CREMAZIONE

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Strega al rogo. Pratica di cremazione ammessa dalla Chiesa Cattolica

La vocazione integralista e totalitaria della Chiesa Cattolica si manifesta nell’impegno profuso per regolamentare la totalità delle circostanze in cui può venire a trovarsi un individuo. Con uno sforzo opposto a quello di Gesù Cristo, che mirava a smantellare l’impianto legalistico della religiosità ebraica, la Chiesa Cattolica ha sviluppato molto presto, e mantiene aggiornato, un codice di ciò che si è tenuti a fare o a non fare in ogni possibile occasione della vita. Non solo pretende di intervenire nella legislazione civile sul finis vitae, ma ha promulgato per usi interni una “legge quadro” sul post finem: che deve, appunto, rientrare nel quadro.

Leggiamo sul Corriere del 25 ottobre, in un articolo di Gian Guido Vecchi, che “l’«Istruzione» Ad resurgendum cum Christo, è stata scritta dall’ex Sant’Uffizio «allo scopo di ribadire le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi ed emanare norme per quanto riguarda la conservazione delle ceneri nel caso della cremazione»”.

Sembrerebbe che a una religione che predica la sopravvivenza dell’anima individuale separata dal corpo, in attesa di una resurrezione del medesimo che avverrà quando la stragrande maggioranza dei corpi sarà comunque ridotta in polvere, il “trattamento” funerario debba essere indifferente. Non è così.

La Chiesa apre alla cremazione, tuttavia, dice l’Istruzione, “seguendo l’antichissima tradizione cristiana, la Chiesa raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro. Nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore, mistero alla luce del quale si manifesta il senso cristiano della morte, l’inumazione è innanzitutto la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale [] Seppellendo i corpi dei fedeli defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne, e intende mettere in rilievo l’alta dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la storia”.

Nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore. Non dimentichiamo però che, nel caso del Signore, Dio Padre non ha voluto che il suo Santo vedesse la corruzione, mentre i cristiani ordinari la vedono eccome. Si potrebbe obiettare che a ogni defunto che si seppellisce non si può escludere che la Risurrezione della carne non debba aver luogo di lì a tre giorni, nel quale caso la cremazione sarebbe superflua se non fuori luogo. Tuttavia il calcolo è debole, e dal momento che nessuno conosce il giorno e l’ora, nemmeno tanto ortodosso.

Stando le cose come normalmente stanno, qualcuno dovrebbe spiegarmi in che cosa viene salvaguardata “l’alta dignità del corpo umano”, quando esso è chiuso a marcire dentro una cassa di zinco – perché mi pare che la Chiesa non abbia nulla contro l’orrore dei loculi e delle casse di zinco. Davvero, faccio fatica a ravvisare una grande dignità nel marciume, ma tant’è, la Chiesa ama la sepoltura.

“La sepoltura” ricorda l’Istruzione, “favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi”. In effetti, se la pratica della cremazione si generalizzasse, addio monache giovinette o frati giallo limone conservati in teche di cristallo; addio crani, tibie, peroni, ciuffi di capelli, ampolle di sangue, cuori incartapecoriti, fegati in boccali di vetro e altre religiose frattaglie. E addio resti di Padre Pio da esporre alla venerazione dei fedeli. Ma anche lì bisogna essere attenti a cogliere l’attimo: “Secondo Stefano Campanella, direttore di Teleradio Padre Pio e capo ufficio stampa del Centro comunicazioni dei Frati cappuccini, se si fosse atteso ancora per la esumazione del corpo di Padre Pio, sarebbe stato difficile recuperarlo per l’esposizione ai fedeli, a causa dell’umidità del sepolcro.” Agendo tempestivamente invece qualcosa si recuperò: “D’Ambrosio ha illustrato le condizioni dei resti di san Pio, sottolineando tra l’altro che “il cranio e gli arti superiori sono in parte scheletriti. Le restanti parti presentano i tegumenti adesi ai piani sottostanti e molto umidi, ma suscettibili di trattamento conservativo”. (La fonte qui)

In ogni caso, benché la Chiesa non rinunci volentieri a arti in parte scheletriti e tegumenti adesi ai piani sottostanti e li sottoponga volentieri a trattamenti conservativi, sotto la spinta dei tempi che notoriamente vanno per conto loro sembra che abbia in qualche modo digerito la pratica della cremazione; sempre, beninteso, che non avvenga in spregio alla religione.

Soprattutto però, la legge quadro si preoccupa di definire cosa si possa o non si possa poi fare con le ceneri, e stabilisce che «per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo”.

