J.W.v.Goethe, TORQUATO TASSO

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Nino Galizzi, Busto di Torquato Tasso

LEONORE: Vedessi chiaro tu come io vedo!

Ti sbagli su di lui, non è così.

TASSO: Se sbaglio su di lui, voglio sbagliare!

Io penso a lui come al peggior nemico,

Sarei perduto, dovessi io mai ora

Sfumare il mio giudizio. È degli sciocchi

Equanimi mostrarsi in ogni cosa,

Buono solo a distruggere se stessi.

Son forse gli altri equanimi con noi?

È necessario all’uomo, che è finito,

D’amore e d’odio il doppio sentimento.

Non gli abbisogna pur anche la notte

Oltre che il giorno? E sonno al par di veglia?

No, d’ora in poi dovrà costui formare

Per me l’oggetto d’odio più profondo;

E nulla potrà togliermi il piacere

Di pensare di lui quel ch’è più abbietto.

J.W.v.Goethe, Torquato Tasso (1790), IV, 2 (La traduzione è mia)

 

Il tema del Torquato Tasso è il conflitto (insanabile?) fra una verità sentita dall’individuo, che gli si impone immediatamente come incontrovertibile, e una verità presunta oggettiva o almeno intersoggettiva, che in quanto estranea e spesso antitetica alla prima gli appare volentieri nella luce del complotto e della persecuzione. Il personaggio storico del Tasso – col carattere ombroso, le manie di persecuzione, gli episodi patologici e il sospetto sempre rinnovato degli intrighi di corte dietro l’internamento forzato – offe un protagonista ideale a un dramma che voglia tematizzare questo conflitto. L’ombra minacciosa del Wahn, della follia nel senso dell’abbaglio: del percepire ciò che non è o del percepirlo come non è, aleggia per tutti e cinque gli atti attorno al capo del protagonista. Ma non è ogni autentica percezione in sé un Wahn, quando non si accomodi immediatamente e per lunga abitudine nelle forme e nei binari sociali? (cosa che il poeta, se vuole restare poeta, non può fare). Un certo modo di vedere le cose – per quanto tutti vogliano persuaderci che è sbagliato – è talmente connaturato a noi stessi come individui che rinunciarvi in nome di una presunta “equanimità” o “oggettività” significherebbe rinunciare al nostro io, sarebbe un procedimento “buono solo a distruggere se stessi”.

Di qui il riconoscersi del personaggio Tasso al proprio possibile abbaglio, il restare fedele a una parzialità necessaria contro il miraggio di un’imparzialità assai dubbia (“Son forse gli altri equanimi con noi?”), l’accettare, il richiedere quasi la presenza di un “oggetto dell’odio più profondo”, senza voler indagare la legittimità di questo sentimento al di là e al di fuori della propria psiche, come se la presenza di un antagonista (in questo caso Antonio Montecatino, il pragmatico, assennato, prudente segretario di stato del duca Alfonso d’Este), la presenza di una forza soggettiva esterna che mette in discussione il nostro modo di essere in quanto tale e ci è dunque mortale nemica, fosse tuttavia necessaria alla precisa e preziosa configurazione dell’identità personale.

 

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