ATTUALITÀ DEI NOVISSIMI: MORESCO FRA ESCATOLOGIA E FUMETTO

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Antonio Moresco, L’Addio, Giunti 2016, € 15

 

Alle pagine marginali del catechismo preconciliare, quello che si mandava a memoria per domanda e risposta o per elenchi scanditi (i sette doni dello Spirito Santo, i cinque precetti generali della Chiesa ecc.) appartenevano anche i quattro Novissimi: Morte, Giudizio, Inferno e Paradiso. Oscuri e vagamente terrificanti; il prete poi non ci insisteva molto.

Grosso modo fra la mia quarta elementare e la prima media – cioè intorno alla metà degli anni Sessanta – i Novissimi si inabissarono definitivamente nella faglia di secolarizzazione che attraversava l’Occidente e da cui mai più avremmo pensato di vederli riemergere. Disgraziatamente “mai più” non è una categoria storica, e infatti ecco che in questo inizio millennio, complici la crisi economica e una diffusa sensazione di fine della Storia, il genere apocalittico tracima dalla fantascienza nel mainstream. Ma attenzione, non si tratta di apocalissi tipo On the Beach (a cui si avvicina, seppure con un raggio di speranza, anche il recente The Road): annientamento della vita sulla Terra e stop. L’atmosfera di fine della Storia esclude l’idea stessa di conclusione, fosse anche nella forma distopica di catastrofe. Fine della Storia vuol dire: siamo qui, e questo qui durerà indefinitamente, si riprodurrà indefinitamente. Per dire che i Novissimi che riaffiorano all’inizio del nuovo millennio, e sfidano ogni patetismo nella ricerca di una trascendenza, si presentano fortemente mutilati. Morte e Inferno ce li abbiamo; su una qualche forma di Giudizio si può discutere, ma il Paradiso è tramontato al di là di ogni possibile orizzonte. Teologicamente parlando: la missione del Salvatore non è andata a buon fine; a ogni alba e tramonto che Dio manda in terra Cristo, o chi per lui, deve rimettersi all’opera sapendo che non ne verrà mai a capo.

“Chi per lui”, nel romanzo di Antonio Moresco L’Addio, si chiama D’Arco e è un poliziotto morto che racconta alla prima persona (“Mi chiamo D’Arco e sono uno sbirro morto” recita l’incipit del romanzo. Mi permetto di parlare di poliziotto, eludendo la scelta lessicale di Moresco, per evitare il salto sulla sedia che, a proposito di patetico, mi trovo involontariamente a fare ogni volta che nel testo compare la parola sbirro). D’Arco, che essendo stato ucciso si trova nella città dei morti e da lì viene rispedito in missione nella città dei vivi, fermo restando che queste due città sono di fatto identiche dal momento che tutto è compresente alla fine della Storia, è passato innumerevoli volte attraverso Passione e Crocifissione. Egli non nomina mai il suo corpo senza aggiungere l’aggettivo martoriato né la sua faccia senza farla seguire dall’aggettivo ferita. Quando pensa di potersi godere la morte come un altro si gode la pensione, mangiando sandwich e bevendo birra coi piedi sulla scrivania ingombra di scartoffie e tastiere di traverso, un tale Lazlo, che D’Arco non riesce a vedere in faccia perché sta sempre controluce, gli affida una missione da svolgere di là: nella città dei vivi. Si tratta, per farla breve, di smantellare l’esorbitante rete di pedofili assassini che si è allargata come una muffa o una cancrena a ricoprire l’intera città dei vivi. Tipo togliere il male dal mondo insomma, o almeno sfoltirlo un po’. Missione impossibile che D’Arco accetta e in qualche modo porta a termine, trasferendo di fatto l’esponenziale legione dei cattivi nella città dei morti, nonostante o proprio grazie al “tradimento” di Lazlo che li ha avvertiti del suo arrivo. Che poi questa città dei morti e questa città dei vivi, conformemente alla cosmogonia e escatologia di Moresco, sono come due vasi comunicanti che tracimano un po’ di qua e un po’ di là. In ogni caso D’Arco non pare gran che soddisfatto del risultato, che in effetti non ha nulla di definitivo o di risolutivo, e rivedendo (si fa per dire perché non riesce mai a vederlo in faccia) Lazlo per una finale resa dei conti, gli rivolge l’accorata, messianica interrogazione: “Perché mi hai abbandonato?”

D’Arco, questo redentore che deve accontentarsi di palliativi di redenzione, che al termine di ogni inefficace redenzione viene ucciso e risuscitato per intraprendere la seguente, è il campione della circolarità a stretto giro propria della fine della Storia. Siamo nel tempo messianico: il tempo in cui il Male ci soffoca senza che riusciamo né a sbarazzarcene né a morire per davvero, a passare in una morte che sia più di un mero fatto.