Trovo molto interessante il “non sia permessa” in un epoca in cui, per fortuna, la Chiesa non è in grado di permettere o non permettere un bel niente; il lupo perde il pelo ma non il vizio: questo ci mostra quanto poco siano cambiati. Poi mi si può dire che se vuoi entrare nel club devi accettare le regole, e sono d’accordo, ma sia chiaro che stiamo parlando di un club.

Per me, desidero che le mie ceneri siano sparse, in un giorno di vento, su una delle prime colline dell’Appennino mordianese: un baluardo contro il nichilismo. Non so se in questo c’è spregio della religione; del club di sicuro.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 12

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Carl Schleicher, Un punto controverso nel Talmud

Domenica 23 ottobre: # Sta’ attento

Una sola citazione oggi, mais de taille. Si tratta di un “formidabile passo del Talmud, il testo delle grandi tradizioni giudaiche” e suona:

“Sta’ attento ai tuoi pensieri, perché diventano parole. Sta’ attento alle tue parole, perché diventano azioni. Sta’ attento alle tue azioni, perché diventano abitudini. Sta’ attento alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere. Sta’ attento al tuo carattere, perché diventa il tuo destino”.

Il formidabile passo circola sul web come aforisma di Charles Reade (1814-1884), ma immagino che sia stato lui a fregarlo al Talmud e non viceversa. O magari è la caratteristica delle formidabili verità che prima o poi ci arrivano tutti.

Il Cardinale mette l’accento sul monito: “sta’ attento!”. L’attenzione della coscienza, dice, impedisce alla ragione di addormentarsi. Purtroppo l’attenzione è una di quelle cose che sono scomparse dal mondo come il cestino di fil di ferro per asciugare la lattuga. Basta guardare come gli adolescenti attraversano la strada.

Io invece sul formidabile passo del Talmud vorrei fare due osservazioni.

La prima è che la grande tradizione giudaica non sa far altro che colpevolizzare noi poveri diavoli: ciò che ti accade, contro cui ti scontri, che ti fa male, ti escoria, ti ferisce e ti mutila – il tuo destino – è solo colpa tua perché non hai fatto attenzione. Mi fa venire in mente la grande tradizione punitiva (e tutta femminile) della mia famiglia: se venivi a casa con un ginocchio acciaccato era meglio cercare di nasconderlo se no prendevi anche su.

La seconda è la seguente: è vero, bisogna fare attenzione ai propri pensieri. Ma una volta che ci avete fatto attenzione, una volta che li avete pensati fino in fondo, una volta che siete convinti di non poter pensare diversamente, allora diteli, i vostri pensieri; non abbiate paura di agire conformemente ai vostri pensieri, fate che le vostre abitudini e il vostro carattere diventino conformi ai vostri pensieri; e se tutto questo prenderà la forma di un destino, allora assumetelo, riconoscetelo come vostro, è il vostro destino, per Dio.

E fatemi un favore: mandate a quel paese la grande tradizione giudaica.

IL VISSUTO E IL RACCONTATO. Una relazione irrisolta nel romanzo di Letizia Muratori “Animali domestici”

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Letizia Muratori, Animali domestici, Adelphi, euro 18

In un articolo uscito su Internazionale, Carlo Mazza Galanti si stupisce che “tra gli autori considerati di punta nell’attuale panorama letterario italiano raramente si nomin[i] Letizia Muratori”. Loda i sette romanzi apparsi finora, “tutti di ottimo livello, in certi casi dei piccoli capolavori”, e lo “stile proprio e riconoscibile”, il “mondo da raccontare” dell’autrice. A proposito dell’ultima opera, Animali domestici, dice Mazza Galanti: “[Vi] si percepisce un investimento particolare, un tentativo da parte della scrittrice di oltrepassare la sua misura naturale, sia in termini quantitativi (i suoi romanzi precedenti non superavano quasi mai le 150 pagine) sia qualitativi”.

E qui, secondo me, sta il primo problema. Dubito che chi legge Animali domestici abbia l’impressione di stare leggendo un romanzo – con tutta la libertà di interpretazione che l’etichetta ultimamente comporta. L’impressione, a libro finito, è piuttosto di avere letto quattro racconti (tanti sono i capitoli), vagamente collegati dallo stesso personaggio narrante che in alcuni ha un ruolo centrale, in altri piuttosto periferico; quattro racconti più quattro pagine finali in cui l’autrice prova a tirare le fila e a indicare retrospettivamente al lettore la presenza di un filo rosso che avrebbe dovuto seguire (l’emancipazione della narratrice dalla cattività di animale domestico).

