J.W. von Goethe (1749-1832), PASSATO NEL PRESENTE (Im Gegenwärtigen Vergangnes, 1814)

DUGHET-Landsacape
Gaspard Dughet, detto Gaspard Poussin, Paesaggio nella Campagna Romana

 

Stillanti di rugiada rosa e giglio

Fioriscono nell’alba a me vicino;

Alle mie spalle scabra fra i cespugli

Sale la rupe familiare e il pino;

E là l’arco del monte coronato

Di nobile castello, e di foresta

Impenetrabile e alta circondato

Verso la valle piega la sua cresta.

 

Tutto profuma intorno come ai tempi

Che ancora per amore si soffriva

Ed alle corde del salterio intenti

Il raggio dell’aurora ci coglieva.

Quando dal folto della selva il canto

Della caccia esalava in toni pieni,

Ora infuocando oppure rinfrescando,

Come piaceva al petto, sprone o freni.

 

Poi che eterno dei boschi è il germogliare

Rinvigorite l’animo con essi,

Ciò che voi aveste in sorte di godere

Godetelo ora in altri da voi stessi.

Così nessuno avrà da rinfacciare

Che vogliam bere soli dalla brocca;

Siate invece capaci di gustare

D’altri il piacere, quando ad essi tocca.

 

E alla svolta così del nostro canto

Ritroviamo Hafis nelle calme sere,

Poi ch’è bene godere il compimento

Della giornata con chi sa godere.

(Traduzione mia)

 

Im gegenwärtigen Vergangnes

Ros’ und Lilie morgentaulich
Blüht im Garten meiner Nähe;
Hinten an, bebuscht und traulich,
Steigt der Felsen in die Höhe;
Und mit hohem Wald umzogen
Und mit Ritterschloß gekrönet,
Lenkt sich hin des Gipfels Bogen,
Bis er sich dem Tal versöhnet.

Und da duftet’s wie vor alters,
Da wir noch von Liebe litten
Und die Saiten meines Psalters
Mit dem Morgenstrahl sich stritten;
Wo das Jagdlied aus den Büschen
Fülle runden Tons enthauchte,
Anzufeuern, zu erfrischen,
Wie’s der Busen wollt und brauchte.

Nun die Wälder ewig sprossen,
So ermutigt euch mit diesen,
Was ihr sonst für euch genossen.
Läßt in andern sich genießen.
Niemand wird uns dann beschreien,
Daß wir’s uns alleine gönnen;
Nun in allen Lebensreihen
Müsset ihr genießen können.

Und mit diesem Lied und Wendung
Sind wir wieder bei Hafisen,
Denn es ziemt, des Tags Vollendung
Mit Genießern zu genießen.

 

Questa celebre poesia fa parte del West-östlicher Divan, titolo che preferisco spiegare anziché tradurre, dal momento che “Il Divano occidentale-orientale” (Rizzoli 1990, a cura di L.Koch e I.Porena) rischia di suscitare sconcerto soprattutto nelle giovani generazioni. Bisognerebbe infatti sapere (ma francamente, chi lo sa?) che un divano, oltre a essere un mobile da salotto, è anche, e con l’identica etimologia, in ambito arabo-persiano una raccolta di testi poetici: un canzoniere.

Da sempre Goethe si interessa all’Oriente, già a partire dalla giovanile dimestichezza col Pentateuco che Herder gli insegnerà a leggere, al pari dell’intera Bibbia, come una Kulturgeschichte, una storia della cultura del medio oriente antico. Ma nel 1814, all’età di sessantacinque anni, si trova fra le mani il Divan, appunto, del poeta persiano Hafis (Hafez, XIV sec.), nella traduzione di J. v. Hammer, ed è abbagliato dalla congenialità di temi e dalle soluzioni poetico-concettuali elaborate da questo confratello, lontanissimo, per tempo e per spazio, tanto dall’Europa napoleonica quanto dalla colta provincia di Weimar. Nei cinque anni che seguono Goethe costruisce, con il suo proprio Divan (pubblicato nel 1819, ma Goethe ci lavorerà, con un’ulteriore edizione ampliata, con rimaneggiamenti e piccole modifiche, fino agli ultimi anni), un ponte fra Oriente e Occidente che rimane estraneo all’esotismo d’evasione di stampo romantico e cerca invece nell’inscindibile commistione di realtà mondana e superamento mistico un modello esistenzialmente utilizzabile: hic et nunc.

In Passato nel presente tuttavia, se si prescinde dall’ultima quartina in cui si fa espresso riferimento a Hafis come al garante di una possibilità e capacità di godimento che va oltre un piacere egoisticamente personale, l’oriente non compare. Luoghi e paesaggi evocati nelle prime due ottave – i luoghi reali del presente e le scene ricordate del passato – sono risolutamente occidentali: la Selva di Turingia se guardiamo al luogo e alla data di composizione, più in generale un’Arcadia che appare quasi di sogno dopo gli sconvolgimenti delle guerre napoleoniche. È tuttavia un’Arcadia radicata nel presente e nella realtà, alla quale il prolungamento attraverso il ricordo conferisce quella vibrazione, come di un paesaggio visto attraverso un velo di calura, che è tutt’uno con la qualità poetica. Proprio i luoghi rimasti uguali nel tempo, testimoni e in un certo senso “depositari” del piacere che il poeta vi sperimentò nella giovinezza, gli suggeriscono l’idea di una consistenza autonoma di questo stato psichico, indipendente dall’individuo che di volta in volta lo prova; uno stato psichico al quale, una volta che si sia esperito, si può attingere sempre. In questa capacità, di vivere come proprio il piacere che appartiene a un altro stadio della vita e a coloro che vi si trovano, consiste la qualità dell’autentico gaudente che non può essere, in fondo, che un gaudente mistico.

È un’idea da vecchi, si dirà. Effettivamente quando Goethe si lancia nell’impresa del Divan ha sessantacinque anni: un’età ragguardevole per l’epoca. Rimane che in questa stessa estate del 1814, al termine del viaggio che lo porta da Weimar alla natia Renania, conosce la trentenne Marianne von Willemer, compagna poi moglie di un amico banchiere; ed è subito amore. Se e quanto mistico non ve lo so dire.

 

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