (mi ha consolato scoprire che questa incivile abitudine, oggetto di imprecazioni durante le mie passeggiate, non è diffusa soltanto nel basso Appennino Mordianese), Sebald raggiunge il cimitero della piccola parrocchia di Ilketshall St. Margaret, servita, nell’ultimo decennio del XVIII secolo, dal reverendo Ives che risiede con la famiglia nella vicina cittadina di Bungay. L’Index des noms propres dei Mémoires d’Outre-Tombe nell’edizione della Pléiade ci informa che nel 1795, mentre il reverendo Ives predicava nella chiesetta di St. Margaret, sua figlia Charlotte e l’esule visconte di Chateaubriand erano impegnati in sentimentali passeggiate nel cimitero di campagna e dintorni, e che quelle passeggiate erano notate e facevano scandalo. Se e quanto il visconte fosse consapevole di ciò che poteva esservi di compromettente nella sua condotta, è difficile stabilirlo. Da un lato ci informa, a riprova dell’idealità del suo sentimento, che non avrebbe osato raccogliere da terra un guanto di Miss Ives; dall’altro, dopo l’amara e prevedibilissima fine, si accusa della compiacenza con la quale si è abbandonato a un’inclinazione di cui conosceva il carattere irrimediabilmente illegittimo (il visconte ha in Francia una moglie).

Comunque sia, Sebald aderisce pienamente alla presunzione di buona fede dell’autore e ci ri-racconta, in parte direttamente in prima persona, i capitoli 9 e 11 del decimo libro dei Mémoires. È una narrazione quasi letterale a cui la naturalezza dell’espressione tedesca, il passaggio dalla terza alla prima persona e viceversa, l’introduzione di particolari assenti nel testo originario conferiscono il fascino di una re-invenzione estemporanea. Il racconto autobiografico di Chateaubriand diventa, rimanendo sostanzialmente lo stesso, racconto di un’esperienza di Sebald non diversa da una qualsiasi altra esperienza di viaggio (l’incontro per esempio, nella Parte Seconda, con William Hazel, il giardiniere della tenuta Somerleyton con la passione, sviluppata da ragazzo e contestualmente agli eventi, per la storia della guerra aerea contro la Germania nazista, con i caccia e i bombardieri alleati che decollavano dai sessantasette campi di volo allestiti a partire dal 1940 nell’Anglia orientale; con la carta che si era procurato della Germania, dalla Polonia al Reno, e che la sua fantasia – realistica – popolava di città in fiamme secondo i toponimi annunciati dai notiziari radio; con la sua incredula perplessità quando agli inizi degli anni Cinquanta, di stanza a Lüneburg con le truppe di occupazione, si accorge che sulle immani distruzioni dovute ai bombardamenti aerei non esiste letteratura e che nessuno pare ricordarsene). Attraverso il ri-racconto, l’esperienza di Chateaubriand trasmigra in un’esperienza di Sebald; si incorpora alla sua vita come una tappa di un viaggio, una camera d’albergo, un incontro, una lettura.

La casa del pastore a Bungay, dove il visconte francese in fuga dal Terrore, esule e squattrinato, dà lezioni di francese due pomeriggi la settimana, è accolto anche più spesso a pranzo e a cena ed è finalmente ospitato dopo una caduta da cavallo, ci appare nel ri-racconto di Sebald nell’immediatezza di toni e di rapporti propria del vissuto personale – col reverendo, “del quale si tramanda che assumesse volentieri, nell’ora del crepuscolo, un bicchiere di porto” (Kanariensekt è la parola usata da Sebald. Dall’Index des noms propres, interessante repertorio di chiacchiere e sentito dire, apprendiamo che secondo la tradizione il rev. Ives avrebbe ottenuto la parrocchia di St. Margaret grazie alle doti di hard drinker, avendo battuto il duca di Norfolk a un torneo di porto; Chateaubriand stesso dice che a casa sua “si beveva al modo degli antichi inglesi, e si rimaneva a tavola due ore dopo che le signore si erano ritirate”), che conversa con l’ospite dei viaggi di entrambi nel Nuovo Mondo, mentre la quindicenne Charlotte ascolta di preferenza le storie, narrate dal visconte, di ragazze indiane virtuose e sventurate che vagano in seno alla natura selvaggia.