Il primo capitolo, Che gioia mi dai, ci mostra la narratrice alle prese con Edi Sereni, padre dell’amica d’infanzia Chiara e in qualche modo anch’egli amico di famiglia, faccendiere della cultura e altro, vecchio marpione vagamente pedofilo, impotente più sì che no ma esperto elargitore del “trattamento”: cerimonia di non meglio precisate (e di questo ringraziamo l’autrice) manipolazioni erotiche in grado di portare la protagonista a scollinare oltre il “mostro che è in lei”, cioè l’indifferenza che molto velocemente la guadagna rispetto al lato erotico delle relazioni sentimentali.

L’aspetto più interessante di questo primo capitolo è senz’altro lo stile, quello che Mazza Galanti chiama “un continuo, paziente, filare parole, creare un tessuto delicato e ricco non soltanto di suoni e stili, ma di emozioni e tracce di vita che a quelle parole corrispondono con precisione sempre più accurata, di libro in libro”. Che suona bene ma non vuol dire gran che. Più interessante – e più vicina all’esperienza del lettore – un’osservazione contenuta in un’intervista a Muratori apparsa su Nazione Indiana, in cui si attribuisce alla scrittrice “un approccio stilistico che dimostra quello che Wu Ming 1 ha chiamato nel suo memorandum sul New Italian Epic «sovversione nascosta di linguaggio e stile»”. Di sicuro, infatti, la scrittura di Muratori ci sorprende. Non siamo abituati a una scrittura che “taglia e ricuce il mondo per noi in modo diverso, per rivelare qualcosa che non avevamo visto prima”. Nel primo capitolo di Animali domestici il procedimento “taglia e ricuci” è spinto a livelli estremi, la relazione base della logica occidentale, il legame causa-effetto, è esautorato senza che si capisca da cosa sia sostituito, i dialoghi hanno più di una sfumatura da Cantatrice calva, nulla è concatenato, tutto è frammentato, senza che la frammentazione sia vissuta come problema o anche solo tematizzata: è così e basta. Ma su questo torneremo.

Una nota, in margine, sullo “scrivere strano”: mi è capitato recentemente di leggere racconti di giovani autori (ma soprattutto autrici) e di imbattermi in questa lingua di difficile digestione (cioè: bisogna rileggere le frasi quattro o cinque volte per farsi almeno una vaga idea, così, un’ipotesi di quello che potrebbero voler dire). L’intenzione, chiaramente, è di tagliare e ricucire il mondo a partire dall’approccio percettivo; c’è in questi giovani scrittori (scrittrici) l’ambizione di riformare le categorie a priori dell’intelletto; però un po’ così come viene, come gli detta il cuore. Purtroppo l’impressione più forte che lasciano nel lettore (in me) è che la loro conoscenza dell’italiano sia una conoscenza di massima, una conoscenza di superficie e per di più a chiazze, insomma che questi sperimentino allegramente con uno strumento che controllano molto poco. Confesso che questa giovanile incoscienza mi fa un po’ paura.

Questo genere di osservazioni non riguarda Letizia Muratori: lei l’italiano lo sa, e anche molto bene. Qui il problema, se problema c’è, è di altro genere; ma di questo parleremo dopo.

Nel secondo capitolo, Mai più vi rivedrò, la narratrice ci racconta la storia di Chiara, amica d’infanzia, figlia di Edi Sereni, bambina dislessica quando ancora la dislessia era una parola sconosciuta nelle scuole italiane, bocciata in prima elementare, ribocciata in prima superiore benché di famiglia colta e più che benestante, e insomma avviata a una marginalizzazione che in lei prende la forma dell’amore per gli animali, soprattutto i cani. I cani, più dello Xanax, le garantiscono una sopravvivenza, seppure al margine. Ne ha raccolti una quarantina, in un casale dove vive col marito falegname. Un blitz assurdo e feroce della guardia di finanza glieli porta via per “inadeguatezza della struttura”. Questo capitolo, soprattutto la scena del sequestro, è la parte migliore del libro. È molto bello. L’ingiustizia perpetrata ai danni dei cani e il dolore profondissimo di Chiara, narrati con grande sobrietà di linguaggio attraverso la voce della stessa Chiara, sono molto più veri e ci toccano molto di più del suicidio del giovane Michele, alla fine del romanzo, e del relativo dolore di amici e parenti che la narratrice racconta in proprio sforzandosi, senza riuscirci del tutto, di evitare il patetico e dunque il falso. (E non è che non ci riesce perché non è brava; non ci riesce perché nel mondo com’è oggi il dolore di un animale o per un animale è reale e rappresentabile; il dolore di un essere umano o per un essere umano, per motivi che sarebbe interessante indagare, lo è molto meno – con la parziale eccezione dei bambini piccoli, che infatti hanno ancora qualcosa del cucciolo. La non-bravura starebbe quindi, caso mai, nel non rendersi conto che si sta tentando qualcosa di infattibile o di molto difficilmente fattibile).