Benché non risolutiva, c’è comunque nell’Addio, diversamente che nei mastodonti dell’Increato, un’azione, una trama che regge il racconto dall’inizio alla fine. Ci si chiede: come se la cava Moresco con la trama? Come rappresenta l’azione, l’organizzazione degli eventi nel tempo?

Sia negli Esordi che nei Canti del Caos quella che a stento si può definire trama è più simile a una rete a maglie molto larghe che accoglie lo sbocciare e il proliferare di situazioni e personaggi largamente eccentrici rispetto a una qualsiasi idea di svolgimento, e il cui senso è di sollevarli tutti insieme e andare a deporli fra una prima e una quarta di copertina. Ciò che caratterizza le situazioni, così come i personaggi all’interno di esse, è da un lato la ripetitività, l’eterno ritorno del quasi identico; dall’altro il brevetto di Moresco: un sistema di scomporre ciò che siamo abituati a percepire come l’unità di un’azione o di un fenomeno all’interno in un tempo lineare e standard, e di ricomporlo in una dimensione tendenzialmente ciclica e indefinitamente espansa o parossisticamente contratta, programmaticamente inconcludente e estranea a qualsiasi modalità di percezione e organizzazione del reale normalmente praticata. Detto così, potrebbe far pensare a un registro lirico e in effetti non ne siamo lontani, non fosse che l’intenzione epica è evidente e si impone. Non senza effetti da slapstick comedy, soprattutto negli Esordi ma anche nei Canti del Caos (si vedano, a mo’ di esempio, le apparizioni del traslocatore o del ginecologo spastico).

È chiaro che col sistema Moresco non si può scrivere quello che per espressa ammissione dell’autore è un poliziesco, un romanzo d’azione a tutti gli effetti, per quanto “pregiato”, dal momento che un romanzo d’azione è caratterizzato per l’appunto da un’azione, articolata fin che si vuole ma una, che all’interno del romanzo si produce un’unica volta in un tempo sostanzialmente standard.

Cosa brevetta Moresco per scrivere il suo romanzo d’azione? Non brevetta nulla, ricorre. Ricorre all’unico espediente a cui si può ricorrere per scrivere un romanzo d’azione una volta che nei romanzi precedenti si siano disintegrate le condizioni spazio-temporali dell’azione: lo stereotipo.

Dice Moresco in un’intervista in rete: “Ho sempre letto romanzi polizieschi. I loro protagonisti per me sono gli eredi poveri dei cavalieri erranti, perché vanno in giro per il mondo a riparare i torti e a combattere il male. Con D’Arco ho espresso il mio bisogno di entrare in un personaggio di questo tipo, forzandolo ed estremizzandolo ai fini della storia.” In origine, i cavalieri erranti non vanno in giro per il mondo a riparare i torti e a combattere il male; in origine i cavalieri erranti vanno in giro per il mondo per i fatti propri. Chi va in giro per il mondo a riparare i torti ecc. è lo stereotipo del cavaliere errante, immortalato dall’immortale Don Chisciotte (in questo senso, la frase “ho espresso il mio bisogno di entrare in un personaggio di questo tipo” la dice lunga).

Ricorso allo stereotipo quindi, e alla forma d’arte che allo stato attuale dell’arte più nobilmente lavora con gli stereotipi: il fumetto.

“Ma io non capivo niente. Sparavo.

Poi, all’improvviso, tra quella ressa di corpi, ho visto che si stavano creando enormi varchi che non potevano essere determinati solo dalla mia mitragliatrice e dal trascinamento di quelli che cadevano sotto i suoi colpi.

Ho sentito dei fragori più forti, dei boati, venire da qualche parte, dall’alto.

Ho guardato su, verso il cielo nero attraversato da un diluvio di pioggia che balenava sulla bocca di quell’abisso, e ho scorto all’improvviso la grande sagoma buia del dirigibile pubblicitario lucido d’acqua sospesa nel cielo sopra di noi.

Tutta la voragine rimbombava, a ogni colpo.

Ho fatto ancora in tempo a cogliere i barbagli di luce provenienti dalla bocca di un cannone che sporgeva dalla sua cabina di guida, nel buio.”

Questa è una scena da fumetto (o da film di supereroi, o da videogioco, ma delle ultime due categorie non ho molta esperienza). Nulla da eccepire: la modalità è quella ed è coerente lungo tutto il romanzo, dall’inizio alla fine.

Si pone un’unica domanda: quanto dobbiamo prenderlo sul serio?

 

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