Di questa immagine vivace su cui Sebald si dilunga con naturalezza – Charlotte che ascolta dalla viva voce di Chateaubriand la storia di Atala (a cui egli lavorava, assieme alle altre storie ambientate in Louisiana, dal 1791, ma che arriverà alla pubblicazione soltanto nel 1801) e che è commossa, piuttosto che dai conflitti tragici e dalle scene sublimi, dal cane dell’eremita che portando in bocca un bastone a cui è appesa una lanterna guida l’impaurita Atala attraverso le tenebre – di questa immagine non c’è traccia nei Mémoires d’Outre-Tombe. E la scena descritta – il cane col bastone a cui è appesa la lanterna, le tenebre, la situazione di pericolo – assomiglia alla scena corrispondente di Atala, ma non è la stessa. Non credo che Sebald disponesse di altre fonti – non mi risulta che esistano altre fonti. Credo piuttosto che la libertà di affabulazione, che si manifesta nell’ampliamento, nella distorsione, nell’aggiunta o caduta di particolari, anche in una sfumatura di ironia quando si toccano temi che così come sono appaiono difficili da ingoiare al giorno d’oggi, credo che questa libertà sia precisamente il segno dell’appropriarsi della materia da parte di chi esercita la prassi del ri-raccontare – prassi che si fonda sulla memoria e non sul riscontro testuale, che si fonda cioè sul racconto in quanto è diventato, con le menomazioni inevitabili nel passaggio, direi con le menomazioni costitutive, una parte della psiche del ri-raccontatore. Questo rende conto dell’effetto di immediatezza, di vissuto: ciò che leggiamo negli Anelli di Saturno non è il ricordo di Chateaubriand, ma ciò che esso è divenuto dopo che Sebald se ne è appropriato, dopo che ne ha fatto un ricordo suo; in parte almeno un ricordo diretto, un ricordo di primo grado.

D’altra parte, se da un lato per Chateaubriand/Sebald la memoria è irrinunciabile per l’esistenza (“Cosa saremmo senza il ricordo? […] la nostra esistenza consisterebbe unicamente di un’infinita serie di istanti privi di senso e non ci sarebbe più traccia di un passato”), dall’altro più che restituire gli esseri e le cose a una dimensione autentica al riparo dalla distruzione, come in Proust, essa esercita un’azione distruttiva. Ventisette anni dopo l’idillio di Bungay, e pochi giorni dopo averlo messo per iscritto nei Mémoires, a cui lavora alacremente in questo 1822 a Londra, Chateaubriand incontra nuovamente Charlotte. Ora lui è ambasciatore di Luigi XVIII presso Giorgio IV e lei è lady Sutton (Mrs. Suttun a voler essere precisi, nobilitata dall’ex-innamorato per galanteria, o forse per snobismo). Si vedono un paio di volte: Lady Sutton gli chiede di intervenire in favore del figlio maggiore che vuole iniziare una carriera in India. “Questa è la mia storia con miss Ives”, conclude Chateaubriand. “Finendo di raccontarla, mi sembra di perdere Charlotte una seconda volta, su questa stessa isola dove la persi la prima.”

A proposito del ricordo, e della titanica impresa autobiografica di Chateaubriand, Sebald commenta: “Il cronista, che era presente ai fatti e richiama ancora una volta alla memoria ciò che ha visto, incide le proprie esperienze sul corpo in un atto di automutilazione. Fattosi martire esemplare, attraverso questo lavoro di iscrizione, di ciò che la Provvidenza ci destina, giace già da vivo nella tomba che le sue Memorie teatralmente rappresentano.”

Non diversamente dagli altri frammenti del passato – sparsi, parzialmente organizzati o del tutto riorganizzati in nuove orbite – anche le Memorie, che vorrebbero preservare, sono una tomba, contengono virtualmente polvere e ossa (ossements – una parola che torna con ossessiva frequenza sotto la penna del visconte); contengono tracce che devono essere pazientemente seguite (inseguite, come il teschio di Thomas Browne che non a caso apre Gli anelli di Saturno), palpeggiate, riscaldate, incorporate, vivificate. Rivissute. Rivissute come proprie.

La sola chance per il visconte e la povera Charlotte – persa una seconda volta proprio quando viene affidata alle Memorie – è che compaia un Sebald e ri-racconti la loro storia, la ri-attualizzi: non rivestendola di improbabili panni moderni, ma ri-raccontandola come se fosse la sua.

Specularmente, l’opera di W.G.Sebald, morto troppo presto, ha non da ultimo il senso di “svergognare” la narrativa di finzione e di affermare, con grande discrezione, che la sola operazione onesta del racconto è il ri-racconto.

p1t4r171947_1000

 

 

7 thoughts on “ANCORA SU “GLI ANELLI DI SATURNO”: NARRARE COME RI-RACCONTARE”

  1. Tutto davvero molto bello. Sia questo che l’altro articolo. Complimenti.

    Su tutto il discorso che qui fai sulla memoria in Sebald e, in particolare, con riferimento a questo passaggio:

    “A proposito del ricordo, e della titanica impresa autobiografica di Chateaubriand, Sebald commenta: “Il cronista, che era presente ai fatti e richiama ancora una volta alla memoria ciò che ha visto, incide le proprie esperienze sul corpo in un atto di automutilazione. Fattosi martire esemplare, attraverso questo lavoro di iscrizione, di ciò che la Provvidenza ci destina, giace già da vivo nella tomba che le sue Memorie teatralmente rappresentano.””

    ti riporto quest’ altro passaggio di un articolo di Pietro Citati su “Gli anelli di Saturno”, che avevo da parte, che, il passo che hai riportato, mi ha sorprendentemente evocato.