Il quarto capitolo (del terzo ci occuperemo fra poco), La storia è finita punto e basta, parla della servante eritrea Almas (come definirla altrimenti? Domestica? Sì, ma vive nel grande appartamento dei padroni ai Parioli, situazioni che al nord hanno cessato di esistere già dai primissimi anni del dopoguerra e di cui io al massimo sentivo parlare da mia madre). Il quarto capitolo, o quarto racconto, è la storia di Almas che, francamente, non c’entra quasi nulla col resto.

Se il secondo capitolo, la storia di Chiara, era stato anche il capitolo dedicato all’infanzia, il terzo, Mission with Mountbatten, il più lungo e il più autobiografico (nel senso della storia personale della narratrice ma anche, in un senso che preciseremo, dell’autrice), ci presenta l’adolescenza della protagonista vissuta in simbiosi con la nuova amica Simonetta, italiana nobilitata da un’ascendenza inglese; segue il matrimonio un pelo surreale con Luca, prime incursioni di Edi Sereni, separazione, convivenze per sommi capi, fino alla ricaduta nei “trattamenti”, poi alla rottura con Sereni; lì il cerchio si chiude e ci ritroviamo dove eravamo rimasti alla fine del primo capitolo.

Mission with Mountbatten, che originariamente è il titolo del libro di memorie del nonno di Simonetta, viene preso in prestito “per il più ambizioso dei cortometraggi che io e Simonetta contavamo di girare da ragazze. […] Non c’era alcuna relazione fra titolo e plot, ma Simonetta lo aveva accettato subito, perché la mancanza di nessi espliciti è sempre stata una caratteristica della nostra vena creativa”. Direi che è una caratteristica dell’autrice, oltre che della narratrice, e che le è rimasta nel tempo; ma di questo abbiamo già detto. Il punto che mi preme sottolineare è un altro. Animali domestici si presenta, nella finzione, come l’autobiografia di una protagonista che si chiama Letizia; Muratori stessa dice, nell’intervista a Nazione Indiana, che questo romanzo è particolarmente nutrito di materia autobiografica. Ora, di romanzi i cui protagonisti si chiamano Walter Siti, come tutti, di questi tempi sono piene le librerie. Il punto è quello che ci si fa con la finta o vera o parzialmente vera ma in ogni caso romanzata autobiografia. Il punto è se questa autobiografia romanzata o romanzo nutrito di autobiografia, pur non essendo l’autobiografia di un personaggio di per sé esemplare o interessante (e Muratori, per il momento almeno, non lo è) riesce a porsi a un livello che riguarda tutti; che sarebbe il livello letterario. Ecco, a mio avviso questa “magia”, in particolare nel terzo capitolo che è il capitolo centrale, a Muratori non riesce. O raramente le riesce. Per lo più ci troviamo di fronte a fatti privati che tali rimangono. “Sentii qualcosa che si muoveva sul soppalco, e per tutto quel tempo era rimasto in silenzio. Dopo pochi attimi comparve il ragazzo più bello che avessi mai visto, tutto appuntito, con una testa ben messa sul collo. In mezzo a quei bronzi sembrava un fauno con gli occhi d’oro. «Ciao, sono il fratello di Andrea» mi tese la mano, non era una mano forte, sicura, e mi fece tenerezza”. Vorrei dire a Letizia (dico “Letizia” come direi “Marcel”, per non confonderla con Muratori/Proust) che mi fa molto piacere che abbia incontrato il ragazzo più bello che avesse mai visto e che sia amore a prima vista, come mi stupisce un po’ che soltanto dopo tre anni e passa di matrimonio, e per puro caso, scopra che il fauno con gli occhi d’oro è da sempre drogato marcio. Però a me – e parlo per me – che abbia incontrato il ragazzo più bello che avesse mai visto o che l’oro degli occhi fosse in fondo una sfumatura di eroina non è che interessi poi molto; anzi a dir la verità non me ne frega proprio niente. E che Muratori ci appiccichi in fondo due righe di morale: “Avevo sposato me stessa grazie a quel marito attento che aveva sposato se stesso grazie a quella moglie distratta” non cambia la sostanza delle cose.

