CARATURE LETTERARIE: L’ULTIMO ROMANZO DI GILDA POLICASTRO

Cella

Gilda Policastro, Cella, Marsilio 2015, € 17

In un’intervista rilasciata nell’ottobre 2010 a Antonio Prudenzano per Affaritaliani.it, Gilda Policastro lamentava la delegittimazione della critica dovuta almeno in parte alla pretesa degli autori di autovalutarsi: “La critica ha infatti una funzione di mediazione irrinunciabile, cui però negli ultimi decenni si è andati via via abdicando, soprattutto per la marginalizzazione sociale della letteratura in generale, e poi per la pretesa via via crescente da parte degli scrittori di potersi presentare ai lettori saltando la mediazione critica, passando automaticamente poi dall’autovalutazione all’autocanonizzazione. Un’opera come ‘Lettere a nessuno’ di Moresco, alla fine degli anni Novanta, ha fatto scuola inaugurando la pretesa dello scrittore di giudicarsi da sé”.

Nel febbraio 2014, divenuta autrice di romanzi, Policastro cambia radicalmente opinione e fattasi due nature in un’unica sostanza, al contempo autrice e critica di sé stessa, in un commento apparso sul blog Vibrisse afferma: “Perciò senza schermirmi con inutile falsa modestia, certamente mi giudico da sola, e so di scrivere libri che possono essere ritenuti volgarmente *belli* o *brutti*, ma sulla cui caratura letteraria non ci possono essere discussioni di sorta”.

Il volgare lettore a cui sia capitato per le mani l’ultimo romanzo della scrittrice: Cella, e che per qualche masochistico motivo abbia proseguito la lettura fino all’ultima pagina, certamente ha l’impressione di trovarsi di fronte al nulla rilegato in robusto cartone; tuttavia, memore della dichiarazione di valore, è colto dal dubbio che forse l’essenziale gli sfugge e si pone di buona volontà a indagare la caratura letteraria.

Impresa non facile perché non sa a che appiglio appigliarsi. Volgarmente, non sa da che parte prendere. Il romanzo è costituito per intero (174 pagine) dal lungo monologo di una voce narrante. Ma forse le voci narranti sono due, eventualmente anche tre, facciamo una e mezzo e non parliamone più, tanto le monologanti voci narranti monologano tutte allo stesso modo quindi alla fine è uguale. Il monologo comunque c’è, questo è certo. Tutto il resto fluttua parecchio. Il lettore si rigira fra le mani la bella copertina rigida con sovraccoperta satinata; la perplessità lo porta a aprire il libro in diversi punti, che lo confondono perché potrebbero trovarsi ciascuno in un punto diverso e tutti insieme in un punto qualsiasi. Si fa coraggio: trama e sviluppo, si dice, sono cose del passato. Vorrebbe focalizzare sui personaggi ma anche lì l’autrice gli fa lo sgambetto: i personaggi sono funzioni di comodo della voce narrante: un po’ così un po’ cosà e un po’ come la va, secondo l’estro e il bisogno del momento. Splendido! un romanzo sperimentale! Non staremo mica lì a imbarazzarci della coerenza psicologica. Certo che no, però vorremmo capire di cosa sta parlando questa qua (questo qua?).

Già: di cosa parla costei? (costui?). Parla di sé (no, di un’altra, no è un altro che finge di essere lei che parla di sé, no, è lei che finge di essere un altro che parla di lei). Parla di una donna il cui essere consiste nell’essere stata (essere ancora) l’oggetto reticentemente consenziente di pratiche erotiche. Una che all’inizio non si capisce se vuole o non vuole però lascia fare (ma va’ che idea nuova). Una che a parte farsi scopare non sa mica fare gran che, a quanto sembra; più che altro stare appoggiata in un angolo a aspettare che qualcuno la scopi. Abbastanza passiva insomma. Poi magari la partecipazione ce la mette. Ma sempre un po’ critica in fondo, sempre benpensante in fondo. Però non si può dire che le dispiaccia, anche se ogni tanto si gira e sputa in faccia all’inculatore di turno (e francamente non si capisce perché).

Però viene abbandonata. Prima dal Giovanni, medico facoltoso con un catalogo da far impallidire Leporello, che svolge il ruolo di cazzo principale. Poi dal figlio del Giovanni. E meno male che il Giovanni non ha nipoti. Però il figlio del Giovanni finisce che si scopa (o forse no) la figlia del Giovanni, cioè sua sorella, benché non germana.

Ultima spiaggia della voce narrante il professore sadomaso. E non è l’unico col vizietto: ogni tot pagine c’è uno che si sfila la cinghia e la piega in due.

Morale? Siamo tutti sadomaso e l’amore vero non esiste. Il sadomaso è l’amore vero. L’amore è il vero sadomaso. Ognuno sta solo sul cuor della cella e si sfila la cinghia. Cella è la protagonista perché è rinchiusa. Cella è la protagonista perché rinchiude. Cella è la protagonista perché oltre a essere rinchiusa vogliono farci credere che è lei che rinchiude.