    “A proposito de “Gli anelli di Saturno”:
    “La conclusione del libro sta nelle prime pagine, dove Sebald racconta che, un anno dopo il viaggio nell’Inghilterra meridionale, egli viene ricoverato nell’ospedale di Norwich. Nella sua stanza all’ottavo piano, lo spazio è ridotto a un unico punto sordo e cieco. Non scorge che un lembo incolore del cielo. Chiuso in questo carcere, teme che la realtà sia scomparsa per sempre: oppure, sotto l’effetto degli analgesici, si sente come un viaggiatore in mongolfiera, fluttuante senza gravità in mezzo a montagne di nuvole. Avverte una crepa attraversare la sua vita e il suo corpo: una scalfittura, che lo segue per sempre. La crepa, la scalfittura: questo è il segno della ferita oscura, dalla quale nasce tutto ciò che Sebald ha immaginato e composto. (Pietro Citati – “Sebald e lo sgretolarsi della vita” pubblicato su “Il corriere della sera” dell’ 15.6.2011)

    Liked by 1 persona

    1. Felice che ti siano piaciuti i miei esercizi su Sebald e grazie per la citazione dal bell’articolo di Citati (che sono andata a leggere per intero su internet). Molto interessante questa analogia fra Chateaubriand e Sebald, autolesionista della memoria e per la memoria il primo e, nel caso del secondo, portatore di una lacerazione che da un certo punto in poi della sua vita “corre” come una crepa nel muro e che è la fessura attraverso la quale si insinua il fascino, il dolore, e il lavoro della memoria. E’ vero che la memoria, anche la memoria personale, se non è gestita accortamente può diventare un principio di autodistruzione. La vita meno problematica è certamente la vita nell’istante. Ma allora niente letteratura. Ancora grazie e buona serata!

      Liked by 1 persona

  2. Tutta la grande letteratura si fonda, secondo me, nella memoria e, in particolare, nelle ferite che incidono la memoria e sono contenute in essa. Tanto più queste ferite sono forti e profonde tanto più esse resteranno impresse nella memoria e tanto più eleveranno il livello della letteratura che ne scaturisce. Laddove la letteratura è uno dei pochi antidoti, per chi ha la fortuna di possederlo e saperlo utilizzare, per fronteggiare il pericolo di autodistruzione che quella ferita e quella memoria possono determinare.
    C’è un libretto di Sebald, edito da Adelphi nella collana “Biblioteca minima”, che è “Moments musicaux”, che magari già conosci, in cui Sebald raccoglie una serie di ricordi della sua infanzia e, in generale, della sua vita e da cui si comprendono molte cose di lui, come egli stesso dice quando a proposito di uno di tali ricordi scrive: “Quella volta Tripp mi regalò una sua incisione, dove si vede Daniel Paul Schreber, presidente della corte di appello e malato mentale con un ragno nella scatola cranica – che cosa c’è di più spaventoso dei pensieri che continuano a formicolare nel cervello? – ; un’incisione che ha dato il via a molto di quanto avrei scritto in seguito, anche riguardo al mio modo di procedere, al rispetto di un’esatta prospettiva storica, al paziente lavoro di cesello e al collegamento, nello stile della natura morta, di cose in apparenza molto distanti” (p.35).
    E poi in relazione alla letteratura scrive: ” Vi sono molte forme di scrittura; ma è solo in quella letteraria che si può procedere, al di là della registrazione dei fatti e al di là della scienza, a un tentativo di restituzione”.(p.41)
    Un testo illuminante e poetico nella sua semplice intimità.
    Grazie a te e buona giornata.
    Raffaele

    Mi piace

  3. P.S. Scusa, Raffaele, riesci a risalire al titolo originale di Moments musicaux? O non c’è un originale tedesco e è un’antologia fatta da Adelphi? Su Amazon non ho potuto chiarire. Grazie
    Elena

    Mi piace

  4. E’ un’antologia fatta da Adelphi che nella nota posta nella pagina iniziale specifica che: “”Moments musicaux” e gli altri testi qui pubblicati sono tratti da “Campo Santo” (2003), dal Catalogo della mostra dedicata a Sebald nel 2008-2009 presso il Deutsches Literaturarchiv di Marbach, “Wandernde Schatten.W.G. Sebald Unterwell”, e dalla raccolta di poesie “Über das Land und das Wasser. Ausgewählte Gedichte 1964-2001” (2008).
    Grazie a te per l’interesse e a risentirci
    Raffaele

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...