Il marito drogato che passa come una meteora occupa un po’ più di spazio della signora del quinto piano che le giovani Letizia e Simonetta quasi travolgono uscendo dall’ascensore. Della signora del quinto piano, che non ricomparirà mai più nel romanzo, apprendiamo diverse cose: che si chiama Edith, che è ungherese, che non esce mai di casa se non per dar da mangiare ai gatti del cortile ecc. Di persone reali, che hanno la loro giustificazione nel mondo reale ma non necessariamente nel romanzo, è pieno il terzo capitolo e un po’ tutto il libro. C’è una tendenza a sostituire il raccontato con il vissuto, a raccattare quello che è capitato perché è capitato, senza scegliere, senza ordinare, senza “montare”. Quel “nulla è concatenato, tutto è frammentato” che dicevamo dello stile corrisponde all’idea che Muratori si fa della mimesi: una cronaca in cui si registrano eventi senza interrogarsi sulla loro rilevanza o eventuale collegamento; precisamente come essi avvengono nella realtà: senza che si chiedano, gli eventi stessi, se sono o no rilevanti, se sono o no concatenati.

C’è una compiacenza, da parte dell’autrice, nei confronti del materiale biografico: una tendenza ad accoglierlo a prescindere da una funzione; come se quello che è stato, nel momento in cui viene inglobato in un romanzo, acquisisse una giustificazione estetica o uno status letterario. Ma non è automatico; molto – tutto – dipende dallo sguardo, dal tono; dal peso che lo sguardo è in grado di attribuirgli e di attribuire all’insieme. In questo senso lo sguardo di Muratori è uno sguardo leggero. Il che naturalmente può anche essere visto come un pregio. Io lo vedo – anzi, mi colpisce – come un difetto: come un arrivarci troppo corti nel salto dall’esistenza alla scrittura. Può darsi che sia una questione di età, di generazione: che io non riesca ad apprezzare perché sono troppo lontana dal fenomeno. Ad esempio si dice, e posso essere d’accordo, che Muratori è particolarmente brava nella rappresentazione dell’infanzia; l’infanzia è la fase degli effetti senza cause o dalle cause favolose. Il rischio però, quando le piccole donne crescono, è di ritrovarsi davanti delle bimbe minchia fuori taglia massima che non rivestono per me alcun interesse. Anche se è probabile che al momento costituiscano un fenomeno rilevante; come costituisce un fenomeno rilevante prendere le cose come vengono, perché vengono, una di seguito all’altra, senza star tanto lì a rompersi la testa.

Io non mi ci ritrovo. Questione d’età.

RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 11

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Domenica 16 ottobre: # Possedere e Amare

Gli affezionati lettori ricorderanno che la Ravasiana era morta d’inedia la settimana scorsa; in effetti avevo intenzione di chiuderla lì. Non vale la pena mi ero detta; oltretutto sperperare i talenti è antievangelico.

Non fosse che il Cardinale mi provoca. Tira fuori un “sapiente berbero”. Ricorrere al sapiente berbero è come sventolarmi il panno rosso, non ci vedo più. Ed eccomi di nuovo invischiata nella rubrica del lunedì.

Dunque il Cardinale cita ancora una volta lo “scrittore aviatore” Antoine de Saint-Exupéry; cita, di Saint-Exupéry, una raccolta di meditazioni e pensieri uscita postuma – e fortuna che a un certo punto lo scrittore aviatore si è inabissato, se no avremmo scorte di saggezza fino al 2080 e oltre.

Pare che Saint-Exupéry, a sua volta, citi un “sapiente berbero”, che dev’essere lo stesso a cui si rivolge abitualmente Paulo Coelho, il quale ci dice che non bisogna confondere l’amore col delirio di possesso, e che non è l’amore a far soffrire, bensì l’istinto di proprietà che è il contrario dell’amore.

E con questo il sapiente berbero si fa un sol boccone di almeno quattro su sette volumi della Recherche e li espelle in forma di palline digerite e, vogliono farci credere, digeribili. Chacun ses goûts.

Il Cardinale ci dice poi che non è bene uccidere la propria donna perché la si considera un possesso, e su questo non posso che trovarmi d’accordo. Mi chiedo però perché molto raramente, per non dire mai, succeda il reciproco, e cioè che una donna uccida il proprio uomo perché lo considera un possesso. Se il problema è un approccio sbagliato all’amore, dovrebbe valere per entrambi i sessi, o no?

E se invece sotto ci fosse qualche cattiva abitudine di popolazioni, diciamo, medio-orientali? Una parzialità, culturale per l’amor del cielo, per la lapidazione? Un’identificazione tutta maschile con Dio Padre?