Naaaa, si dice il lettore volgare, ancora non ho colto l’essenziale.

A questo punto non resta che il microscopio. Prendiamone un pezzo, di ‘sto romanzo, e andiamo a vedere nel fine. Può darsi che la caratura finalmente emerga.

Giovanni e la voce narrante sono amanti, sono alle terme:

“I corpi rilassati e unti si tendevano, ma nessuno dei due aveva la forza di spostarsi di un millimetro. Tornavano [le massaggiatrici, n.d.r.] prima che potessimo sfiorarci. Ricominciavano il massaggio dalla nuca, i lettini sotto la pressione si spostavano cigolando, Giovanni all’improvviso mi infilò una mano tra le cosce. Le ragazze non sembrarono notarlo, continuarono. Feci uno sforzo per mantenere la posizione, non muovermi, non palesare. E c’era ancora mia madre. Gli presi la mano, me la portai alle labbra, come per ammiccare a una nuova intimità. Ma il mio odore mi dava la nausea. Non avevo mai spinto le dita oltre la stoffa delle mie mutande. Proprio per non sentire quell’odore, e, soprattutto, per il divieto muto di mia madre. Però l’eccitazione era fortissima e non riuscivo a controllarla, avvicinavo impercettibilmente le gambe, come negli esercizi di ginnastica a scuola. Il professore doveva essersene accorto, mi seguiva nello spogliatoio, mi accarezzava le guance, non faceva altro. Le ragazze uscivano, indicandoci la doccia. Chiusero la porta a chiave, dall’esterno dunque si poteva. L’eccitazione trattenuta esplose immediata, Giovanni mi infilò subito il cazzo in mezzo alle natiche e spingeva fortissimo. Mi mise una mano sulla bocca, gemevo e soffiavo. Poi sotto la doccia mi prese di nuovo, con più dolcezza. Elena [è il nome della figlia, n.d.r] chissà se vieni dalla forza o dal pianto, dal contenimento o dall’estasi. Di tuo padre.”

È una scelta onesta si dice il lettore: il brano è calibrato e rappresentativo; la caratura, se vuole, ha tutte le opportunità per manifestarsi. Dunque, vediamo: la struttura è paratattica, a frasi brevi separate da punti fermi, come va adesso. Pochi aggettivi e pochissimi avverbi: una prosa essenziale che descrive in modo efficace l’intorpidimento erotico di una seduta di massaggio alle terme, il contenimento (relativo) a cui i protagonisti sono costretti dalla presenza di terze persone, l’esplosione dell’eccitazione fisica non appena gli estranei se ne vanno. Vediamo: la protagonista cerca di spostare l’eccitazione dal piano puramente fisico e anonimo-genitale a una dimensione più personale e emotivamente connotata: “Gli presi la mano, me la portai alle labbra come per ammiccare a una nuova intimità”. La manovra non riesce per un blocco psicologico legato alla figura materna come garante dell’interdetto che pesa sulla sessualità: divieto della masturbazione, rifiuto del proprio corpo come corpo erotico. (Il lettore si stupisce un po’ che questa stessa madre, che manda la figlia adolescente a lavorare da un dentista conscia del fatto che una parte dei compensi viene erogata per prestazioni sessuali, si erga, qui e altrove, a guardiana dei tabù; ma tant’è, si veda quel che dicevamo più su dei personaggi). L’eccitazione ricade al livello della cieca fisicità (“come negli esercizi di ginnastica a scuola”) e dell’automatismo, trionfante non appena si può liberare: “mi infilò subito il cazzo in mezzo alle natiche”. Di questo livello peraltro non si accontentano né l’autrice né la protagonista, infatti di Giovanni si dice poco dopo che “sotto la doccia mi prese di nuovo, con più dolcezza”; notiamo in particolare il verbo (“mi prese”), che da un lato suona démodé dopo mezzo secolo di femminismo, e per motivi opposti suona démodé in questo romanzo pieno di cazzi che si infilano in buchi vari.

Il fatto è che la protagonista non rinuncia al romanticismo, non rinuncia a essere “presa”. E dopo la scena di sesso cieco, nella frase finale del capitoletto ipotizza per la figlia concepita in quell’occasione origini poeticamente astratte: la forza o il pianto, il contenimento o l’estasi. Insomma questa Cella (sic) è una borghese con un penchant per farsi variamente manipolare, che vorrebbe iscrivere se stessa e il suo penchant in una situazione almeno parzialmente legittima (se non può essere il matrimonio, che sia almeno l’amore); non ci riesce e è frustrata.

Più in là il romanzo non va.

Rappresentazione di un caso umano? Può darsi, ma a noi che ce ne frega? La caratura letteraria, comincia a sospettare il volgare lettore, non abita qui.

Un pensiero di commossa solidarietà alle lavoratrici delle terme.

 

 

 

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