Abilmente, il Cardinale para queste e simili obiezioni citando in chiusa il Cantico dei cantici.

Io una volta l’ho letto il Cantico dei cantici. Anzi, di sicuro più di una volta. Ci ho pure fatto un seminario in gioventù, e mi è toccato scrivere un lavoro in cui mettevo a confronto un commento latino con uno medio alto tedesco, figurati che palle. Se nonostante tutto mi ricordo così poco, di questo Cantico dei cantici, è perché, a dirla come va detta, non ci si capisce niente. Questi due non fanno neanche in tempo a trovarsi che già si sono persi; dopo di che si cercano e si cercano per tutto il libro, senza trovarsi mai.

Frustrante dico io, altroché.

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IL SECONDO E IL TERZO DI TRE SONETTI SOPRA UN COLTELLO DA BURRO COL MANICO DI CORNO (il primo lo trovate qui)

 

II

La lama che in Eldalie fu forgiata

Stesa indolente sopra la burriera

Riflette nell’acciaio una brughiera

Smorta sulla tovaglia inamidata.              

 

L’impugnatura stramba variegata,                       

Partita in rami, di pazzia foriera,              

Corno d’innocua bestia in una fiera         

Di mostri e strane cose fu acquistata

 

Dal re degli elfi Gorbaran l’Ardito

– Per  un coltello farne che scalcasse

Le carni preparate per gli eroi.

 

Ma nell’artiglio eburneo c’era il dito

Di un diavolo cornuto di Manasse;

E fu così che giunse in mezzo a noi.

 

 

III

Oh, re degli elfi! Nostalgia mi prende

Della tua mensa d’alberi intrecciata

E di radici, ove curva o spezzata

O flessüosa è ogni linea e tende

 

Ad un intrico senza scopi, o spende

Immemore il suo corso ed è incantata

Dal ferreo caso: come la posata

D’acciaio e corno che ogni uso offende.

 

Che se a noi giunge per ignote strade,

Terragne e oscure, il suo segreto ci arde

Quasi che fosse demoniaco attrezzo;

 

A nulla buono; sulla sua forma cade

Di suscitar sospetto in menti tarde,

Paurose di dover pagare il prezzo.

 

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John Anster Fitzgerald, The Fairy’s Banquet

 

ANCORA SU “GLI ANELLI DI SATURNO”: NARRARE COME RI-RACCONTARE

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Girodet de Roussy, Atala au tombeau

Dicevamo, dei dieci capitoli o meglio delle dieci parti in cui è suddiviso Gli anelli di Saturno di W.G.Sebald, che esse si condensano o si conglomerano (per mantenerci fedeli all’immagine delle particelle che formano gli anelli del titolo) attorno a luoghi del viaggio, personaggi incontrati, edifici dismessi o adibiti a un uso enigmatico – in breve attorno a fenomeni che si manifestano nel presente del paesaggio (nello spazio, come documentano le fotografie che sono al pari del testo elemento costitutivo dell’opera), ma per la più gran parte affondano una mole invisibile nel passato (chiamano in causa il tempo come fattore imprescindibile della propria sostanza).

Nella Parte Nona, dopo essersi congedato dall’amico Alec Garrard e dopo lungo vagare per sentieri improvvisamente cancellati dall’esuberanza della vegetazione o dall’aratro del contadino (mi ha consolato scoprire che questa incivile abitudine, oggetto di imprecazioni durante le mie passeggiate, non è diffusa soltanto nel basso Appennino Mordianese), Sebald raggiunge il cimitero della piccola parrocchia di Ilketshall St. Margaret, servita, nell’ultimo decennio del XVIII secolo, dal reverendo Ives che risiede con la famiglia nella vicina cittadina di Bungay. L’Index des noms propres dei Mémoires d’Outre-Tombe nell’edizione della Pléiade ci informa che nel 1795, mentre il reverendo Ives predicava nella chiesetta di St. Margaret, sua figlia Charlotte e l’esule visconte di Chateaubriand erano impegnati in sentimentali passeggiate nel cimitero di campagna e dintorni, e che quelle passeggiate erano notate e facevano scandalo. Se e quanto il visconte fosse consapevole di ciò che poteva esservi di compromettente nella sua condotta, è difficile stabilirlo. Da un lato ci informa, a riprova dell’idealità del suo sentimento, che non avrebbe osato raccogliere da terra un guanto di Miss Ives; dall’altro, dopo l’amara e prevedibilissima fine, si accusa della compiacenza con la quale si è abbandonato a un’inclinazione di cui conosceva il carattere irrimediabilmente illegittimo (il visconte ha in Francia una moglie).

Comunque sia, Sebald aderisce pienamente alla presunzione di buona fede dell’autore e ci ri-racconta, in parte direttamente in prima persona, i capitoli 9 e 11 del decimo libro dei Mémoires. È una narrazione quasi letterale a cui la naturalezza dell’espressione tedesca, il passaggio dalla terza alla prima persona e viceversa, l’introduzione di particolari assenti nel testo originario conferiscono il fascino di una re-invenzione estemporanea. Il racconto autobiografico di Chateaubriand diventa, rimanendo sostanzialmente lo stesso, racconto di un’esperienza di Sebald non diversa da una qualsiasi altra esperienza di viaggio (l’incontro per esempio, nella Parte Seconda, con William Hazel, il giardiniere della tenuta Somerleyton con la passione, sviluppata da ragazzo e contestualmente agli eventi, per la storia della guerra aerea contro la Germania nazista, con i caccia e i bombardieri alleati che decollavano dai sessantasette campi di volo allestiti a partire dal 1940 nell’Anglia orientale; con la carta che si era procurato della Germania, dalla Polonia al Reno, e che la sua fantasia – realistica – popolava di città in fiamme secondo i toponimi annunciati dai notiziari radio; con la sua incredula perplessità quando agli inizi degli anni Cinquanta, di stanza a Lüneburg con le truppe di occupazione, si accorge che sulle immani distruzioni dovute ai bombardamenti aerei non esiste letteratura e che nessuno pare ricordarsene). Attraverso il ri-racconto, l’esperienza di Chateaubriand trasmigra in un’esperienza di Sebald; si incorpora alla sua vita come una tappa di un viaggio, una camera d’albergo, un incontro, una lettura.

La casa del pastore a Bungay, dove il visconte francese in fuga dal Terrore, esule e squattrinato, dà lezioni di francese due pomeriggi la settimana, è accolto anche più spesso a pranzo e a cena ed è finalmente ospitato dopo una caduta da cavallo, ci appare nel ri-racconto di Sebald nell’immediatezza di toni e di rapporti propria del vissuto personale – col reverendo, “del quale si tramanda che assumesse volentieri, nell’ora del crepuscolo, un bicchiere di porto” (Kanariensekt è la parola usata da Sebald. Dall’Index des noms propres, interessante repertorio di chiacchiere e sentito dire, apprendiamo che secondo la tradizione il rev. Ives avrebbe ottenuto la parrocchia di St. Margaret grazie alle doti di hard drinker, avendo battuto il duca di Norfolk a un torneo di porto; Chateaubriand stesso dice che a casa sua “si beveva al modo degli antichi inglesi, e si rimaneva a tavola due ore dopo che le signore si erano ritirate”), che conversa con l’ospite dei viaggi di entrambi nel Nuovo Mondo, mentre la quindicenne Charlotte ascolta di preferenza le storie, narrate dal visconte, di ragazze indiane virtuose e sventurate che vagano in seno alla natura selvaggia.

Di questa immagine vivace su cui Sebald si dilunga con naturalezza – Charlotte che ascolta dalla viva voce di Chateaubriand la storia di Atala (a cui egli lavorava, assieme alle altre storie ambientate in Louisiana, dal 1791, ma che arriverà alla pubblicazione soltanto nel 1801) e che è commossa, piuttosto che dai conflitti tragici e dalle scene sublimi, dal cane dell’eremita che portando in bocca un bastone a cui è appesa una lanterna guida l’impaurita Atala attraverso le tenebre – di questa immagine non c’è traccia nei Mémoires d’Outre-Tombe. E la scena descritta – il cane col bastone a cui è appesa la lanterna, le tenebre, la situazione di pericolo – assomiglia alla scena corrispondente di Atala, ma non è la stessa. Non credo che Sebald disponesse di altre fonti – non mi risulta che esistano altre fonti. Credo piuttosto che la libertà di affabulazione, che si manifesta nell’ampliamento, nella distorsione, nell’aggiunta o caduta di particolari, anche in una sfumatura di ironia quando si toccano temi che così come sono appaiono difficili da ingoiare al giorno d’oggi, credo che questa libertà sia precisamente il segno dell’appropriarsi della materia da parte di chi esercita la prassi del ri-raccontare – prassi che si fonda sulla memoria e non sul riscontro testuale, che si fonda cioè sul racconto in quanto è diventato, con le menomazioni inevitabili nel passaggio, direi con le menomazioni costitutive, una parte della psiche del ri-raccontatore. Questo rende conto dell’effetto di immediatezza, di vissuto: ciò che leggiamo negli Anelli di Saturno non è il ricordo di Chateaubriand, ma ciò che esso è divenuto dopo che Sebald se ne è appropriato, dopo che ne ha fatto un ricordo suo; in parte almeno un ricordo diretto, un ricordo di primo grado.

D’altra parte, se da un lato per Chateaubriand/Sebald la memoria è irrinunciabile per l’esistenza (“Cosa saremmo senza il ricordo? […] la nostra esistenza consisterebbe unicamente di un’infinita serie di istanti privi di senso e non ci sarebbe più traccia di un passato”), dall’altro più che restituire gli esseri e le cose a una dimensione autentica al riparo dalla distruzione, come in Proust, essa esercita un’azione distruttiva. Ventisette anni dopo l’idillio di Bungay, e pochi giorni dopo averlo messo per iscritto nei Mémoires, a cui lavora alacremente in questo 1822 a Londra, Chateaubriand incontra nuovamente Charlotte. Ora lui è ambasciatore di Luigi XVIII presso Giorgio IV e lei è lady Sutton (Mrs. Suttun a voler essere precisi, nobilitata dall’ex-innamorato per galanteria, o forse per snobismo). Si vedono un paio di volte: Lady Sutton gli chiede di intervenire in favore del figlio maggiore che vuole iniziare una carriera in India. “Questa è la mia storia con miss Ives”, conclude Chateaubriand. “Finendo di raccontarla, mi sembra di perdere Charlotte una seconda volta, su questa stessa isola dove la persi la prima.”

A proposito del ricordo, e della titanica impresa autobiografica di Chateaubriand, Sebald commenta: “Il cronista, che era presente ai fatti e richiama ancora una volta alla memoria ciò che ha visto, incide le proprie esperienze sul corpo in un atto di automutilazione. Fattosi martire esemplare, attraverso questo lavoro di iscrizione, di ciò che la Provvidenza ci destina, giace già da vivo nella tomba che le sue Memorie teatralmente rappresentano.”

Non diversamente dagli altri frammenti del passato – sparsi, parzialmente organizzati o del tutto riorganizzati in nuove orbite – anche le Memorie, che vorrebbero preservare, sono una tomba, contengono virtualmente polvere e ossa (ossements – una parola che torna con ossessiva frequenza sotto la penna del visconte); contengono tracce che devono essere pazientemente seguite (inseguite, come il teschio di Thomas Browne che non a caso apre Gli anelli di Saturno), palpeggiate, riscaldate, incorporate, vivificate. Rivissute. Rivissute come proprie.

La sola chance per il visconte e la povera Charlotte – persa una seconda volta proprio quando viene affidata alle Memorie – è che compaia un Sebald e ri-racconti la loro storia, la ri-attualizzi: non rivestendola di improbabili panni moderni, ma ri-raccontandola come se fosse la sua.

Specularmente, l’opera di W.G.Sebald, morto troppo presto, ha non da ultimo il senso di “svergognare” la narrativa di finzione e di affermare, con grande discrezione, che la sola operazione onesta del racconto è il ri-racconto.

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RAVASIANA – Il breviario del giorno dopo, 10

 

Domenica 9 ottobre: #Matematica

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Nel breviario di oggi il Cardinale è prudente: non dice nulla. Dice talmente nulla che non si capisce nemmeno di cosa lo dica, questo nulla.

Così mi spiazza, l’astuto. Fa terra bruciata. Mi priva della materia. Mi toglie la linfa, il nutrimento. Tenta la via dell’inedia.

Perché cosa si può dire di fronte al nulla? Nulla.

Ci si può meravigliare di quelli che pubblicano il nulla e perfino pagano, pare, per pubblicarlo. Ci si può stupire che il nulla paghi, alla fine. Ma dire, del nulla, non si può dire nulla.

Si pensa, è vero, ai Vestiti nuovi dell’imperatore. Si è tentati di vagheggiare la stessa conclusione per il nostro dipanatore di nulla. Ma no: l’imperatore nudo è un bell’explicit, un cardinal Ravasi nudo non lo si augura a nessuno.

Addio dunque. La Ravasiana si strugge per mancanza di nutrimento. E sì che si accontentava di poco: due o tre citazioni appassite, cavate dal contesto, un torsolo di luogo comune, una scemenza ottimistica come la mela di Biancaneve.

Nemmeno più quello le danno. Il nulla, nient’altro che il nulla. La Ravasiana deperisce, languisce, muore.

Good night, ladies. Good night, sweet ladies. Good night, good night.